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Di Albino Campa (del 15/12/2009 @ 23:57:42, in NohaBlog, linkato 17715 volte)

Qualche giorno fa, per caso, ho scoperto un tesoro. Uno di quei link postati su Facebook da qualche amico, un click a mia volta e si è aperto un mondo: Luigi Paoli in arte Gigetto da Noha. Si tratta di un cantautore di musica popolare salentina, oggi settantaquattrenne, originario di Noha ma stabilitosi a Spongano.
La sua figura mi ha colpito particolarmente. E' un artista ibrido che unisce in sè due filoni della musica popolare salentina: il folk cittadino e il canto contadino.
Fisarmonicista, interprete di brani della tradizione, autore di nuovi testi e nuove musiche. Popolare anche fuori dal Salento, in altre regioni ma soprattutto fra gli emigrati, anche all'estero. La sua produzione ha avuto la tipica distribuzione tramite bancarella, destinata a un pubblico indistinto, non specificamente colto e questo lo sentiamo molto negli arrangiamenti folkeggianti. Ma c'è qualcosa di profondo in quest'artista che è legato a quantu vissuto in prima persona senza quel filtro "intellettuale" che oggi ci contraddistingue. Nasce contadino. Vive la campagna e l'emigrazione da contadino con la famiglia. Impara a cantare il repertorio e lo stile della campagna. Nel tempo libero impara la fisarmonica, un mondo diverso che lo avvicina al filone folk. Emigra anche all'estero, poi rientra. Lavora come cantautore in contatto con dei discografici calabresi (e si sente da alcuni dei suoi testi a da alcuni aspetti stilistici delle sue tarantelle).
Insomma vive tante esperienze diverse che formano e influenzano il suo modo di suonare e cantare per cui la sua produzione è abbastanza varia e variegata. Può piacere tutta o in parte, o può non piacere per nulla..ma merita qualche attenzione.
Personalmente mi entusiasma il suo modo di cantare "contadino", la disinvoltura, oggi rarissima, con cui ricorre al quardo grado aumentato del modo lidio, la sapienza tecnica e il modo di dosare gli abbellimenti come i glissando, i melismi, le esclamazioni, le urla, la sua capacità (un tempo diffusissima e ancora una volta oggi rarissima) di ricorrere agli slittamenti ritmici nel cantare la pizzica (off beat), il timbro vocale assolutamente contadino e il ricorso talvolta a note non temperate.
Insomma, per queste doti, Luigi Paoli entra a pieno titolo fra gli alberi del canto salentini, al pari di tanti cantori che non hanno fatto la "carriera" di cantautori ma con i quali condivide la freschezza del suo stile di canto.

C'è anche un'altro aspetto che ai miei occhi lo rende speciale. Diversamente da quello che la maggiorparte della riproposta contemporanea ha fatto e continua a fare, Luigi Paoli ha fanno innovazione nel patrimonio popolare inventando testi nuovi su arie popolari esistenti..cosa che sembra fosse un tempo il modo naturale di far evolvere la musica tradizionale. Oggi si tende invece a cristallizzare dei testi, cantarli sempre nello stesso modo o reinventare la musica, anche allontanandosi dai moduli della tradizione. Anche per questo Gigetto merita di essere ascoltato, in quanto rappresenta una interessante strada alternativa.

Di tutte le informazioni che in pochi giorni sono riuscito a raccogliere su Luigi Paoli, e degli ascolti che ho potuto fare sulla fantastica piattaforma che è Youtube, devo assolutamente ringraziare Alfredo Romano, salentino che vive nel Lazio e che ha pubblicato vari libri legati alle tradizioni del Salento. Grazie al suo canale su YouTube  è possibile ascoltare quasi tutta la vasta produzione discografica di Gigetto da Noha (e se si ha la curiosità di esplorare, si possono ascoltare interessanti registrazioni sul campo dell'area di Collemeto da cui Alfredo Romano proviene). Da questa vasta produzione, vorrei estrarre solo pochi esempi che testimoniano la bravura di Luigi Paoli (sulla base degli elementi che ho elencato sopra). C'è da ascoltare per ore se se ne ha voglia!

Tarantella dellu nsartu (bellissima e da questa si possono ascoltare tante altre pizziche)
http://www.youtube.com/watch?v=p0VBWrj0NWA

Lu pipirussu maru
http://www.youtube.com/watch?v=Ph4x7IaKZvU

Lu trainieri (canto di trainiere)
http://www.youtube.com/watch?v=Sm64_fWrrng

Stornelli
http://www.youtube.com/watch?v=CZwjTP67eZc

Sempre grazie alla gentilezza di Alfredo Romano, è stato possibile reperire e ripubblicare quest'articolo, pubblicato originariamente su "Il Corriere Nuovo di Galatina" nel 1983, in cui lo stesso Alfredo parla del suo incontro/intervista a Luigi Paoli avvenuto in quel periodo. Buona lettura.

march

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Civita Castellana, 17-8-1983

Caro Carlo[1],
ti spedisco un lavoro su Luigi Paoli, un cantastorie, nativo di Noha, che ascoltavo da tempo e che quest'estate ho avuto la fortuna di conoscere personalmente mentr'era attento a vendere musicassette dietro una bancarella al mercato di Galatina. Poi ho voluto conoscerlo meglio, sono stato a casa sua e non potevo aspettarmi altro che quel personaggio che traspare dalle sue canzoni, e cioè un contadino che ha saputo tirar fuori tanta arte dalla sua faticosa esperienza di vita.
E' una voce popolare autentica che non ha niente a che fare con altre voci del Salento che pur hanno un giro commerciale.
Il titolo del lavoro è tratto da una sua canzone «Lu furese ‘nnamuratu», un omaggio a questo menestrello che ha trascorso la vita cantando l'amore.
Mi preme soprattutto porre Luigi Paoli all'attenzione di un certo tipo di intellettuali, di borghesi, di giovani anche, in ogni caso gente estranea al mondo contadino, che snobbano un certo tipo di canzone popolare, considerandola minore se non addirittura volgare. Io so che la gente va ancora matta per certi ritmi o testi che, pur nella loro semplicità, si fanno interpreti di un gusto, un mondo che va scomparendo.
A mio giudizio c'è dell'arte in Paoli se l'arte, oltre ad essere prima di tutto un fatto estetico è però anche rappresentativo. Mi pregio di aver scoperto Paoli o meglio Gigetto, come si fa chiamare. Ne ho approfittato, tra l'altro, per dire la mia su alcuni aspetti poco noti ma interessanti della canzone popolare salentina.
Alfredo Romano

[1] Carlo Caggia, direttore del Corriere Nuovo di Galatina.

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GIGETTO DI NOHA OVVERO LUIGI PAOLI
L’ULTIMO “FURESE ‘NNAMURATU” DEL SALENTO

"Durante la guerra mio padre suonava il flauto per gli Americani a Brindisi, ed io l'accompagnavo con la mia bianca voce di bambino, per campare. Tempi tristi!".
Comincia così il racconto di Luigi Paoli, un cantastorie, un menestrello, un musicista popolare nato a Noha 48 anni fa e residente a Spongano in una bianca e comoda casa di periferia, con immancabile terrazza e orto giardino, e la cantina, dove le botti suonano di pieno e versano a me, fortunato visitatore, un negramaro robusto, profumato.
Non è facile orientarsi nel mercato minore della canzonetta popolare ora che molti improvvisatori sprovveduti si sono lanciati in questo folk alla moda che non ha niente di peculiare e scimmiotta anzi un certo liscio romagnolo omogeneizzato che imperversa nelle sale e sulle piazze di tutt'Italia.
Basta un po' di gusto però per capire che Luigi Paoli, da trent'anni, nel solco di una tradizione propriamente salentina, elabora testi po¬polari, li arrangia, ne inventa di nuovi per un pubblico non solo salentino, meridionale in genere, emigranti soprattutto (in Australia perfino, in Canada) che curano l'amara nostalgia al ritmo di suoni e canti che ricreano l'atmosfera della terra natia. II suo racconto si dipana lentamente in un gesticolare ampio. La voce, il corpo, assumono una dimensione teatrale, un viso pienotto, da scatinatore, occhi neri e luminosi, a sottolineare un sorriso perenne, contagioso.
Il più piccolo di cinque fratelli maschi, orfano di madre a quattro anni, a otto guardava le capre presso un guardiano di Noha. Un giorno, per via che, assetato, aveva impunemente bevuto in un secchio d'acqua tirata dal pozzo destinata alle capre (pare che le capre si rifiutino di bere dove ha già bevuto un altro, n.d.r.), venne appeso al ramo d'un albero a testa in giù, e, come una bestia, bastonato di santa ragione. Quest'episodio acuirà la sua sensibilità di fanciullo, rivelatore di una futura carica umana che Paoli, da grande, saprà trasfondere nella sua musica.
Di quei tempi funzionava a Noha una, chiamiamola così, palestra di vino e canti che era la puteca te lu nunnu Totu te lu Vergari che Gigetto frequentava in compagnia del padre. Qui rallegravano le serate certo Girbertu e certo Marinu Ricchitisu di Aradeo con quel popolarissimo strumento che è la fisarmonica. È qui che Gigetto affina la voce e il suo orecchio musicale; ma la fisarmonica è ancora un mito per lui e ci vorranno degli anni per farsi regalare solo una “Scandalli 24 bassi”.
Arriva poi la prima grande migrazione di salentini, dopo la guerra, nelle campagne di Bernalda, Pisticci, Scansano Ionico, Ginosa Marina, ecc., per dare inizio a estese coltivazioni di tabacco. Questo tabacco, per necessità o malasorte, i salentini ce l'hanno nel sangue e, più della vendemmia o della raccolta delle ulive, rappresenta una forma di maledizione divina che ti perseguita fin da ragazzo. Nasce così, da questa fatica centenaria, tutta una cultura del tabacco fatta di canti, stornelli, motti, proverbi che in molti casi rispecchiano le amare condizioni di vita esistenti allora nelle campagne. In quei grandi capannoni, soffocati dall'afa estiva, mentre s'infilzava tabacco: "Gigettu, 'ttacca, ca nui ne menamu te contracantu", continua Paoli nel suo narrare.
Amore miu sta sona matutinu
àzzate beddha àzzate beddha
ca lu tabaccu imu scire cujimu
cinquanta are te tabaccu tenimu chiantatu
se bruscia tuttu e lu perdimu.
Ulìa cu te ncarizzu beddha mia
e nu te pozzu mancu tuccare
chine te crassu tegnu le ma ne.

Non c'erano donne in casa e Gigetto s'adattava a lavare, cucinare, fare il pane, la pasta per il padre e i fratelli più grandi. A sera poi, finito il lavoro, inforcava una bicicletta senza freni e senza luce fino a Bernalda, 9 Km., a lezione di musica dal maestro Troiani. Cento lire gli costava, quanto un giorno di lavoro.
I progressi di Gigetto convincono i due fratelli maggiori, emigrati in Inghilterra nel frattempo, a spedirgli il denaro per l'acquisto di una fisarmonica vera, una Paolo Soprani 120 bassi. "E cci me parava, caru miu, cu ‘nna 120 bassi… te nanzi 'Ile signurine, quandu trasìa intra le case: ssèttate ssèttate, li primi valzer, la raspa, un po’ a orecchio, un po' a musi ca...". Nasce anche la prima composizione, naturalmente per la sua Noha, sulla misteriosa Villa Carlucci che, da bambini, si raccontava essere il regno del diavolo, di strani folletti.
Un giorno, sedicenne ormai, mentre era attento in uno stretto sgabuzzino a provare un esercizio sulla fisarmonica, ecco dalla sponda di un'Apetta, scendere Cecilia con madre e sorelle venute anche loro a far tabacco dalla lontana Spongano. "In quelle masserie sperdute dove non appariva donna viva, malati di solitudine, dove contavi le ore del sole nel suo levarsi e sparire, Cecilia, col suo bel visino e il petto già pronunciato, fu un colpo di fulmine".
L'inverno, poi, Cecilia ritornava a Spongano e Gigetto, con la solita bicicletta, percorreva 180 Km, allora di strada bianca, per stare qualche ora con la sua bella. Questa bella sarà l'ispiratrice di tante sue canzoni, questa bella, di cui oggi è ancora perdutamente inna¬morato, che gli ha dato sei figli, che lo segue per i mercati del Salento e che sa dividere con lui l'arte d'arrangiarsi dietro una bancarella.
Poi la fuga, allora d'uso, per sposare Cecilia e, qualche mese dopo, in Costarica a piantare banane e canna da zucchero. Paoli ha steso un velo qui nel suo racconto, dice che sarebbe troppo lungo. A me, che vorrei saperne di più, piace l'idea di vedervi celato un qualche mistero.
Si ritorna in Italia, ma non si campa e, questa volta da solo, con la usuale valigia di cartone, in Germania a fare il manovale chimico. "Non stavo male in fabbrica, ma ogni sera era un tormento e le foto di Cecilia e dei miei bambini in capo al letto mi ammalavano di nostalgia. Così non potei resistere a lungo".
Definitivamente a casa, ma con qualche idea. In fondo ha una bella voce e suona bene la fisarmonica. Si presenta per un provino a Locri in Calabria. È il 1962, Paoli incide i primi dischi: Tuppi tuppi la porticella, La tarantola salata e numerosi balli strumentali che lui sa arrangiare con un'arte che gli deriva, più che dallo studio, da una cultura musicale essenzialmente popolare. Andatevi ad ascoltare queste prime incisioni: hanno un fascino di registrazione sul campo, c'è addirittura un saltarello con ciaramella, uno strumento montanaro col quale Paoli aveva familiarizzato nel soggiorno in Lucania.
In quegli anni poi andavano in voga storie popolari strappalacrime, tratte da tragedie vere o presunte e significative sono nella sua produzione due storie, l'una, II cieco del Belgio, narra di un emigrante che perde la vista nel crollo di una miniera e al suo ritorno a casa, la moglie, interessata solo alla sua pensione, non gli risparmia le corna; la seconda, s’intitola La matrigna cattiva, in quattro parti, dove si narra dì una bambina orfana buttata in pasto a una matrigna che tenta di avvelenarla e sarà punita per questo con cinque anni di carcere. Ambedue le storie Paoli le fa cantare all'allora piccola primogenita Cerimanna. Sono storie che oggi fanno un po' ridere, ma guardatele con gli occhi del tempo e non meravigliatevi se le mamme di mezza Italia hanno pianto ad ascoltare quelle storie. Fu tale il successo, che i falsari di Napoli lanciarono sul mercato migliaia di copie e per Paoli andarono in fumo alcune speranze di guadagno.
Sessantotto, rivoluzione nei valori, nei costumi, si scopre il popolare, si scoprono la lingua, gli usi, i costumi di una civiltà contadina che sta scomparendo. Le case discografiche si danno da fare a scovare questi anonimi canzonettisti popolari degni di un pubblico più vasto. A Paoli s'interessa la Fonola di Milano. Inizia così una vasta produzione musicale che ancora oggi continua. Dodici musicassette in attivo, qualche altra in cantiere, che hanno sorvolato gli oceani, è il caso di dirlo, senza quella pubblicità di cui si servono "i grandi", ma in virtù della parola che si trasmette, un tam-tam, quasi una tradizione orale che ancora resiste.
Diamo uno sguardo a questa produzione. Innanzitutto canzoni e balli strumentali attinti alla tradizione che Paoli arrangia in modo originale con delle varianti sia nel testo che nella musica degne di essere popolarmente connotate. Cosa significhi "popolare" nella canzone è presto detto. Semplicemente Paoli dice: "E’ quandu ‘na canzone la ponnu cantare cinquanta cristiani tutti assieme, trenta femmame ca sta tàjanu l'ua: una cu ttacca e ll'addhe cu tràsanu a cuncertu".
Abbiamo così la pizzica in più versioni col predominante ritmo del tamburello, e Santu Lazzaru, questo canto cristiano che i Grecanici ci portavano 'rretu le porte te casa nel cuore della notte durante la Settimana Santa.
Canzoni d'amore tante, un amore represso che acquista nel canto un moto liberatorio. Lu furese 'nnamuratu, forse la canzone più bella, dove accanto a una visione del lavoro come dura fatica, Paoli prorompe in:
Comu l’àggiu stringere e baciare
Te lu musicchiu sou sangu ha bessire.
(Come la devo stringere e baciare / dal suo muso sangue deve uscire).

La Carmina, dove il bi sogno d'amare è accorato, disperato quasi:
Mamma iu moru
e la Carmina nu’ lla provu
Beddha mia fatte sciardinu
fatte menta e petrusinu...

(Mamma io muoio / e Carmina non l’assaggio / Bella mia fatti giardino / fatti menta e prezzemolo).
E canti e strofe carnascialesche, condite di allusioni piccanti, volgari quasi, ma di una volgarità allegra, simpatica:
Nc'è lu zitu cu la zita
allu pizzu ti la banca
la manu camina te sotta
lu canale dell'acquedotta.

(C’è il fidanzato con la fidanzata / allo spigolo del tavolo / la mano scivola sotto / il tubo dell’acquedotto).

Allusioni che non risparmiano un certo tipo di prete alla Papa Cajazzu al quale non piace chiaramente confessare le vecchiette, bensì le zitelle. In verità molte canzoni, come proverbi e culacchi, rivelano un certo anticlericalismo, anche se molo bonario, diffuso nella nostra gente. E poi canti e stornelli che hanno il ritmo di un lavoro e ti pare di vendemmiare o d’infilzare tabacco in qualche capannone. Non mancano le canzoni tristi per gli emigranti, per quelli che stanno a soldato, per il carcerato che fatalmente al ritmo di una tarantella grida:
Menatine ‘sti corpi chianu chianu
ca suntu testinati pe' mmurire…

(Buttate i nostri corpi piano piano / ché sono destinati a morire).

Naturalmente non tutto è eccelso. Accanto a testi di un certo valore artistico, si alternano altri in cui Paoli piega a seduzioni commerciali. E' laddove, per conquistarsi evidentemente un pubblico più largo, tenta delle melodie in un italiano a lui non confacente. Diciamo subito che a Paoli è più congeniale il testo salentino dove è capace di sfumature e modulazioni possibili solo a una voce popolare tradizio¬nalmente educata come la sua. Ascoltatelo nella canzone Lu trainieri, per es., dove la voce, bellissima, affronta tra l'altro toni decisamente alti. Il tono alto è in verità una caratteristica del canto salentino, cosi come il controcanto, che Paoli sfrutta in tutte le sue canzoni ponendolo una terza sopra, mai sotto la melodia stabilita. Come nella tradizione. L'effetto è tale che è come ascoltare l'eco di una persona che canta a distanza portandosi ad arco la mano sulla bocca. Alle origini di questa forma c'è, evidentemente, la necessità del "lavorar cantando" tra contadini distanti fra loro.
Un discorso a parte merita la fisarmonica, la protagonista di tutti gli arrangiamenti di Paoli. Nelle sue mani diventa magica e ci sono tanti e tali di quegli abbellimenti, non trascrivibili in partitura, che userei chiamarla barocca, in sintonia con una Terra che barocca lo è perfino in cucina e non solo nell’architettura delle chiese e delle case.
C'è una cosa che colpisce nella musica di Paoli, ed è un certo influsso orientale avvertibile in canzoni come la sopracitata Lu trainieri e La vecchiaia è 'na carogna. Qui sia la voce che la fisarmonica assumono un andamento cromatico, orientaleggiante appunto, e la melodia, di particolare bellezza, scivola sul filo dei sogni arcani, un lamento, un pianto quasi dal profondo d'inesplorati abissi.
Ma ciò che più fa scattare l'interesse per le musiche di Paoli è qualcosa di più misterioso che non saprei definire. Propriamente ci si sente scazzicati, come morsi da una tarantola, e vien voglia di abbandonarsi a una danza frenetica, liberatoria.
Quale ragno nascosto nei meandri di grigie pietre assolate, Paoli ci attende al varco esercitando su di noi una qualche magia. Non sarà vero, rna ci piace pensarlo.

Alfredo Romano

Da Il Corriere Nuovo di Galatina, n. 7 del 30 settembre 1983

fonte www.pizzicata.it

 
Di Marcello D'Acquarica (del 07/06/2013 @ 23:56:40, in NohaBlog, linkato 1808 volte)

Non manca il silenzio sacro dell’alba che pur è necessario. Né un grido d’ovazione per il minimo decoro. Per chi di loro t’ama.

Né sono svaniti i testimoni e le profonde ferite mai guarite, dell’infausta illusione di un ventennio inebriato, ferito, velato. A monito di un disastro annunciato, è lì, per gli spiriti imbelli che ancora, purtroppo, s’aggirano per l’aria, per mare e per terra.

Fu poi tempo di leghe contadine e di capi di leghe, dove lo sdegno e la protesta contenevano la tracotanza del servo inoperoso, che mai cambia.

Grida, quelle delle leghe, che non stanno più di qua dalla balaustra, ma fuori, perché scacciati e respinti per sempre da un’ingannevole scelta del comodo e del lusso, dove ogni cosa si muove e muore pian piano, nella replica pedissequa di riti secolari che tutto vorrebbero cambiare per nulla mutare. Mistici  paramenti, relegati per sempre nell’io di un corpo che tracima di fuochi fatui, che si perdono nella monotonia del sé e dell’oblio di mezze messe, seppure cantate.

Giunse poi l’alba dell’ennesimo inganno, e l’ora morta e il tempo stramazzarono inermi in un rovinoso stallo.

Su quella torre impavida, circondata solo più dai voli pindarici di allegre rondinelle, le pietre languono scure mostrando le macchie del tempo: del dono, della perduta gloria, del “boia chi molla”, del turpe travaglio, delle ore suonate, del mezzogiorno, della rabbia, del malanno e del meschino inganno.

Intanto la grassa mano del vil servitore, argina con supponente ingratitudine ciò che è già di per sé, un nulla.  Sembriamo a volte un popolo che tace e mal sopporta  l’altro. Quello di servi, che ride e galleggia.

Due popoli gemelli, che quasi si sfiorano, si danno la mano e nascondono il cuore, perché incertezza e solitudine saltellano di qua e di là, senza alcuna pietà, e a volte perfino rancore.

Ora nulla più spera la piazza, la torre e l’ora. L’ultima, da lungi scoccata, non vede più l’ombra tronfia e straniera che divora e domina sull’ultimo luogo che mai fu suo, ma che è ancora pregno di odori e d’antichi amori.

Amori di bimbi, di piedi nudi, di giovani vesti, di pizzi e merletti, di pie donne e di canti, di sudori e di pianti, di uomini e di cavalli, di prati e di fiori, di notti stellate, di lune crociate, di baci segreti, di tocchi e rintocchi di un tempo voluto e da Dio assegnato e ora, ahimè, da molti deriso e derubato.

Marcello D’Acquarica
 
Di Redazione (del 05/05/2015 @ 23:49:58, in Comunicato Stampa, linkato 1520 volte)

La Libreria Fiordilibro promuove ed organizza con il patrocinio del Comune di Galatina e della Comunità Francescana giovedì 7 maggio alle ore 19,30 presso la Sala Francescana di Cultura adiacente alla Basilica di S. Caterina , l’incontro con Rossella Barletta e la sua ultima pubblicazione “Maria d’Enghien, Donna del Medioevo” Grifo Editore .

“Maria d’Enghien, Donna del Medioevo si configura come un saggio/racconto e ci permette di conoscere un po’ più da vicino laContessa, Principessa,  Guerriera , Regina,  Mecenate,  Amministratrice nonché sposa e madre Maria D’Enghien, committente insieme al marito Raimondello Del Balzo Orsini, della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria ed in particolare degli affreschi nel cui  ciclo mariologico  è possibile riconoscere un suo ritratto.

Scrive l’autrice “mi sono avvalsa di piccole curiosità, leggende e aneddoti ….. senza tralasciare la rievocazione doverosa della storia, delle guerre, dei matrimoni combinati, delle alleanze, delle faide interne, dei rapporti con la Chiesa e così via, che costituiscono lo sfondo su cui agì la contessa. Né ho avuto timore, pur essendomi documentata su un numero considerevole di libri, di far ricorso alla fantasia, per completare il panorama. In questo modo mi piace pensare che riesca a toccare l’immaginazione e l’intelligenza del lettore, il quale sarà indotto a considerare il feudo amministrato dalla d’ Enghien per nulla periferico o di minore importanza nello sconfinato regno di Napoli, ma vivace e dinamico dal punto di vista politico, sociale e culturale.”

All’incontro interverranno Fra’ Rocco Cagnazzo Parroco della Basilica di S. Caterina d’Alessandria, Daniela Vantaggiato Ass. re alla Cultura, dialogherà con l’autrice Vincenza Fortuzzi Docente e Storica, modererà  Antonio Liguori della Gazzetta del Mezzogiorno. Nel corso della serata i Laus Nova : Francesco Napolitano liuto e voce Roberto Belcuore percussioni, ci farà rivivere l’atmosfera delle corti medievali.

 
Note

Rossella Barletta ricerca e studia da più di quarant’anni, il patrimonio storico, folklorico, antropologico, artigianale, gastronomico del Salento. Ha all’attivo numerosissime pubblicazioni, negli ultimi anni la sua attenzione si è rivolta al recupero del lessico dialettale e gergale.

Vincenza Fortuzzi docente ,da sempre impegnata nella valorizzazione del patrimonio e della storia locale.

I Laus Nova nascono nel 2012 da un idea di Francesco Napolitano ( voce e liuto) .Il progetto propone le sonorità della musica medievale del XIII con particolare attenzione al repertorio francescano delle laudi. Pur riproposti con strumenti moderni i brani sono eseguiti nel rispetto dell’accordatura e dell’intonazione dell’epoca così come desumibile da ricerche dell’ambito della musicologia e della liuteria.

 
Di Antonio Mellone (del 25/12/2015 @ 23:45:37, in Presepe Vivente, linkato 2155 volte)

State per compiere un viaggio nel tempo e nello spazio.

Il presepe quest’anno è allestito all’interno del Parco del palazzo baronale di Noha che tutti chiamano Castello.

Per godere appieno della visita, vi consigliamo vivamente di soffermarvi sui dettagli, tutti autentici, che potrete apprezzare in ogni angolo del percorso, frutto di una capillare attività di ricerca storica su luoghi, mestieri, profumi e sapori, e di una scuola e un lavoro di attenzione ai particolari che dura mesi.

Tutto questo fa del presepe di pietre e di gente di Noha un museo/teatro dove anche il visitatore può interagire con personaggi e interpreti del copione, diventando a sua volta attore-protagonista della scena.

In questo presepe non noterete sforzo di arte drammatica, non affaticamento da troppa recitazione: in quanto il pastore ha davvero il suo gregge di pecore e di capre portate al pascolo ogni giorno; il contadino vanga e rivanga le zolle ed attende il frutto dalla terra anche al di là del presepe vivente; il fornaio è fornaio vero che produce il pane quotidiano; e così la sarta, il ciabattino, il maniscalco, lo scultore, il fabbro…

Anche gli angeli, forse, lo sono oltre il Castello ed oltre le feste.

Lungo il tragitto si ha modo di ammirare alcuni tra i beni culturali più antichi e importanti di Noha.

A metà del cammino s’incontra l’originalissima vasca ellittica di fine ‘800 in perfetto stile Liberty, coeva e probabilmente disegnata e costruita dalle stesse maestranze che si occuparono della misteriosa Casa Rossa (la casa delle meraviglie nohana che ricorda la Casa Pedrera di Barcellona, opera di Gaudì) della quale, proprio all’ingresso del presepe, ma dall’altra parte della strada, al di là del muro di cinta, potete osservare il primo piano con tetto spiovente.

Di fronte alla vasca ovoidale, la costruzione che ospita il palazzo di Erode è la Castelluccia del parco, a forma di torre, eretta nei primi anni dell’900 del secolo scorso. Ospita ancora un impianto idraulico ed elettrico tecnologicamente molto interessante, con marmi, isolanti in ceramica, interruttori a leva ed altri sistemi di trasmissione dell’elettricità.

Continuando nel viaggio, incontrerete il bene culturale più antico e interessante di Noha, bello da mozzare il fiato: la straordinaria torre del XIV secolo (1300) con il suo ponte levatoio, collegato a rampa con arco a sesto acuto.

Dall’aspetto severo, militaresco, tremendo, la torre medievale di Noha era capace di generare, specie nei giorni di tempesta, timore nel viaggiatore che vi si avvicinasse. Ma più forte era la paura di saccheggi, uccisioni e rapimenti da parte dei filibustieri di ogni risma.

Fra’ Leandro Alberti in un’opera del 1525 dal titolo: “Descrittione di tutta l’Italia” definisce questo maniero come “il fortissimo castello di Noja [Noha] posto in forte loco”.

La torre di avvistamento e difesa, intorno alla quale si organizzò il castello, la corte, e il resto del piccolo centro, raggiunge i dieci metri d’altezza. La costruzione è coronata da una raffinata serie di archetti e beccatelli che ne sottolineano il parapetto alla sommità.

Più avanti, prima di giungere nell’osteria, dove potete degustare i prodotti del campo e delle fattorie locali, si osserva uno scorcio delle cantine del Castello, con le enormi botti in legno nelle quali si invecchiava il Brandy Galluccio, prodotto a Noha nello stabilimento omonimo, a due passi dal parco, e imbottigliato a Martina Franca.

Avvisiamo i visitatori che è possibile chiedere agli addetti al presepe informazioni sulle diverse tipologie di bestiame e le svariate razze di volatili presenti nel presepe; e, volendo, ai pastori di accarezzare gli agnellini in tutta sicurezza.

Dopo la doverosa sosta all’interno delle rugose mura della grotta della natività, proseguendo sul sentiero tracciato, all’uscita dal parco, avrete modo di apprezzare il gruppo scultoreo e monumentale delle casiceddhre, ubicate sulla sommità dei forni del Castello, che tante leggende hanno suscitato nel popolo salentino.

Vi ringraziamo per la visita alla nostra Bet Lèhem, che significa, appunto, casa del pane. E a proposito di pane, all’uscita, oltre alle altre specialità, vi aspettano le fragranti pucce con le olive appena sfornate.

Questo e molto altro si scopre viaggiando in questo luogo incredibile custodito nel cuore di Noha.

*

Signore e signori, grazie per la vostra generosità. Le vostre libere offerte e, ovviamente, il passaparola ai vostri parenti e amici, ci daranno la forza di continuare a realizzare anche in futuro rappresentazioni popolari, non solo natalizie, come questa. E, oltretutto, di recuperare e valorizzare i beni culturali del nostro Salento.

Auguri a tutti voi di buone feste. E arrivederci al prossimo appuntamento.

Antonio Mellone – per l’Ass. Presepe vivente di Noha

 
Di Albino Campa (del 22/07/2012 @ 23:42:33, in Eventi, linkato 3669 volte)

La scuola di Noha c'è, eccome!. Anche sotto il sole cocente di luglio.
Eccovi alcuni flash sulla bella iniziativa promossa dalla scuola di Noha e coordinata dalla prof.ssa Rita Colazzo

Si ascoltano i comandi Tutti sulla scacchiera! Le prime prove all'aperto
Il gruppo dei tamburellisti Si insegnano i passi della pizzica
I solisti Si costruiscono i costumi di scena

POLO II SEDE DI NOHA SCUOLA SECONDARIA DI SECONDO GRADO

  • Gli scacchi questi sconosciuti
  • Io canto

Il 03/07/2012 hanno avuto inizio i , sotto la guida delle docenti Colazzo Rita Maria e Coluccia Barbara, i progetti extra curriculari su menzionati confluiti in seguito nel più realistico “ Scacco matto live”, che ha perseguito i medesimi obiettivi dei suoi fratelli e vale a dire:

  • Impegnare i ragazzi  ,soprattutto  durante l’estate, in attività alternative a quelle offerte dalla strada
  • Scoprire/ divertendosi  non solo il gioco degli scacch,i ma anche il valore della persona umana e i diritti ad essa connessi  e attraverso l’applicazione delle regole del gioco degli scacchi e attraverso il rispetto dei ruoli in un’attività corale

I ragazzi , un gruppo di circa 30 , ha frequentato con regolarità il progetto che si è esteso per tutto il mese di luglio per due incontri settimanali ( martedì e venerdì)  dalle 9.00 alle 12.00
Dal 23/07/2012 fino allo spettacolo finale del 27/07/2012 gli incontri hanno avuto cadenza giornaliera

Le attività messe in atto sono state molteplici:

  • conoscenza della scacchiera e del ruolo dei singoli pezzi anche tramite l’ausilio della LIM
  • Sperimentazione di una partita di scacchi
  • Progettazione e realizzazione  dei costumi di scena in vista della partita di scacchi umana
  • Suddivisione degli allievi in base alle loro abilità canore
  • Lettura , analisi ,studio  ed esecuzione dei testi musicali da proporre sempre in attività corale nella serata finale
  • Saper suonare semplici strumenti a percussione come il tamburello  (proprio in quest’ambito sono emerse delle eccellenze a noi docenti sconosciute e che, nel corso dell’anno scolastico prossimo a venire, ci auguriamo possano essere ulteriormente migliorate e valorizzate)
  • Saper eseguire semplici coreografie  ( anche qui sono emerse eccellenze nell’arte coreutica che si spera  vengano valorizzate in futuro)

I ragazzi, provenienti da varie classi e della primaria e della secondaria di primo grado, hanno imparato

  • a memorizzare un testo musicale ,
  • a saperlo eseguire nel pieno rispetto dei ruoli assegnati e dei tempi musicali,
  • a saper controllare la propria emotività o a vincere la propria innata timidezza,
  • a sapersi muovere al ritmo della musica popolare salentina seguendo i comandi dei docenti  ,
  • a saper portare il ritmo con i tamburelli.

Riguardo poi la conoscenza del gioco degli scacchi hanno imparato

  • a prevedere le mosse dell’avversario a partire dalla propria,
  • ad avere maggior rispetto delle regole della convivenza civile e quindi dell’altro diverso da sè,
  • a saper controllare la propria emotività o a saperla sfruttare  a seconda delle occasioni fornite dalla partita,
  • a sapersi muovere, secondo i ruoli loro assegnati, su una macro scacchiera rispettando le regole del gioco
  • ad imparare ad applicare alcune semplici regole matematiche al gioco degli scacchi

E’ stata un’ attività entusiasmante e per noi docenti e per i ragazzi che non solo si sono divertiti tutti insieme, ma  hanno imparato a convivere e giocare tutti insieme anche se diversi per  età e sesso
Non si sono tirati mai indietro nonostante il caldo a volte si facesse  sentire. Ad alleviare il disagio momentaneo abbiamo provveduto noi stesse fornendoli di acqua fresca e panini e lavorando soprattutto fuori , all’ombra, nella palestra scoperta
Valido è stato il contributo di Ettore Romano, maestro di canto che ha coadiuvato la prof.ssa Coluccia nella messa in opera di un gruppo di canzoni : Happy day. Se la gente usasse il cuore. Quando i bambini fanno oh. L’acqua de la funtana … e altre della tradizione salentina
Altresì importante  è stato il supporto dei genitori che ci sono stati di valido aiuto, ma anche degli sponsor cittadini che hanno creduto nella nostra iniziativa e nella scuola, che  in  un contesto socio/culturale come quello in cui essa è ubicata, ha dimostrato, con apprezzamento della comunità nohana, che è presente con particolare cura e attenzione agli allievi ad essa affidati

Rita Colazzo

 
Di Redazione (del 15/07/2013 @ 23:39:48, in Comunicato Stampa, linkato 1903 volte)
Vogliamo oggi raccontare la storia di Cosimo e Mauro, due operosi personaggi, che amministrano con ruoli diversi, avendone a cuore, gli interessi dei Galatinesi.
 
Cosimo gestisce la proprietà immobiliare di famiglia, tra cui un pregiato immobile concesso in comodato gratuito ad una società, di cui è socio al 25%.
Durante la gestione, però, si arriva al dissesto della sociètà.
Mauro, che tale società ha gestito per tanti anni, in qualità di vice presidente, è chiamato a trovare una soluzione. Dopo mesi e mesi di sofferte e struggenti valutazioni, ha un'idea davvero brillante, che sa di "miracoloso" : affittare, a qualche amico degli amici, l’immobile pregiato avuto in comodato gratuito e, attenzione attenzione, con i soldi ricavati pagare i creditori della società in dissesto.
 
In breve, Mauro, affitta un bene non suo ma di proprietà comunale per pagare i debiti della società in rovina.
 
Gli altri corresponsabili siano tranquilli, a pagare saranno SOLO i GALATINESI,
anche se solo un quarto di quel debito è di competenza comunale, poiché alla società partecipano anche la Regione Puglia, la Provincia e la Camera di Commercio di Lecce
 
Idea miracolosa e geniale!
 
.... ma a vantaggio di chi? Di certo non dei galatinesi ai quali toccherà subire oltre al danno d'immagine ed economico della chiusura della Fiera, anche la beffa di pagare debiti in gran parte di altri.
 
Il Sindaco, con i suoi silenti Assessori, confermando il metodo che l'ha contraddistinto sino ad oggi, decide di ratificare le decisioni altrui, nello specifico quelle del Dott. Mauro Spagnulo.
 
Ora non ci resta che attendere la conferenza stampa, nella quale il liquidatore illustrerà le sue “miracolose soluzioni”, ma ci pare quanto meno doveroso che il Sindaco Montagna "per opportuna conoscenza ed onestà d'informazione " risponda alle domande poste, giacchè riteniamo che nella sua precedente comunicazione abbia confermato più che smentito i fatti denunciati dal Consigliere Marcello Amante.
 
Domande che di seguito riformuliamo :
 
- Perché si è ritenuto di dover affittare la struttura fieristica ad altra società passando per la liquidanda Fiera di Galatina e del Salento Spa e non direttamente, dopo aver richiesto, se necessario anche in modo coatto tramite vie giudiziarie, l' interruzione del contratto di comodato gratuito con la società in liquidazione?
 
- In che modo si è garantita trasparenza e pubblicità, in un atto di affitto di bene pubblico che, riteniamo, non possa essere gestito con modalità privatistiche? Il liquidatore è stato capace di raggiungere dal suo studio tutti i possibili partners del settore? E ancora, siamo certi che non esistano società che possano proporre soluzioni migliori di quella proposta dal dott. Spagnulo?
 
- Dopo aver denunciato, ovviamente, alle autorità competenti gli atti vandalici perpetrati ai danni della struttura fieristica sono state valutate le eventuali responsabilità del Dott. Spagnulo?
 

- Ha l'Amministrazione Montagna chiesto, in occasione del rendiconto intermedio di liquidazione illustrato nell'incontro del 28 giugno u.s., al Dott. Spagnulo perché una società che sostanzialmente ha solo debiti e crediti, dopo un anno dall’inizio della liquidazione, non ha ancora risolto il proprio iter?

Galatina in Movimento
Galatina Altra
Nova Polis Galatina
Movimento per il Rione Italia

 
Di Albino Campa (del 12/03/2008 @ 23:36:13, in Eventi, linkato 3133 volte)

Dall’alto di un traìno
un giorno nella città dei cavalli

di Valeria Nicoletti

Non parte chi parte. Parte chi resta. Sembra recare con sé questo sussurro la tramontana che accarezza le case infarinate di Noha e solletica i pini e gli aranci. In realtà, è un nohano, puro fino al midollo, a ribadire questo singolare assioma. Antonio Mellone, che tornando in terra natia solo il sabato e la domenica, si riscopre sempre più legato alle strade ariose e alle piazzette assolate della sua Noha. E, per un giorno, con l’entusiasmo di chi è partito lasciando un pezzo di cuore nel suo paese, diventa guida insostituibile per le vie nohane.
Nessun treno arriva a Noha. Tappa obbligatoria è la vicina Galatina, la città “che ci ha inglobati e, soprattutto, dalla quale ci siamo fatti inglobare”, dice Antonio con tono amaro. Bastano poche centinaia di metri, infatti, e ci si lascia alle spalle la città per giungere nella piazza di Noha, frazione dal 1811. Piazza San Michele, cuore pulsante del paese, con il bar Settebello, la chiesa, la Torre dell’Orologio che, forse per un inconsapevole rispetto ai ritmi lenti di Noha, non sfoglia le ore ma si limita a dominare la piazzetta, e poi le voci, le notizie, i cappelli abbassati su volti rugosi immobili sotto il sole, e, proprio dietro l’angolo, lo studio d’arte di Paola Rizzo, pittrice e insegnante. Qui il profumo dei pasticciotti caldi, l’aroma del caffè, la sigla de “L’osservatore nohano”, gazzettino della frazione, ma soprattutto il sapore della genuinità e la sete di cose vere, sono solo l’inizio di una mattinata tutta nohana, all’insegna del suo spirito autentico, in questa che ormai, nonostante il disinteresse dell’amministrazione locale, inizia ad essere conosciuta come la “Città dei Cavalli”.
Proprio dalla bottega d’arte di Paola, infatti, redazione e fucina di idee, nacque l’idea di aggiungere sul cartello alla scritta Noha il degno sottotitolo di Città dei Cavalli, trovata che, nonostante il pieno consenso dei nohani, è andata ad ingrossare la pila di scartoffie impolverate su chissà quale scrivania.
Ma a dispetto della burocrazia la definizione ha iniziato a circolare, di voce in voce, di articolo in articolo, varcando i confini angusti della provincia. Così Noha per due volte all’anno si trasforma nell’ombelico del mondo per chi ama i cavalli. A settembre, durante i festeggiamenti della Madonna delle Grazie, e il giorno del Lunedì dell’Angelo, i prati fioriti che incorniciano il piccolo centro diventano il campo, di gioco e di battaglia, per decine e decine di eleganti destrieri, robusti cavalli da tiro e tenerissimi pony. Tutte le cavalcature dei dintorni si danno appuntamento nella frazione per celebrare una ricorrenza che, se non ancora nella storia, è entrata ormai di diritto nella tradizione pugliese. Sotto gli occhi incuriositi dei viandanti e degli stessi abitanti di Noha, cavalli di ogni razza e colore, addobbati con bardature preziose e ridondanti al limite del barocco, trottano e si sfidano nelle prove di forza, in una manifestazione dagli echi spagnoli ma dall’anima tutta salentina, dove lo spirito di competizione non riesce mai a vincere sulla voglia di stare insieme e passare una pasquetta lontana dai nevrotici imbottigliamenti e diversa dalle solite gite fuori porta.
Ma non è solo in virtù delle due tradizionali fiere che Noha merita l’epiteto di patria del cavallo. Di fronte al bar Settebello, ogni domenica, i tanti “cavallari” di Noha si danno appuntamento per un caffè e una passeggiata per le vie e i prati nohani, e, se una domenica di fronte al bar centrale, ci capita uno straniero, ti spiegano che i cavalli loro ce l’hanno nel sangue e non esitano a trascinarti sul calesse e a mostrarti una Noha che, dall’alto di un traino, appare diversa anche a chi da qui non è mai partito.
È così che, aggrappati a una mano forte e sicura e finalmente saliti sul traìno, si parte per un singolare giro, lungo le strade larghe, dove si respira un silenzio interrotto solo dagli zoccoli dei cavalli e da un continuo salutarsi, costume usuale in un paesino di circa 3.800 anime dove tutti si conoscono. Fischi e risate cadono dai balconi dove la gente è affacciata per godere del primo sole invernale e timidi cenni fanno la loro comparsa dietro le persiane. Pochi pedoni, rare biciclette, troppe macchine per un paesino dove a piedi si raggiunge il capo opposto, ma i nohani sembrano essere pigri. Pigri sì, ma, in compenso, di un’allegria contagiosissima mentre da ogni macchina si sbracciano per salutare e c’è anche chi tira il freno in mezzo alla carreggiata per scambiare quattro chiacchiere.
Fermi, all’incrocio principale, sul calesse dondolante, guardando verso la strada che porta verso Galatina, si vede già, a pochi chilometri di distanza, il profilo dell’imponente e scomoda vicina, la dirimpettaia la cui presenza ingombrante si avverte quotidianamente, a partire dalla mancanza di un comune, di un’amministrazione tutta nohana, disposti ad ascoltare più che a finanziare. Tra il comune madre e la frazione, forse per una natura conflittuale congenita ai rapporti gerarchici, infatti, non corre buon sangue.
Con Aradeo, invece, l’altra vicina, i rapporti sembrano diversi, migliori, forse perché la placidità degli aradeini, che scorrazzano in sella alle biciclette, rispecchia la mentalità nohana, una mentalità essenzialmente rurale, che ripone nella frugalità e nella semplicità il segreto di una vita serena che basta a se stessa. “Noi il turismo non lo vogliamo”, spiega Antonio, “ci piace trovare parcheggio quando torniamo a casa, ci piace la calma, l’aria pulita, le quattro chiacchiere tra di noi”. Ma questo voler preservare un clima terso e mite, pur segnato dalle piccole baruffe di paesino, non si traduce in una chiusura rigida e totale verso l’esterno ma, anzi, in una larghezza di orizzonti talmente rara da non essere sempre compresa.
Sì, perché i nohani non fanno dei loro piccoli tesori uno specchietto per allodole, esche per turisti assetati di folclore e, dalle pagine dell’Osservatore, i solerti redattori non mancano di tuonare contro chi arriva a Noha con la pretesa di trovare una cittadina turistica. Riuniti ogni sabato pomeriggio nello studio di Paola, all’ombra degli ulivi nodosi che ammiccano dai suoi quadri, Marco, Antonella e gli altri, capitanati dal direttor Mellone, seduti sui divanetti del laboratorio danno forma a sogni di pennelli e idee di carta, alla ricerca di quella Noha ancora da esplorare, e da far riscoprire, soprattutto agli stessi nohani.
Arrivati al crocevia principale, i cavalli non sono ancora stanchi, i campanelli ritornano a tintinnare e il giro continua per la strada adiacente alla piazza dove, solo in compagnia di un nohano che ti invita ad alzare lo sguardo, si scorgono tre casette misteriose appollaiate sull’alto bordo del muro del vecchio palazzo baronale. Sull’origine delle tre lillipuziane costruzioni, ricche di particolari dettagliatissimi ma che non riproducono nulla di questo paese, ancora si discute. Come su ogni creatura dell’ignoto, anche sulle tre casette di Noha circolano favole e leggende. Come quella di “Sciacuddhri”, l’anima bella di un bambino che si dice le abbia abitate. Non è una leggenda, invece, l’indifferenza che le ha colpite, scardinando il campanile di una delle tre, che giace riverso nella parte interna della piccola costruzione. Un danno invisibile agli occhi dei più, ma evidentissimo per chi, proprio per non coprire quel campanile, ha meticolosamente potato le cime dei pini che ne impedivano la vista. Ma insieme ai rami dei pini, cresce anche l’abitudine a non alzare più lo sguardo, a non guardare più in là del proprio naso, e questo solo perché tanto “a Noha stamu”, frase tanto ordinaria quanto odiata da chi, proprio della piccola straordinarietà di Noha, vuole fare tesoro e sottrarla al menefreghismo, anche di chi, in virtù di una dissennata discendenza, si ritrova in possesso di gioielli che sempre più raramente possono brillare per tutti.
È il caso dell’altrettanto misteriosa Casa Rossa, una costruzione a ridosso della strada che porta a Galatina, alle spalle del vecchio (e dismesso) stabilimento del celebre brandy Galluccio. La strana casupola è circondata da un meraviglioso giardino selvatico, dove svettano le zagare, i boccioli di rosa insieme ai più comuni “zangoni” e, tra i cespugli di bacche e gli alberi di arance, strisciano lucertole curiose. All’interno, le pareti ondulate, quasi spugnose, di pietra rossastra, le volte concave, morbide, costellate di dune e rientranze, danno alla casa un senso di effimero e di fresco, le porte a scomparsa, i vetri colorati - o quello che ne resta - le finestre a oblò, i caminetti dai contorni imprecisi alimentano questo gioco di vuoti e pieni ma anche le voci e le leggende che vogliono questa casa infestata dalle streghe o, maliziosamente, vecchia casa di tolleranza. La Casa Rossa è proprietà privata, ma, nei giorni propizi, il suo cancello si schiude. Ciò non accade invece con la recinzione in muratura che vieta a chiunque l’ingresso nel profumato aranceto che avvolge l’antica torre medioevale. Infatti, a guardia della bellissima torre, con il ponte levatoio dove prima si facevano transitare i cavalli, con l’arco a sesto acuto e gli aranci tondi e pieni che ti strizzano l’occhio dal muro di cinta, brillano minacciosi e appuntiti i cocci di bottiglia da un lato, mentre dall’altro il filo spinato incupisce lo sguardo e il paesaggio, sgraziato avvertimento a chiunque non si accontenti di ammirare solo attraverso un provvidenziale foro nel muro di cinta, questo tesoro costantemente sotto chiave.
Vetri taglienti e filo spinato, però, non fanno parte della natura allegra e accogliente dei nohani, ben contenti di mostrare quello che pochi conoscono del loro paese e soprattutto di rivelare il proprio atavico amore verso i cavalli, dando vita ad una piccola Città dei Cavalli anzitempo. La piazza, solo per gli occhi di pochi forestieri, s’improvvisa teatro di una festa di cavalli bardati e calessi dipinti a mano, un brulicare di speroni, voci, nitriti, code intrecciate che si agitano e crini solleticati dal vento, con il beneplacito di San Michele, patrono di Noha, che dall’alto del cielo, dalle due statue conservate nella chiesa e dalle edicole affrescate ai crocicchi delle vie, sorride e si compiace della natura dei suoi protetti, così inclini alla convivialità e sempre pronti a fare festa. A spasso sul traino, con Totò, Peppino, Emanuele, Igor, Rubino, lo splendido Kibli e gli altri cavalli, tutti disciplinati che si lasciano tentare dai grandi spazi, solo arrivati presso gli sterminati prati in fiore, si schiude piano un mondo sparito, che sonnecchia sotto il sole caldo sui tetti bianchi delle case mentre dalle finestre appena socchiuse si diffonde il profumo di cose buone. È quasi mezzogiorno, infatti, l’ora di pranzo qui. I carretti, però, trottano ancora, lungo la piccola Noha sempre diversa e che, dall’alto di un calesse, sembra davvero infinita.

(fonte http://www.quisalento.it/pagine/luoghi68.html)

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Di Albino Campa (del 10/07/2011 @ 23:35:27, in Letture estive, linkato 2761 volte)

Bianca come il latte, rossa come il sangueBianca come il latte, rossa come il sangue, Alessandro D’Avenia, Mondadori, 2010, pp. 254, € 19,00

Tempo di lettura: 1 giorno, 3 sono troppi

Lettura consigliata. Ma non aspettatevi nulla di eccezionale.

Le pagine scorrono veloci sotto gli occhi; i capitoli si rincorrono freneticamente e senza affannarsi troppo si riesce ad arrivare sino alla fine del romanzo. Peccato che, una volta chiuso e riposto nello scaffale, di lui rimanga solo il ricordo del fastidioso struscio della carta contro le dita, monotono sottofondo di questa rapida prima lettura estiva. Poca musica quindi, solo un leggero brusio interrotto a tratti da timidi singhiozzi di letteratura. Un disco rigato, purtroppo.

Tuttavia ve ne consiglio la lettura, soprattutto se avete letto e amato “La solitudine dei numeri primi”. Di sicuro la storia di Leo, il solito giovane adolescente in crisi, farà di nuovo breccia nel cuore dei “matematici solitari”, e infastidirà non poco i cercatori di novità letterarie, che ahimè, ignari del fatto che il giovane prof. D’Avenia sia stato osannato come il nuovo Paolo Giordano, ne hanno intrapreso la lettura.

La ricerca linguistica è nulla: frasi brevi, sintatticamente banali, interrotte da una poesia scontata. “Ogni cosa è un colore. Ogni emozione è un colore. Il silenzio è bianco. Il bianco infatti è un colore che non sopporto: non ha confini”. (pag. 9) Poi si scopre che per fortuna stiamo leggendo i pensieri del giovane adolescente protagonista della storia e non quelli del professore D’Avenia. Attenzione però a non cadere nell’errore di ridurre un ricercato lavoro d’interpretazione del mondo adolescenziale, quale vorrebbe essere quello del D’Avenia, alla solita sceneggiatura targata “Moccia”, fatta unicamente di slang, degli irrinunciabili Google, i-Pode, T9, del classico rifiuto delle regole, dell’ostinata ricerca dell’ignoranza, di banali frasi d’amore, dell’immancabile odio verso adulti, scuola e il mondo tutto, e nient’altro.

Da educatore e quindi profondo conoscitore del mondo adolescenziale, il professore (che si intrufola nel romanzo sotto le sembianze del Sognatore, un supplente di storia e filosofia con un’innata passione per l’insegnamento),  ha il buon senso di aggiungere al mondo “mocciano”, o “giordano” che si voglia, quel tocco di intelligenza ai personaggi, quella spensierata meraviglia che permette di interrogarsi sulle cose del mondo, sul dolore o sul significato della conoscenza (due aspetti chiave del romanzo).

Elementi questi, che conferiscono alla storia quel pizzico di originalità che mi permette di consigliarvene la lettura. Nonostante tutto.

Michele Stursi
 
Di Redazione (del 31/07/2019 @ 23:33:05, in Comunicato Stampa, linkato 213 volte)

La gestione dell’ex Convento di Santa Chiara è scandalosa. Dopo le mie numerose denunce e segnalazioni, fatte anche al prefetto di Lecce e alla Corte dei Conti, oggi aventi diritto sono ospitate nella struttura, ma l’amministrazione Amante continua a gestire quel posto come fosse una dependance a suo uso e consumo. Dopo i rifiuti rimasti per una settimana all’interno, “regalo” di un evento musicale inserito nella rassegna “A cuore Scalzo”, nella tarda serata del 30 luglio è intervenuta una volante della polizia dopo aver ricevuto la segnalazione che nell’edificio da qualche sera entra un uomo, aprendo con la chiave, ma lo stesso non figura tra gli ospiti.  Gli agenti non hanno trovato traccia di questa persona. Forse si era ben nascosta o era fuggita all’arrivo delle forze dell’ordine. Gli agenti hanno rilevato la presenza degli ospiti e tra questi un uomo che avrebbe dichiarato di essere custode e giardiniere della struttura.

Non essendoci traccia di atti che attribuiscano a questa persona questo ruolo mi chiedo a quale titolo occupi un posto letto sottraendolo a chi ne ha diritto e se l’amministrazione Amante ha provveduto alla doverosa comunicazione alla polizia, delle persone presenti nella struttura, come prevedono le norme vigenti. Mi chiedo anche chi ha fornito al non identificato ospite la chiave per accedere all’interno.

Ad allargare il campo della dissennata gestione di un bene pubblico recuperato grazie ai fondi comunitari e destinato a Centro Sociale Polivalente, Comunità alloggio per gestanti e madri con figli a carico, Comunità educativa per minori, Centro di ascolto per famiglie e servizi di sostegno alla famiglia e genitorialità (quindi non è prevista l’ospitalità di uomini), c’è la scelta dell’amministrazione di riservare parte degli spazi a eventi. Ritengo sia un’opzione illegittima, ma in ogni caso dovrebbero almeno preoccuparsi – dopo ogni evento – di ripristinare lo stato dei luoghi, pulizia compresa. Invece non se ne sono preoccupati, limitandosi a circostanziare unicamente l’allestimento e il disallestimento dell’area concessa in uso, ma non la pulizia. Così le ospiti hanno dovuto convivere per una settimana con i rifiuti, in un periodo peraltro di alte temperature. È evidente che il sindaco Amante e la sua maggioranza detengono il primato della peggiore amministrazione che abbia governato Galatina.  

Il consigliere di opposizione della Lista De Pascalis

Giampiero De Pascalis

 
Di Redazione (del 05/06/2019 @ 23:30:07, in Comunicato Stampa, linkato 395 volte)

Domenica 9 giugno, alle 9.40 su Rai 1, “Paesi che vai…” farà tappa in Salento, sulle tracce del Barocco!

L’Assessore al turismo Nico Mauro esprime soddisfazione ed afferma:
La narrazione del “morso delle taranta” sarà centrale nel focus su Galatina e ci permetterà di promuovere la Città in vista della festa dei Santi patroni Pietro e Paolo, di accrescere l’attrattività delle nostre bellezze architettoniche e delle prelibatezze dolciarie e gastronomiche.
Continuiamo a rafforzare l’immagine del nostro territorio e non possiamo che essere orgogliosi dell’attenzione che la televisione nazionale e le riviste di settore dedicano a Galatina.

Livio Leonardi, ideatore e conduttore del seguitissimo programma - medaglia d'oro della società Dante Alighieri per la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo -, prenderà per mano il suo affezionato pubblico portandolo tra i gioielli dei centri storici delle città di Nardò, Gallipoli, Galatina e Galatone, all’insegna di una corrente artistica raffinata e spettacolare, dalle forme elaborate e avvolgenti.

Indagando nel cuore di queste città, autentico scrigno di tesori, il racconto di Livio Leonardi si arricchirà di storie e curiosità, sospese tra profonda religiosità e credenze popolari: ovviamente, con il consueto linguaggio fiabesco che da sempre caratterizza lo storico programma dai grandi ascolti tv.
 
Ma non è tutto e l’arte, come sempre, non sarà l’unico filo conduttore. Lungo il viaggio di Leonardi, esplorando tra distese di ulivi secolari, scopriremo gli antichi segreti della tradizione, legati alla produzione di un olio pregiatissimo. Le vaste campagne fertili, che valsero a questa terra l’appellativo di “Granaio d’Europa”, ci condurranno poi - tramite i protagonisti incontrati da Leonardi, che rappresentano parte delle eccellenze del territorio - sulle tracce della produzione della pasta e di alcune prelibatezze gastronomiche locali.

E infine, Livio Leonardi condurrà il suo pubblico alla scoperta dell’area mediterranea che la CEE ha definito “sito di interesse comunitario” per importanza ambientale, fin nelle profondità dei rigogliosi fondali marini.

Ufficio stampa Marcello Amante

 

Eccovi di seguito un pezzo tratto da 'il Galatino', Anno XLV, n. 13 del 13 luglio 2012. Il nostro concittadino Biagio Mariano ha sfilato insieme a tante altre persone per cercare in qualche modo di abbattere il muro di omertà che ancora oggi oblitera la verità sul caso di Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, scomparsa in circostanze misteriose nel 1983.

Carissimo Direttore de “il Galatino”, il fratello di Emanuela Orlandi, è stato il primo firmatario della seguente Petizione al Papa per chiedere il suo aiuto: “Sua Santità, mi rivolgo a Lei nella sua duplice veste di Capo di Stato e di rappresentante di Cristo in Terra per chiederLe di porre in essere tutto ciò che è umanamente possibile per accertare la verità sulla sorte della Sua connazionale Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma il 22 giugno 1983. Il sequestro di una ragazzina è offesa gravissima ai valori religiosi e della convivenza civile: a Emanuela è stata fatta l’ingiustizia più grave, le è stata negata la possibilità di scegliere della propria vita. Confido in un Suo forte e ispirato intervento perché, dopo 28 anni, gli organi preposti all’accertamento della verità (interni ed esterni allo Stato Vaticano) mettano in atto ogni azione e deliberazione utili a fare chiarezza sull’accaduto. Un gesto così cristiano non farebbe che dare luce al Suo altissimo magistero, liberando la famiglia di Emanuela e i tanti che le hanno voluto bene dalla straziante condanna a una attesa perenne. Sono stato informato che il 21 gennaio 2012 alle ore 16 si incontravano a Roma, in piazza Sant’Apollinare, davanti alla Basilica che scandalosamente ospita la tomba di un criminale, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di combattere omertà e silenzi. La sepoltura del boss De Pedis in un luogo destinato a papi e cardinali ritengo sia il vero snodo dell’intreccio tra Chiesa, Stato e criminalità che ventotto anni fa si è portato via mia sorella Emanuela. Per questo è anche da lì che passa la nostra battaglia. Vi chiedo di esserci, numerosi, e vi rinnovo il mio sentitissimo ‘grazie’ per il sostegno e il conforto che mi avete già dato. Mi rivolgo soprattutto a chi abita a Roma, ma ovviamente accoglierò con commozione chi decida di dimostrarmi solidarietà partendo anche da lontano: più saremo a Sant’Apollinare, più verità e giustizia saranno vicine”.

A quella manifestazione non  potetti partecipare. Successivamente sono stato informato che il 27 maggio 2012 alle ore 9,30 a Roma da Piazza del Campidoglio partiva la “Marcia per Emanuela” diretta a Piazza San Pietro e ho deciso di essere presente e manifestare a favore della  Verità e della Giustizia. Così mi sono rivolto alla signora Annunziata Carallo ved. Mariano per preparare uno striscione di stoffa sul quale dovevano esserci i tre colori della bandiera italiana ossia: fondo bianco, scritta Noha sul rosso e scritta Lecce sul verde. Così la bravissima e generosa Nunziatina  ha preparato lo striscione gratis mettendo anche la stoffa e che ora io approfitto per ringraziarla di cuore e per dirle brava. Ho scaricato da inernet la foto di Emanuela  alla quale ho posizionato due elastici che sono serviti per infilarli alle braccia, ho preso il volo Brindisi-Roma Ciampino e sono andato a manifestare.

Ho passato una piacevole mattinata romana insieme a mia figlia Enrica ed in compagnia delle belle signore Cecilia e Renata, una romana e l’altra genovese, che hanno voluto unirsi a noi e manifestare. In Piazza San Pietro poi ci siamo incontrati anche con l’atra mia figliola Carmen e con suo marito Sandro. Abbiamo marciato per la dignità di questo Paese e per la credibilità della Chiesa.

Voglio ringraziare di cuore la signora Cecilia che si è offerta volontaria a tenere insieme a me lo striscione con la scritta NOHA – LECCE da Piazza del Campidoglio a Piazza San Pietro. Ammirazione e ringraziamento vanno dati anche alla signora Renata che, una volta rientrata a Genova, ha stampato quattro bellissime foto, ha preso carta e penna e mi ha scritto: “caro Biagio, chissà se riusciranno ad arrivarti queste belle foto, sono un bel ricordo della manifestazione per Emanuela Orlandi che ha avuto grande risonanza sui giornali e in TV. Continuiamo a combattere per lei e la sua famiglia e a non mollare MAI, come è scritto sullo striscione”.

Ha inserito tutto in una busta sulla quale ha scritto “Signor Biagio (non ho indirizzo ma sarebbe importante riuscire a recapitarla)ha preso parte a Roma alla manifestazione per Emanuela Orlandi - NOHA 73012 Galatina LECCE” e l’intraprendenza della determinata Renata è stata premiata da Poste Italiane perché il portalettere, dopo aver accertato che il Biagio ero io ha consegnato la busta. Complimenti Renata.

Domenica 27 maggio in Piazza del Campidoglio a Roma eravamo in tanti e abbiamo potuto ascoltare gli interventi di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela (speriamo che Benedetto XVI possa unirsi a noi nella preghiera), il Sindaco di Roma Alemanno che ha affermato “Tra pochi giorni la salma di De Pedis sarà portata al  Verano”,  il Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti “Serve giustizia” e l’on. Walter Veltroni “Storia sporca, fiducia nei magistrati”.

Una gigantografia con la foto e la scritta “Verità per Emanuela Orlandi” campeggia da quel giorno in Piazza del Campidoglio da una finestra dei musei capitolini. È iniziata così la marcia che ha attraversato il centro di Roma, fino ad arrivare a San Pietro per chiedere “giustizia” su un mistero che accompagna la storia italiana dal 22 giugno 1983 e riesploso negli ultimi mesi sulla spinta delle iniziative promosse dai familiari, dall’opinione pubblica e dalle notizie arrivate dall’inchiesta. Peccato che il Papa all’Angelus quel giorno non ha ritenuto opportuno dire una sola parola su Emanuela Orlandi.

Con la stima di sempre, La saluto cordialmente Biagio Mariano

Caro geometra Mariano, la sua partecipazione alla manifestazione romana a favore di Emanuela Orlandi è un atto di grande sensibilità. Tra le tragiche vicende italiane che attendono ancora una risposta vi è sicuramente anche quella relativa a Emanuela Orlandi per la quale non solo i familiari sono angosciosamente provati, ma la nazione intera. Speriamo che quella manifestazione e tutte le altre che verranno possano far luce su una pagina buia dell’Italia del ventesimo secolo. La saluto r.m.

 
Di Marcello D'Acquarica (del 12/01/2014 @ 23:27:36, in Cimitero, linkato 2080 volte)

Non ci sono santi che tengano, il silenzio nel cimitero di Noha, regna sovrano. Sarà per questo che mi vien voglia di parlare. Magari a bassa voce, come se ad ascoltarmi fossero le coscienze. Devo fare in fretta a scegliere il mio primo interlocutore, perché appena varcata la soglia d’ingresso e infilato il primo corridoio a destra, le voci mi assalgono e non so a chi dare retta per primo senza rischiare di far torto a qualcuno. Sono così tanti gli anni che ripasso a mente le centinaia di storie di questa gente, tutta del mio paese, che a volte le confondo con la realtà. La memoria che fa quel che può, e così finisce che ripeto sempre le stesse cose: della disuguaglianza fra chi è ricco e chi no, fra un semplice contadino e un cavaliere titolato, fra un giovane e un vecchio, fra una vergine e un’impura, fra un santo ed un peccatore. Poi però mi viene lo scrupolo e mi chiedo: “Ma i fatti degli altri mi riguardano o no?”.  Ho letto da qualche parte che il credente si differenzia dal non credente perché si preoccupa degli affari altrui. Non vorrei passare per quello che invece, si occupa solo dei propri. Ma qui le differenze fra la condizione morale e sociale dei residenti è eloquente, cioè nessuna. Seppur con il dovuto rispetto cerco di dare a tutti una giusta considerazione. Anche a chi non ha più né volto né nome, a chi magari denuncia solo più  la data di nascita, come se dovesse ancora morire e resiste nonostante lo abbiano costretto in una celletta piccina come la gabbia del gatto di donna Elvira che, quando va in vacanza, oltre a portarsi dietro i biscotti al tonno, lo veste come se fosse lo Scià di Persia. Dico io, ma dove siamo arrivati? La prossima volta, se mi riesce nasco gatto, o cane. Eppure, nonostante l’oggettività delle cose, la disuguaglianza fra eguali la si calpesta passo dopo passo, pure se non alzi lo sguardo, tanto è radicata in questo paese. E’ inutile qui riferirsi alle noiose manifestazioni di disaffezione del bene comune, che differenzia il centro dalla periferia, come dire Noha, Collemeto e S. Barbara da Galatina, tanto sarebbe aria fritta. Si dice anche: raglio d’asino non va in cielo.

Cerco di evitare gli sguardi di chi pare voglia trattenermi e proseguo salutando tutti i miei amici: quello morto annegato, quell’altro squarciato da uno scontro violento con una corriera sulla via del mare, Alfredo, che voleva volare sul velo dell’acqua ma fu tradito dall’onda, Giuseppe che vestiva come un ricco capitano di ventura, la zia dell’orzata, Giovanna della vacanza al mare, la Cetta che confondeva il casco da moto con quello delle banane, Nino il sindaco, Raffaele il collezionista di auto di lusso, Luigi il francese, gli zii, i nonni, i sordi e gli ambulanti, i coscritti, i giovani e i non più giovani. In sostanza qui si è trasferito più di mezzo paese. Tutti sempre vivi in quell’attimo che li ha immolati nell’eternità. Quella a cui ambiscono i vivi, o i non morti, come me. Le classi sociali sono tutte ben rappresentate, come nella famosissima “A livella” di Totò. Eppure qualcosa stona in maniera stridente. Ma che cosa? 

Eccola là! La metropoli. Il cimitero monumentale di Noha, una città nella città. E poi dicono che mancano i loculi. La mandria che macina il prato, lo stesso che timidamente resiste per difendere poche croci di ferro arrugginite, numerate e guarnite con fiori di plastica scoloriti dal sole, senza né volti, né date, né nomi. Nulla. Se non la bellezza dell’erba e i fiorellini di campo che crescono sui resti dei nostri militi ignoti. La necropoli, è la persecuzione di una assurda volontà di voler apparire diversi anche quando tutto finisce. Di voler gridare l’infinita voglia di restare attaccati a questo mondo meraviglioso che però non demorde, e lentamente si riprende ciò che gli appartiene. Compresa la nostra stessa vita. La mia corsa nei viali laterali termina così in un labirinto di sontuose cattedrali, chiese e templi marmorei, dai cancelli lussuosi e spesso sbarrati a chiave, segno di una paura che condiziona solo i vivi non certo altri. Entro dove si può, dove si è dato a chiunque il permesso di pregare. E parlo. Parlo sommessamente cercando di non stonare la melodia di questo straordinario concerto di fine anno. E ascolto le voci di chi, in questo mondo vellutato, risponde a volte con un fremito del vento, a volte con un cinguettio. Dentro, sento battere non solo il mio cuore. All’interno di questa quiete si vivono straordinarie emozioni, fuori di qua, senza le emozioni, si muore. Le ore volano e nella loro scia trascinano con sé le ombre frettolose dei ritardatari, di chi non ha tempo da perdere e se ne fugge quasi furtivo, raffazzonando uno strampalato segno della croce, sincronizzato con una incerta genuflessione che forse, egli crede, lo salverà dalle fiamme dell’inferno. Raggiunta la soglia, mi volto anche questa volta verso l’interno del cimitero e, con un semplice inchino della testa, sorrido a questa meravigliosa verità.

Marcello D’Acquarica

 
Di Albino Campa (del 10/01/2007 @ 23:26:42, in PhotoGallery, linkato 4219 volte)
"Eccovi alcuni flash della galleria che è anche la bottega di Paola Rizzo, ubicata nel cuore di Noha, in via Castello. Le foto qui riprodotte sono appena una parte della produzione di Paola e solo una pallida idea della bellezza dei quadri che invitiamo tutti ad ammirare di persona. I quadri qui riprodotti sono corredati da un piccolo componimento di Antonio Mellone"
 
Gli ulivi nei quadri di Paola Rizzo
 
I primi ad accoglierti nella bottega di Paola sono loro,
gli ulivi, impressi per sempre nella tela,
illuminati da fiotti di luce,
scaturiti da un pennello come una carezza.
Sono forza, longevità, lavoro di padri con calli alle mani.
Serbano ricordi di parole e leggende antiche e belle,
sono l’olio della poesia, mistero della vita,
essenza della pietà. E della sensualità.
L’ulivo di Paola s’inchina all’uomo,
che vuole vivere, danzare, volare e non smettere d’amare. Mai.
 
Antonio Mellone
 
 Clicca per visualiazzare la photogallery
 
Di Marcello D'Acquarica (del 11/01/2013 @ 23:21:53, in NohaBlog, linkato 2452 volte)

Cara amica ti scrivo e siccome l’anno è passato, di terra ancora ti parlerò. “Questo tuo libro - mi dici quasi sussurrando, - è presa di coscienza”. Parlare di coscienza per te è sacro. Mi sembra che tu abbia paura che qualcuno ci senta e pensi di te come ad una persona all’antica e lo bisbigli piano. Lo ripeti ancora che è presa di coscienza, a voce bassa . La coscienza, questa sconosciuta, è:

 …una grossa novità, l’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va.
Continua così la canzone poesia del grande Lucio: “L’anno che verrà”. Poi ti fai coraggio e annunci ai nostri 25 amici che: “Cultura è solidarietà incondizionata, è educazione, è la famiglia, è l’esperienza degli anziani, la salute pubblica, l’acqua, l’aria, la terra, la scuola, i sentimenti, la condivisione, l’attenzione all’altro, il sacrificio per il bene comune, l’amore disinteressato, non discriminante”.

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione…
Si la trasformazione. Quella che molti amano esteriorizzare a spese della povera gente, dei giovani e del loro futuro.

…e tutti quanti stiamo già aspettando.
Cara amica mia, la presa di coscienza è scivolosa, è su di una strada irta di asperità, lunga quasi quanto una vita. Non sempre si compenetra con le ideologie. Le ideologie, che siano religiose o politiche, sono sempre sani principi, peccato però che ognuno le confonda con la propria im-maturità. Che delusione.
Cara amica mia, Marco è un ragazzo di Noha ed ha 27 anni. Suo papà ha fatto enormi sacrifici per farlo studiare all’università di Pistoia. I sacrifici di suo papà non sono briscole, tu sai che parliamo di rinunce forti, di denti rotti, di malanni trascurati, di mani gonfie, di ossa doloranti e di rughe profonde.
Mica come i sacrifici che (non) fanno i falsi profeti e seguaci di questa crescita infelice che mostra oggi più che mai tutta la sua impotenza. Quando un padre di Noha fa sacrifici è davvero sudore e sangue. Marco sognava di trovare un lavoro, ha studiato con profitto perché sperava. Adesso ha capito, dice guardandomi quasi con rabbia, che la colpa di questo suo fallimento è nostra. E indica me con l’indice della sua mano destra. Mi ferisce come con una pugnalata. Poveri figli nostri. Allora fanno bene tutti quei giovani come Tommaso, Anita, Antonella, Antonio, Tonino, Oreste, Alfredo, e tanti altri ancora, tutti laureati, mica "choosy" come si ostina a crederli qualcuno, a stendere nella piazza di Galatina i loro striscioni di protesta contro quest’ennesimo atto di bieca stupidità.

…ogni Cristo scenderà dalla croce…
Ho chiesto al mio Vescovo di invitare  i suoi sacerdoti, in nome del Vangelo, a condannare chi inquina senza scrupoli, facendo morire di malattie i miei amici. Gli ho chiesto di aiutarmi a capire chi sono i mercanti da cacciare dal Tempio, se quelli che gridano in difesa della salvaguardia della terra o chi si affanna a spargere tonnellate di morte nelle nostre campagne? Chi sono i violenti? Quelli che distruggono la Val di Susa e la sventrano con i carri armati o le famiglie che vi si oppongono disarmate in nome del dialogo?
Che tristezza amica mia.
Dagli altari nessun monito in difesa della terra che è la vita, che è Dio. Anzi spesso si tace e (ahimè) a volte si vuole  perfino far tacere.

Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno…
Per adesso stanno crocifiggendo la nostra terra. Nostra, ma soprattutto dei nostri figli e nipoti. Gli alberi di ulivo di mio zio, si lo zio Santo, Marti Santo, classe 1918, sono poco distanti da contrada Cascioni, temono la morte che scava, scava e cola cemento, ne sentono l’odore. A guardarlo ti si riempie il cuore di amarezza. Zio Santo, e prima di lui quattro secoli di famiglie, ha passato tutta la vita crescendo i suoi figli con molta dignità avvinghiato come l’edera a quegli ulivi che si ricordano della sconfitta dei Saraceni. Oggi è vecchio, onorevolmente vecchio. Vede poco, solo ombre, con cui rivive e racconta il suo passato. E’ quasi sordo, a volte piange altre volte sorride e quando canta la dentiera balla a ritmo della sua canzone.
Che dolcezza amica mia.

Anche i muti potranno parlare e i sordi già lo fanno.
Al consiglio comunale di Galatina e anche di Rivoli, la città in cui risiedo, tutti si riempiono la bocca di crescita, di ricadute occupazionali, di rilancio dell’economia. Ai suoi tempi chi aveva gli alberi di ulivo non andava via, restava a casa. Adesso non servono più, dicono che con l’olio non ci si guadagna più e la crescita felice richiede sacrifici. Felicità e sacrificio, due significati incompatibili. Allora via tutto, anche se ci sono voluti secoli per farli diventare opere d’arte, al loro posto è meglio un grande centro commerciale. Centro fuori dal centro e commerciale per pochi. Lo chiamano megaparco, grande parco, così si tacita la coscienza. Quanto durerà questo delirio, quanto lavoro darà questo scempio? Quanto, amica mia.

E senza grandi disturbi qualcuno sparirà.
Già.. quanti giovani e quanti Giovanni! Il dottor Serravezza e la sua splendida squadra di medici e infermieri che io stesso ho visto all’opera con grande umanità e calore mercoledì della scorsa settimana, al quarto piano, nel reparto di oncologia dell’ospedale di Casarano, continuano  imperterriti a curare i nostri cari ammalati di tumore, e con che amore li curano!  Da anni scrivono  del più alto tasso di mortalità per colpa del cancro nell’area tagliata dall’asse Lecce Maglie.  
Chi e cosa porta la morte fra la nostra gente, dottor Serravezza? E se fosse proprio colpa di questo falso  progresso? Per favore, aiutaci a capire.

Vedi cara amica cosa si deve inventare… per continuare a sperare.
Cara amica ti scrivo e del dolore della mia coscienza ancora ti parlerò  …e più forte ti scriverò.

Grazie Giuliana, grazie Lucio.

Marcello D’Acquarica

 
Di Marcello D'Acquarica (del 17/09/2014 @ 23:21:24, in I Beni Culturali, linkato 2232 volte)

Il confronto o paragone è il metodo più diffuso per valutare un bene o un valore. Non è raro sentir dire, anche da assessori o personaggi di spicco nostrani, che Noha è parte integrante di Galatina.

Sostenere che Noha è di fatto parte sostanziale di Galatina ci fa piacere e ci porta immediatamente a farne un confronto positivo, dato anche il fatto che Galatina è ormai nota come ai più (forse meno ai galatinesi) come città d’arte. Peccato però che lo si dica soltanto quando non se ne può fare a meno (e soprattutto senza pensarlo).

Io sono il primo a dire che ci sono problemi ben più gravi che vanno affrontati con urgenza, come quello dell’inquinamento della terra e dell’aria e di conseguenza dei cibi che mangiamo, quello del consumo del territorio, della disoccupazione, delle piste ciclabili senza biciclette, delle scuole (incluse quelle senza cabina elettrica), eccetera, eccetera. Ma è ovvio che tutto nasce dalla nostra capacità di fare proprio il pensiero dell’aver cura del territorio in cui viviamo. Se capiamo l’importanza di questo il resto viene da sé.

Adesso passiamo alla sostanza, e cioè alle cosiddette "casiceddhre" di Cosimo Mariano, mastro costruttore di Noha, (Nato a Noha nel 1882 e morto a Galatina nel 1924 - cfr. anche L'Osservatore Nohano, n. 6, anno II, 9 Settembre 2008).

Da quel che si vocifera in giro, pare che lo stabile "case di Corte" su cui sono state costruite le nostre casette, sia passato ad altra proprietà, diversa dalla società immobiliare della famiglia Galluccio, ultima erede di una nobiltà deposta dall'abolizione della feudalità effettuata dai napoleonidi nel 1806. Oggi non ci è dato di conoscere il destino delle casette, ma è evidente che presto l'intero fabbricato diventerà un mucchio di macerie. Basta osservare le crepe delle mura laterali prospicienti la strada (vedi foto e confronta).

Inoltre non ci vuole molto a capire che in soli sei anni (2008 - 2014) il degrado è cresciuto e molti pezzi dell’artistico manufatto sono letteralmente scomparsi.

Vi ricordo che è ancora aperta la raccolta delle firme on-line per l'intervento FAI (Fondo Ambiente Italiano). La raccolta delle firme si può anche effettuare presso alcune attività commerciali di Noha. 

Ora vorremmo chiedere alla “nuova” proprietà cosa avrebbe intenzione di fare, e soprattutto se ha a cuore un pezzo dell’identità, della storia e della cultura nohana, ovvero se le casiceddhre con il passaggio di proprietà sono semplicemente transitate dalla padella alla brace

Marcello D’Acquarica
 
Di Redazione (del 22/02/2017 @ 23:19:56, in Comunicato Stampa, linkato 1077 volte)

Sabato 25 Febbraio, ore 10:00 si svolgerà presso la Sala Pollio - Via Vito Vallone - c\o Chiesa di San Biagio - Galatina l'evento di consegna di 3 DEFIBRILLATORI e 6 corsi BLS-D ai 3 Istituti Comprensivi Polo 1, Polo 2 e Polo 3 di Galatina. La donazione è frutto del taglio degli stipendi dei consiglieri regionali M5S Puglia e si inserisce nel percorso iniziato a giugno 2015 con la decisione partecipata avvenuta online, di destinare attrezzature e apparecchiature sanitarie al territorio pugliese.

http://www.consiglio.puglia.it/dettaglio/contenuto/43946/Restitution-day--M5S---Dal-taglio-stipendi-il-nostro-dono-per-i-bimbi-pugliesi-ammalati-

La prima tappa è stata il 6 ottobre 2016 presso l'ospedale San Paolo di Bari, poi si è proseguito con l'ospedale Santissima Annunziata di Taranto, Gallipoli, Lecce e tanti altri sino a giungere a Galatina. L'occasione dell'evento ha come scopo l'informazione della cittadinanza di Galatina della disponibilità sul proprio territorio di attrezzature salvavita. Sono invitati all'evento i Dirigenti Scolastici, il Primario di pediatria dell'ospedale Santa Caterina Novella di Galatina, il Commissario prefettizio, i comandanti di VV.UU., PS e CC, le associazioni sportive, medici di medicina generale, i pediatri e saranno presenti i consiglieri M5S Cristian Casili e Antonio Trevisi.

Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Attivisti 5 Stelle Galatina 

 
Di Albino Campa (del 17/12/2011 @ 23:19:52, in Comunicato Stampa, linkato 1719 volte)

Associazione “Città Nostra”, nel nome della continuità organizza la seconda raccolta di giocattoli nuovi e usati (in buone condizioni), con lo scopo di inviarli e distribuirli ai bambini galatinesi e del territorio. Non è richiesto alcun oggetto in particolare, tutto ciò che può donare un sorriso a un bambino è benaccetto.

 La raccolta di beneficenza sarà effettuata da sabato 17 fino a mercoledì 21 dicembre 2011, dalle ore 18.30 alle ore 20.30. Il punto di raccolta sarà la sede dell'associazione, in Via Umberto I, 29 a Galatina.

Tutti i giocattoli raccolti, saranno distribuiti alle comunità parrocchiali galatinesi ed alle associazioni con cui “Città Nostra” è già in contatto o a quanti vorranno contattarci per farci avere la loro disponibilità.

Donare  un piccolo oggetto, magari un giocattolo che i nostri figli non usano più, potrebbe voler dire regalare un sorriso, dare un senso diverso al nostro Natale e a quello di bambini meno fortunati.

Sarebbe per noi un piccolo gesto, che  riempirebbe il cuore di tutti.

 Info: 331 1800400

Email: associazionecittanostra@live.it

 
Di Albino Campa (del 27/06/2011 @ 23:16:26, in NohaBlog, linkato 3030 volte)

Eccovi di seguito il primo di due articoli a firma di quel "mangiapreti" che risponde al nome di Antonio Mellone apparso nel volume: AA.VV., Giudizi sull'opera e l'eco della stampa - D. Mario Rossetti - Un sacerdote della comunità galatinese, Panico Editore, Galatina, 2011

Non ricordo più l’occasione in cui ho conosciuto don Mario Rossetti. Ho ben chiaro soltanto che l’amicizia che mi lega a questo giovane prete che sta per celebrare sessant’anni di messa è come se ci fosse sempre stata.

 Mi sovviene il fatto che anni fa un mio amico di Noha, Marco D’Acquarica, un tecnico elettromeccanico esperto di campane e campanili, mi disse di essere stato contattato per dei lavori alla torre campanaria della chiesa di Santa Lucia di Galatina. Servivano alcune riparazioni all’orologio e all’automazione elettrica dei marchingegni che producono i rintocchi delle campane di quel tempio, e soprattutto la loro messa in sicurezza. Ricordo che in quel periodo, curioso com’ero (e sono), su mia richiesta salii con lui su quel bel campanile e ricordo anche di avervi visto e toccato con mano una vecchia campana un po’ “rosicchiata” sull’orlo: era la campana di Pietro Olita del 1850, di cui avevo già letto qualcosa in una delle guide verdi su Galatina edite da Mario Congedo. Mi disse anche che il rettore di quella chiesa era tale don Mario Rossetti: “…una persona squisita, propriu nu bravu cristianu, ‘na pasta de mendula”, un sacerdote che, tra l’altro, era rimasto molto contento della sua opera alle campane, all’orologio e a tutto il resto, e che – cosa non sempre scontata, anche in ambienti ecclesiali – aveva pagato puntualmente fino all’ultimo centesimo tutto il lavoro addirittura ancor prima che fosse terminata la sua esecuzione.
 Così continuava a dirmi Marco: “Non solo: oltre ad offrirmi ogni giorno il caffè al bar, alla fine dei lavori don Mario mi ha anche regalato un libro sulla chiesa di San Sebastiano. Cuarda cce bellu!”. E mi consegnò (in prestito) un bellissimo testo con copertina e custodia rigida, rilegatura in tela blu e sovra-copertina con le immagini a colori di San Sebastiano. Questo volume dal titolo “La parrocchia di San Sebastiano Martire in Galatina” era scritto e curato da don Mario Rossetti stesso ed era uscito dai torchi di Panìco, editore galatinese, nel 1996. Ma al bibliofilo, come il sottoscritto “si crede di essere”, pur non sfiorando la bibliomania, non basta la consultazione di un testo, è necessario anche il possesso del libro ricercato, possibilmente da annoverare tra le altre “conquiste” da inserire nella propria libreria o per dirla ampollosamente biblioteca privata. Chi vuole ottenere qualcosa, se s’impegna, alla fine quasi sempre consegue l’obiettivo. Sicché, davvero non so come, da lì a poco riesco ad avere questo libro tutto per me.
 Ma i libri sono come le ciliegie, uno tira l’altro, e nel 2008 ricevo dalle mani dello stesso autore don Mario anche lo stupendo: “La chiesa di Santa Lucia in Galatina”, libro che poi recensii su “il Galatino” del 29 febbraio 2008, esaltandone il profumo. Sì, i libri hanno un loro caratteristico profumo. In quel caso il profumo gradevolissimo non era soltanto quello della carta e della stampa: in quelle pagine c’era (ed io lo sento ancora) anche il profumo dell’incenso, il profumo dei fioretti e delle rose (come quelle di Santa Rita che nel mese di maggio si distribuiscono ai fedeli galatinesi), il profumo della terracotta e della ceramica con cui furono impastate le statue che si affacciano benedicenti dalle nicchie del frontespizio della chiesa, il profumo del sudore di chi costruisce chiese, restaura, tinteggia pareti di opere parrocchiali, e infine il profumo di chi fatica senza mai dare segni di stanchezza, e semina per poi lasciare agli altri il raccolto: proprio come usa fare don Mario.   
 Da allora (sebbene saltuariamente) incontro don Mario nella sacrestia della sua chiesa di Santa Lucia. Ci scambiamo volentieri alcuni punti di vista e sovente alcune pubblicazioni. Io gli ho donato qualche libercolo scaturito dalla mia penna (a volte incontinente) come quei volumetti che hanno quali “personaggi ed interpreti” proprio dei preti. Pur non essendo un “clericale” (ma quando il diavolo si diverte non ci puoi far nulla!) m’è capitato di scriverne addirittura tre: uno nel 2003 su “Mons. Paolo Tundo, arciprete di Noha”; uno nel 2007, per i tipi di Infolito Group, dal titolo “Scritti in onore di Antonio Antonaci” (su un altro gigante della cultura e della storia patria, vivo e vegeto, “il Monsignore per antonomasia”, come dice don Paolo Ricciardi), e, infine, impresso da Panìco nel 2008: “Il sogno della mia vita – appunti inediti, trascritti (all’insaputa dell’autore) ed annotati a cura di Antonio Mellone” (si trattò, in quest’ultimo caso, di un dono per i 60 anni di sacerdozio di don Donato Mellone, zio dello scrivente).
 Ho sempre detto a don Mario che non solo gli archivi parrocchiali, ma anche e soprattutto i cassetti privati dei sacerdoti (e invero di molti altri cittadini) sono pieni zeppi di lettere, immagini e documenti che sarebbe giusto e pio che diventassero in qualche modo di pubblico dominio, e questo da un lato ad maiorem Dei gloriam e dall’altro ad augendam scientiam.
 Purtroppo sovente molti di questi cassetti rimangono chiusi a chiave, e non saprei dire se a causa di una naturale ritrosia o non invece, più frequentemente, di una falsa modestia ovvero di una chiusura mentale che sfiora la gelosia delle proprie cose. Non è la prima volta, né l’ultima, che il sottoscritto – nel tentativo di richiedere documenti per poi scriverne, al fine di contribuire bene o male alla ricostruzione della micro-storia locale (la quale ormai ha la stessa dignità della macro-storia o storia generale) - ha sperimentato il “gran rifiuto”, che a volte lascia il retrogusto della porta sbattuta in faccia…
 In questo momento ho per le mani il menabò di un libro monumentale che sta per uscire dalle macchine del bravo Panìco Editore con il titolo: “Don Mario Rossetti – Un sacerdote della Comunità Galatinese”, scritto dalla prof.ssa Domenica Specchia, insegnante di Storia dell’Arte. Significa che, a semplice richiesta dell’autrice, don Mario non avrà sbattuto porte in faccia a nessuno ma aperto generosamente i suoi archivi e soprattutto il suo cuore a chi, con i suoi flash, sa dare un volto alla Storia (scritta ormai con la maiuscola).
 Ora, quando qualcuno ti consegna un menabò è come se ti stesse recapitando qualcosa di più di un libro finito e non qualcosa di meno. Ti sta dando, infatti, la possibilità di sfogliarlo in anteprima e anche possibilmente di metterci il becco, di darne un giudizio, di usare la penna rossa o blu ove dovesse occorrere. Ma diciamo subito che qui non c’è stato bisogno di usare né penna né matita: quelle poche sviste (croce e delizia di chiunque si accinga a scrivere) erano già state intercettate.
 Questo menabò in bianco e nero, dunque, è già bello, così com’è: ricco di inedite foto d’epoca con accurate didascalie, documenti introvabili altrove, informazioni sulla chiesa pre-conciliare (per dirne una, apprendiamo che per le confessioni o per una benedizione solenne con indulgenza plenaria un tempo non era sufficiente essere sacerdoti ma era necessario avere un patentino od un’autorizzazione scritta dall’ordinario diocesano), e sulla chiesa post-conciliare (con il nostro don Mario finalmente in clergyman): sono tutte tessere preziose del mosaico della vita di un uomo chiamato dal suo Dio a diventare Suo testimone, Suo sacerdote, Suo costruttore di chiese, attraverso l’utilizzo di mattoni, calce, cemento, certamente, ma soprattutto di “pietre vive”.
 E se è già bello il menabò, figuriamoci quanto magnifico sarà il “prodotto finito”.
 Domenica Specchia ha voluto produrre dunque uno “scritto in onore” di Mons. Mario Rossetti (io ho saputo che fosse un Monsignore soltanto dal risvolto di copertina dei suoi libri, e ne ho avuto la conferma dalle foto e dai documenti riprodotti in questo menabò: dai colloqui con don Mario non l’avrei mai saputo).
 Lo “scritto in onore” è un pizzico diverso dallo “scritto in memoria”. Lo scritto in onore è per chi è presente, per chi ti può ascoltare e leggere, è valore, è accortezza, direi anche lungimiranza, è vivere il tempo di una interpretazione autentica che si realizza attraverso il dialogo con l’interessato. Lo scritto in memoria invece è una anamnesi, un rincorrere chi non c’è più, un fargli sapere a scoppio ritardato che forse valeva la pena condividere con lui un tratto di strada. 
 Domenica Specchia sembra volerci dire con questo volume (questo insieme agli altri suoi, numerosi e belli) che certamente una città può ricordare un suo figlio con un monumento, con l’intestazione di una strada, con lo scritto, ecc.; ma perché non parlarne o scriverne finché si è in tempo? Perché non dire grazie a chi è ancora nostro prossimo? E “prossimo” non è chi è lontano, nel tempo e nello spazio; il prossimo è chi ci sta accanto; chi ci tocca, ci parla, ci ascolta ancora.
 Aggiungiamo a mo’ di conclusione di queste note, che gli scritti della Specchia sembrano nascere tutti da una convinzione secondo la quale la bellezza di un luogo (o di una persona) non “basta” se non è fissata su di un supporto: le parole e le immagini di una terra e dei suoi uomini, cioè, bisogna per forza sfregarle su una carta – anche stavolta a colori, bella e patinata – se no se ne volano.
 Accade spesso di ignorare i tesori a noi vicini, forse perché nascosti o forse perché su di essi non si è mai fermata la superficiale attenzione degli uomini, che cercano lontano le cose belle, proprio perché non sospettano neppure che esse siano tanto vicine a noi. Le opere d’arte galatinesi (architettoniche, pittoriche, scultoree, e soprattutto quelle umane e vive) sono tra le più belle del mondo, e non meritano le amnesie e la trascuratezza degli uomini, che in questi nostri tempi infausti sembrano attratti soltanto dai carrelli della spesa stracolmi di inezie o dalle televisioni di non so più quanti pollici sintonizzate dalla mattina alla sera su trasmissioni continue di corbellerie.
 Ecco perché è nato questo nuovo libro di Domenica Specchia: un bel catalogo su quell’opera d’arte che è la vita di don Mario.
 
Antonio Mellone
 
Di Antonio Mellone (del 13/10/2016 @ 23:11:21, in Eventi, linkato 2186 volte)

A Roma han detto finalmente di NO alle Olimpiadi del 2024. Quindi ora siamo liberi di organizzarne a bizzeffe ovunque, ma senza cementificazioni per invadenti “cittadelle dello sport”, senza indebitamenti di intere generazioni future e soprattutto senza mafie.

Ora. Siccome tutte le strade portano a Noha, il tedoforo con la torcia s’è deciso di venire ad accendere la sua fiaccola olimpionica proprio nel cuore della nostra cittadina.

La prima Olimpiade di Noha si terrà, dunque, domenica prossima 16 ottobre 2016 da mane a sera. Sicché la centralissima via Castello e il parco dell’antico maniero nohano si popoleranno di grandi e piccoli concorrenti nelle varie discipline di:

  • Corsa con i sacchi
  • Tiro alla fune
  • Calcio balilla
  • Tiri al canestro
  • Tennis da tavolo
  • Tiro ai barattoli
  • Lancio del giavellotto
  • Sfide a Dama
  • Palleggi
  • Calcio biliardo umano

Dopo le iscrizioni aperte a tutti, alle ore 11 inizieranno le prime gare di questa prima Olimpiade.

Le attività si protrarranno fino alle 13.00, orario d’inizio della doverosa pausa pranzo (al sacco).

All’interno del parco del Castello, all’ombra della torre e del ponte medievali, sarà allestita l’area pic-nic aperta a tutti, mentre i ragazzi dell’associazione del Presepe Vivente, come è loro solito, prepareranno pucce e panini imbottiti di leccornie salentine. Ma anche mortadella bolognese (eh, sì, quando si parla di giochi senza frontiere bisogna per forza andare oltre gli angusti ambiti provinciali).

Alle ore 15.00 riprenderanno i giochi olimpici e il resto dell’animazione con la colonna sonora della Musica Anni ’80.

Il programma olimpico prevede la consegna delle medaglie agli atleti dopo ogni gara. La salita sul podio è accompagnata dal canto dell’inno nazionale (ma quest’ultimo programma potrebbe registrare delle varianti a sorpresa).

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L’occasione di questa straordinaria festa dello Sport è il battesimo della ASD NOHA CALCIO, la nuovissima squadra di calcio del Noha, che inizierà a disputare le sue partite in Terza Categoria a partire dal prossimo mese di novembre 2016. La festa è promossa e organizzata dall’omonima neo-associazione Sport Calcio Noha, dalla Parrocchia di San Michele Arcangelo, dall’Associazione Culturale Presepe Vivente “Masseria Colabaldi”, dalle Acli, da  Noha.it, dall’Associazione L’Altro Salento, e da tantissimi altri cittadini liberi e pensanti.

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La bandiera della ASD NOHA CALCIO che garrirà ad ogni vento è un vessillo a due colori, composto da azzurro e bianco, a due bande verticali di eguali dimensioni. Mentre lo  stemma è un’ellisse con l’asse maggiore in verticale (ovale è anche la forma dello stemma cittadino, per dire), nove stelle di contorno (non poteva essere altrimenti: NOVE = NOHA), un diavoletto nero (la prima squadra di calcio del Noha era denominata appunto “I diavoli neri”) con in mano un tridente (simbolo delle tre torri nohane) pronto a infilzare un pallone (segno del globo terraqueo).

Durante le Olimpiadi entrava in vigore la “Tregua Olimpica”. Gli antichi greci la chiamavano ékecheirìa ed era un periodo sacro durante il quale cessavano tutte le inimicizie pubbliche e private, venivano abbassate le armi e salvaguardata la vita di chi si recava a Olimpia, e nessuno poteva essere molestato per gareggiare o per assistere alle gare. Siamo certi che la ékecheirìa, per l’occasione, si realizzerà anche a Noha.

Nella locandina della manifestazione campeggiano in alto il logo della ASD Calcio Noha e il nome della Parrocchia. Cos’è questo se non un bellissimo segnale di conciliazione tra il diavolo e l’acqua santa?

Antonio Mellone

 
Di Redazione (del 12/04/2018 @ 23:09:04, in Comunicato Stampa, linkato 415 volte)

Non concede alcuna chance la corazzata Normanna Aversa al sestetto di mister Stomeo, rimandandolo nel Salento con una pesante sconfitta per 3-0 , dopo aver stentato a carburare nel primo set agguantandolo ai vantaggi(26-24).

Seppur preventivabile un nulla di fatto in terra campana , ciò che si chiedeva all’Olimpia SBV Galatina era una prova di carattere, in quello che doveva essere un test probante in prospettiva della gara interna e decisiva di domenica contro il Tricase.

La fiammata di orgoglio è durata invece  un set :il primo, dove una progressione nel punteggio lasciava ben sperare (6-8, 9-16, 14-22)  poi ,capitan Guarini e compagni hanno buttato al vento l’occasione ,facendosi erodere un break positivo di 8 punti.

Sono stati i servizi di Corti e Mandolini ad incidere di netto sul fondamentale della ricezione in casa salentina, che ha racimolato in termini percentuali un insufficiente 27%  , nonché i primi tempi di un Vetrano super che realizza il 100%  dei suoi attacchi , identificandosi come il migliore nella prima frazione di gara.

C’è un senso di sconforto nelle file galatinesi , quasi di rassegnazione dinanzi  allo spessore tecnico del sestetto aversano. Molla incomprensibilmente la squadra salentina , assume comportamenti ed atteggiamenti da vittima sacrificale e le notizie che giungono da Andria con il vantaggio di due set a uno per i padroni di casa sull’ Ottaviano  , mettono le ali ai ragazzi di Del Prete che  lasciano appena ventiquattro punti all’Olimpia SBV, nei rimanenti due set, con Bonetti e Mandolini sugli scudi.

Non era questo che società e tifosi avevano chiesto ;la gara andava affrontata con la giusta dose di adrenalina, non inquinata da un’acquiescenza per manifesta superiorità dell’avversario . Si chiedeva la continuità nervosa , la tenuta caratteriale del gruppo , senza mollare …invece dopo il primo set si era già sotto la doccia.

Traggano , atleti e tecnici, le  dovute considerazioni in prospettiva della gara  di domenica 15 aprile contro la Fulgor Tricase che determinerà il futuro dei colori bianco-blu-celesti.

Si affronterà una squadra , quella di mister De Giorgi, reduce dalla vittoria per 3-1 sull’Erredi Taranto, con un Del Monte in evidenza che bisognerà bloccare ed un Muccio da contenere. Poi sarà il pubblico, il tifo caldissimo ,la giusta cattiveria degli atleti in campo a far pendere ,ci auguriamo, la bilancia dalla nostra parte.

Per l’occasione la società del presidente Santoro  apre le porte del PalaPanico a tutti in modalità gratuita, invitando i tifosi ad organizzarsi coreograficamente, sostenendo i propri beniamini con il cuore e con le corde vocali in massima estensione.

Ci aspetta una grande giornata di sport.

 

ROMEO NORMANNA AVERSA – OLIMPIA S.B.V. GALATINA   3-0

(26-24, 25-12, 25-12).

GALATINA: Corsetti 5, Rossetti , Iaccarino 5, Lentini 8, Apollonio (L), Muccione 1 , Calò , Persichino(n.e.), Petrosino , Buracci 7,Guarini 3  Coach: Stomeo. Ass. Bray

AVERSA: D’Auge(L), Nero(L) ,Vetrano 14,Lentola 1, Gaetano, Corti 7, Bonetti 16, Illuzzi 1, Testagrossa 6,Mandolini 15   Coach: Del Prete.

 

Piero de lorentis

AREA COMUNICAZIONE

OLIMPIA SBV GALATINA

 
Di Redazione (del 19/02/2013 @ 23:06:05, in Un'altra chiesa, linkato 2332 volte)
Premessa. Molti amici e molte amiche mi hanno subissato di e-mail e di messaggi per chiedermi che cosa penso delle dimissioni del papa. Poiché sto preparando un libro per l’editore «Il Saggiatore» in cui chiedevo le dimissioni di questo papa per manifesto fallimento, ho dovuto ripensare come fare e cosa fare del lavoro svolto. Ho pensato di aggiungere un capitolo e di metterlo come cappello all’intero libro. Alla notizia dell’Ansa, la mia prima emotiva reazione è stata: sono stato superato a sinistra da un papa. E’ la fine! Non pubblico più il libro. Poi, a una più puntuale e attenta riflessione, ho capito che quelle dimissioni rendevano il libro ancora più necessario, anzi gli davano fondamento e argomento. Senza di esse, il libro poteva apparire come lo sfogo di un prete «arrabbiato» (anche se non lo era), ora con le dimissioni, i fatti e le ragioni ch espongo hanno il crisma della prova che anche il papa «non ne può più» e pone fine alle ,lotte intestine, ai tradimenti, ai giochi di potere, rompendo il giocattolo nella mani sacrileghe dei cardinali e dei curiali, corrotti e senza Dio. Pertanto per venire incontro a tutti, pubblico questo nuovo capitolo, appena finito, invitandovi, per il resto, ad aspettare l’uscita del libro per i primi di maggio. Alla luce dei fatti, anche il mio precedente romanzo «Habemus papam» acquista una dirompenza profetica inusitata perché il tempo di Francesco I si avvicina sempre più perché è ineluttabile. Ora torno alla revisione del libro, non risponderò ad alcuno perché dovrò consegnarlo entro il 20 di febbraio. Di quello che pubblico, potete fare l’uso che volete. Il papa si dimette. Finalmente un’ottima notizia Iniziai questo libro il giorno lunedì 13 agosto 2012, alle ore 16,57. In esso per almeno due volte chiedo le dimissioni di papa Benedetto XVI per fallimento palese come uomo, perché ha dimostrato di non essere in grado di gestire la curia romana col suo vortice d’intrighi, corruzione, scandali e immoralità. Finita la stesura, mi accingevo a rivedere il testo per limare e aggiustare; giunto a pagina 77, lunedì 11 febbraio 2013, esattamente sei mesi dopo, poco prima di mezzogiorno, lessi sul web il lancio dell’Ansa con la notizia dirompente, quasi in diretta, che Benedetto XVI, nel concistoro in corso, comunicava ai cardinali le sue dimissioni da papa. Il card. Angelo Sodano, presente, prendendo la parola subito dopo il papa, parlò di «un fulmine a ciel sereno». Il papa aveva riunito il concistoro pubblico dei cardinali per concludere tre canonizzazioni, tra cui quella degli «Ottocento Martiri di Otranto», uccisi il 14 agosto 1480 dai Turchi perché non vollero abiurare dalla loro fede e convertirsi forzatamente all’Islam. Finito il concistoro pubblico, il papa proseguì con un concistoro segreto, riservato ai soli cardinali presenti, circa una cinquantina, ai quali, in latino, comunicò la sua ferma e libera decisione di dimettersi da papa perché, - disse - «sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata (ingravescente aetate), non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero pietrino», stabilendo la data d’inizio della «sede vacante» alle ore 20,00 del giorno 28 febbraio 2013. La motivazione che il papa stesso offrì al mondo fu drammatica e lucidamente consapevole: Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato (L’Osservatore Romano CLIII n. 35 [2013] del 11/12-02, p. 1). Quando questo libro sarà uscito (fine aprile 2013), la Chiesa cattolica avrà un nuovo papa e anche un papa emerito, in una situazione speciale, ma non unica nella bimillenaria storia ecclesiale perché altri papi e antipapi hanno convissuto in epoche lontane. Basti ricordare papa Ponziano che, il 28 settembre del 235, rinunciò alla carica perché mandato ai lavori forzati in Sardegna, e papa Antero che gli succedette il 21 novembre dello stesso anno; oppure il mondano Benedetto IX che tra il 1032 e il 1044, espulso e tornato in carica a più riprese, convisse con Silvestro III, Gregorio VI e Clemente II. Volendo si può anche andare all’inizio del sec. XV, al tempo dei papi Gregorio XII e Benedetto XIII, dimessi dal concilio di Pisa nel 1409 perché scismatici. Oppure è sufficiente ricordare l’antipapa Giovanni XXIII (nome ripreso, senza paura, da papa Angelo Giuseppe Rocalli nel 1958) che coesistette con Urbano VI e Martino V, quest’ultimo eletto dal concilio di Costanza; oppure Eugenio IV, scomunicato e deposto con Felice V che abdicò in favore di Nicolò V nel 1447. Si può dire che nella storia con questo valzer di papi e antipapi, doppi papi e tripli papi, non si ha certezza della linearità della successione petrina; tra tutti i papi dimessi o deposti, fa impressione notare che il nome di «Benedetto» ricorre più di ogni altro. L’11 febbraio 2013 fu la volta di un altro Benedetto, numero XVI, il quale non fu obbligato da forze esterne dirette, ma prese la decisione, ponderandola nella sua coscienza e solo quando essa fu matura in lui, la comunicò, secondo le regole del Codice di Diritto Canonico che sancisce: Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti (can. 332 § 2). Il gesto di Benedetto XVI, superato lo stupore di rito, lasciò aperte, e tuttora lascia, molte congetture, dando forza ulteriore di verità alle pagine che seguono, perché è la prova che i fatti e le valutazioni che riporto, spesso molto dure, non sono solo fondate sulla realtà, ma travalicano l’orizzonte delle ipotesi e si collocano sul versante della drammaticità che assiste impotente alle dimissioni del papa. Se il papa stesso motu proprio si dimise perché non ce la faceva più a svolgere il suo ruolo, significava che il livello del degrado era arrivato a tal punto che solo un gesto forte, «un miracolo», poteva porvi rimedio. Per la prima volta il gesto delle dimissioni, non usuale nel mondo clericale dove tutto si misura sul perenne e sull’eterno, portò con sé un germe di cultura e di costume di «laicità». Esso scardinò, «come un fulmine a ciel sereno», la figura del papa dall’aurela di sacralità, dove ingiustamente era stata collocata e la riportò alle dimensioni dell’umanità ordinaria, là dove, uomini e donne stanno al loro posto fino a quando le forze spirituali e fisiche lo consentono. Per la prima volta, il papa in persona disse di non essere un «dio», o peggio, un idolo, ma di essere solo un uomo, e anche limitato, che deve fare i conti con le categorie della possibilità e dell’impossibilità. Nel mondo e nella teologia cattolici crollò un mito. Anzi, iniziò a crollare. Se, alla fine di questo libro, potevo avere qualche dubbio sulla durezza delle valutazioni, dopo il gesto del papa, ogni dubbio si è volatilizzato, perché ora l’esigenza di una grande riforma, non superficiale della Chiesa, è sempre più cogente e necessaria, specialmente «in capite», cioè nella struttura gerarchica che oggi è lo scandalo maggiore dentro il cuore stesso della Chiesa. Giovanni Paolo II (come vedremo più avanti) si era detto disposto a mettere in discussione l’esercizio storico del ministero pietrino e ora Benedetto XVI, suo successore, pose il primo atto di riforma in quella direzione. Il papato non può più essere lo stesso e il potere temporale, formalmente finito il 20 settembre del 1870, di fatto, cominciò a terminare l’11 febbraio 2013, memoria liturgica della Madonna di Lourdes e anniversario dei «Patti Lateranensi», che formalizzarono la coesistenza del pastore e del capo di Stato nella persona del papa. La Storia è una grande maestra di vita, proprio perché non insegna nulla, se è vero che ciascuno vuole compiere fino in fondo i propri errori; essa però si vendica, creando occasionalmente motivi e circostanza e simbolici che valgono più di un trattato scientifico. Nello stesso giorno in cui il papa era riconosciuto come capo del Vaticano (1929), il papa dichiarava al mondo intero di non essere più né capo di Stato né vescovo di Roma perché non era più in grado (2013). Una rondine non fa primavera e i cardinali, ovvero la curia, sono duri a morire. Essi non arriveranno mai a prendere decisioni per scelta, ma da sempre si rassegnano a quelle cui sono costretti dalla storia o dalle convenienze. Il papa cessò di essere vicario di Cristo, titolo quanto mai controverso nella storia della teologia, per restare soltanto il successore di Pietro in un «servizio» a tempo, camminando in tempo per essere in grado, eventualmente, di arrivare in tempo. Lo disse, in modo disarmante, lo stesso Benedetto XVI: «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti». Con queste parole, egli confessò il suo limite cedendo alla dittatura della fragilità, non solo fisica, ma anche concettuale; lui, uomo di cultura e di studio, non era in grado di reggere i bisogni dei tempi di «oggi» e se non si fosse ritirato in tempo, avrebbe rischiato di mancare l’appuntamento con il Signore che nella sinagoga di Nàzaret, all’inizio del suo «servizio», disse con fermezza e competenza: «Oggi questa parola si compie nei vostri orecchi». Oggi, non ieri, non domani, non in un tempo che si rifugia nell’eternità perché ha paura dell’evolversi della vita, ma solo ed esclusivamente «oggi». Dio e il vangelo sono «oggi». E’ l’oggi di Dio. Benedetto XVI, ormai papa-non-papa, disarmato, e, oserei dire illuminato dallo Spirito, cedendo alla violenza della ragione, depose i sacri paramenti che difendono dalla mondanità esterna, prese atto che «il velo del tempio si era spezzato, da cima a fondo» e lasciò «il sacro soglio» che più prosaicamente si trasformò in una «sedia presidenziale», occupata da un incaricato per il tempo necessario al «ministero affidato». Finito il compito, si lascia la sedia e si torna a pregare e, se c’è, a convivere con la sofferenza. Cristo non ha lasciato la «sua» Chiesa ad alcuno, nemmeno al papa, perché ci ha garantito di essere «sempre con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,28). Egli chiama quanti sono disposti a dargli una mano perché ognuno svolga una sola delle «multae mansiones in domo Patris» (Gv 14,2). Anche il papa. Specialmente il papa, che deve dare l’esempio di non essere strumento o manipolatore di potere. Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Gli intrighi medievali e rinascimentali della curia romana non sono finiti. Le dimissioni del papa ne sono una prova, anzi un atto di accusa grave e impotente, come se il papa inerme dicesse: non sono in grado di reggere questa sentina che schizza da ogni parte. Se i cardinali e il segretario di Stato fossero stati uomini dello Spirito, avrebbero preso come criterio di vita le parole del Signore che invitano a un genuino spirito di servizio. Forse, in un clima e in un contesto di preghiera e di abnegazione, lo stesso gesto delle dimissioni papali, sarebbe stato motivato in modo diverso e sarebbe anche apparso meno dirompente: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10). L’inutilità di cui parla Gesù non è comportamentale o funzionale, ma appartiene alla logica della verità e del servizio: non sono più adatto. Il testo greco usa l’aggettivo «achrèios», composto da «a-» privativa e dal verbo «cràomai – io uso/compio», per cui «non sono più nelle condizioni di agire/compiere». La curia romana, purtroppo, da sempre ha usurpato il ministero pietrino al successore di Pietro, relegando questi a una funzione di appariscenza, con un ruolo di approvazione formale, riservando per sé il potere quotidiano, quello invisibile, quello vero, come nomine dei vescovi in primo luogo, scelti tutti per cooptazione e quindi ricattabili con la tentazione della carriera. Benedetto XVI, specialmente dopo gli scontri delle fazioni contrapposte, avvenuti davanti ai suoi occhi e dopo la constatazione che nemmeno la sua scrivania e il suo studio fossero più sicuri, se qualcuno poteva trafugare documenti, anche riservati, aprì gli occhi e vide. Vide e toccò con mano che la sporcizia, la corruzione, il malaffare, l’inganno e la menzogna erano moneta corrente nella sua Città, nella sua casa, nella Chiesa di Dio. Il «fumo di Satana» che Paolo VI, terrorizzato, aveva evocato nel 1968, per Benedetto XVI assunse un nome e una collocazione. Il fumo diabolico del carrierismo e delle lotte intestine per accaparrarsi il potere e imporre la propria immagine di Chiesa, invadeva il Vaticano e annebbiava le menti e gli occhi dei cardinali che, a papa ancora vivo, cianciavano di scenari di morte. Forse, per la prima volta, il papa si rese conto che il male sovrastava la Città del Vaticano e le iene erano in agguato per sbranarlo a pezzi senza pietà e misericordia. Gli uomini di Dio, quando vivono e agiscono senza Dio, sanno essere tragici e anche comici allo stesso tempo perché perdono il senso del ridicolo e riescono anche a prendersi sul serio. Lo Ior, con tutto il marcio che custodisce nei suoi forzieri, scoppiò in mano al papa che volle a capo dell’istituto una persona di sua fiducia perché lo riportasse alla legalità. Non solo non riuscì, ma, a sua volta, fu indagato dalla magistratura e dalla banca d’Italia per riciclaggio e costretto alle dimissioni dal segretario di Stato. Mons. Carlo Maria Vigano (v. sotto), uomo giusto, aveva avvertito il papa che monsignori e cardinali erano ladri e corruttori a forza di tangenti in Vaticano e fuori; per punirlo della sua onestà, fu allontanato dal vaticano e mandato oltre oceano. Di fronte a questi misfatti, non avendo la forza d’imporsi e di licenziare i figli delle tenebre, primo fra tutti il suo segretario di Stato, il papa fece quello che un uomo mite e debole sa fare: si tolse lui di mezzo per disarmare le mani dei suoi nemici. Per fare dimettere tutti e riportarli alla dimensione della ragione e della fede, se qualcuno credeva ancora, rassegnò le sue dimissioni, consapevole che con esse sarebbero decaduti tutti i detentori di qualsiasi incarico. Il fallimento dei colloqui con i lefebvriani, che si sono approfittati della sua eccessiva benevolenza, come dimostro più avanti, alzando sempre più il tiro per indurlo a dichiarare formalmente che il Vaticano II fu un «concilio minore», anzi non può essere annoverato neppure tra i concili perché «eretico», dovette averlo molto amareggiato e forse si è pentito di avere tolto loro la scomunica. Prima, nel 2007, con la concessione senza condizioni della Messa preconciliare, il papa s’illuse che avrebbe potuto dialogare con essi e si adattò alle loro richieste, ma alla fine capì che non era per amore della Chiesa che essi volevano ritornare, ma solo per prendersi una rivincita dottrinale: il vero peccato di orgoglio, il peccato di Adamo ed Eva che non ha mai abbandonato il ceto clericale. Non potendo mettere d’accordo coloro che avrebbero dovuto «naturalmente» andare d’accordo, osservando come ciascuno perseguisse il suo interesse a danno di quello della Chiesa, il papa li costrinse a prendere coscienza che egli non poteva stare dalla loro parte; si tirò fuori e pose, come i profeti della Bibbia ebraica, un gesto fisico, un gesto che parlasse più delle parole: Mi dimetto. Con questo gesto egli affermò che la Chiesa è di Cristo e che nessuno ha il monopolio dello Spirito Santo. All’obiezione di chi sicuramente cercò di bloccarlo dicendogli che «alla paternità non si può rinunciare», il papa rispose, parlando con i fatti, che la paternità è solo di Dio e noi ne partecipiamo secondo la grazia e la possibilità, la misura e le condizioni. Le dimissioni del papa pongono sul tappeto della teologia, la questione che è rimasta irrisolta anche al concilio Vaticano II, la stessa che il Vaticano I non aveva nemmeno affrontato, sbilanciando così l’autorità solo sul versante del papa. La questione riguarda la collegialità dell’esercizio dell’autorità nella Chiesa. Con la dichiarazione dell’infallibilità (vedi sotto) a beneficio esclusivo del papa, per oltre un secolo, la Chiesa è stata zoppicante e le conseguenze si vedono ancora oggi. Con le dimissioni di Benedetto XVI, l’anziano papa dice, forse senza volerlo, che l’autorità papale non è più assoluta, ma relativa, perché dimettendosi inidoneità «all’adempimento del suo ufficio», egli fa rientrare la figura del papa nella normalità della legge che esige le dimissioni (enixe rogatur – è fortemente invitato) di ogni vescovo in qualsiasi parte della Chiesa (CJC 401 §2). Tornando alla chiesa di comunione che è incompatibile con la chiesa piramidale verticistica, si afferma la necessità, non più procrastinabile, di un concilio che stabilisca i confini dell’autorità papale e nel contempo affermi i diritti dei vescovi che tornano a riprendersi la loro natura di «epìskopoi – custodi/sorveglianti» e non più luogotenenti o commissari governativi del papa-re o, ancora peggio, padroni di una porzione di Chiesa. Le dimissioni di Benedetto XVI rientrano nella categoria dei «segni dei tempi», che oggettivamente sta lì, spetta a noi leggerle in qull’ottica e da quella porspettiva che ci impegna a interrogarci sul loro significato che hanno in sé e nel futuro della Chiesa. Che cosa Dio vuole dire alla Chiesa di oggi, con il gesto di un papa che spontaneamente rinuncia al potere assoluto, all’immagine di sacralità di cui la sua funzione ra circonfusa per ritornare a essere un uomo di preghiera e di silenzio? San Paolo direbbe che questo momento è «un’occasione favorevole – un kairòs» per mettersi in ascolto di ciò che il Signore vuole dire alla sua Chiesa all’inizio del terzo millennio. Se deve nascere una nuova Chiesa, dipende anche da noi, perché Dio manda i suoi «segni dei temi», ma non si sostituisce alla nostra responsabilità e nemmeno conculca la nostra libertà, anche se è un impedimento alla realizzazione di un suo disegno. Dalle ore 20,00 del giorno giovedì, 28 febbraio 2013, memoria liturgica dell’asceta san Romano abate, vissuto a cavallo dei secoli IV e V, inizia un nuovo cammino per la Chiesa di Dio: esso può prendere la direzione del Regno attraverso la Storia, oppure il sentiero della paura verso il passato ala ricerca di una sicurezza che nessuno può dare perché è solo lungo il cammino che con i discepoli di Emmaus, sentiremo il cuore scaldarsi e alla fine, solo alla fine, scopriremo il volto del Signore nello «spezzare il pane». Spetta al nuovo papa e alla curia, di cui vorrà dotarsi, dimostrare con i gesti e la testimonianza che Dio è tornato a vivere in Vaticano perché i suoi abitanti, a cominciare dal papa, convertiti, hanno di nuovo cominciato a credere in lui, dandone anche testimonianza quotidiana. Il prossimo papa non potrà più erigere davanti a sé, o permettere che altri erigano, una cortina d’incenso, ma deposte le sontuose vesti della sacralità e preso un bastone, una tunica e un paio di sandali, dovrà scendere sulle strade del mondo per camminare accanto agli uomini e alle donne del suo tempo alla ricerca dei brandelli di Cristo disseminato nella Storia del mondo e delle singole persone. Ascoltando le parole di Benedetto XVI, con grande rispetto, ma reputandolo allo stesso modo colpevole e responsabile del degrado in cui versa la Chiesa, posso affermare che questo libro doveva essere scritto, come è stato scritto. Lo affido anche al nuovo papa, perché nello spirito di Francesco I, ripari la sua Chiesa e, senza paura, ma con la forza della sola fede, si lasci afferrare da Cristo per salire il monte delle Beatitudini e poi riscendere sulla pianura del Magnificat. E’ giunta l’ora ed è questa. Oggi.
 
Di Albino Campa (del 24/11/2011 @ 23:04:07, in Un'altra chiesa, linkato 2154 volte)

Da anni dico, e nel 150° anniversario dell’unità di Italia ho proposto, di sciogliere il parlamento, abolire il governo e «annettere l’Italia la Vaticano». Avremmo il papa re d’Italia come ai bei tempi e molti vantaggi: saremo clericali evidenti e non sottobanco. Leggi e decreti verranno stilate direttamente in latino preconciliare, come la Messa concessa ai lefebvriani. In tutti i luoghi pubblici, oltre al crocifisso, sarà obbligatorio avere il quadro del Sacro cuore di Maria, la statua di Padre Pio e quella di Wojtyła. Tre volte al giorno in tutti gli uffici e luoghi pubblici e parapubblici (chiese, oratori, conventi, casa di Vespa, sede della Cei, ecc.) bisognerà cantare l’Alleluia in gregoriano. I funzionari pubblici maschi avranno il titolo di «Monsignore», le funzionarie donne si chiameranno «Madonna mia bella».

1.Il Vaticano è una ipoteca eterna sull’Italia. Non ce ne libereremo mai. Ciò promesso:

2.Risparmieremmo alla grande, sapendo che mangerebbero solo i preti e i laici clericali.

3.Avremmo il vantaggio di sapere dove siamo e con chi avremmo da fare.

4.In caso di necessità, un’assoluzione e via! Evvai!

Il governo Monti nasce non targato Vaticano, ma in Vaticano: tutta l’impostazione ministeriale sembra pensata al di là del Tevere. La prima uscita, infatti, è stata quella del segretariuccio di Stato Bertone Tarcisio che, beato, dichiara: «E’ un bel governo!» che tradotto in dal liturgico al popolare significa: vi abbiamo fregato tutti. Con questa benedizione, Monti e colline andranno «per pascoli erbosi e acque tranquille» perché Berlusconi potrà fare il gradasso ma non è stupido e non si metterà di traverso contro il Vaticano. Ho dovuto aspettare 60 anni dalla fine della guerra di Liberazione, per vedere i fascisti al governo e ora il ritorno del Vaticano al governo. A questo punto spero che cambino anche l’inno nazionale e ripeschino l’antico inno dell’Azione Cattolica: «Bianco Padre che da Roma ci sei mèta, duce e guida; su noi tutti tu confida un esercito a marciar». L’82% degli Italiani appoggiano il neo governativo Monti, senza nemmeno aspettare i provvedimenti che prenderà. Gli Italiani sono sempre «preventivi»: lo sono stati con Mussolini, con la guerra, con Mussolini, con il Tappo di Arcore e ora con Monti. Santo Iddio, aspettate almeno che cominci a belare, non dategli credito in bianco perché in bianco resteranno le vostre facce terrorizzate. Sono allibito dal vedere passare da un governo all’altro senza nemmeno una pausa di dubbio, di assestamento. Anche i terremoti si assestano per almeno un anno, noi no. Passiamo da Berlusconi a Monti senza soluzione di continuità. Da Berlusconisti a Montiani, con la stessa passione, la stessa stupidità. Nulla fare, noi siamo fatti così. Ora aspettiamo che il papa faccia la visita pastorale in tutti gli otto mila e passa Comuni per rafforzare i fedeli nella «religione Monti». Speravo di morire in una Italia laica, dovrò forse rassegnarmi a sopravvivere in un Paese, colonia perenne del Vaticano. Ciò che non si vuole capire è che la crisi non è la conseguenza di speculazioni (è anche questo), non è frutto della globalizzazione (è anche questo), non è il risultato dell’incapacità dei governi di fare scelte «sapienti» (è anche questo), non è per l’Italia la condanna per la goffaggine di un governo corrotto figlio di un macigno di conflitti d’interessi (e ci mancherebbe altro che non fosse anche questo), ma è la crisi «interiore» di un sistema, del sistema capitalistico che, a 22 anni esatti dalla caduta del muro di Berlino, si sta schiantando su se stesso perché non può più reggere, essendo immorale nell’anima, se mai ne ha avuta una. Il capitalismo di stampo americano ha potuto reggersi in piedi perché, paradossalmente, dall’altra parte c’era il comunismo becero dell’Unione Sovietica che non ha mai conosciuto né Marx né la filosofia del comunismo ideale, ma si è assestata su un capitalismo di Stato/partito finendo per essere il fondamento dello sviluppo del capitalismo oligarchico dell’Occidente. Sono i superficiali hanno potuto cantare vittoria alla caduta del Muro, emblema del fallimento del comunismo come storicamente si è realizzato nei Soviet.«Simul stabunt, simul cadent!» dice il proverbio latino: «Insieme stanno e insieme cadranno». Così è. Caduto il comunismo di stampo sovietico, in Italia crolla la DC e il sistema dei partiti scomparsi sotto le macerie di Tangentopoli, rimpiazzati da un piazzista magliaro e corrotto che ha ereditato il peggio di prima a cui ha aggiunto il peggio di dopo, mettendo in piedi una colossale schifezza che si presenta con una maschera facciale e trapianti di plastica. Berlusconi è la plastica riciclata del craxismo e della peggiore Dc, non a caso nelle sue stalle sono confluiti tutti gli animali immondi della prima repubblica, compresi i fascisti. Il capitalismo è peggiore del comunismo sovietico, perché questo garantiva la miseria abbastanza uguale per tutti, quello invece crea la miseria delle masse per garantire la ricchezza ad un gruppo ristretto di debosciati oligarchi che fanno quello che vogliono. La conseguenza tragica è il «mercato», parola magica che serve per giustificare tutte le ignobili scelte in qualsiasi campo e settore. Il dio che tutto muove è il «mercato» che è il sistema attraverso cui i ricchi schiacciano i poveri e li costringono a pagare il costo della loro esistenza di rapina. Il mercato dovrebbe essere emulazione, concorrenza, confronto, con condizioni uguali per tutti, ma quando è corrotto da chi lo annuncia e lo esige, quando è manipolato da chi se ne fa scudo, quando è deviato da conflitti di interessi micidiali, allora il capitalismo è una bolgia infernale che uccide i deboli e ingrassa i forti e violenti e degeneri e ladri. Se si vuole uscire dalla crisi che è «crisi di sistema», bisogna porsi su un altro piano: ridistribuzione equa delle ricchezze. In un mondo decente non dovrebbero esserci «stock options», e dislivelli di retribuzione nel rapporto di 1/517 come avviene con il sig. Marchionne che prende una paga pari a 517 volte quelle di un suo operaio. Questa è la chiave della riforma e fuori di essa ci sarà il diluvio, l’apocalisse perché quando scoppierà «la collera dei poveri», tireremo giù il sole e incendieremo la terra inondandola di una luce nuova e di un nuovo orizzonte, dove tutti saranno veramente uguali, come vuole il Vangelo, come lo esige la dignità.

di Paolo Farinella, prete

 
Di Albino Campa (del 03/07/2012 @ 23:04:00, in Eventi, linkato 2094 volte)

E’ stato presentato oggi presso la sala convegni del convitto Palmieri a Lecce il progetto estivo Open Days della regione Puglia in collaborazione con Puglia Promozione.
Per 13 settimane aperture straordinarie in notturna dei luoghi più belli di Puglia: il giovedì sarà dedicato alle masserie didattiche, il venerdì alla scoperta di parchi, sport,e natura, il sabato chiese e musei aperti. Open Days ha una caratteristica: è totalmente gratuito e vuole anzitutto stimolare la conoscenza da parte dei pugliesi degli straordinari tesori che insistono sulla regione. Non solo, Open Days sarà anche un punto di riferimento per tutti i turisti che sceglieranno la Puglia come meta turistica per la loro estate.
Anche Galatina è stata coinvolta nel progetto Open Days e la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria osserverà un’apertura straordinaria serale fino alle 21.30. Dal 7 luglio si potranno ammirare anche di sera gli splendidi affreschi quattrocenteschi, ogni sabato per 13 sabati consecutivi.
Un appuntamento che potrebbe diventare anche un appuntamento per tutta Galatina ed in particolare per il suo centro storico.
Ed e’ qui che suona il tasto dolente: dobbiamo, ancora una volta, segnalare l’estremo degrado nel cuore pulsante del centro storico di Galatina. Mi riferisco allo squallido spettacolo di Vico Crocifisso ed un tratto di Via del Balzo in cui i terribili odori, percepibili anche dalla più frequentata via Robertini, le scritte sui muri, porte spalancate in cui regna sovrana sporcizia e disordine, non potrà aiutare di certo “il turista felice” che verrà a visitare Galatina. Telecamere a circuito chiuso, quotidiana sorveglianza e, soprattutto,  pulizia potranno aiutare a prevenire atti di vero e proprio vandalismo ai danni di un patrimonio comune.
So che l’amministrazione è molto sensibile e saprà trovare la giusta soluzione. Auguro un buon lavoro a tutti  per questa estate galatinese già iniziata.

 
Di Redazione (del 03/12/2018 @ 23:02:01, in Comunicato Stampa, linkato 246 volte)

Doppio passo falso   per l’under 18 di mister Dicillo che, com’era prevedibile, cede nel derby con la Showy Boys opponendo una resistenza orgogliosa solo nel terzo set, ed imprevedibilmente crolla, il giorno successivo, in casa del Lecce Volley.

Due gare dallo svolgimento diametralmente opposto: di contenimento il primo, contro un organico di levatura che in toto milita in serie C, assolutamente involutivo e spuntato quello contro il sestetto del presidente Selvaggi per niente trascendentale, anzi ad ampia portata di aggancio in classifica.

Non trova scusanti il tecnico galatinese blu-celeste che ha provato ad inventarsi una formazione orfana di un palleggiatore e dei due centrali : “ Non è mia abitudine giustificare prestazioni insufficienti della squadra, afferma Dicillo, avallando assenze o indisponibilità di atleti per vari motivi. Sono dispiaciuto per la prova disputata che è stata priva di nerbo e di attenzione. Comportamenti che nel mio modo di allenare non trovano ricettività e non escludono decisioni nella gestione del gruppo che possono anche non essere condivise.”

Ora la risalita passa attraverso lo scontro diretto con i pari età del Calimera, in programma il 10 dicembre nel cuore, per antonomasia, della grecìa salentina, affrontando una compagine ben quadrata, con la quale si condivide la terza piazza.

La formazione under 16, sempre guidata da Giuseppe Dicillo, coabita il secondo posto con il Calimera a 11 punti ma con una gara in meno. Il quadro tra le pretendenti al titolo sarà più esplicito quando lo scontro diretto con il Leverano, in calendario il 13 dicembre, fornirà un responso sulle reali possibilità del gruppo capitanato da Andrea Carrozzini che con Calimera e Squinzano saranno le potenziali antagoniste della BCC Leverano.

Il gruppo dell’under 14, sotto la guida di mister Laura Pendenza e Antonio De Matteis, dopo aver conquistato tre vittorie nelle prime tre giornate, si trova per il momento in testa al girone in attesa della gara tra Squinzano e Calimera in programma domani 04 dicembre. Nelle settimane precedenti la pausa dei campionati per le festività natalizie, De Matteis e compagni saranno sottoposti ad un banco di prova concreto , l’undici dicembre ospitando lo Squinzano e il 18 in trasferta a Calimera, che verosimilmente stabilirà una gerarchia di valori.

Mister Pendenza getta acqua sul fuoco ma non si nasconde: “Ci stiamo esprimendo ad un buon livello: certo non ancora al meglio, a causa di malanni accusati da qualche atleta, ma ai miei ragazzi predico sempre di stare con i piedi per terra. Il campionato ha esaurito solo tre giornate sulle 14 in calendario, quindi niente pronostici affrettati, ma solo lavoro ed applicazione di quanto viene loro richiesto”.

Rincara la dose il secondo allenatore Antonio De Matteis :” Il 4 marzo 2019, data dell’ultima gara della sessione regolare, ci dirà quanto e quale sarà il valore del nostro gruppo ,ricordando che sacrifici e traguardi vanno di pari passo per inquadrare quell’obiettivo a cui tendono società , tecnici ed atleti stessi.”

La prima divisione, pur essendo ancorata sul fondo a zero punti in compagnia del Lequile ed aver messo in fila cinque sconfitte, sta crescendo lentamente ed attende l’inserimento di qualche altro elemento (Palumbo), nonché una costante presenza degli atleti alle sedute di allenamento per trovare coesione ed equilibrio.

Il primo set disputato alla grande, seppur perso per 21-25, contro la capolista Nardò ha detto che la squadra è in fase di crescita tecnica, un po' meno dal punto di vista caratteriale che paga la giovane età di alcuni elementi, ma che può contare sul rendimento in crescendo di alcuni di loro.

Siamo certi che il gruppo si amalgamerà e potrà dire la sua durante la fase dei playoff a cui parteciperanno tutte le squadre.

 

Piero de lorentis

Area comunicazione

SBV Olimpia Galatina

 
Di Albino Campa (del 07/07/2011 @ 23:01:46, in RadioInOndAzioni, linkato 2835 volte)

Eccovi di seguito un articolo a firma di Antonio Mellone sulla nostra 'RadioInOndAzioni' apparso sull'ultimo numero de "il Titano", supplemento economico de "il Galatino", n. 12 del 24 giugno 2012. Insomma W Interet Libero, W la libertà!

Il Titano La Puglia passerà al digitale terrestre entro la fine del corrente anno o al massimo entro il primo semestre del 2012. Questa bella notizia apprendiamo leggendo il calendario del passaggio al digitale. Tradotto in parole semplici vuol dire che per poter guardare i programmi della televisione saremo costretti – come hanno fatto o faranno anche in altre regioni – a riempire le nostre case di alcune scatole chiamate “decoder” da collegare in qualche modo all’apparecchio televisivo. Senza questo decoder le nostre televisioni (a meno che non siano acquistate in tempi recenti con il marchingegno incorporato) diventerebbero un semplice soprammobile.

Fonti più che attendibili ci informano che il digitale terrestre di fatto è un digitale sottoterrestre (o extraterrestre: cioè roba dell’altro mondo), in quanto si tratta di un vero e proprio ferrovecchio, una tecnologia obsoleta morta e sepolta ma temporaneamente risuscitata dall’endemico italico conflitto d’interessi che sembra avere quale obiettivo precipuo quello di far fare i soldi a chi i soldi li ha già: in questo caso i proprietari (più ricchi) delle vecchie reti televisive. Il tutto a discapito dell’innovazione vera, della democrazia e della libertà d’informazione.

Per fortuna la realtà supera l’immaginazione al potere, e il futuro prima o poi arriva. Per fortuna, cioè, a prescindere dalle scelte politiche sceme, c’è una realtà che non vuol perder tempo, che va per conto suo, e soprattutto contro l’archeozoico vento sinistro degli insipienti e gli ottusi. E questa realtà è un mondo in fermento, ricco di idee e di persone libere, pronte a cavalcare le punte più avanzate della comunicazione non allineata attraverso l’utilizzo di una tecnologia che non potrà più essere fermata, tanto meno da un decreto ministeriale.

C’è una tecnologia che invece sta crescendo a ritmi esponenziali (almeno in altre parti del mondo non tanto distanti dal patrio Jurassic Park), ed è la connessione ad Internet.

In rete si possono vedere già da oggi, anzi da ieri l’altro, centinaia di canali televisivi: a condizione che la linea arrivi, che sia veloce e che abbia un costo ragionevole. L’Italia purtroppo sembra relegata ad uno degli ultimi posti quanto a connettività (a momenti la Libia ha più connettività di noi), visto che le suddette tre condizioni necessarie non sono pienamente realizzate, e questo per precise scelte strategico-politiche volte a trasformarci tutti in pecore mute da tosare in tranquillità e possibilmente con il sottofondo della voce del padrone.

Mentre in altre parti del mondo si studiano “ponti unici di comunicazioni”, come sta cercando di fare Microsoft con l’integrazione in Skype di molte piattaforme (MSN, Lync, Hotmail, Outlook, Exchange…), in Italia stiamo perdendo terreno, tempo e denaro con il digitale terrestre e con i decoder. Ma tant’è.

Per fortuna la realtà supera l’immaginazione al potere, e il futuro prima o poi arriva. Per fortuna, cioè, a prescindere dalle scelte politiche sceme, c’è una realtà che non vuol perder tempo, che va per conto suo, e soprattutto contro l’archeozoico vento sinistro degli insipienti e gli ottusi. E questa realtà è un mondo in fermento, ricco di idee e di persone libere, pronte a cavalcare le punte più avanzate della comunicazione non allineata attraverso l’utilizzo di una tecnologia che non potrà più essere fermata, tanto meno da un decreto ministeriale.

Queste persone non bisogna rintracciarle a “Chi l’ha visto?”, né dall’altra parte del globo, ma vivono e operano accanto a noi. Per accorgersene basta aprire gli occhi e magari connettersi in rete.

Uno dei protagonisti della locale rivoluzione cultural-tecnologica in corso è il mite ma determinato nostro concittadino Tommaso Moscara. Il quale, non pago dell’esperienza non semplice di aver dato i natali e linfa continua al cliccatissimo sito www.galatina2000.it, luogo ormai topico di incontro e di dibattito della Galatines’ community, s’è messo in testa anche di “fare la radio”: la neonataRadioIndOndAzioni(d’ora in poi Radioinondazioni).

Radioinondazioni non è una radio come le altre tradizionali che trasmettono con le frequenze in FM. Radioinondazioni – ascoltabile su Galatina2000.it e su Noha.it e sicuramente su altri siti sui quali è stata “importata” – è una web-radio, cioè  una radio on-line che permette agli utenti di tutto il mondo di collegarsi per ascoltare in streaming musica e pensieri trasmessi dal computer di un altro.

Moscara ha pensato bene che fosse ora di inondarci di novità a partire da Galatina, la bella addormentata nel Salento, e ha dato vita ad una radio che non è un juke-box senz’anima e a basso costo (i veri costi di una web radio sono il tempo da dedicarle, la determinazione, e la voglia di mettersi in gioco) ma un cuore vivo e pulsante, un collettore dinamico di arte dei suoni e informazioni, un marchingegno che ricorda il tempo rivoluzionario di trenta e passa anni fa, quello delle radio libere (di cui Tommaso sembra aver sempre avuto il pallino).

La prima web radio di Galatina, dunque, è un microcosmo che sta interessando una crescente fetta di pubblico giovanile (giovani di tutte le età, s’intende) grazie anche a quell’aggregatore di ascolti e moltiplicatore di social network che è Facebook, acceleratore di particelle di questa bellissima neorealtà. Sono questi i passi che porteranno anche in Italia il fenomeno che da tempo si registra negli Stati Uniti: cioè il sorpasso degli ascolti delle radio “solo web” su quelli delle radio in FM.

In un futuro non tanto lontano non ci si collegherà alla web radio soltanto stando seduti a tavolino con il computer (e internet) acceso, ma anche in mobilità, tramite I-Phone e altri apparecchi da casa, in auto, e persino in spiaggia, anche senza il bisogno di accendere il computer.

Nella neonata Radioinondazioni s’è voluto addirittura strafare con le novità. Ci sono dei programmi originali ed in diretta come il “Tutti pazzi per la radio” in cui la creatività di alcuni ragazzi straordinari di Galatina si manifesta in forme finora considerate inedite; ci sono programmi culturali di approfondimento sui libri, come quello condotto da Michele Stursi addirittura da Pisa (per una web radio lo studio è il mondo, nel senso che si può avere un ospite “in studio” anche a mille e passa chilometri di distanza); c’è ancora il programma “il Lunedì” condotto da Francesca dalla bella voce e soprattutto dalla dizione finalmente non marcatamente paesana, anzi attenta all’ortoepia, cioè alla corretta pronuncia delle singole parole, e dei suoni della lingua, ma anche alla forma e alla terminologia.

Sì, ci sia consentita questa breve digressione: la radio è una palestra per gli speaker e fare una radio glocal come questa che ha l’ambizione di travalicare gli angusti “confini provinciali” significa anche migliorarsi prestando attenzione all’accento, alla dizione ed alla cadenza, che nei limiti del possibile dovrebbero essere senza pesanti o meschine inflessioni (benché il nostro salentino non presenti intonazioni enormemente difformi da quelle della lingua nazionale). E finanche a Galatina s’inizia ad abbandonare il “carzilarghismo” per prestare finalmente attenzione alla rotondità del linguaggio studiato e connaturale insieme e alla ricerca di una cadenza che non stanchi e che non aberri dalla caratteristica modulazione della lingua italiana. Punto.

Non si può, infine, non citare “Quello che le donne non dicono”, il programma con la musica che si crea addirittura dal vivo. È la trasmissione-spettacolo condotta per due ore di seguito ogni venerdì a partire dalle 19.30 dalla pittrice Paola Rizzo, in diretta dal suo studio d’arte ubicato in Piazza Castello a Noha (e ritrasmessa in replica in altre giornate ed orari). Qui, di volta in volta, viene invitata una band emergente per live acustici in studio, come ad esempio i Rino’s Garden, gli Indi-Ka, i Muffx, gli Adria, i Camden, Gigi Cinto, i Ghigni Five, i Toromeccanica,  gli Shotgun, i Jack in the head, e tanti altri ancora. È incredibile la grinta e l’alto livello professionale di questi giovani gruppi dalla firma per lo più anglofona: il che la dice lunga sull’orientamento culturale prevalente.

Radioinondazioni è una radio giovane, alle prime armi, ma con tanta voglia di crescere e di trasmettere musica e programmi, anche di nicchia. Non avendo l’assillo dello share, infatti, su Radioinondazioni si potrebbe perfino parlare di filosofia o di matematica o di diritto o di beni culturali o di educazione civica, insomma di materie che – solo ad evocarle – potrebbero provocare l’urticaria da allergia alla massa dei grande-fratello-dipendenti.

Radioinondazioni ha molta strada da percorrere e, a detta del suo fondatore e dei suoi amici collaboratori, c’è ancora tanto da fare e migliorare, per esempio nella puntualità dell’inizio dei programmi o nell’organizzazione o nella pianificazione del palinsesto o in dettagli tecnici che talvolta hanno fatto registrare fastidiosi fruscii in cuffia soprattutto nel corso di qualche concerto dal vivo… Ma, a pensarci bene, questi sono lussi che Tommaso Moscara può permettersi. Questo coraggioso pioniere, infatti, ha il torto ed il merito di aver fatto la prima web radio nella storia di Galatina.

 
Antonio Mellone
 
Di Redazione (del 13/06/2019 @ 23:01:22, in Comunicato Stampa, linkato 304 volte)

Alla fine di Novembre del 1990, avevamo chiuso la Casa di Caracaraì dove la sottoscritta aveva lavorato per nove anni in qualità di responsabile della Parrocchia di San Giuseppe Operaio. Nei mesi successivi mi trovavo nella Casa Regionale di Boa Vista - RR - per un po’ di riposo in attesa di nuova destinazione.

Il 31 Dicembre dello stesso anno, la mia Superiora mi ha premiato dandomi la possibilità di trascorrere una settimana nella Missione di Catrimani tra gli Indios Yanomami.

Questa Missione si trova nei confini di Roraima. Il posto è una immensa foresta abitata dagli Indios Yanomami. I Padri IMC è da un bel po’ di anni che hanno fondato questa Missione per aiutare questo popolo a conoscere Cristo, testimoniarlo con la propria vita, salvare la loro cultura, e la loro salute. Infatti, quando i Cercatori d’Oro hanno invaso la foresta, si sono diffuse tante malattie come la malaria, la TBC e altre patologie infettive che prima non esistevano. Noi missionarie della Consolata abbiamo sempre soccorso gli Indios Yanomami quando c’era bisogno. Da qualche anno abitiamo  con loro, usando gli  ambienti della Missione di Catrimani.

La Missione di Catrimani è circondata da varie Malocas, ognuna con la propria Casa Comune, avendo ciascuna un capo indigeno (la Maloca prende il nome del responsabile).  Quella più vicina alla Missione di Catrimani era la maloca Carrera, con una sessantina di persone.  Questo Indio da un po’ di anni è già in cielo e adesso dopo cinque anni che sono in Italia non saprei dire dove gli Indios hanno costruito la Nuova Maloca e chi è il nuovo responsabile.  – Maloca è il nome indigeno che vuol dire Villaggio. Anche dove abitano gli Indios Macuxì si chiamano “Malocas”, ma è sempre un villaggio, solo che  gli Indios Macuxis  hanno la casa Uni Famigliare, non è una casa comune, ma  ogni famiglia ha la sua abitazione, mentre gli Indios Yanomami  hanno una Casa Grande per vivere insieme ed è la loro Casa Comune.

La casa Comune è costruita con Pali di legno e paglia ben lavorata, può contenere diverse famiglie fino a 60 persone o più. Ogni famiglia ha il suo angolo con i pali  per appendere le amache e  per terra ha un quadrato dove accendere il fuoco per allontanare gli insetti  notturni, come pure per scaldarsi, perché di notte nella foresta è freddo e loro vanno nudi  e hanno bisogno del tepore del fuoco.

Siccome noi Suore MC. dovevamo costruire la nostra casetta, il 31 Dicembre del 1990  con una Land-Rover siamo partite il mattino presto da  Boa Vista – capitale di Roraima.  Eravamo un bel gruppo. Due Suore, la famiglia che si interessava per costruire la nostra casa, un Indio Yanomami e l’autista. Abbiamo fatto quasi 200 chilometri, metà di asfalto e metà di terra battuta. Arrivati alla riva del fiume che dovevamo attraversare, non ricordo il nome del fiume, abbiamo lasciato la Land- Rover vicino ad una casa di campagna, siamo saliti sulla zattera fatta di bidoni legati fra di loro e con molta delicatezza abbiamo caricato il materiale che portavamo alla Missione e in pochi minuti eravamo all’ altra riva.

Li, c’era già Padre Guglielmo Damioli che ci aspettava con un furgone dei tempi della guerra.

In questa zona abitava una famiglia Indigena, i cui componenti erano quasi tutti affetti dalla malaria. La Suora Infermiera che viaggiava con me: Sr. Rosaurea Longo, Brasiliana, li ha visitati e medicati come meglio poteva, e dopo abbiamo intrapreso il viaggio.

Mancavano ancora 100 chilometri di foresta da attraversare.

In quel periodo c’era nella Missione il Fratello Antonio IMC che  si impegnava a mantenere la strada  relativamente pulita, cioè senza grossi tronchi di intralcio

Quindi  ogni  gruppo deve munirsi di coltellacci per tagliare i rami e ogni tanto  fermarsi  per liberare lo spazio e  poter passare.  Questo è successo a noi e per me che era la prima volta che viaggiavo nella foresta era una novità. – Comunque verso le ore 16 del pomeriggio siamo arrivati alla Missione di Catrimani, sani e salvi, grazie a Dio.

Da parecchi anni, ormai, la strada non c’è più  per  evitare l’accesso dei Garimpeiros (i cercatori d’oro). Il Vescovo Don Aparecido Josè Dias, non ha più voluto mantenere questa strada (dunque chi vuole andare alla Missione Catrimani deve  prendere l’aereo che è molto caro), ma almeno così si risparmia altri tagli alla natura.

Alla sera abbiamo cenato tutti insieme con la lampada alimentata da un motore elettrico e poi siccome eravamo stanchi siamo andati a dormire. E’ inutile dire che mentre cenavamo alcuni Yanomami ci guardavano dalla parte di fuori attraverso le finestre del refettorio.

Dopo siamo andati a dormire.

Curioso che durante la notte non sono riuscita a chiudere occhio, perché sentivo  come se qualcuno mi pizzicasse, ma a buio che cosa potevo vedere?

Al mattino mi sono accorta del fatto che tutto il mio corpo, dalla testa ai piedi, era rosso.   Erano entrati i “MICUIM”, insetti microscopici che mi hanno, come dire, vaccinata. Sono guarita solo dopo una settimana, quando dovevo già andar via.

Il giorno dopo era Capodanno. Un capo indigeno chiamato MACHADAO aveva cacciato una bestia enorme chiamata ANTA, una specie di maiale.

Non so come facciano loro a comunicare le notizie così in fretta (pur non avendo i social network), sta di fatto che in un attimo la Missione era piena di Yanomami: piccoli e grandi. L’Indio Machadào che ormai è in cielo da un po’ di anni, pulì l’animale, lo tagliò e ne distribuì degli spiedini di carne a grandi e bambini.

Tutti sono andati alle loro rispettive Malocas per arrostire la carne, e tutti, quel giorno hanno mangiato a sazietà. Il di più fu lasciato alla Missione per i più bisognosi.

Io sono rimasta meravigliata nel vedere quella bellissima scena. Tutti hanno mangiato e ciò che era avanzato fu dato a chi ne aveva bisogno. Nessuno ha tenuto niente per sé, né ne ha fatto commercio. Ha condiviso tutto.

Il Vangelo, cioè la buona novella, è questo. La purezza del cuore. Il primo dell’anno 1991 i nostri fratelli Yanomani mi hanno insegnato questo. Dopo 29 anni, quella scena di distacco dal possesso delle cose e la condivisione con gli altri, la vivo nel mio cuore come se fosse oggi.

Sr. Orsolina D ‘Acquarica  MC

 
Di Albino Campa (del 13/04/2011 @ 23:00:00, in Musicando pensieri, linkato 3745 volte)

In questo nuovo appuntamento della rubrica “Musicando Pensieri” vi proponiamo una delle pagine più intense e poetiche de “Il nome della rosa” di Umberto Eco. È difficile non rimanere colpiti dall’armonia del linguaggio aulico, dalla melodia di questi versi poetici che fanno di un fatto di per sé impuro, un’esperienza unica e irripetibile. Del resto, a mio dire, il best seller di Eco rientra nei libri da leggere assolutamente prima di morire.

Ad accompagnare la vostra lettura un’opera di Wolfgang Amadeus Mozart : Piano Concerto No. 21 – Andante.

Come sempre buon ascolto e buona lettura!

 

Michele Stursi

 

 

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Cosa provai? Cosa vidi? Io solo ricordo che le emozioni del primo istante furono orbate di ogni espressione, perché la mia lingua e la mia mente non erano state educate a nominare sensazioni di quella fatta. Sino a che non mi sovvennero altre parole interiori, udite in altro tempo e in altri luoghi, certamente parlate per altri fini, ma che mirabilmente mi parvero armonizzare con il mio gaudio di quel momento, come se fossero nate consustanzialmente a esprimerlo. Parole che si erano affollate nelle caverne della mia memoria salirono alla superficie (muta) del mio labbro, e dimenticai che esse fossero servite nelle scritture o sulle pagine dei santi a esprimere ben più fulgide realtà. Ma v’era poi davvero differenza tra le delizie di cui avevano parlato i santi e quelle che il mio animo esagitato provava in quell’istante? In quell’istante si annullò in me il senso vigile della differenza. Che è appunto, mi pare, il segno del rapimento negli abissi dell’identità.

Di colpo la fanciulla mi apparve così come la vergine nera ma bella di cui dice il Cantico. Essa portava un abituccio liso di stoffa grezza che si apriva in modo abbastanza inverecondo sul petto, e aveva al collo una collana fatta di pietruzze colorate e, credo, vilissime. Ma la testa si ergeva fieramente su un collo bianco come torre d’avorio, i suoi occhi erano chiari come le piscine di Hesebon, il suo naso era una torre del Libano, le chiome le suo capo come porpora. Sì, la sua chioma mi parve come un gregge di capre, i suoi denti come greggi di pecore che risalgono dal bagno, tutte appaiate, sì che nessuna di esse era prima della compagna. E: “Come sei bella, mia amata, come sei bella”, mi venne da mormorare, “la tua chioma è come un gregge di capre che scende dalla montagne di Galaad, come nastro di porpora sono le tue labbra, spicchio di melograno è la tua guancia, il tuo collo è come la torre di David cui sono appesi mille scudi.” E mi chiedevo spaventato e rapito chi fosse costei che si levava davanti a me come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribilis ut castrorum acies ordinata.


Allora la creatura si appressò a me ancora di più, gettando in un angolo l’involto scuro che sino ad allora aveva tenuto stretti contro il suo petto, e levò ancora la mano ad accarezzarmi il volto, e ripeté ancora una volta le parole che avevo già udito. E mentre non sapevo se sfuggirla o accostarmi ancora di più, mentre il mio capo pulsava come se le trombe di Giosuè stessero per far crollare le mura di Gerico, e al tempo stesso bramavo e temevo di toccarla, essa ebbe un sorriso di grande gioia, emise un gemito sommesso di capra intenerita, e sciolse i lacci che chiudevano l’abito suo sul petto, e si sfilò l’abito dal corpo come una tunica, e rimase davanti a me come Eva doveva essere apparsa ad Adamo nel giardino dell’Eden. “Pulchra sunt ubera quae paululum supereminent et tument modice”, mormorai ripetendo la frase che avevo udito da Ubertino, perché i suoi seni mi apparvero come due cerbiattim due gemelli di gazzelle che pascolavano tra i gigli, il suo ombelico fu una coppa rotonda che non manca mai di vino drogato, il suo ventre un mucchio di grano contornato di fiori delle valli.


“O sidus clarum puellarum”, le gridai, “o porta clausa, fins hortorum, cella custos unguentorum, cella pigmentaria” e mi ritrovai senza volere a ridosso del suo corpo avvertendone il calore e il profumo acre di unguenti mai conosciuti. Mi sovvenni: “Figli, quando viene l’amore folle, nulla più l’uomo!” e compresi che, fosse quanto provavo trama del nemico o dono celeste, nulla ormai potevo fare per contrastare l’impulso che mi muoveva e: “Oh langue”, gridai, e: “Causa languoris video nec caveo!” anche perché un odore roseo spirava dalle sue labbra ed erano belli i suoi piedi nei sandali, e le gambe erano come colonne e come colonne le pieghe dei suoi fianchi, opera di mano d’artista. O amore, figlia di delizie, un re è rimasto preso dalla tua treccia, mormoravo tra me, e fui tra le sue braccia, e cademmo insieme sul nudo pavimento della cucina e, non so se per mia iniziativa o per arti di lei, mi trovai libero del mio saio di novizio e non avemmo vergogna dei nostri corpi et cuncta erant bona.


Ed essa mi baciò con i baci della sua bocca, e i suoi amori furono più deliziosi del vino e all’odore erano deliziosi i suoi profumi, ed era bello il suo collo tra le perle e le sue guance tra i pendenti, come sei bella mia amata, come sei bella, i tuoi occhi sono colombe (dicevo) e fammi vedere la tua faccia, fammi sentire la tua voce, ché la tua voce è armoniosa e la tua faccia incantevole, mi hai reso folle di amore sorella mia, mia hai reso folle con una tua occhiata, con un solo monile del tuo collo, favo che gocciola sono le tue labbra, miele e latte sotto la tua lingua, il profumo del tuo respiro è come quello dei pomi, i tuoi seni a grappoli, i tuoi seni come grappoli d’uva, il tuo palato un vino squisito che punta dritto al mio cuore e fluisce sulle labbra e sui denti… Fontana da giardino, nardo e zafferano, cannella e cinnamomo, mirra e aloe, io mangiavo il mio favo e il mio miele, bevevo il mio vino e il mio latte, chi era, chi era mai costei che si levava come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere vessillifere?

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Di Redazione (del 16/06/2019 @ 22:59:30, in Comunicato Stampa, linkato 167 volte)

In un’ottica di valorizzazione e migliore fruibilità del centro storico con riferimento  anche agli eventi programmati con la rassegna estiva “ A cuore scalzo” e quindi per consentire ai cittadini ed ai turisti una migliore fruibilità degli spazi urbani orientata anche alla sicurezza, con la Delibera di Giunta n.

143 del 10.06.2019 sono state istituite tre aree pedonali e in particolare:

  • corso Garibaldi – tratto compreso tra piazza San Pietro e via Del Balzo;
  • via Cavoti – tratto da via Pietro Siciliani a piazza San Pietro;
  • via Vittorio Emanuele II – tratto da via Lillo a piazza San Pietro;

Le aree perdonali saranno istituite dalle ore 19.00 alle ore 07.00 del giorno successivo a partire dal 15.06.2019 e sino al 30.09.2019 come previsto dall’Ordinanza n. 45 del 13.06.2019 a firma del Comandante della Polizia Locale Domenico Angelelli.

“Le aree pedonali cosi come realizzate rappresentano un’idea di miglioramento del centro storico in tema di fruibilità e vivibilità dei luoghi in un’ ottica di sviluppo dell’ area antica della Città immaginata tale nel progetto esecutivo denominato “CULTURA IN-CENTRO; PERCORSI TURISTICO-CULTURALI NEL CENTRO STORICO DI GALATINA; INTERVENTI PER LE ATTIVITÀ DI PROMOZIONE E DI INFRASTRUTTURAZIONE TURISTICA”, approvato con la Delibera di Giunta n. 22 del 24.01.2019 che prevede tra le altre anche la pedonalizzazione di parte di piazza San Pietro, parte di corso Garibaldi e tutta la via Vittorio Emanuele II.

Vogliamo anche contemperare i diversi interessi in campo, favorendo da un lato lo sviluppo economico delle attività commerciali, artigianali e dei pubblici esercizi  che  ricadono  nelle  aree  interessate,  tutelando  dall’altro  lato  la sicurezza dei flussi di circolazione stradale e pedonale. Puntiamo ad avere un centro storico sempre più attraente e sicuro con spazi urbani vivi e animati – dichiara l’Assessore alla Polizia Locale – Nicola Mauro.”

L’ASSESSORE ALLA POLIZIA LOCALE
F.to Sig. Nicola MAURO

 
Di Redazione (del 03/12/2018 @ 22:57:35, in Comunicato Stampa, linkato 230 volte)

PREMESSO CHE:

-La rassegna “A cuore scalzo” organizzata dall’amministrazione comunale ha raccolto e programmato eventi musicali, culturali e di intrattenimento nei mesi estivi;

-Diversi enti, associazioni, organizzazioni e soggetti privati hanno beneficiato di contributi economici per la realizzazione di determinati eventi all’interno di questa rassegna;

-Tra queste organizzazioni figura anche Archeoclub, specializzata nello studio e nella tutela del patrimonio archeologico, che ha beneficiato di un contributo economico di 5.000 €;

-Sulla base della rendicontazione delle spese della rassegna a cuore scalzo, dei 5.000 € ottenuti da Archeoclub 2.440 € sono stati giustificati come spesa per il piano di comunicazione;

 

CONSIDERATO CHE

-Sempre dalla lettura della rendicontazione delle spese emerge che la comunicazione della rassegna tramite giornali, video promozionali, totem e altri vettori pubblicitari sia stata gestita con fondi a parte, diversi dai 2.440 € giustificati per il piano di comunicazione;

tanto premesso si interroga IL SINDACO

-Per sapere chi ha gestito i 2.440 € inerenti la realizzazione del piano di comunicazione;

-Per sapere a che tipo di comunicazione e per quale attività sono stati destinati nello specifico i 2.440 €;

-Per sapere se la spesa di 2.440 € è giustificata dal tipo di attività effettuata o dalle capacità professionali del soggetto che l’ha posta in essere;

-Per sapere per quale motivo o ragione la gestione della comunicazione è stata affidata proprio ad Archeoclub, che sottolineiamo è un’associazione specializzata nello studio e nella tutela del patrimonio archeologico e che quindi poco o nulla ha a che vedere con la comunicazione ed il marketing.

 

Giuseppe Spoti

Partito Socialista Italiano

 
Di Redazione (del 17/07/2014 @ 22:57:20, in Un'altra chiesa, linkato 1736 volte)

Certo, non si pretende che domenica mattina il papa, affacciandosi al balconcino di piazza San Pietro, proclami a tutto il mondo: “D’ora in poi i preti cattolici e le suore si potranno sposare!”.
Ce n’è ancora di strada da fare. Si è appena all’inizio. Forse non si è nemmeno partiti.
Ma il problema è sempre lo stesso: la Chiesa aspetta sempre troppo tempo, prima di decidersi. E, quando lo fa, è perché è costretta. Anche i preti che se ne vanno perché hanno deciso di fare famiglia fanno riflettere, e prima o poi metteranno la gerarchia di fronte al dilemma: “Che facciamo?”.
Il crollo delle vocazioni dipende solo dall’edonismo o dalla mancanza di fede? E il gravissimo fenomeno della pedofilia non ha proprio alcun legame con il fatto che ai preti è proibito di amare una donna o un uomo? Come si spiega l’estensione che ha avuto la pedofilia del clero? Ora può bastare che il papa la condanni, prendendo magari un bastone? A che servirebbe? Come al solito, non si va alla radice.
Ma non avete mai pensato che uno dei più grossi crimini (rovinare l’innocenza dei piccoli) sia stato compiuto proprio dai preti o dalle suore, che hanno un rapporto speciale con Dio? Preghiere, confessioni, digiuni, penitenze, sacramenti ecc. ecc. a che cosa sono serviti? E allora qual è la vera causa? Come uscire da questa spirale?
Ho una mia teoria, ma non credo che sia solo mia e sia solo una teoria. La Chiesa, nella sua gerarchia, ha sempre cercato di coprire il marcio, canonizzando santi e sante, offrendo forti ideali di vita. Comunque, non mi pare che tutti i santi e tutte le sante siano stati o state persone “equilibrate”, tali da essere un modello comune di fede e di vita. Gente talora costretta a disumanizzarsi per evadere da questo mondo, dove il corpo era visto come peccato, perciò da demonizzare. Gente “squilibrata” a tal punto da chiederci se non avessero problemi di carattere neurologico. Quanti drammi vissuti nei conventi. Quante depressioni psichiche dovute a una disciplina veramente disumanizzante! Ogni pensiero di donna o di uomo represso fino al limite della follia.
Certo, la Chiesa aveva nel passato buone motivazioni dalla sua: il matrimonio mistico, l’amore eterno, il regno dei puri di cuore. E così si reprimeva, si reprimeva, si reprimeva. Il corpo veniva trattato come il corpo di Cristo flagellato dalla soldataglia. Flagellare il corpo fino a farlo sanguinare, il tutto per evitare che ci fossero pensieri sul sesso considerati impuri, che ci fossero stimolazioni o erezioni naturali, che si godesse anche solo spiritualmente pensando alla bellezza dell’amore umano. No. Tutto proibito!
Come si poteva pensare che, continuando con questi stillicidi, il clero o il mondo religioso femminile mantenessero a lungo i propri equilibri? E la Chiesa gerarchica, pur sapendo (anche perché essa stessa coinvolta in prima persona), faceva finta di non sapere, oppure intensificava la propria opera di repressione, con autoflagellazioni d’ogni tipo. Dal masochismo al sadomasochismo. Chi può negare che ogni potere abbia incluso questa forma di perversione nel far soffrire gli altri? Che dire allora di chi aveva delle responsabilità di comando negli ordini maschili e femminili? Godere nel far soffrire gli altri, giustificandosi di agire così, solo per la maggior gloria di Dio. Cavoli! Quale maggior gloria di Dio? Come si può far soffrire una persona, solo perché bisogna attenersi agli ordini o alle regole. La disciplina! Quanto male ha procurato alle persone più semplici. Pensate alla obbedienza, imposta come virtù!
Tutto questo mondo di repressioni, fisiche e psichiche, in nome delle virtù stabilite dalla Chiesa-struttura per autodifendersi e per autoalimentarsi, ha procurato un mondo di repressi, di castrati, di sottomessi. E chi si ribellava, aveva il resto.
Ecco, bisognava castrarsi per sopravvivere nella religione. Ma questo sistema repressivo sembrava risparmiare, ma solo in parte, il popolo di Dio. In realtà anche il popolino non aveva vita facile. L’amore coniugale aveva le sue regole, aveva i suoi ritmi, aveva i suoi canoni, naturalmente stabiliti dalla Chiesa. Il tutto in vista di fare figli. Solo in funzione della copula. Sì, eccitarsi per produrre lo sperma generativo, ma possibilmente senza godere. Era proibito godere!
Oggi le cose in parte, ma solo in parte, sono cambiate, anche perché tra il popolo più nessuno obbedisce alle direttive ecclesiastiche nel campo sessuale. Finalmente! Ognuno agisce secondo la propria coscienza, dando privilegio all’amore più che all’atto creativo. E se parliamo di preservativi, oggi la gente, anche quella più cattolica, ne fa L'uso che vuole. Finalmente.
E il clero e il mondo religioso femminile? Credo che, superato quel momento critico del più losco medioevo, ha imparato ben presto a convivere con la propria sessualità. Davanti alla legge, in un modo, e, poi, nel privato, in un altro. Non c’erano solo amanti segrete, ma purtroppo si arrivò alle perversioni più criminose. E la Chiesa taceva, esigendo solo che si salvassero le apparenze. Tutto divenne “mere penalis”, espressione della teologia morale che, in poche parole, significa: “Se non ti beccano, allora tutto va bene; ma se ti beccano, allora preparati a pagarne il prezzo!”.
Taci oggi taci domani, copri e copri, alla fine il bubbone scoppiò. E oggi siamo qui tutti quanti a scandalizzarci, quando tutti quanti, chi in un modo chi nell’altro, abbiamo taciuto, collaborando con i vertici ecclesiastici.
Ma non si tratta solo del fenomeno pedofilia (comunque, è fuori discussione la sua gravità), si tratta più in generale anche del diritto all’amore umano, che la Chiesa ancora oggi fa di tutto per reprimere tra il suo clero e il mondo religioso femminile.
La Chiesa finalmente ha condannato la pedofilia, promettendo ogni collaborazione nel reprimerla, ma non ha ancora condannato la violazione al diritto all’amore per ogni essere umano, anche per i suoi ministri e le sue ministre.
Ognuno deve avere il diritto a fare la sua scelta. Non si è obbligati a sposarsi, ma credo che tutti abbiano il diritto di voler bene ad una persona. E non si dica più che l’amore universale è superiore all’amore per il singolo. Smettiamola con queste contrapposizioni.

Don Giorgio De Capitani
 
Di Albino Campa (del 04/02/2012 @ 22:56:27, in Un'altra chiesa, linkato 2268 volte)

Io e Dio. Una guida dei perplessi
(di Vito Mancuso; Editore: Garzanti Libri; Settembre 2011)

Perché chiedersi che fare se e quando Dio dovesse chiederci di uccidere il proprio figlio?
Perché Dio dovrebbe chiedercelo? Per mettere alla prova la nostra Fede? Ma non è la nostra Fede
prova di morigeratezza e di Amore?
Si è scoperto analizzando ritrovamenti di resti umani che le comunità di 150000 anni fa, parliamo di uomini preistorici, ospitavano e quindi offrivano cura ed accoglienza a individui con malformazioni, diremmo oggi: disabili.
È stato ritrovato uno scheletro di un uomo risalente a 100.000 anni fa che aveva vissuto almeno venti anni con una gamba rotta. Non si può sopravvivere in certe condizioni senza l’aiuto di qualcun altro.
A questo punto viene da chiedersi dove sia finita la civiltà che oggi tanto decantiamo, se accantoniamo, nella migliore delle ipotesi, i nostri cari in strutture di accoglienza,  a volte profittatrici e con scarso senso dell’etica. Quando obbediamo al comandamento di Gesù che dice “amare il prossimo è amare Dio”, oppure: “se avete dato da mangiare, da bere, ecc…. lo avete dato a me” (Matteo 25,31-46), se allontaniamo dal nostro calore, dal nostro affetto chi ha bisogno, delegando ad altri, che siano pseudo-strutture private o create appositamente per la nostra effimera immagine?
La carità, dovrebbe sorprenderci sempre come accadde ai  discepoli che sorpresi, appunto, si chiesero:
“Signore, quando ti abbiamo visto affamato, o assetato, o forestiero, o ignudo, o infermo, o in prigione e non ti abbiamo soccorso?".
La carità non lavora in silenzio e senza sceneggiate di apparenza?
Che cos’è Dio se non il Bene Assoluto? Quello stesso bene che opera in noi e che è il nostro unico appiglio, la nostra unica ancora di salvezza. Il bene, dice V. M. a pag. 173, è una forza sconvolgente che si esprime con l’amore per la terra in quanto generatrice della catena alimentare, nella sessualità, quale forza di vita, nell’amore. Il bene inteso come servizio generoso è il vero miracolo che va contro la tragicità della vita stessa. E’ la  dimensione ottimistica e drammatica nello stesso tempo.
Il messaggio di Gesù è importante per l’insegnamento del bene. La guida della nostra Chiesa, ha bisogno di riconciliarsi con la realtà. Il ‘900 ha portato molti cambiamenti, ha visto la falsità del messaggio di carità con il silenzio dei massacri di milioni di Ebrei e zingari. Ha manifestato la sua inciviltà nelle guerre di religione nei Balcani, in Iraq, in Israele e nella Palestina. Se la scienza non avesse forzato alcune contrarietà dogmatiche oggi moriremmo ancora di vaiolo o di poliomelite, così come si muore di AIDS a causa delle contrarietà nei contraccettivi. Per essere credibili bisogna spogliarsi dalla presunzione accusatrice, bisogna disporsi umilmente allo stesso livello dell’altro da cui pretendiamo l’ascolto. La Fede ha senso se è resa da tutti compatibile con le esigenze della vita. I Vangeli vanno letti con responsabilità, confrontandone i concetti liberamente per  conoscerne il concetto straorinario di rivoluzione, considerati i tempi.
Il Bene Assoluto è negli occhi e nel cuore di Gesù, non può venire da questo mondo, ma possiamo e dobbiamo esercitarci e impegnarci coerentemente.
Un tempo c’era ingenuità, analfabetismo, superstizione, oggi invece siamo nel liquido, dice lo scrittore Vito Mancuso, occorre parlare con onestà a se stessi (e poi agli altri) se non si vuole far morire a fuoco lento tenendo calmi tutti come se nulla fosse cambiato. E’ necessario guardare in faccia il mondo che ha bisogno di credere nella forza del bene e dell’essere protagonisti attivi e non semplici spettatori. Bisogna vivere la perplessità, perché questa abita la mente di chi pensa e non si dispera, né predica sventure.

 

Marcello D’Acquarica
 
Di Antonio Mellone (del 30/05/2013 @ 22:55:20, in NohaBlog, linkato 2528 volte)

Veramente il titolo di queste note avrebbe potuto (o forse dovuto) essere un po’ più triviale con l’utilizzo di un lemma dalla medesima radice ma con una desinenza in rima con le parole ioni, milioni, delusioni. Ma per non urtare la suscettibilità dei puri di cuore ai quali capita talvolta di visitare perfino questo sito abbiamo utilizzato un vocabolo meno volgare, ma non meno icastico. 

Ma andiamo con ordine.

L’altro giorno, precisamente domenica 26 maggio 2012, avevo voglia di comunicare a qualche consigliere comunale nohano (categoria che sembra sempre più cieca, muta e sorda) il fatto che l’illuminazione in via Carlo Alberto Dalla Chiesa sembra funzionare ad intermittenza. Ricordo che si tratta del viale alberato che unisce Noha a Galatina (viale che tra poco verrà pure interrotto dalla mega-rotonda della circonvallazione interna che perfino la Roberta “rivendica” [sic!], ma questa è un’altra storia). Voglio dire che le luci issate in cima a quei pali metallici attualmente sono accese più o meno a partire dall’uscita di Galatina e fino alla metà della distanza che intercorre tra la masseria Colabaldi e la chiesa parrocchiale di San Rocco; da questo punto in poi, continuando sempre verso Noha, queste luci sono invece spente sia a destra e sia a sinistra, e, per un certo segmento, solo da un lato, e fino all’altezza del secondo semaforo, quello della rotonda (un’altra) che porta a Collepasso.

Domenica mattina, dunque, avevo provato a chiamare al cellulare i due consiglieri comunali di maggioranza locali (sperando di poter comunicare almeno con la maggioranza relativa di questi, dunque con il loro 50%, cioè uno), ma mi sbagliavo di grosso: la maggioranza stavolta è stata compatta. Il 100% , l’unanimità degli assenti, cioè, non ha risposto punto. Nella mia dabbenaggine avevo pure pensato che vedendo il mio numero di telefono, non appena fosse stato possibile, qualche autorità-anima-pia mi avrebbe richiamato. Ed a dire il vero qualche altra volta questo è pure avvenuto. Ma stavolta nulla di nulla. Il black-out – ho pensato - avrà colpito, oltre che l’Enel, anche le linee telefoniche dei nostri magnifici due.

Nel pomeriggio inoltrato della stessa domenica ho ritentato (non è mica facile farmi desistere dai miei intenti) sperando di essere più fortunato. Dopo un tot di squilli maggiore di sei, poco prima che riattaccassi, mi ha risposto finalmente (ciò che giusto e giusto e va riconosciuto) il pezzo grosso della nostra bella amministrazione comunale che avevo chiamato (e di cui è opportuno celare il nome in quanto è nostra intenzione chiosare sui fatti e mai infierire sulle persone).

Mi presento dicendo di essere quel rompiscatoloni dell’Antonio Mellone (ma, ribadisco, ho detto qualcosa di assonante a rompiscatoloni perché fosse più immediatamente intelligibile, benché certe espressioni non facciano parte del mio idioma). E dall’altra parte, di rimando, quasi a suggello della mia autoironia : “Tu stesso lo dici”.

Ora, di grazia, con questa risposta  potevo io far finta di nulla e tacere oltremodo?

Sicché alla battutona del politico replico: “Ma scusa, [Mister x], se non volevi seccature (non ho detto seccature, ma rottura di…, insomma avete capito) perché cavolo ti sei candidato diventando pure rappresentante del popolo? Per star tranquillo? Ma se volevi stare tranquillo era inutile fare tutta ‘sta manfrina. O no?”

Dopo questa breve paternale da parte mia all’indirizzo del malcapitato interlocutore, e qualche schermaglia della serie excusatio non petita si parla finalmente dell’argomento.

Ora il consigliere comunale de quo, per troncare sul nascere la conversazione avrebbe potuto dirmi di occuparsi di questioni politiche comunali alte (ma non gli conveniva, altrimenti avremmo dovuto parlare di Megaparco, di Pantacom, della nuova area da cementificare per le baracche del mercato, o dell’apertura della vecchia scuola elementare di Noha ristrutturata al novantanovesimo cancello a meno dell’ultimo - come la barzelletta dei pazzi) e non del funzionamento delle luci di una strada o dei cessi del mercato comunale o, chessò io, del cassonetto della spazzatura troppo pieno, o dell’erba sul marciapiede (come si legge su certi ineffabili siti), rimandandomi agli uffici preposti alla bisogna.

Invece con la santa pazienza il politico nostrano mi dice pure che il dirigente comunale (probabilmente quello addetto ai pali della luce) era assente da circa quattro giorni. Al che ho ribadito che questa storia non va avanti da soli quattro giorni, ma da oltre un mese, quasi due, aggiungendo che se le luci di viale C.A. Dalla Chiesa fossero spente per ragioni di risparmio energetico (nonostante siamo circondati da pannelli fotovoltaici) sarei pure stato d’accordo. Ma a questo punto perché non spegnere anche tutte le altre luci?

Ed ho concluso supplicandolo per favore che ci tenessero informati sullo stato dell’arte, magari con due righe scritte su questo sito, ancorché ormai a quanto pare inviso ai più, forse a causa del fatto che pone troppe domande (che puntualmente rimangono senza risposte).

*   *   

Ecco, signore e signori, siamo arrivati fino a questo punto.

Tu denunci un atto osceno in luogo pubblico, come per esempio il fatto che a Noha c’è una bellissima scuola ristrutturata, ed inaugurata precisamente
da a meno del particolare dell’energia elettrica, e pertanto non potrà mai funzionare; gli vai a dire che, ancorché chiusa, quella scuola potrebbe far “guadagnare” dei soldi al comune con la produzione e la vendita dell’energia elettrica prodotta dai pannelli fotovoltaici (che stanno sul terrazzo inutilmente ad abbronzarsi ormai da quasi due anni), e i nostri rappresentanti ed il loro codazzo di aruspici del pragmatismo che fanno? Ti danno del rompiscatole. Per non dire di peggio.

Ora vorremmo ricordare ai nostri rappresentanti al Comune di Galatina (se ne facciano una ragione) che accanto a questi articoli, che continueranno imperterriti come sempre a comparire su questo sito fino alla soluzione del problema (o più probabilmente fino al crollo della struttura), inizieremo a mobilitarci anche utilizzando altri canali. Per esempio interpellando le televisioni locali, girando dei video di denuncia e mettendoli in rete, raccogliendo le firme dei cittadini…

E già che ci siamo, visto che molti concittadini non avendo di meglio da fare guardano Canale 5 e pare s’informino anche (o solo) per il tramite di “Striscia la notizia”, facendoci un po’ di violenza psicologica, adeguandoci dunque al target dell’audience, abbiamo pensato di invitare anche noi  Fabio e Mingo (o il Gabibbo in persona) per un servizio su questa vergogna. Va bene? Contenti così?

Sono certo che anche stavolta non si muoverà foglia.

Però come diceva Trilussa: quanno ce vo’ ce vo’. E almeno sarà a ragione e non a torto quando questi personaggi, in conciliabolo tra loro, ci daranno dei rompicoglioni.

Antonio Mellone
 
Di Redazione (del 29/01/2013 @ 22:54:26, in Presepe Vivente, linkato 2922 volte)

Eccovi di seguito il dettaglio del discorso di Giuseppe Cisotta, del quale, sabato scorso - in occasione della stupenda (e molto partecipata) festa di ringraziamento presso la Masseria Colabaldi indetta per l'ottima riuscita del presepe vivente di Noha - è stato pronunciato a braccio un condensato molto sintetico per via dell'emozione dell'interessato

Buonasera a tutti, e grazie per aver accettato l’invito per questa serata, spero piacevole per tutti.
Il presepe vivente di quest’anno, a detta di molti, è stato un presepe da dieci e lode. Quello che fino ai primi di novembre sembrava impossibile, nell’arco di un mese e mezzo è diventato realtà. Come per miracolo.
Ho visto volti sereni e volti preoccupati, voci fiduciose e voci sfiduciate. Non so se, all’inizio, io facessi parte dei primi o dei secondi.
Ma poi, superata ogni barriera, grazie a voi, ho visto finalmente donne e uomini lavorare con armonia. Non più facce contrite o arrabbiate, e non più voci di capi o duci, ma persone unite da un solo obiettivo: l’amore per noi, per Noha, per la nostra comunità, nel vero clima natalizio.  
E’ stata, anche quella di quest’anno, un’esperienza bella, esaltante, una sfida contro noi stessi, superata grazie a tutti.
Se dovessi qui ringraziare uno per uno i protagonisti di questo presepe, dovrei parlare da mo’ fino a domani mattina.
E sicuramente mi dimenticherei di qualcuno.
Sì, perché qui dovrei partire ringraziando i proprietari della masseria per averci permesso anche quest’anno di allestire una vera e propria opera d’arte, per finire citando uno per uno i tecnici, i sostenitori, i responsabili della parrocchia, i vigilanti, il servizio d’ordine, gli addetti al pronto soccorso, i vigili urbani. Ed ovviamente tutti i personaggi del presepe, l’angelo-cantante, e poi i famigliari dei personaggi ed i famigliari degli organizzatori, mogli, padri, figli, fratelli, nonni, sorelle (non fosse altro che per la pazienza dimostrata nel sopportarci).
Dovrei ringraziare chi ha lavorato di giorno e di notte affinché questa antica masseria  diventasse un set perfetto per il teatro del presepe più bello del Salento. Ognuno ha lavorato secondo le proprie possibilità, ma certamente senza risparmiarsi.
Dovrei ringraziare anche chi si è occupato della comunicazione, chi della fotografia, chi dei video, chi dei contatti con il pubblico, chi ha disegnato i manifesti e volantini, chi ha dato un parere, chi ha votato sul sito di Noha per le ormai famose “presepiarie”, chi ha stampato i manifesti, chi li ha distribuiti, chi si è occupato dei vestiti dei personaggi, chi ha dato una mano al bancone dell’offerta dei prodotti e chi da dietro le quinte ha prodotto il cibo per i visitatori, chi ha fatto da sponsor ed anche chi mi ha detto di non poter mettere mano al portafogli. Ringrazio davvero anche questi ultimi, perché so che se avessero potuto, avrebbero sostenuto con tutto il cuore il nostro che è anche il loro presepe vivente di Noha.
Ringrazio anche chi ci ha dato delle idee per l’allestimento, ed anche chi ci ha fatto delle critiche (che guai se non ci fossero).
Ringrazio chi ci ha concesso il patrocinio: la regione Puglia, la provincia di Lecce ed il comune di Galatina.
Ma dovrei ringraziare anche chi ha trascorso le notti qui in masseria per fare la guardia, chi ci ha preparato qualcosa da mangiare durante i lavori, chi ha prestato i suoi automezzi per il trasporto delle cose, delle strutture, dei bagni chimici, delle luci, degli altoparlanti, del fieno, del legno, dei tavoli; dovrei ringraziare chi ci ha prestato le attrezzature, chi la filodiffusione, e chi ha messo a disposizione quello che aveva di più caro: gli utensili antichi che hanno trasformato questa masseria in un vero e proprio museo degli antichi mestieri e dell’arte contadina.
Dovrei ringraziare anche coloro che hanno messo a disposizione i loro animali da cortile che contraddistinguono il nostro presepe rendendolo particolare, e forse più originale rispetto a tutti gli altri.
E per essere giusto dovrei ringraziare uno per uno anche i cavalli, gli asinelli, i maialini, le oche, le pecore e gli agnellini, i vitelli, i conigli, e via di seguito, che hanno recitato la loro parte nel migliore dei modi. E ovviamente uno per uno le migliaia di visitatori provenienti da ogni parte della provincia di Lecce, d’Italia ed anche dall’estero.
Ma devo ringraziare anche questa stupenda Masseria Colabaldi, le sue mura rugose, il suo cortile, il suo portale, l’atrio, le stalle, il forno, le cucine, le stanze nobili, le terrazze. Abbiamo fatto rivivere questo bene culturale molto caro ai nohani, un monumento che sta in piedi da secoli, sfidando i colpi secchi del tempo.

Grazie a tutti. E grazie anche a tutti quelli che ho dimenticato di citare.
Concludo dicendo che questa esperienza mi ha fatto capire tante cose.
Intanto che la felicità si trova nelle piccole cose, nell’armonia con le persone, con la natura, con noi stessi, nell’ascolto dei nostri figli. Dovrebbero essere i desideri dei nostri figli a dare ordini al futuro.
Io penso che le persone felici non siano quelle che vivono la propria vita nel lusso più sfrenato, ma quelle che vivono pienamente in un piccolo mondo (come per esempio quello di Noha) fatto di strette relazioni basate sulla famiglia e sull’amicizia. Questo presepe mi ha insegnato che siamo sulla buona strada per eliminare le barriere tra di noi, per eliminare dal vocabolario le parole “estraneo”, “egoismo”, “interesse di parte”, “avidità”.
Con questa esperienza abbiamo creato relazione, dialogo, solidarietà, condivisione, comunicazione, rapporto con gli altri, stima reciproca. Mettendo in comune la passione per le cose belle, genuine, senza secondi fini, facendo sparire l’io per concentrarci sul noi, abbiamo ottenuto quella che si chiama “qualità della vita”.
Abbiamo cercato e raggiunto un terreno comune, un cemento sociale, una sfida comunitaria, una forza comune.
Se ci rendiamo conto di questa forza, noi possiamo fare miracoli, e non soltanto a Natale, e possiamo davvero raggiungere qualsiasi obiettivo.
Noi nohani possiamo, anzi dobbiamo dire che non siamo secondi a nessuno.
Con le piccole cose, con la solidarietà senza steccati, con lo scambio gratuito del tempo e dei beni, con la pura gioia di contribuire al bene comune, con l’idea che il beneficio per uno non sia un danno per l’altro, noi riusciremo a far fronte tranquillamente alla crisi che sembra non lasciarci speranza.
Solo in questo modo, restando uniti, aiutandoci e incontrandoci come abbiamo fatto qui alla Masseria Colabaldi per il nostro presepe, costruiremo una corazza forte contro tutte le crisi, e soprattutto daremo un futuro migliore e più umano ai nostri figli. Saremo una comunità migliore.
Qui ho capito, grazie a voi, che il benessere degli altri è il mio benessere.
Grazie a tutti, e buona serata.

Giuseppe Cisotta

 
Di Redazione (del 27/06/2019 @ 22:53:34, in Comunicato Stampa, linkato 385 volte)

Care concittadine, cari concittadini,

l'amministrazione Amante, sin dalle sue linee di mandato, decide di investire nella cultura come strumento attraverso cui fa rinascere la Città di Galatina e tutto il suo territorio. Una programmazione strategica ben precisa, con un obiettivo chiaro da raggiungere a piccoli passi pur avendo grandi ambizioni. Perché questa città lo merita, ha le potenzialità per farlo ma è necessario che rivendichi la propria identità e ne faccia vanto. E' necessario, tuttavia, confrontarsi con la realtà e capire le risorse economiche a disposizione dell'Ente: fino a dove ci si può spingere non venendo meno alla qualità delle proposte? Come si può fornire una scelta culturale ricca, vasta, ma nello stesso tempo di spessore tale da far diventare questa Città meta, non di passaggio, ma di alloggio anche per i turisti? Come fare, pur avendo vincoli e legami di un ereditato piano di assestamento?

Cari cittadini, l'amministrazione Amante ha tentato di fare ciò in due modi. 

Innanzitutto, la programmazione estiva è il risultato di mesi di lavoro, scambio di idee, confronti e scontri, relazioni, rinvii, opportunità colte all'ultimo momento e analisi sistematica di ogni minimo dettaglio. E anche in questa occasione non siamo venuti meno al nostro concetto di politica intesa come partecipazione, coinvolgimento degli attori di questo splendido spettacolo, ossia le associazioni e/o i privati che avessero voluto far parte della nostra rassegna estiva esibendo la loro arte e il loro sapere nei luoghi della Città. Poi ci abbiamo messo anche del nostro, sperimentando, rischiando ma credendo fortemente nella struttura di qualsiasi progetto, dal tarantismo, alla lettura, al teatro sino all'incontro di varie culture. E lo abbiamo fatto e lo faremo con puro entusiasmo, fonte principale per credere ancora in questa Città. Galatina merita di ritrovare un senso di comunità e di orgoglio che coinvolga tutti a prescindere da tutto. Galatina merita unione. 

E come nell'economia di una famiglia, abbiamo programmato le somme necessarie a sostenere tutto questo nei limiti delle possibilità dell'Ente. Dovendo, pertanto, in alcuni casi rinunciare a qualcosa. Ed è qui che entra in gioco l'altro modo con cui si è pensato alla programmazione di "A cuore scalzo". L'amore per questa Città. La gratuità del servizio svolto, per cosa? Appunto, per amore della Città. 

Pensare di "offrire" il proprio servizio alla comunità sembrerà strano a chi considera la pubblica amministrazione come il gioco delle tre carte. 

Il problema sta sempre negli occhi di chi guarda! E allora, cari concittadini...evitando di citare qui alcun nome, ci sono aziende del territorio che credono e investono nel progetto dell'amministrazione comunale e, quindi, credono ancora in questa Città. Ci sono aziende che investono con il proprio denaro e altre che, invece, rendono il proprio servizio pur mantenendo un livello qualitativo del prodotto reso molto alto. Tutto gratuitamente. E questo termine non cela alcun sotterfugio. E lo scrivo anche per rispetto non solo di queste aziende ma anche di ogni dipendente comunale che, in maniera più o meno diretta, è coinvolto in questo importante lavoro di programmazione e di attività burocratica in merito alla rassegna estiva.

Infine, questa rassegna ha in sé anche una sfida: quella di credere in un'associazione giovanile, di nuova costituzione, composta, nel suo direttivo, nella maggior parte da under 35, alcuni anche lontani dalla propria terra per motivi di lavoro, ma che sono legati fortemente a questa terra. Ragazzi, che sono anche professionisti, coraggiosi e vicini ad un concetto di città come comunità. Ragazzi che non chiedono nulla se non mettere a disposizione la loro disponibilità a livello logistico, organizzativo e professionale al fianco dell'amministrazione e di tutta la Città. E lo fanno gratuitamente. Sì, ed è come non prendere impegni una sera perché al termine di uno spettacolo è necessario riportare le sedie al loro posto. Gratuitamente. Ed è come rimanere nel proprio studio oltre il consueto orario di lavoro per inviare mail e ultimare gli aspetti logistici per il concerto di sabato sera in piazza. Gratuitamente. Ma, si sa, nemo propheta in patria.

Cari concittadini, Galatina è fatta anche di gente buona, trasparente e che continua ad amare questa città nonostante calunnie, offese, ingiurie e bugie che non meritano neppure il tempo di essere prese in considerazione. I vostri occhi non hanno la loro trave, che possa impedirvi di guardare ciò che è la realtà.

Guardate la vostra città, criticate, dialogate, chiedete spiegazioni. Ma fatelo con la vostra testa. Con i vostri occhi. A cuore scalzo.

Cristina Dettù

 
Di Redazione (del 13/06/2019 @ 22:53:06, in Comunicato Stampa, linkato 177 volte)

La Cabala Ebraica è il tema del V appuntamento della Rassegna Incontri al Collegio, curata dalla libreria Fiordilibro e che si terrà venerdì 14 giugno alle ore 19,30 presso la Chiesa del Collegio. Ci guiderà nei meandri della Sacra Mistica Ebraica Grazia Piscopo autrice del libro - La Via per la Cabala… La Via del cuore Introduzione allo Studio della Cabala edito da “I Quaderni del Bardo”.  “La Kabala, è la sfida di chi vuole guardare il reale al di là del reale stesso e non è facile camminare per quei luoghi, ma Grazia lo fa. Grazia sceglie di unire il suo sguardo di donna allo sguardo della tradizione ebraica e della mistica. (Dall’introduzione di Pierpaolo Pinhas Punturello).  Converseranno con l’autrice  Stefano Donno  di  iQdB ed il prof. Vincenzo Fasano docente di Diritto Ebraico presso la Pontificia Antonianum. Introduce il Rettore di Santa Maria della Grazia, Don Antonio Santoro

Grazia Piscopo è nata a Taranto, il 10 febbraio del 1961. La mistica, le religioni e l’ebraico sono gli studi a cui approda intorno agli anni Ottanta e che continuerà ad approfondire fino a giorni nostri. Nel 2001 fonda l’Associazione Culturale per la promozione delle Scienze Olistiche Filosofiche ed Umanistiche “Thorah”. Nel 2006 frequenta la facoltà di Scienze Teologiche e Religiose presso la Curia Vescovile di Lecce. Nel gennaio del 2018 formalizza l’adesione dell’Associazione alla Federazione delle Associazioni di Italia-Israele. Successivamente, a luglio del 2018, decide, con l’Approvazione dell’Assemblea dei Soci di modificare lo Statuto e il nome del Sodalizio, per rispetto verso la Comunità Religiosa Ebraica e la Sue Sacre Scritture da Associazione “THORAH” in Associazione “HORAH”. Ancora adesso il suo grande amore, la Cabala è motivo di studio, ricerca e di approfondimento

Vincenzo Fasano, si è laureato in Giurisprudenza nel 1997 con una tesi in diritto ebraico. Ha proseguito la sua formazione umanistica a Parigi X- Nanterre ( con un mémoire de maîtrise in Lingua e cultura straniera dedicato all’architettura romanzesca nella produzione dell’ultimo Bassani) e a Parigi III- Sorbonne Nouvelle, alla Pontifica Università Lateranense (con una dissertazione di licenza sul reato dell’incesto nella Tôrâ ed una tesi di dottorato sull’incriminazione in materia di reati sessuali nell’Antico Testamento). È dottore di ricerca dell’Università Parigi VIII-Vincennes-Saint-Denis (F) dove ha discusso una tesi dottorale sull’immagine dell’ebreo nel feuilleton romanzesco italiano fra il 1870 e il 1915. È  professore invitato presso la Pontificia Università S. Tommaso D’Aquino (Roma). Si interessa in prevalenza di diritto ebraico e di storia dell’ebraismo italiano. Trai le sue pubblicazioni ricordiamo le monografie tratte dai suoi lavori dottorali, edite dalla casa editrice Congedo di Galatina: L’incriminazione in materia di reati sessuali nell’Antico Testamento (2002) e Le Juif dans le roman-feuilleton italien (1870-1915) (2008).

Emilia Frassanito

 
Di Albino Campa (del 27/10/2011 @ 22:51:39, in Un'altra chiesa, linkato 2564 volte)

Eccovi di seguito un'intervista a don Andrea Gallo, il prete genovese che porta in giro uno spettacolo in cui recita le parole del frate Girolamo
Savonarola. Tratta dal sito www.overgrow.it

Per la sua gente della Comunità di San Benedetto al Porto è semplicemente “Il Gallo”. A lui piace di più definirsi un prete “angelicamente anarchico”.

Ottantatre anni appena compiuti, una verve da fare invidia a un giovanotto, intelligenza lucida e fede profonda, strenuo e ostinato difensore degli “ultimi”, don Andrea Gallo è abituato a parlare chiaro. Un prete scomodo per la Chiesa “ufficiale” e le sue gerarchie che più volte gli hanno fatto intendere di non condividere le sue idee e certe sue prese di posizione. “La mia non è contestazione, né provocazione – sbotta – perché la Chiesa è la mia casa. Una casa in cui sto bene ma rivendico l’importanza di dare ascolto alla mia coscienza”. Un prete da marciapiede, amico di Vasco Rossi e Beppe Grillo, di Maurizio Landini (segretario Fiom) e Luca Casarini, che da anni passa le sue notti girovagando per le strade di Genova a soccorrere i disperati, barboni, drogati, alcolizzati e prostitute. Autore di diversi libri, ospite televisivo di molte trasmissioni cult (Che tempo che fa, Le Iene, Le invasioni barbariche…), da qualche tempo è impegnato nella messa in scena di “Io non taccio” lo spettacolo teatrale scritto da Stefano Massini (produzione PromoMusic) dedicato alla figura del predicatore Girolamo Savonarola in programma a Udine il prossimo 1° agosto (Piazzale del Castello ore 21.30).

A chi dobbiamo questo suo debutto nel ruolo di attore?

“Non è mica stato facile accettare una simile proposta. Mi sentivo inadeguato e comincio a sentire il peso dell’età. Ho detto alla produzione di rivolgersi a “colleghi” come padre Alex Zanotelli, don Ciotti, il “vostro” don Di Piazza. Io sono un prete da marciapiede, non ho titoli, non ho cattedra, non ho cultura!”.

Com’è che poi ha accettato?

“Quando ho letto i testi del grande frate domenicano ho compreso l’incredibile attualità del suo messaggio. Fra’ Savonarola non era un mito, ma un uomo che dava voce agli indigenti, al popolo, schierandosi contro il potere, contro la corruzione e il degrado morale della Chiesa e della società di fine del ‘400. E’ impressionante quante siano le similitudini con il nostro tempo”.

Ha un esempio da anticipare?

“Il tiranno di allora giudicava i magistrati esattamente allo stregua di certi politici di oggi. Il pubblico quando me lo sente dire ride pensando a una trovata dello spettacolo. Invece è la stessa storia che, a distanza di secoli, si ripe te Bisognerebbe riflettere…

“Basta pensare all’articolo 3 della nostra Costituzione. Esprime un concetto giuridico alto. Non si limita a dire che la legge è uguale per tutti ma che tutti i cittadini sono uguali davanti alla Legge.”

Una guida da accostare al Vangelo?

 

“La Costituzione italiana e il Vangelo sono bussole che guidano la vita”.

Con quale stato d’animo affronta il palcoscenico e che cosa apprezza di questa esperienza?

“Le due ore di spettacolo mi costringono a un esame di coscienza, a una meditazione, a un ritiro spirituale. Mi chiamano a rispondere personalmente di ciò che leggo facendomi sentire ogni volta più uomo, più cristiano, più prete, più non-violento, più antifascista, più anticapitalista…”.

Soddisfazioni?

“Le tante persone che, a fine serata, vengono a dirmi di avere apprezzato. A Firenze si è presentato un signore distinto, in abiti borghesi, che mi ha rivelato essere il priore di San Marco, quindi il successore di Girolamo Savonarola! E un’autentica sorpresa è stato il biglietto delle suore domenicane di clausura. ‘Bravo don Gallo, amico del nostro Priore. Guarda che non è da tutti. Grazie e in bocca al lupo’ diceva”.

Qualche anno fa c’era chi definiva Grillo un moderno Savonarola. Visto che vi conoscete lei come lo giudica?

“Siamo molto amici e così quando lo sento gli dico che la deve smetterla di credersi un padreterno. Lui ribatte dicendomi che deve esagerare perché deve far ridere la gente”.

Una conferma alle sue doti di grande comunicatore: che ne pensa dei social-network?

“Non sono molto esperto anche se mi dicono che il popolo della rete mi conosce e mi segue. Su Facebook si sono costituiti due gruppi “Don Gallo Papa subito” e “Vogliamo il Gallo al posto di Ratzinger”. Un mio intervento a “Le Iene” in cui ho affrontato tematiche d’interesse giovanile quali la sessualità, l’uso delle

droghe e del preservativo è finito su YouTube dove è stato visto da 45 mila persone! Questo mi rende felice e mi stimola a continuare il mio cammino”.

 

Esiste la censura da parte della stampa in Italia?

“Mi riguarda personalmente. In un giornale cattolico come l’Avvenire vige il divieto di pubblicare il mio nome. E’ accaduto in occasione della consegna di un premio e poi di una manifestazione cui ero stato invitato. Gli articoli sono usciti ma evitando di citarmi!”.

Sarà perché don Gallo è spesso in dissenso con i suoi superiori…

“Ogni tanto provano a mandarmi messaggi, preannunciando “severi provvedimenti”. Fui richiamato dal Cardinal Bertone per avere detto che avrei votato per il referendum sulla Legge 40/2004 (fecondazione assistita). Ma poi non ci sono stati provvedimenti anzi, a essere precisi, non sono mai stato neppure ammonito”.

Il senatore Giovanardi ha firmato a Washington un patto che afferma la completa identità di vedute fra Italia e Stati Uniti per quanto riguarda il no alla liberalizzazione delle droghe. Che ne pensa?

“La tossicodipendenza nel nostro Paese è una strage mafiosa di cui tutti devono sentirsi responsabili. Negli ultimi quarant’anni non è cambiato nulla e la Legge Fini-Giovanardi è una tragedia ed è scientificamente basata sul nulla”.

Quando parla di sessualità come un dono di Dio le danno del provocatore.

“Eppure è proprio così. L’importante è educare alla sessualità e al rispetto. Anche gay e lesbiche sono parte della natura umana”.

Si parla meno di Aids ma dati recenti dicono che il pericolo è assolutamente presente. Consiglia sempre il preservativo?

Ai ragazzi predico la castità ma, come l’Abbè Pierre, dico anche che in caso di rapporti non protetti non solo fanno peccato ma compiono un atto criminale. Io lo distribuisco a quelle povere ragazze costrette a prostituirsi.

Che cosa l’aiuta ad andare avanti?

“La mia Università è la strada e gli incontri a partire dagli “ultimi”. Quando vedo il sorriso di una giovane nigeriana che lavora a “La Lanterna”, la trattoria che gestiamo vicino al porto, mi si apre il cuore. Ha lottato per liberarsi dal racket e oggi è felice perché riesce a mandare 30 euro al mese ai suoi fratelli rimasti al villaggio. Mi aiuta la preghiera, la lettura e l’idea di ricominciare ogni nuovo giorno con un patrimonio di idee, energie e sofferenze”.

Ruba ancora i libri per permettere agli ospiti della Comunità di studiare?

“Ho smesso perché adesso me li regalano”.

Che cosa ha chiesto come regalo per il suo compleanno (il 18 luglio)?

“Vorrei che la gente uscisse dall’indifferenza che giudico l’ottavo vizio capitale. C’è bisogno di riscoprire valori come la lealtà, la solidarietà, l’accoglienza. Solo così potremmo affrontare il mare grosso e in tempesta di questi nostri tempi moderni”.

 
Di Redazione (del 29/11/2019 @ 22:42:01, in Comunicato Stampa, linkato 105 volte)

È già tempo di festa in Corso Giuseppina del Ponte a Galatina. Plant 008 e Polline d’Amore  organizzano, infatti, la seconda edizione di Natale in Corso G. del Ponte domenica Primo Dicembre. Numerosissime le attrazioni e i divertimenti per grandi e piccini. La giornata all’insegna del divertimento inizia alle ore 16 con gli spettacoli per i bambini: il Fachiro mangia fuoco, un laboratorio Circo Tabarin, un dolce pony da cavalcare e lo spettacolo di Giocoleria comica terranno i nostri piccoli con lo sguardo e il cuore in un’unica direzione, quella degli artisti. Dalle 18.30 sarà il momento di Roberto Lezzi e il suo dj set. Ancora musica live alle 20.30 con gli Avvocati Divorzisti e il loro bagaglio di simpatia, buona musica e carica rock. Il tutto, ovviamente, condito da buon cibo: lo Speciale Street Food avvolgerà i galatinesi e gli ospiti provenienti dalle città del Salento. Prodotti tipici, buon vino e dolci per completare la serata nel migliore dei modi.

Vietato mancare, dunque. L’appuntamento è per domenica 1 dicembre per iniziare il mese del Natale nel migliore dei modi.

Marika Martina

 
Di Albino Campa (del 11/03/2011 @ 22:40:15, in Recensione libro, linkato 3147 volte)

Stabat Mater di Tiziano Scarpa, vincitore del Premio Strega 2009, è un testo che si fa fatica a leggere con gli occhi, con la mente, dentro di sé, nel silenzio di una stanza buia. Un moto impulsivo, sussultorio dell’anima irrompe presto nell’aria sottoforma di suono e le parole scritte sulle pagine divengono melodia. Ed ecco, quindi, che riesce spontaneo alzare la voce, declamare i passi di quest’opera, unica nella forma, straordinaria nei contenuti.

 Ne viene fuori una lettura convulsa, che con fatica si riesce ad addomesticare. Si legge in poche ore, con il rischio di rimanere con quel nodo alla gola che solo le grandi emozioni riescono a regalare. Sarebbe davvero un peccato d’altronde trattenersi, rallentare il passo per paura della fine, per gustare l’intermezzo e saziarsi dei particolari, quando l’intento dell’autore è proprio quello di tradurre in parole il turbamento d’animo della sua protagonista.
 Cecilia, infatti, è una giovane ragazza orfana che, nelle sue lunghe notti insonni trascorse in cima ad una rampa di scale dell’orfanotrofio, cerca di tradurre in parola scritta i pensieri e i sentimenti, i dubbi e le incertezze, che le dilaniano di continuo l’anima. Scrive su pezzi di carta racimolati qua e là, tra le righe di un pentagramma, negli spazi vuoti tra una nota e l’altra, rivolgendosi ad una Signora Madre che mai ha conosciuto, di cui tuttavia sente scorrere nelle proprie vene quel vitale bisogno che unisce, sin dal principio, come un cordone ombelicale, ogni figlio alla propria madre.
 “Signora Madre, vi scrivo nell’oscurità, senza candela accesa, senza luce. Le mie dita scorrono sul foglio appoggiato sopra le ginocchia. Bagno la penna nell’inchiostro, la intingo nel cuore della notte. Riesco a distinguere con difficoltà le parole che si srotolano sulla pagina, forse non sono nient’altro che grumi di buio anche loro. Dentro queste parole, ogni notte io vengo a farvi visita. Voi non potete vedermi, ma i miei occhi spalancati vi guardano” (pag.15).
 Così passa i giorni Cecilia, obbligata in quelle quattro mura che l’hanno accolta in fasce un ventuno aprile e che ora sembrano pesare, tanto da diventare quasi insopportabili. Cecilia è cosciente di crescere in un mondo che non conosce, di utilizzare talvolta delle parole vuote di significato poiché non ha mai avuto modo di viverle. E mentre di notte scrive alla persona più intima e allo stesso tempo più lontana, di giorno suona il violino in chiesa insieme alla sue compagne musiciste, sospese ad alcuni metri di altezza, dietro una balaustra, seminascoste da grate metalliche che lasciano indovinare ai nobili in ascolto soltanto delle sagome, stuzzicandone così l’immaginazione.
 Per Cecilia la musica è monotonia, un incessante e tormentoso ripetersi di note. Nell’Ospitale gli è stato insegnato che la musica è un modo per elevare la propria preghiera al Signore, ma lei ne dubita fortemente. “Io credo che la musica cada. Noi suoniamo dall’alto, sospese, sui poggioli di fianco alle due pareti della chiesa, a qualche metro da terra, perché la musica pesa, cade giù. La versiamo sulle teste di chi viene ad ascoltarci. Li sommergiamo, li soffochiamo con la nostra musica” (pag. 48).     
 Un giorno però, con l’arrivo di un giovane sacerdote, le cose cominciano a cambiare. Antonio Vivaldi è il suo nome, giovane compositore e insegnante di violino, con un’idea del tutto originale di fare musica. Sarà lui a scuotere la giovane orfana, a destarla da quell’intorpidimento in cui inevitabilmente si cade, quando si è costretti a non oltrepassare i contorni che delimitano la conoscenza del mondo al proprio ego, senza alcuna possibilità di esternarsi.

 

Michele Stursi

Di seguito l’incipit dell’opera (musica: A. Vivaldi, Concerto per due violini in Re min. - Op.3, n. 11, Orchestra Classic Music Studio, S. Pietroburgo, dir. A. Titov; voce: E.F. Ricciardi).

 
Di P. Francesco D’Acquarica (del 07/01/2013 @ 22:39:24, in La Storia, linkato 2984 volte)

Sull'arcata del portone principale dell’attuale masseria Colabaldi si legge la data 1595 che indica  l'anno di costruzione dell'ultima parte del fabbricato. In alto,  scolpito su pietra, c'è lo stemma della famiglia Baldi (o Bardi) Nicola.
Vediamo di capire meglio chi erano i Baldi o Bardi.

La famiglia Bardi o Baldi

I Bardi furono una famiglia fiorentina di banchieri e mercanti che creò una ricchissima compagnia commerciale nel Basso Medioevo. Li troviamo a Firenze fin dal secolo XI e si dedicarono all'attività mercantile e in seguito bancaria.
Al massimo del loro splendore la loro compagnia era una delle più ricche d'Europa. Aveva numerose filiali in Italia (Ancona, Aquila, Bari, Barletta, Castello di Castro, Genova, Napoli, Orvieto, Palermo, Pisa, Venezia) e in tutto il continente (Avignone, Barcellona, Bruges, Cipro, Costantinopoli, Gerusalemme, Maiorca, Marsiglia, Nizza, Parigi, Rodi, Siviglia, Tunisi). Con i Peruzzi e gli Acciaiuoli essi ebbero di fatto il monopolio delle finanze pontificie.
Per dare un esempio dell'efficienza della loro "holding", nel  1336 essi ricevettero dalla loro filiale di Avignone l'incarico da parte di Papa Benedetto XII di inviare agli armeni, assaliti dalle popolazioni turche, il corrispettivo di diecimila fiorini  d'oro in grano. Detto fatto: il 10 aprile arrivò l'ordine, poche settimane dopo gli agenti italiani dei Bardi comprarono il grano sulle piazze di Napoli e Bari tramite le loro filiali, e prima della fine del mese navi cariche delle vettovaglie erano già salpate verso il Mar Nero.

Il fallimento della compagnia

Per capire le ragioni del repentino crollo è necessaria un'analisi della struttura della compagnia commerciale. Ciascuna filiale, sulla carta, era considerabile come un'agenzia indipendente che aveva il diritto di stipulare affari, di fissare i prezzi e di auto regolamentarsi. Tutte queste agenzie erano però legate tra loro da un accordo di solidarietà che faceva sì che non fossero troppo esposte ai capricci dei singoli mercati e che potessero lavorare in modo coordinato. Un tale modello organizzativo offriva una notevole flessibilità alla struttura che si vedeva tutelata in tutte le sue parti dalla solidarietà interna. Era perciò possibile decidere i punti vendita delle merci a seconda dei vari valori di mercato locali, massimizzando così i profitti. Fu questa la forza della compagnia, ma anche la sua debolezza.

Nel caso in cui una filiale fosse fallita trovandosi con un profondo rosso, le altre sedi avrebbero dovuto aiutarla a ripianare i bilanci. Ciò poteva portare ad un pericoloso effetto domino avente come il risultato la bancarotta di tutte le filiali della compagnia. Fu ciò che avvenne nel 1343.

Dopo il crollo le sorti familiari non tornarono più allo splendore del passato, ma i Bardi mantennero comunque un certo spessore di rilievo nella vita fiorentina.

Lo stemma

Lo stemma dei Bardi consiste in alcune losanghe rosse (da cinque a sette) messe in banda (cioè in diagonale) in campo d'oro. Nell'angolo destro in alto i Bardi di Vernio avevano un castello d'argento con una sola torre.
Altri rami avevano in questo cantone un leocorno, un leone, un drago, una ghirlanda, una corona, o lo scudo del popolo fiorentino (croce rossa in campo d'argento) o tre leoni d'oro, simbolo della monarchia inglese.

Lo stemma Baldi a Noha

Lo stemma che a Noha troviamo scolpito sul portale della masseria Colabaldi sicuramente è di Nicola Baldi, che apparteneva ad un ramo dei Baldi che abbiamo descritto.
E’ bene tener presente che lo stemma è scolpito su pietra leccese, quindi senza colori particolari, per di più esiste dove ora si trova almeno fin dal 1595, perciò consunto dal tempo: il che rende più difficile l’interpretazione.
In alto pare di capire che ci sia la testa di qualcuno con sopra non la corona ma l’elmo, che indica un gentiluomo come barone per esempio. Al di sotto nel mezzo sono scolpite due lettere ben visibili e cioè la N e la B, iniziali del nome del nostro Nicola Baldi, poi abbreviato o contratto in Colabaldi o Colabardi.  Nel mezzo tra le due lettere è visibile un cimiero da cui spuntano tre rametti di felce, che fin dall’antichità è simbolo di potenza e virilità.
In basso vi è la testa  di un leone, simbolo di dominio e nobiltà eroica, forza e coraggio.
Lo stemma è decorato con due fiocchi che spuntano ai lati forse da una divisa militare, mentre due braccia, una per parte, sostengono due attrezzi di mestieri che sembrano due martelli. Due rametti di alloro ornano la parte superiore dello stemma.
Inoltre sappiamo anche che nel cuore dell'antico borgo di Galatina sorge l'Hotel Residence Palazzo Baldi, uno splendido edificio storico eretto nel XVI secolo da Cosimo e Nicola Baldi, attivi finanzieri umbro-toscani, i quali si ritagliarono un angolo di riservato fascino nell'ambito della cittadina di Galatina.

Mie conclusioni

Io penso che uno di questi fratelli e cioè Nicola Baldi alla fine del 1500 comprò dalla Chiesa di Noha, alla quale apparteneva il Convento Basiliano e la chiesetta di S.Teodoro, quello che ne restava dopo il saccheggio dell'invasione dei Turchi del 1481. Il 7 Ottobre 1481 infatti i Turchi avevano devastato Galatina e Soleto, provocando il fuggi fuggi da tutta la zona. Anche Sogliano, Aradeo, Noha, Cutrofiano furono abbandonate precipitosamente. Il nostro Nicola Baldi comprò dunque quello che restava con i terreni annessi e  fece costruire l’attuale masseria, inglobandovi le antiche strutture del convento e della chiesetta basiliana e così l’uno e l’altra diventarono purtroppo della stalle.

 P. Francesco D'Acquarica

 
Di Redazione (del 28/03/2019 @ 22:38:58, in Comunicato Stampa, linkato 299 volte)

Di seguito il testo dell'intervento in Aula del portavoce alla Camera dei deputati del Movimento 5 Stelle, Leonardo Donno

Che la mafia stia cambiando gradualmente pelle è un dato ormai noto. Quello che aumenta e che spesso sfugge, di pari passo con gli episodi di microcriminalità e infiltrazioni mafiose nelle pubbliche amministrazioni, è la fame di giustizia dei cittadini italiani. Chiediamo di riporre fiducia nelle istituzioni, in cambio dobbiamo dimostrare di meritarla. 
Parto dalla mia terra, il Salento. Nell’ultima relazione del presidente della Corte d’Appello, Roberto Tanisi, il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante. Molti politici e funzionari pubblici si venderebbero per poco. Alcuni di loro avrebbero anche fatto ricorso a metodi mafiosi. Si parla di “microcorruzione” dilagante, che ha rimpiazzato le vecchie maxitangenti: in un anno i procedimenti per corruzione sono passati da 32 a 61, con 298 indagati, il quadruplo rispetto all'anno precedente. È un’allerta chiara quella in tema pubblica amministrazione, che fa il paio con lo scioglimento per mafia di ben 3 comuni ad oggi: Surbo, Sogliano Cavour e Parabita. A rischio, notizia di ieri, il Comune di Carmiano.
Quello che realmente fa tremare è l’esponenziale aumento dei delitti basati sull’indebita percezione di contributi o finanziamenti concessi dallo Stato o dall’Ue. Così la mafia indossa i guanti bianchi, si insinua, tenta di passare inosservata. Numeri come quelli che ho elencato non necessitano di commento. La mafia non è più coppola e lupara, per dirla citando Borsellino. La lotta alla mafia, oggi, va di pari passo con la lotta alla corruzione. Per questo abbiamo fortemente voluto la legge Spazzacorrotti, grazie alla quale, per la prima volta in Italia, i più gravi reati contro la pubblica amministrazione vengono equiparati ai delitti mafiosi. Il maltolto sarà restituito a cittadini, le pene saranno esemplari. Con la legge sul voto di scambio politico mafioso spezziamo via definitivamente qualsiasi legame tra politica e malaffare. Chi si candida a rappresentare i cittadini nelle istituzioni, e lo fa accettando i voti della mafia, colpisce al cuore la democrazia e la legalità.
Sono certo che sia questa la strada giusta per lanciare un segnale importante ad un Paese stanco e sfiduciato, dove la mafia, purtroppo, ha stretto la mano anche a chi ci ha preceduto. E' ora di dire basta!

M5S

 
Di Antonio Mellone (del 19/11/2015 @ 22:38:33, in Necrologi, linkato 2071 volte)

Oggi, 19 novembre 2015, mentre spuntava l’aurora, è venuta a mancare all’età di 93 anni la prof.ssa Mimì Piscopo, la prima laureata in “Lettere classiche” della nostra cittadina.

Vorrei ricordarla con le stesse parole di un articolo che vergai in suo onore sei anni fa (cfr. “L’Osservatore Nohano”  - n. 8, anno III, del 9 dicembre 2009).

*

<< Sono di fronte agli occhi color cielo quando è bello di una nohana purosangue: Mimì Piscopo, la mia professoressa di Italiano della mitica “I G” dell’Istituto Tecnico Commerciale “M. Laporta” di Galatina. Le chiedo alcune informazioni sul suo conto per una rubrica che tengo saltuariamente sul mio giornale, una rubrica dal titolo Curriculum Vitae.

Riesco a prendere appunti interessantissimi, ma il rischio è che anziché un articolo qui salti fuori un vero e proprio ponderoso volume. Perché le notizie e le curiosità (che sono come le ciliegie: una tira l’altra) sono interessanti e affascinanti, e riguardano non soltanto un’autentica gloria della scuola del XX secolo, ma anche la storia tutta e l’evoluzione (chiamiamola pure così) del contesto ambientale salentino, quello che ci fece da culla, e che ancora oggi funge da cornice alla nostra vita.

Ma ci provo ugualmente, tentando di lavorare con la lima più che con la penna, e cercando di non perdermi in mille fronzoli. Mi trovo di fronte – dicevo – ad una ragazza di 87 primavere, una Donna che senza indugio ti dice “sono nata il 16 luglio del 1922”, e subito mi viene da pensare che una vera Signora non si fa alcun problema nel rivelare la sua età.

Mimì frequenta a Noha la scuola elementare come molti suoi coetanei. Terminato il ciclo della scuola primaria, sfidando la tradizione che voleva che le donne rimanessero in casa a fare la calza, Mimì decide di sostenere l’esame di ammissione. “Solo coloro che superavano questo esame potevano frequentare la scuola media”.

L’ingresso nella scuola media quindi non era automatico, ma era una prima conquista per chi voleva proseguire negli studi. E’ inutile dire che andavano avanti solo coloro che si sentivano portati, che sovente coincidevano con i figli del censo e del privilegio, mentre gli altri venivano avviati verso un’attività agricola o artigianale, allu mesciu o alla mescia. La maggior parte dei ragazzi dunque si fermava di fatto all’esame di licenza elementare (ed una buona percentuale di essi non ci arrivava punto). “Quanti sacrifici per frequentare la scuola media e poi quarto e quinto ginnasio, e successivamente il liceo classico fuori paese. Erano tempi in cui la gente era costretta a stringere la cinghia. La fame faceva sentire i crampi allo stomaco. Si razionava il pane, addirittura! Il mio povero papà a volte rinunciava alla sua razione per non farla mancare a noi.. Il più delle volte andavamo a Galatina a piedi. Qualche volta alle sei in punto passava una corriera di studenti provenienti da diverse cittadine del Salento. Ci si conosceva un po’ tutti e, prima dell’inizio delle lezioni, si stava insieme a chiacchierare piacevolmente nell’atrio della scuola. A volte, quando pioveva, e quando era possibile, mi accompagnava il mio povero papà, con il suo biroccio trainato da un cavallo”. Qui si capisce benissimo quanto Mimì Piscopo sia dunque un’antesignana dell’emancipazione femminile nohana e salentina: “Non era facile soprattutto per una donna continuare negli studi. Andare a Galatina era come tradire una tradizione. Ma mio padre per fortuna era di più ampie vedute ”.

Ha un sogno, questa Donna, e a costo di sacrifici, di rinunce e di rottura di schemi arcaici, lo realizza. Questo è uno degli insegnamenti più importanti della professoressa di Noha: quando si crede nelle proprie possibilità e si lotta con determinazione ed impegno, non ci sono risorse finanziarie scarse o barriere culturali impossibili da abbattere.

Il “Pietro Colonna” di Galatina, e soprattutto la serietà ed il rigore degli studi che vi si conducevano, lasceranno nell’animo e nella formazione della studentessa Piscopo Cosima un’impronta incancellabile. E certamente – come evinco dalle sue parole – sentimenti profondi di nostalgia, di rimpianto ed anche di commozione. E’ come se, mentre ti parla, sentisse nell’angolo della sua memoria suonare ancora la campanella del “Colonna” incastrata a ridosso di un pilastro quadrato dell’antico chiostro domenicano, quell’aggeggio sonoro che scandiva l’inizio e la fine delle lezioni col tocco squillante dell’Idea che non muore.

La maturità arriva nel 1944. “E ormai volevo andare avanti. Mi consigliavano di prendere Farmacia. Ma io ero contraria all’idea, perché le farmaciste – così dicevo – mi sembravano delle bottegaie (soprattutto per gli orari di lavoro). Decisi di prendere Lettere con indirizzo classico, perché mi piacevano molto il greco ed il latino. E mi iscrissi all’università di Bari, dove avevo un punto d’appoggio presso il collegio Regina Elena”. Già dai tempi dell’università, Mimì evidenzia la sua passione. “Leggere, studiare, insegnare erano la mia passione”, tanto che corre spesso in soccorso alle esigenze di molti studenti amici e di molti colleghi in difficoltà, studiando e ripetendo insieme a loro, dando loro una mano nel superamento degli esami nelle materie più difficili.

In quel tempo i testi classici ed i distici erano per lei a portata di mano e di memoria; dalle sue scarpe, ad ogni passo, sembravano entrare ed uscire aoristi e ablativi assoluti. “Era difficile superare l’esame di latino. Sentivo che molti studenti l’avevano provato molte volte prima di superarlo… Io sostenni lo scritto un anno in anticipo, ancor prima che mi si consentisse di presentarlo. E ricordo il terribile prof. Vantaggiato che mi chiamò – io incredula – per sostenere l’esame orale, che superai subito e brillantemente. Ma non mi esaltavo mai. Questa è la mia indole: tra l’altro ero anche molto timida”.

Cosimina Piscopo si laurea nell’anno accademico 1948-49 discutendo una tesi (scritta a macchina) dal titolo: “La classe rurale in Terra d’Otranto nei primi sessant’anni del sec. XIX”, relatore il chiarissimo prof. G. Masi [tesi trascritta a cura di Marcello D’Acquarica e pubblicata su Noha.it nel luglio 2010].

Rientrata a Noha, inizia sin da subito a dare lezioni private di lettere, latino e greco, come del resto aveva sempre fatto quando era possibile durante la guerra. “Ma non mi pagavano mica!”. Nel 1954 diventa finalmente – come noi studenti l’abbiamo sempre chiamata – “La Piscopo”, sottintendendo “la professoressa” o, come i giovani d’oggi usano dire, la Prof.

Inizia dunque in quell’anno la sua carriera di insegnante di Lettere all’Istituto Tecnico Commerciale di Galatina “che non era ancora statale ma parificato. Tra l’altro io, insegnante, sembravo allora una ragazzina al confronto dei miei studenti”.

Dopo questa esperienza iniziale intraprende un lungo tour in diversi istituti che qui posso soltanto citare di sfuggita, avvistandoli dall’alto come in un ideale volo d’aquila.
Insegna così al Professionale Statale e poi al Professionale Femminile di Galatina. Successivamente a Maglie di nuovo presso un Istituto Tecnico Commerciale, con alcune ore presso il Magistrale di Galatina. Dopo “non ricordo precisamente l’anno” entra nei ruoli della scuola media ed insegna Italiano, Storia e Geografia ad Aradeo e poi finalmente a Noha alla “Giovanni XXIII” dove viene nominata anche vice-preside.

Ma dopo due anni decide di ritornare alle scuole superiori: sicché ritorna all’Istituto Tecnico Commerciale (nel 1981-82, quando chi scrive frequentava la famosa I G) e contemporaneamente al Professionale Femminile dove ricopre la cattedra di Storia. E poi ancora da Galatina a Gallipoli, alla volta dell’Istituto Nautico, con alcune ore settimanali a Carmiano presso un altro Istituto Professionale…“Amavo il mio lavoro. Ero molto scrupolosa. Andavo al lavoro anche con la febbre. E mi volevano bene. Ricordo che quando morì il mio povero papà (insegnavo al Professionale) il preside e tutti i ragazzi vennero al corteo funebre. Questo mi fu di grande conforto.

Raccontare qui la vita a scuola della docente Piscopo sarebbe impossibile: dovremmo indugiare in numerosi, singolari, piacevoli, interessanti particolari, come la preparazione delle lezioni, le spiegazioni, le interrogazioni, i consigli di istituto, gli incontri scuola-famiglia, i compiti in classe corretti a casa (a volte anche con l’ausilio della sorella Laura, che leggeva tutti gli elaborati degli studenti per filo e per segno), i problemi dei ragazzi che trovavano in lei una istitutrice, sì, ma anche una sorella, una madre e a tratti un’amica alla quale confidare i propri dubbi esistenziali. “Ci fu un periodo drammatico, anni terribili, quando a scuola entrò la droga. In un anno in una classe fummo costretti a respingere addirittura 14 studenti. Quanti incontri tra professori e genitori. Alcuni venivano a trovarmi perfino a casa chiedendo consiglio, sostegno, incoraggiamento. Erano problemi delicati: non si poteva far finta di nulla. […] Quante storie e quanti viaggi di istruzione al seguito dei miei studenti. Ovunque in Italia, nelle città d’arte, in montagna… Ricordo anche un viaggio bellissimo a Parigi. E quante esperienze: pensa che una volta andammo a finire persino in discoteca! Tuttora incontro in giro dei miei studenti che mi chiedono: si ricorda di me? Io confesso di ricordarmi dei più bravi. E dei più diavoli.

Chiudo questo curriculum vitae et studiorum su una persona di valore di Noha, non senza aver detto che Mimì Piscopo è stata nominata anche “Giudice Popolare”, incarico che ha esercitato per un certo periodo di tempo nel foro di Lecce. “Il Giudice Popolare è chi, con fascia tricolore, affianca i giudici nelle Corti d’Assise e nelle Corti d’Assise d’Appello, assistendoli nelle udienze e partecipando alle decisioni contenute nelle sentenze”. La scelta di un così delicato compito di magistratura penale (nelle Corti d’Assise si trattano infatti processi penali per i crimini più gravi previsti nel codice) ricadde su Mimì sicuramente per le sue doti di equilibrio, e soprattutto per la sua irreprensibile condotta morale. Anche quest’ultimo incarico è parte sostanziale di un brillante curriculum vitae.

Concludo questo scritto dicendo che a volte noi altri cerchiamo lontano (o peggio ancora in televisione) le persone di valore e degne di lode, ignorando i tesori a noi più vicini, benché umili ed al riparo dalle luci dei riflettori alimentati con l’energia dell’ottusità e dell’insipienza.

Sarebbe saggio se invece ci accorgessimo di chi, pur in atteggiamento di ritrosia, evitando la pompa magna, vive accanto a noi ed ha ancora molto da dare ed insegnare.

Con questi colpi di scalpello mi auguro di essere riuscito ad abbozzare un seppur grossolano profilo “della Piscopo”, alla quale vorrei indirizzare un grazie di cuore per tutto quello che ha fatto per i ragazzi suoi discenti (incluso il sottoscritto) e per il lustro che con il suo studio, il suo lavoro ed i suoi incarichi ha dato alla nostra cittadina.

Infine vorrei chiederle di essere indulgente con me ancora una volta, nel caso in cui nel corso di questo articolo (o di altri) dovessi aver seminato a destra o a manca qualche strafalcione, o, peggio ancora, qualche errore di sintassi o di grammatica che, come usava ripetere la Prof, “è sempre in agguato”>>.

*

Addio professoressa Piscopo, addio Mimì, e buon vento.

Con te se ne va una brava insegnante, una grande Donna, una pagina gloriosa della Storia di Noha.

Antonio Mellone

 
Di Antonio Mellone (del 26/06/2013 @ 22:37:57, in Cimitero, linkato 2852 volte)

Scopo di un articolo, come di ogni scritto, è sempre quello di far riflettere, e dunque possibilmente di cambiare il mondo. Fosse anche solo marginalmente, ma è pur sempre un cambiamento (si spera in meglio).

Stavolta si parlerà della morte, dalla quale, come diceva Francesco d’Assisi, “nessuno può scappare”.

Non è nostro obiettivo (né saremmo in grado) di discettare di escatologia (che è quella parte della teologia avente per oggetto l’indagine sui destini ultimi dell’uomo e dell’universo), bensì più prosaicamente dell’opzione della cremazione delle salme (che saremo).

Come tutti certamente sapranno la cremazione è “la pratica di ridurre, tramite il fuoco, un cadavere nei suoi elementi di base. Si tratta di una pratica molto antica: in Asia tale consuetudine si è mantenuta pressoché inalterata da millenni” (fonte: Wikipedia).

Con la cremazione il corpo umano (ormai esanime), composto principalmente di acqua, si trasforma in gas, vapore acqueo, carbonio e frammenti ossei. Il cadavere inserito in un forno crematorio a 1000/1200 gradi, in circa 20/30 minuti, si riduce non in cenere ma in frammenti ossei friabili che, in un secondo momento, verranno sminuzzati fino a formare quella che chiamiamo cenere. Questa “cenere” sarà poi a seconda delle usanze (o di quanto disposto dal de cuius) o custodita in un’urna o sepolta, ovvero sparsa in natura.

Per molti secoli la Chiesa cattolica ha bandito questa soluzione che pensava in contraddizione con la fede nella resurrezione dei morti. C’è voluta la rivoluzione del Concilio Vaticano II per sconvolgere anche questa “verità” - che molti teologi già ammettevano, in quanto, di fatto, la cremazione non fa altro che accelerare il processo naturale di ossidazione (sicché la “risurrezione della carne” era salva).

Dal 1963 dunque la Chiesa non considera più come un peccato anzi ammette la cremazione dei cari estinti a condizione che non sia in odium fidei, se non è decisa cioè in disprezzo della fede cristiana. Nel 2012 s’è finanche rieditato il libro liturgico del “Rito delle esequie”, completandolo con le preghiere in caso di cremazione. Oggi è addirittura possibile che le esequie avvengano in presenza dell’urna cineraria, ma la Chiesa preferisce che i funerali avvengano in presenza del corpo, e dunque prima dell’eventuale cremazione.

Per chiudere questo capitolo, diciamo infine che la stessa Chiesa, che promuove il culto dei defunti, è tuttavia contraria allo spargimento delle ceneri o la loro conservazione in luoghi diversi dai cimiteri (per esempio in casa o in giardino), e questo anche per scongiurare o contrastare concezioni panteistiche o naturalistiche o, peggio ancora, forme di feticismo o idolatria verso i morti.

La cremazione molto diffusa nel resto d’Europa (si pensi che a Bruxelles viene cremato circa il 65% delle persone decedute), in Italia, pur in crescita, si attesta in media intorno al 10% dei casi.

Una pratica, dunque, sempre più comune altrove ma non nel nostro Comune: tanto è vero che sembrano esauriti i loculi sia nel cimitero di Galatina e sia in quello di Collemeto (mentre a Noha ne avremo ancora per poco).

Perché tutto questo? Ma ovviamente perché ancora la cremazione non è entrata nell’ordine delle nostre idee e, dunque, viene praticata ancora in percentuali da prefisso telefonico.

Eppure se ci ragionassimo un po’ su capiremmo che la scelta della cremazione ha un suo valore etico e un suo rilievo morale, permette il risparmio dello spazio per chi resta, non ha risvolti negativi dal punto di vista igienico, contribuisce alla razionalizzazione degli esborsi economico-finanziari per le famiglie e per il Comune (si pensi al costo di un cimitero, al suo mantenimento, alle difficoltà di trovare nuovi spazi, e, non ultimo, alle spregevoli e mai debellate mafie che ruotano attorno al “business” dei camposanti). E si consideri, infine, il fatto che ci verrebbero risparmiati gli ineffabili (e a tratti ridicoli) manifesti di lotta politica di bassa lega sul “divieto di morire a Galatina” per mancanza di loculi al cimitero.      

Il ricordo dei defunti non sta nel portare un mazzo di fiori ad un mucchio di ossa custodite in un’urna ingombrante da ostentare, magari all’interno di una sontuosa cappella funeraria, e dunque nella crescita senza limiti dei nostri cimiteri, ma nel ricordo che i nostri cari hanno lasciato nella nostra mente e nel nostro cuore.

Allora non sarebbe meglio, più saggio, economico ed ecologico lasciare la terra ai vivi, sperando che ne sappiano fare buon uso finché sono ancora in tempo?

Antonio Mellone  

Fonte. il Titano, supplemento economico de il Galatino, n. 12, anno XLVI, del 26-06-2013

 
Di Albino Campa (del 21/04/2011 @ 22:35:16, in Un'altra chiesa, linkato 2117 volte)

[pubblicato sula Repubblica/Il Lavoro [edizione Ligure] il 10 aprile 2011 p. XIII con il titolo «La settimana che porta alla Pasqua occasione di silenzio e riflessione» ]

Con oggi, domenica 17 aprile 2011, inizia per i Cristiani, la settimana più importante dell’anno, quella che dà l’avvio e il senso alla stessa esistenza della Chiesa. Gli antichi la chiamavano con una espressione potente, «la Settimana delle settimane» oppure «la Madre delle settimane». Con la domenica delle Palme, cioè oggi, infatti, si entra in un tempo senza tempo, nell’ultima settimana di vita di Gesù che segna l’inizio di una svolta nella storia con la quale ancora oggi stiamo facendo i conti: chi non crede perché deve misurarsi con una Persona inquietante e un messaggio travolgente che comunque si appella alla coscienza; chi crede per come crede, o, ancora peggio nei tempi bui e osceni del berlusconismo, per come corrompe e svende il cuore della propria fede. Semplici credenti, preti e cardinali che colludono con il massimo esponente della delinquenza e della illegalità sistematica, in questa settimana faranno fatica a ritrovare il volto di quel Cristo che non diede soddisfazione nemmeno al potere indeciso di Pilato, procuratore romano. Al quale procuratore, Gesù, al contrario, contrappone la sua identità austera e limpida: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande» (Gv 19,11). Coloro che hanno consegnato un Paese, un sistema istituzionale, il potere della Legge ad un depravato, corruttore di democrazia e di legalità, commettono un peccato ancora più grande.

Oggi, però, non voglio sciupare il tempo mio e dei lettori con il fango che sale sempre più abbondante sui fondamenti dello Stato di Diritto, ma desidero invitare i nostri lettori ad entrare in uno spazio di silenzio per guardare dentro di noi e verificare quali siano le ragioni che ci spingono ad essere o non essere, a prendere o a non prendere certe posizioni. O siamo motivati solo dall’interesse immediato e gretto oppure i nostri pensieri e le nostre scelte sorgono come acqua sorgiva dalla sorgente delle nostre convinzioni profonde fondate sulla Costituzione Italiana e/o sul Vangelo. Noi sappiamo e vediamo che la destra fascista (Lega e compagni di merenda) scelgono e agiscono senza alcun pensiero fondativo perché è loro interesse consumare la pagnotta «adesso» e se per fare questo devono essere cristiani, xenòfobi, illegali, ridicoli e immorali, lo sono perché il loro orizzonte è arraffare. Noi vediamo e constatiamo che la gerarchia cattolica italiana si adegua al momento storico come l’acqua in recipiente e viene a patti con chiunque sta al potere, anche se questo significa svendere i propri principi, lo stesso Vangelo e, cosa ancora più grave, quello stesso Crocifisso che in questa settimana onorano e inneggiano spudoratamente.

Gesù non cercava mai lo scontro diretto con il potere, perché cercava di operare nei centri piccoli, quasi mai nei centri dove la presenza del potere religioso e politico era ingombrante. E’ difficile trovarlo nelle città, perché il suo ambiente operativo erano i villaggi, anonimi come i loro abitanti. Quando percepiva che il potere religioso e il potere politico s’interessavano a lui cambiava ambiente e strategia. Per due/tre anni ha agito così, ma … venne un giorno, anzi il tempo, in cui «doveva andare» a Gerusalemme e vi andò senza esitazione: «prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51) dove avrebbe avuto lo scontro finale con il potere religioso che si era alleato col potere politico: «Non abbiamo altro re che Cesare» (Gv 19,15) e con lo stesso potere politico dal quale si distingue senza esitazione: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36). Gesù non accetta nemmeno che Pilato gli salvi la vita, mentre a distanza di XXI secoli da qual giorno memorabile, coloro che pretendono di rappresentarlo oggi, si sono venduti per accettare su di sé il regno perverso di un potere diabolico.

 
Paolo Farinella, prete
 
Parrocchia S. Torpete - Genova
 

Mercoledì 23 luglio, nella suggestiva cornice della Chiesa dei Battenti di Galatina, alle ore 20,30  Maurizio Nocera, Nico Mauro, Marco Graziuso e l’assessore al Cultura Daniela Vantaggiato ricorderanno Lucio Romano nella sua complessa figura di poeta e di intellettuale impegnato.

 Lucio Romano nato a Galatina nel 1936 è scomparso nel 2007 si è occupato di studi storici, conducendo tra l’altro ricerche sul movimento operaio e sulle origini del fascismo in Terra d’Otranto. Con le sue opere letterarie ha ricevuto numerosi riconoscimenti in ambito locale e nazionale. Molti critici letterari hanno scritto di lui.  Lui stesso ha scritto note critiche su Salvatore Quasimodo, Rocco Scotellaro, Alfonso Gatto. Accanto a questo bisogna ricordare il suo imprescindibile impegno civile è stato consigliere comunale per quindici anni e consigliere provinciale. Ha dettato l’epigrafe per Carlo Mauro, principale esponente del socialismo salentino, collocata tutt’ora in Piazza della Libertà .

 Ricordiamo alcuni titoli delle sue raccolte di poesie “ Sul calar della sera” (1958-1964); “ Vagare stanco” (1965-1968); ” Romano” (1969-1974); “Alografie” (1983-1987); “Morire di verso” (1988-1990); “ Lettere di Gioacchino Toma a Eduardo Dalbono”(1992-1997);   “Una vita in versi ”(2001).

L’amministrazione di Galatina gli ha assegnato alla memoria  il Premio Beniamino De Maria per il biennio 2009-2010, ci piace riportarne per intero la motivazione : Un uomo che ha saputo coniugare poesia ed impegno civile. Un uomo che ha lasciato un chiaro messaggio secondo il quale potere e poesia significano altruismo, solidarietà umana, generosità, tentativo di edificazione di un altro mondo possibile nel quale  tutti siano impegnati facendo tesoro anche della parola del poeta che lotta per il suo popolo, la sua gente, per gli umili e i diseredati.

In attesa di incontrarlo attraverso il ricordo degli amici e dei familiari lo ricordiamo così:

Salento       da “Sul calar della sera”  

 
E’ questo il Salento

 bruciato dal sole

ove il cielo del sud

 avaro dei piogge

 ha sotto gli occhi

 schiene curvate,  some

 dal cuore in pena:

ove sirene di cantieri sono

 antichi rumori di zappe.

L’evento, promosso ed organizzato dalla libreria Fiordilibro da sempre impegnata nella valorizzazione della cultura salentina , dei suoi esponenti e di quanti hanno contribuito e contribuiscono con il loro lavoro spesso solitario e  misconosciuto, a dare lustro al Salento ed in questo caso anche alla città di Galatina. L’evento ha ricevuto il Patrocinio del Comune di Galatina ed  è inserito nella Sezione “Vivi il Salento” della  rassegna estiva“ l’Estate della Cuccuvascia”- ritrovarsi a Galatina.

 

Da un lato conferma i mugugni che da mesi si protraggono all’interno della stessa maggioranza e che sono culminati con la destituzione di Pierantonio De Matteis da capogruppo di Andare Oltre, sostituito proprio dal consigliere Garzia.

Dall’altro evidenzia la pessima prassi, che ultimamente si sta insinuando in città, di non rispondere alle richieste di cittadini, associazioni e imprenditori.

L’Amministrazione dovrebbe essere imparziale e dovrebbe rispondere a tutti i cittadini a prescindere dalle appartenenze e dalle simpatie.

Certo è che se non risponde alle sollecitazioni del padre di un consigliere di maggioranza, figuriamoci a quelle degli altri cittadini. Tra l’altro chi amministra dovrebbe capire che la responsabilità vale sia per le azioni che vengono compiute, sia per quelle che non vengono poste in essere o che vengono osteggiate.

Per questo, se le cose stanno come dice Garzia allora il Sindaco risponda e chiarisca subito la situazione pubblicamente se non vuole che l’argomento arrivi in Consiglio comunale e che venga chiamato in causa anche il Prefetto.

Nell'attesa di conoscere  il suo pensiero riguardo questa vicenda, condanniamo però l’atteggiamento del Sindaco (quello stesso atteggiamento che in campagna elettorale rimproverava strumentalmente alle altre forze politiche) tipico di chi crede di essere il proprietario del comune mentre invece è solo un inquilino che presto abbandonerà la sua postazione.

Inoltre, riguardo alla fiera, avevamo deciso di portare l'argomento nel prossimo Consiglio comunale che però sembra non arrivare mai nonostante il "grande  lavoro"  dei nostri amministratori.

Per questo chiediamo  che il Sindaco spieghi, tra le altre cose, anche quali sono i progetti e le idee che riguardano il futuro della fiera, ammesso che ce ne siano.

Sono questi gli argomenti che interessano alla città e non lo sperpero di denaro per le associazioni amiche ed i clientelismi.

Fatta eccezione per “A cuore scalzo”, per “Natale in tutti i sensi”, per Città Nostra, per Archeoclub, per Metropolitan ADV e per la neonata Associazione Futuramente, per i quali risorse e attenzioni non mancano mai, a tutti gli altri, consiglieri comunali e organi politici compresi, viene riservato solo il silenzio.

Neanche la decenza e la responsabilità di una risposta, solo il nulla. Quel nulla che questa Amministrazione rappresenta con una sempre maggiore coerenza.

Giuseppe Spoti

Consigliere comunale – Partito Socialista

 
Di Redazione (del 29/03/2016 @ 22:30:38, in Comunicato Stampa, linkato 1099 volte)

Si è chiusa con un successo oltre ogni aspettativa, nonostante le condizioni meteorologiche non proprio favorevoli, la prima uscita ufficiale dell’Associazione “Virtus Basket Galatina”: l’evento di beneficenza fortemente voluto dal Presidente Sandro Argentieri ha coinvolto per tutta la mattinata di Domenica 06 marzo u.s. un numero rilevante di famiglie galatinesi e non solo.

Un risultato eccezionale con oltre un centinaio di “Pasqualotti” venduti e tante, tantissime persone che hanno voluto conoscere il progetto “Bimbulanza” ed il progetto “TappiAmo Galatina”.

Con la vendita del “Pasqualotto” abbiamo contribuito a coprire i costi di gestione della "Bimbulanza”: la prima ambulanza pediatrica del sud Italia, all’acquisto della quale la cittadinanza di Galatina ha sempre partecipato con numerosi e diversi eventi benefici.

Il progetto, fortemente voluto e realizzato da don Gianni Mattia e dalla sua Associazione “cuore e mani aperte verso chi soffre", nasce con l'intento di alleggerire il tragitto dei piccoli ospiti che in caso di necessità potranno essere trasportati nei vari spostamenti clinici tra diversi ospedali. La vera novità, che rende speciale questa iniziativa ed il progetto tutto, sempre in debito di fondi per la sua sopravvivenza, è la presenza sulla “Bimbulanza” di un volontario clown che tra sorrisi, giochi e colori, allieta la permanenza sul mezzo dei piccoli passeggeri.

Con i tappi di plastica abbiamo invece contribuito all’iniziativa “TappiAmo Galatina”: i tappi sono fatti di un materiale particolare (polietilene – Pe) diverso da quello delle comuni bottiglie. Normalmente nelle operazioni di riciclaggio gli impianti non separano i tappi dalle rispettive bottiglie ma li fondono insieme. Così facendo si finisce per produrre un maggiore inquinamento. Bisogna poi sapere che anche l’utilizzo dei materiali è diverso: le bottiglie vengono utilizzate per produrre “tessuti non tessuti”, come il pile (ottenuto combinando plastica e lana), mentre i tappi riciclati sono adatti a produrre vasi per i fiori, cassette per la frutta, sedie da giardino ecc… I tappi di plastica raccolti separatamente hanno, quindi, un loro valore specifico. Inoltre la raccolta differenziata contribuisce a ridurre l’inquinamento ambientale.

Due sono gli obiettivi che si prefigge la nostra iniziativa (“TappiAmo Galatina”):
   

  • Obiettivo Ecologico – Educativo: la raccolta tappi è un mezzo che contribuisce ad educare al problema del riciclaggio e della corretta raccolta differenziata;

  •    
  • Obiettivo Solidale: la nostra iniziativa, totalmente senza scopo di lucro, consentirà di realizzare, con un piccolissimo gesto, varie iniziative di solidarietà.
  •  

    Per raggiungere il nostro scopo e per avvicinarci quanto più possibile alla gente, abbiamo intenzione di distribuire in maniera capillare  su tutto il territorio comunale, all’interno delle Attività commerciali che aderiranno all’iniziativa, circa 100 contenitori identificati da apposito adesivo ed adibiti alla  raccolta di tappi di plastica.

    Periodicamente provvederemo al loro svuotamento.

    Grazie alla Ditta “ECOM SERVIZI AMBIENTALI s.r.l.” di Galatina, nostro partner in questa iniziativa, con cadenza annuale tutti i tappi raccolti, verranno portati presso il centro preposto allo smaltimento che corrisponderà la cifra corrispondente al loro peso. La stessa provvederà al trasporto ed alla compilazione dei formulari richiesti.

    Il ricavato di questa vendita sarà destinato esclusivamente ad obiettivi di volta in volta individuati tra quelli più critici della realtà cittadina quali giochi per le villette, sussidi per le scuole per l’infanzia e scuole materne o reparti pediatrici dell’Ospedale; tutte iniziative comunque considerate sensibili per il raggiungimento delle quali è richiesto l’impegno di tutta la comunità. Nello specifico il primo obiettivo di questa nuova edizione, che si realizzerà verosimilmente entro giugno 2016, sarà dividere l’intero ricavato dalla vendita dei tappi equamente tra tutte le Scuole che aderiranno all’iniziativa che potranno poi autonomamente decidere come utilizzarlo (materiale didattico, sportivo, ecc.).

    Altra importantissima iniziativa che verrà presto presentata è “Bambini & Sport”: un con lo  scopo principale di favorire la socializzazione, la crescita, il benessere psico-fisico e l’inclusione sociale di minori svantaggiati, attraverso il linguaggio comune dello sport e del divertimento.

    Promuovere e incentivare un’idea di sport per tutti, sport che diventa divertimento e cultura senza limitazioni soprattutto economiche.

    Con questo obiettivo verranno promosse una serie di iniziative finalizzate alla raccolta fondi per consentire a minori di famiglie in difficoltà di praticare sport, inserendoli in programmi sportivi per un anno.

    Su Facebook: TappiAmo Galatina - raccolta eco-solidale tappi di plastica.

    Info e contatti:

    Sandro Argentieri: 333-4368532;

    Piero Luigi Russo: 349-8471729;

    Alessandro Antonaci: 328-0459945.

     

     
    Di Antonio Mellone (del 24/07/2014 @ 22:22:51, in Circonvallazione, linkato 3985 volte)

    Volevo chiedere scusa ai mie venticinque (ridottisi ormai a quattro) lettori. Sì, perché non più tardi del 7 maggio scorso su questo stesso sito era apparso un mio articoletto dal titolo “Lavori pubici”, nel quale discettando sull’inutile e dannosa circonvallazione interna di Galatina (la prima tangenziale al mondo che non tange, trancia), avevo fatto un cenno a quella specie di “recinzione-ringhiera di assi in legno disposta su più file orizzontali e a X, sostenute da pali verticali infissi a terra”, una specie di balaustra per la “prova Olio cuore” adatta ai galatinesi più accorti alla loro silhouette.

    Orbene, in quel pezzo, nell’osservare le mille similitudini tra quella e la defunta palizzata dei giardini Madonna delle Grazie di Noha, vaticinavo il suo sbriciolamento (o ‘ncravulisciamento) - se non altro a causa delle solite intemperie - in un ragionevole lasso temporale espresso al massimo in un lustro.

    Stavolta ammetto di essermi sbagliato di grosso: quella recinzione, infatti, ha iniziato a mandare segnali di fumo sin da subito. Infatti è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari designer/assessori/fornitori/committenti (cari, nel senso di costosi) nell’arco di tre/quattro mesi dalla sua installazione. A farla fuori però non è stata l’aria, o l’acqua, o la terra, ma il quarto degli elementi di presocratica memoria, quello che nella tradizione ellenica corrisponde al fuoco. Siamo, dunque, di fronte ad un’ecpirosi, una cremazione, un incenerimento di portata tale che gli altiforni della Colacem con il CDR non avrebbero saputo far di meglio.

    *

    Così leggevo su uno dei massimi siti di Galatina a proposito di questo rogo: “Erano le 16 circa di sabato 19 luglio quando un denso fumo ha avvolto le abitazioni di via Vernaleone. […] Nel frattempo però il fuoco ha totalmente distrutto la recinzione in legno posta a protezione della pista ciclabile [pista ciclabile? Where is it? Ndr] della nuova tangenziale”.

    Si fosse fermato qui il comunicato della redazione di quel sito non avrei postillato più di tanto. Purtroppo l’estensore di quelle note è andato oltre la famosa “siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, tanto che per un attimo m’è venuto qualche dubbio su quale dei due siti galatinesi stessi in quel momento navigando. Temevo cioè (prima di avere la certezza del contrario) di non trovarmi sul portale, chiamiamolo per semplicità, A, ma di essere incappato tra le pagine di quell’altro portale, il B (quello che fa rima con cementina.it o con la-tap-pina.it) dove, per dire, giorni fa si è pubblicata una lettera aperta del presidente del nostro consiglio regionale in merito al TAP, ma non la risposta a tono del sindaco di Melendugno, destinatario di quell’epistola; e con un bel titolone ad effetto con tanto di virgolette – come si trattasse di un discorso diretto quando quella frase compendiosa non fu mai vergata nel corpo della suddetta pubblica missiva – titolo che invero ti indurrebbe subito subito a cogitare, come molti avranno fatto: “Davvero TAP è un’occasione da non perdere!”.

    *

    Orbene, “la redazione” del sito A, dopo essersi posta legittime domande in merito ai danni o a chi eventualmente pagherà la staccionata [ovviamente Pantalone, ndr] o se il sindaco avesse promulgato apposita ordinanza di pulizia dei terreni [figurarsi, ndr], così purtroppo continua: “Da anni ormai quella zona incolta, destinata ad ospitare l’area mercatale, è colpita dalle fiamme creando paura e disagio, ma rimane sempre il problema degli animali che trovano riparo all’interno della stessa. […] E’ possibile che al centro di una città che si definisce “mediterranea” vi siano zone in totale abbandono?” [tralasciando la sintassi, io vorrei chiedere al redattore di quelle note: ma scusi, una città “mediterranea” ha paura proprio della “macchia mediterranea”? E va in panico per un po’ di sterpaglia, rovi, scrasce, e per “degli animali che trovano riparo all’interno della stessa”? E che animali saranno mai? Delle tigri malesi, degli alligatori assassini, degli orsi plantigradi? O qualche scurzone  che si crede un boa costrictor? O forse dei topolini di campo che come tutti sanno sono più pericolosi di un branco di ippopotami?

    *

    Vuoi vedere che la colpa dell’incendio alla fin fine è dell’erba secca, e non invece di quel coglione che vi ha appiccato il fuoco? Davvero non riusciamo più a godere di un superstite scampolo di terreno vicino casa nostra dove cresce ancora l’erba spontanea, e dove trova riparo qualche lucertola, scorrazzano i gechi, o ballano le tarante? Siamo diventati tutti così schizzinosi, così pseudo-borghesi, così, come dire?, vavusi, in una parola così pirla?

    Ed ecco l’inaspettato colpo di grazia che più che del sito A sembrerebbe farina del sito anzi del lato B: “Senza voler fare polemica, con l’occasione sarebbe ora che l’Amministrazione comunale decidesse una volta per tutte il destino di quell’area prevista dal piano regolatore da destinare a mercato settimanale”. Ancora con questa storia del mercato settimanale? Ma come: non esiste già una grande area mercatale nei dintorni della defunta fiera di Galatina, con parcheggio incorporato? Non riusciamo proprio a fare a meno del deserto intorno a quella cattedrale ormai sconsacrata? Pare che i commercianti si lamentino per il calo delle vendite. Ma siamo sicuri che la cagione della crisi sia imputabile alla topografia comunale piuttosto che all’economia e dunque alle rimanenze finali di spiccioli nelle tasche dei consumatori di Galatina e dintorni? Ma volete voi ancora una volta far decidere all’attuale giunta Attila (appoggiata di fatto dalla finta opposizione di Ostrogoti) che in nome delle “ricadute” e dei “volani” non esiterebbe a lastricare quella residuale area di campagna di buone intenzioni ma soprattutto di cemento e asfalto?

    *

    Cara redazione del sito A (o B, non importa) stavolta non condivido le tue idee, ma…no niente, a posto così.

    Antonio Mellone

     
    Di Antonio Mellone (del 04/12/2015 @ 22:22:45, in Presepe Vivente, linkato 2193 volte)

    I trafiletti da inviare a “quiSalento” devono essere concettosi, stringati, lapidari; contenere alcune informazioni essenziali, incuriosire il lettore, indurlo a visitare i luoghi e partecipare alle manifestazioni. Ormai lo so bene per averne scritti e spediti a decine, se non a centinaia, nel corso dei quasi quindici anni di vita di questa bella rivista: brani, articoli, reportage, servizi sul conto di Noha e dintorni, a proposito di eventi, beni culturali, libri, feste patronali, concerti, sfilate, presepi viventi e fiere dei cavalli.

    Quest’anno, nel vergare il passo sul prossimo venturo presepe vivente nohano, non son mica riuscito a fermarmi alle solite dieci quindici righe d’ordinanza, tanto che ho dovuto inviare a Marcello Tarricone e alla Cinzia (che è dolcissima e non so come faccia a sopportarmi) una mail che non finiva più. Sì, mi son fatto prendere la mano, sicché temo che i miei amici della redazione dovranno lavorare non poco di lima e forbici per far quadrare i conti dell’impaginazione.

    Ma credo di esserne scusato.

    Infatti, come fai a non dire che il presepe vivente di questa edizione avverrà in un luogo incredibile nel cuore della cittadina di Noha, un palcoscenico unico al mondo, un piccolo mondo antico che nessuno pensava di poter rivedere, anzi rivivere, chiuso com’è stato fino a ieri da un alto muro di cinta per abbondanti quattro o più decenni?

    Come fai a non raccontare dei ragazzi-eroi di questo presepe che sono riusciti finalmente ad espugnare la fortezza, il castello, la torre medievale e il suo ponte levatoio, risvegliando i fantasmi del passato aggrappati alle volte dei secoli?

    Non è la prima volta che questi prodi guerrieri rianimano i beni culturali del mio paese, là dove il vento sinistro degli insipienti e degli ottusi ha sempre lavorato per occultarli, denigrarli, seppellirli, anestetizzando le coscienze e la loro voglia di esistenza in vita. E così fu per la Masseria Colabaldi, per le Casiceddhre, per la Casa Rossa finalmente tornate al centro dell’attenzione. E’ inutile dire che la prossima e più ardimentosa sfida sarà il frantoio ipogeo: e nessuno pensi di metterci una pietra sopra.

    Ma ritornando al punto. Come si fa a non scrivere che quest'anno il presepe vivo e itinerante di Noha ha fatto cadere i muri di Berlino del mio paese, spalancato porte sante, realizzato un miracolo di Natale, dando ossigeno al parco del Castello, soffocato da rovi e da amnesie umane, considerato come un vuoto a perdere, un cimitero di rovine e ruderi, un reticolo di crepe e rughe fino a ieri?

    Finalmente dopo troppo oblio, ripulita da sterpaglie e dai mille segni del suo metodico abbandono, ritorna a svettare orgogliosa più che mai la Torre medievale di Noha (XIV secolo), accompagnata dal suo inseparabile Ponte Levatoio. Torre e Ponte diventano i nostri Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta, Paolo e Francesca, con l’augurio che stavolta non si tratti di una tragedia, ma di una Storia di Noha a lieto fine. Basterebbe questo archeo-gruppo scultoreo di beni culturali antichi di rara bellezza per giustificare la visita al presepe vivente 2015.

    Il resto dei “fori imperiali” salentini ubicati nel parco del maniero nohano è tutto un susseguirsi di scorci spettacolari (e autentici), come per esempio le cantine con le enormi botti di rovere dove s'invecchiava il Brandy Galluccio, prodotto a Noha e imbottigliato a Martina Franca, fusti manutenuti da esperti maestri bottai gallipolini; la monumentale piscina ovale in stile Liberty, perfetta e aggraziata, ubicata al centro di quest’oasi di verde; la “castelluccia”, vale a dire la torre dell'acquedotto con un bellissimo impianto elettrico dei primi del ‘900, con marmi e pezzi in ceramica utilizzati a mo’ di isolante, e un sistema idraulico di pompe e canali irrigui collegati al pozzo ricco di acqua dolce. Tutto diventa materia da ammirare e studiare, oggetto di osservazione e dibattito, come avviene in un’escursione o in un viaggio didattico.

    Al presepe di Noha non mancheranno poi i destrieri (come potrebbero nella “Città dei cavalli”?), ma anche un'infinità di altri animali da masseria, onde il presepe di Noha è rinomato nel Salento per il suo peculiare, nostrano ma anche esotico zoo.

    In questa novella agorà, poi, si potranno degustare le pucce con le olive (che verranno prodotte in diretta nei forni allestiti all'interno del presepe) ed altre specialità culinarie nohane: dalla pasta fatta in casa alle pittule calde calde, dai panini farciti ai dolci natalizi prodotti dalle nohane, e ci si potrà scaldare con un bicchiere di vin brulé, rifocillarsi con i formaggi, i latticini, le olive sotto-sale, i pomodori secchi, i peperoncini piccanti, gli schiattuni de cicora, le noci locali e le altre leccornie da campo e da fattoria rigorosamente Noha-Dop, offerte nelle osterie del presepe.

    Ultima chiosa. A Noha non esistono i mestieri “di una volta”, ma “di questa volta”: occupazioni, attività, professioni che fortunatamente continuano ad essere esercitati da un gran numero di artigiani-artisti locali, che vanno dallo scalpellino della pietra leccese al falegname, dal produttore di piatti e pignatte di terracotta alla ricamatrice al tombolo, dal maniscalco al calzolaio, dal contadino al pastore, dal casaro al sellaio, dalla ricamatrice al seggiolaio...

    Nel presepe vivente di Noha non esistono comparse, ma solo protagonisti: i quali, per indole e formazione, non recitano mai una parte imparata a memoria, ma semplicemente vissuta tutti i giorni dell'anno. Inclusi, a questo punto, anche quelli delle feste comandate.

    Antonio Mellone

     
    Di Antonio Mellone (del 31/01/2013 @ 22:22:40, in NohaBlog, linkato 1951 volte)

    Giorni fa, su di uno dei siti di Galatina, ci è toccato di leggere con la santa pazienza un’avvincente “intervista senza filtri” ad un responsabile dei progetti per il mega-parco della Pantacom.

    Il tutto, francamente, ci ha dato l’impressione di una pantomima (in nome omen: mo’ siamo llà). S’intende che nulla vieta che si discetti in interviste senza filtri del più e soprattutto del meno, come la fantaeconomia, la fantapolica o la fantascienza. E chi le vieta? Se un’intervista è senza filtri, è senza filtri. E’ inutile andare a trovare il pelo nel parco. Punto.

    E poi che bisogno c’è di crearsi tanti crampi mentali volendo a tutti i costi trovare la differenza tra una Fantacom ed una Pantacom (il cui acrostico a questo punto potrebbe suonare così: Per Allocchi Non Tanto Accorti Contro Ogni Megacazzata).

    Orbene, il “giornalista” (ci piacerebbe tanto, almeno una volta, scrivere giornalista senza virgolette: ma per ora non ci è dato) ha rivolto al suo interlocutore delle domande diremmo pure magnifiche, sorprendenti, impensate, a tratti struggenti, roba da manuale del perfetto intervistatore.

    Voi ci chiederete curiosi: l’ha forse steso con queste benedette domande da manuale? E’ scoppiato a ridergli in faccia ad ogni risposta? Avrà quanto meno usato l’arma sottile dell’ironia? Gli ha forse chiesto quali garanzie reali o personali, anzi, meglio, fideiussorie, l’azienda avrebbe potuto offrire a fronte degli impegni sbandierati a destra e soprattutto a centro-sinistra? Si è comportato come dovrebbero tutti i giornalisti: cioè da whatchdog, cane da guardia, attento, anzi pronto a mordere ad ogni eventuale corbelleria propinata dall’interlocutore? Visto che l’intervista era condotta in assenza di filtri, gli ha scucito qualcosa in merito alla fantastica storia dell’azienda, al suo valore, al suo capitale, al suo fatturato, alla sua consistenza patrimoniale, alla compagine sociale? L’ha inchiodato sulla possibilità di pratica realizzazione di quei numeri sciorinati manco fossero quelli del Superenalotto?

    Purtroppo nada de nada. Non s’è visto alcun whatchdog, ma solo una serie di arf arf, scodinzolii, linguate affettuose, domande scendiletto, addirittura dei mugolii di piacere, come di un innamorato perso pronto a scappellarsi di fronte alla sua adorata. Si potrebbe ragionevolmente arguire che nemmeno dei turiferari alla Minzolini avrebbero saputo fare di meglio.

    E così, come con una canna senza filtro, abbiamo potuto respirare boccate d’aria salubre fatta di: pucci pucci, non te ne andare a Nardò, resta con noi, non ci lasciar, la notte mai più scenderà. E ancora: trottolino amoroso, e tutù dadadà, e se facciamo così poi tu ritorni da noi? Se non ci dai nemmeno una speranza il cuore ci si infrange: e tu permetterai mai questo? E se il sindaco ci ripensa, allora ci ripensate anche voi? Su dai, non fare così, lasciaci almeno uno spiraglio. Prometticelo. Non ci vorrete mica tradire con il primo salumificio Mera che vi capiterà a tiro [forse, a proposito di fette di salame sugli occhi, avrebbe voluto dire chi-Mera, ndr].

    Dopo aver letto questa sorprendente intervista ti vien da pensare, anzi t’accorgi, che dopo la categoria degli pseudo-giornalisti (che, recidivi, copia-incollano comunicati stampa senza pietà), c’è anche quella dei giornalisti che s’offrono. Eccome s’offrono.

    Antonio Mellone
     
    Di Albino Campa (del 10/01/2011 @ 22:21:09, in Eventi, linkato 2310 volte)

    “L’essenziale è invisibile agli occhi”, leggiamo nel “Piccolo Principe”. Ma quali sono gli occhi con cui dobbiamo vedere l’embrione umano? Certamente gli occhi del corpo, dell’intelligenza e della ragione innanzitutto. Le evidenze scientifiche che dimostrano il protagonismo biologico dell’embrione dovrebbe essere ormai un dato acquisito. Gli occhi della ragione, le ragioni della ragione scientifica inoltre ci parlano di un secondo aspetto così poco riflettuto: la nostra relazionalità con nostra madre, dapprima solo biologico-ormonale, poi psicodinamico e intensamente simbiotico anche sul piano emozionale. Infine, il terzo aspetto evidenziato dalle ragioni della ragione scientifica è che l’embrione, il feto, può essere curato come un paziente a tutti gli effetti. Queste tre evidenze fondano i veri diritti dell’embrione: il suo protagonismo biologico, la sua relazionalità, il feto come paziente. È in quest’ottica che si colloca il Convegno Diocesano di Pastorale della Salute dal tema “Diritto alla Vita, Diritto alla Salute” che si terrà venerdì 14 gennaio 2011 nella Sala Convegni dell’Oratorio Madonna delle Grazie di Noha alle ore 17.00. Viviamo un tempo particolarmente soggetto a mutamenti continui e questo è causato da diversi fattori, in special modo dalle scoperte tecnologiche che investono la vita e da un pensiero debole incapace di agire criticamente nella ricerca della verità. Il Santo Padre Benedetto XVI afferma:«I tentativi di clonazione hanno suscitato viva preoccupazione nel mondo intero. Diversi organismi a livello nazionale e internazionale hanno espresso valutazioni negative sulla clonazione umana e nella stragrande maggioranza dei Paesi è stata vietata. La clonazione umana è intrinsecamente illecita, in quanto, portando all'estremo la negatività etica delle tecniche di fecondazione artificiale, intende dare origine ad un nuovo essere umano senza connessione con l'atto di reciproca donazione tra due coniugi e, più radicalmente, senza legame alcuno con la sessualità. Tale circostanza dà luogo ad abusi e a manipolazioni gravemente lesive della dignità umana»(Caritas in Veritate, 18). L’uomo è continuamente minacciato dalle sue stesse scoperte ed è per questo che, aiutati da alcuni esperti, vogliamo fare chiarezza. L’appuntamento di studio e di approfondimento ci farà conoscere:La verità su: clonazione e cellule staminali: aspetti scientifici e clinici” con la relazione tenuta dal Prof. Dott. Giuseppe Noia, Responsabile del Centro Diagnosi e Terapia fetale-Day Hospital Ostetrico-Università Cattolica del Sacro cuore di Roma e Presidente Nazionale dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici;La verità su: clonazione e cellule staminali: aspetti biogiuridici” con la relazione tenuta dalla Dott.ssa Marina Casini, Docente di Bioetica- Istituto di Bioetica- Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli” di Roma.

    Don Francesco Coluccia

    fonte: http://www.francescocoluccia.it/

     
    Di Redazione (del 04/04/2017 @ 22:20:35, in Comunicato Stampa, linkato 562 volte)

    Non poteva partire meglio la squadra del presidente Giovanni Stasi in questa nuova avventura nel Campionato di Serie A2. Questa volta è il Cesena ad essere sconfitto per 5a1. I mattatori della giornata sono stati Duilio Beretta, Tomas Gerini e Jesper De Jong e i due doppi De Jong/Lo Priore e Beretta/Giannini. Unico incontro perso dai ragazzi galatinesi è stato quello di Alberto Giannini. Grandissima presenza di pubblico( non si vedevano tante macchine dalle edizioni dei vari tornei Internazionali) che sono rimasti entusiasti dal gioco espresso. Jesper De Jong è stato il primo ad entrare in campo e il primo ad uscire dopo solo 50 min con un risultato che non lascia scampo all'atleta cesenate. Sull'altro campo Alberto Giannini, dopo aver perso il primo set, combatteva su ogni palla perdendo solo al tie break. Duilio Beretta con la sua solita tranquillità vinceva in due set sfoderando tanti colpi di un grosso repertorio. Tomas Gerini spolverava un altra prestazione monstre contro un forte avversario.

    " Sono strafelice- dice Giovanni Stasi Presidente del Ct Galatina-. Vedere l'affetto del numerosissimo  pubblico nei confronti di questa squadra ci ripaga alla grande. Siamo un piccolo club di A2 pero' con un cuore grandissimo. Grazie Galatina e grazie a tutti coloro(sponsor e dirigenti) che hanno reso possibile questa bellissima avventura".

    Domenica 9 Aprile il Ct Galatina sarà impegnato nella difficilissima trasferta di Messina contro una squadra candidata alla promozione. In questa squadr milita Gianluca Naso(ex 180 Atp) e Caio Silva(attuale 800 atp).

     

    Jesper De Jong- Giacomo Mazzotti 6-1 6-1

    Alberto Giannini- Andrea Calogero 2-6 6-7

    Duilio Beretta- Lorenzo Brunetti 6-2 6-3

    Tomas Gerini- Mattia Barducci 6-3 6-4

    Beretta/Giannini- Giangrandi/Brunetti 6-2 6-3

    Lo Priore/De Jong- Calogero/Mazzotti 6-2 6-0

    Mario Stasi

     
    Di Luigi D’Amato, Giuseppe Paglialonga (del 28/05/2013 @ 22:20:09, in NohaBlog, linkato 2466 volte)
    Due seminaristi di Noha al servizio di papa Francesco Due seminaristi di Noha al servizio di papa Francesco

    Premettiamo che un intero articolo sul servizio liturgico che abbiamo prestato in san Pietro il 12 maggio scorso non ce lo saremmo mai aspettato. Sicuramente è stata un’esperienza per noi molto significativa; d’altra parte con nostra grande sorpresa e – perché no? – piacere, abbiamo potuto apprezzare la lunga cronaca, arricchita da tante digressioni ed evidentemente permeata da grande partecipazione affettiva, che il Dott. Mellone ne ha redatto. Il “piacere” non è legato tanto al fatto di essere apparsi su qualche “prima pagina” o di avervi visto le nostre foto – anzi questo, in verità, ci ha procurato anche un po’ di imbarazzo! –, ma piuttosto dall’aver percepito in questo periodo e in vari modi la vicinanza di molti nostri concittadini e l’orgoglio che – così leggiamo tra le righe – tanti nohani hanno provato nel vederci lì a due passi dal Papa… Come dire: è come se là, accanto a Pietro, ciascuno di voi si è potuto sentire rappresentato dalla nostra discreta presenza. Approfittiamo, quindi, di questa circostanza per esprimere tutta la nostra gratitudine alla Comunità di Noha, che ci ha generati alla fede e ci sta accompagnando in questo cammino di formazione e sequela, per il rispetto, la stima e l’affetto con cui segue i nostri passi e “benedice” le nostre aspirazioni più belle e sante.

    Questa “benedizione” del popolo non può che riportarci proprio alla grande figura di Papa Francesco che, con questa richiesta, rivolta alla sua Chiesa di Roma, ha inaugurato il ministero petrino circa due mesi fa. Veniamo, così, a tracciare qualche “pennellata” – sicuramente non esaustiva! – della bella esperienza che abbiamo vissuto il 12 maggio scorso, soprattutto cercando di soddisfare la richiesta rivoltaci di raccontare qualcosa delle impressioni personali e dei “retroscena”.

    Abbiamo conosciuto innanzitutto un “mondo”, quello dell’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, che è fatto sì di rigore e formalità – come l’attento articolista ha notato –, ma anche e soprattutto di grande affabilità e cortesia, disponibilità e simpatia, che l’“imperturbabile” mons. Marini ha manifestato già dal primo istante nei nostri confronti. La sua serietà e precisione nella liturgia si è svelata, sin dalle prime prove liturgiche di Sabato mattina, come spiritualità profonda e attenzione nei confronti di chi come noi, almeno nei primi momenti, si sentiva quasi come un pesce fuor d’acqua. Così, non possiamo negarlo, si è stabilito sin dall’inizio con lui e con la sua équipe di cerimonieri un particolare feeling, che è emerso più volte e in vari modi. Possiamo accertare che al soglio di Pietro, tante volte oggetto di più o meno fondati attacchi e critiche, si respira ancora la fede di chi esercita un ufficio con l’energia ricevuta da Dio (cfr. 1Pt 4,11) e la carità di chi è accogliente, disponibile e attento nei confronti del “forestiero” (cfr. Mt 25,35).

    D’altra parte, il momento culminante di questa esperienza è stato ovviamente quello di Domenica mattina. A partire dalle 7,30, quando abbiamo varcato la soglia della Porta del Perugino – proprio accanto alla Domus Sanctae Marthae, dove attualmente alloggia il Santo Padre –, dopo aver ricevuto il rituale saluto da parte della Gendarmeria Vaticana e delle Guardie Svizzere, il livello di emozione e sano timore ha iniziato ad elevarsi. Terminate le ultime prove con il Maestro delle Cerimonie, proprio sotto la Pietà del Michelangelo – che, finalmente, abbiamo potuto contemplare “senza veli”, cioè al di là del vetro che, ormai da molto tempo, la protegge dalla moltitudine dei visitatori –, abbiamo sentito il fatidico “è partito”, pronunciato da uno degli uomini della sicurezza del Sommo Pontefice, che ci ha fatti veramente sussultare di gioia e trepidazione. Tra l’altro, l’emozione era accresciuta dal fatto che avevamo tra le mani i paramenti che il Pontefice avrebbe di lì a poco indossato per la Celebrazione e che, per l’appunto, erano già stati più volte utilizzati dal suo Beato Predecessore Giovanni Paolo II. Ma non è finita qui: l’ultima grande sorpresa è stata sentire, per bocca del gentile Custode del Sacrario apostolico, padre Paolo Benedik, le parole “Ragazzi, lasciate tutti i paramenti e disponetevi in fila: il Santo Padre vi vuole salutare!”; e ancora, davanti al nostro sguardo smarrito e al nostro impaurito esitare: “Ma insomma, il Papa lo volete salutare o no? Lasciate tutto e sistematevi!”. Così, pochi attimi dopo, si è aperta la porticina da cui è venuta fuori una simpatica figura bianca che aveva proprio qualcosa di familiare… E nel frattempo si sentiva flebile la voce di Luigi che diceva: “Giuseppe, il Papa! Il Papa!”, ricambiato dallo sguardo smarrito ed emozionato di Giuseppe stesso. “Bongiorno, me sembra che state aspettando el bus”: finalmente la voce paterna di Francesco risuonava in quella stanza e, per la prima volta dal vivo, nelle nostre orecchie. Così il Papa è passato a salutarci ad uno ad uno, in un cortese scambio di “Grazie, grazie”, che lasciavano trasparire un certo imbarazzo dall’una e dall’altra parte. Poi il Pontefice, in preghiera e profondo raccoglimento, ha indossato, dopo aver tolto dalla tasca cellulare e occhiali, e dopo aver fatto il lavabo rituale, i sacri paramenti. Noi abbiamo approfittato di quei pochi istanti per accostare S.E. Mons. Georg Gänswein, Segretario particolare di Benedetto XVI e Prefetto della Casa Pontificia, che ci ha rassicurato – anch’egli con grande simpatia e affabilità – sulle condizioni di salute del Papa emerito. Ciò che è successo da lì a pochi istanti, dopo l’ingresso mozzafiato in una piazza san Pietro orante e festante, l’avete potuto conoscere dagli schermi TV, per cui non vi tediamo ulteriormente nel racconto.

    Inutile dire che questa esperienza ci ha segnati profondamente e si è scritta nel cuore come una delle pagine più belle della nostra vita oltre che, ovviamente, della storia della nostra Arcidiocesi di Otranto, che ha esultato per la Canonizzazione dei suoi Patroni. Non sembri esagerato dire che, nelle parole di incoraggiamento e di congratulazione che ci avete rivolto prima e dopo la Celebrazione, abbiamo quasi potuto sentire l’eco di quelle espressioni di incitamento e affetto che gli stessi Santi Martiri di Otranto si scambiavano tra loro in un’ora certamente più decisiva della vita cristiana. In fondo è la stessa Chiesa che vive, là dove si avverte il calore e l’affetto che, come in una famiglia, ne unisce i membri. Accanto a Pietro, poi, questo legame spirituale e affettivo non può che rinsaldarsi: Ubi Petrus, ibi Ecclesia – Dov’è Pietro, ivi è la Chiesa (Ambrogio, Expositio in Ps. XL, 30). Grazie, allora, della vostra vicinanza e del vostro affetto; e grazie al Signore di averci reso parte di una Chiesa che è così viva e bella.

    Luigi D’Amato
    Giuseppe Paglialonga

     

    Grandissima affluenza di pubblico e, soprattutto, di bambini, per la “Notte Bianca dei Bambini – Rione Italia in festa” a loro dedicata dalla Sezione di Galatina dell’Associazione Arma Aeronautica svoltasi il 16 settembre 2017.

    L'attesissimo evento è stato un vero successo con spettacoli di giocoleria, artisti di strada, teatro dei burattini, laboratori di gommapiuma, trucca bimbi, animazione di strada, spettacolo circense e spettacolo di magia che hanno fatto di ogni bambino il protagonista assoluto della grande festa notturna.

    Come per incanto l'intera piazzetta si è trasformata in uno spazio a misura di bambino dedicato quest'anno al progetto “Un tuffo nel passato – Scopriamo insieme i giochi di una volta”.

    Il progetto ha incoraggiato i bambini a scoprire l’importanza del gioco per lo sviluppo delle proprie attitudini psico-fisiche, attraverso la conoscenza e la pratica dei giochi tradizionali ripresi dal patrimonio culturale dei nonni. Attraverso la testimonianza orale di nonni e genitori i bambini hanno imparato a costruire ed usare i giochi di un tempo e scoprire che quei giochi che vengono dal passato e che fanno parte del nostro “patrimonio culturale immateriale” possono ancora oggi essere fonte di divertimento e socializzazione, capaci di superare qualsiasi differenza sociale, fisica o di razza per abitare in un villaggio globale fatto ancora di vicoli, piazze, campetti dove correre in libertà, affinché il gioco divenga e resti un diritto inalienabile di ogni bambino.

    Un’intera serata dedicata ai più piccoli e alle famiglie ha trasformato il Rione Italia in un immenso parco divertimenti con tante attrazioni che hanno soddisfatto ogni gusto ed immaginazione.

    L’evento ha previsto attrazioni come: trenino, teatro dei burattini, laboratori di gommapiuma, trucca bimbi, animazione di strada, spettacolo circense e spettacolo di magia per bambini e finanche lo spettacolo pirotecnico per il quale dobbiamo ringraziare “L'arte nel cielo” di Alessandro Coluccia e “FunnyClub Galatina” di Schinzari Simona.

    La solidarietà è per l’Associazione Arma Aeronautica l’irrinunciabile impegno di ogni manifestazione; parte dei fondi provenienti da contributi pubblici e la totalità dei fondi provenienti dalla sensibilità volontaria dei privati vengono, infatti, puntualmente devoluti in beneficenza. Quello che all’inizio poteva sembrava quasi un azzardo, è diventata ormai una scelta definitiva che ha permesso in questi anni di sostenere molti progetti concreti a favore della città e dei cittadini, in particolare delle persone più deboli o meno fortunate.

    In questa occasione abbiamo deciso di promuovere l’Associazione Onlus "Abilmente Insieme" che opera presso il Centro aperto polivalente per minori a Noha in piazza Menotti; abbiamo posizionato infatti un salvadanaio e nei prossimi giorni consegneremo il ricavato.

    Doveroso un ringraziamento alla Monteco che, con pazienza e professionalità, ha esaudito tutte le nostre richieste, a Biagio Tabella, Roberta, Carolina ed a tutto lo staff dell’Associazione “Teste di Legno”, agli Sponsor che hanno voluto legare il nome della loro Attività Commerciale alla nostra iniziativa, ma soprattutto a tutti Voi che ancora una volta ci avete accompagnato in questo fantastico viaggio.

    A malincuore, personalmente, devo sottolineare la quasi totale “assenza” dell’Amministrazione Comunale anche quando ho chiesto cose non particolarmente complicate e comunque funzionali alla manifestazione in generale ed alla piazzetta in particolare. Se ci sarà da parte loro la volontà di un confronto noi, naturalmente, sarò presente…

    Intanto ci godiamo i sorrisi dei bambini che ci hanno ripagato alla grandissima degli sforzi e dei sacrifici fatti per portare avanti questo progetto e, forse, per riproporlo anche a Natale…

    Permettetemi però un ultimo, ma non meno importante, ringraziamento: se la manifestazione si è realizzata è stato anche grazie al silente e solerte lavoro fatto dall’amico Santino Beccarisi. GRAZIE!!!

    Russo Piero Luigi

     

     
    Di Redazione (del 28/06/2017 @ 22:18:36, in Comunicato Stampa, linkato 1710 volte)

    Ringrazio tutti di cuore per avermi accompagnata nella travolgente esperienza della campagna elettorale per l’elezione del nuovo Sindaco della Città di Galatina.

    Un’esperienza che ha aggiunto tasselli importanti alla mia formazione in continuo divenire. Ognuno di noi ha il dovere di non smettere mai di migliorarsi quotidianamente e fino all’ultimo dei suoi giorni, considerato che “fatti non fummo a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.

    Ho ascoltato tanto, ho osservato comportamenti, ma guardando le persone, ho cercato di andare oltre quello che sentivo e vedevo per percepire e com-prendere la vera anima e le  reali intenzioni  di ciascun interlocutore. E devo dire che la competenza che ho maturato in questo faticoso periodo, è stata proprio quella di “leggere” veramente gli individui.

    Sono stati circa due mesi di lavoro frenetico, notti insonni , tantissime cose da imparare e fare…come suppongo accada in tutte le campagne elettorali. Momenti di entusiasmo e momenti di incertezza, ma sempre momenti di fede: io credo che Galatina possa essere quello che speravo e do credito a chi governerà, certa che si adopererà al meglio per la nostra città e i suoi concittadini.

    Voglio ringraziare chi ha condiviso con me il “sogno” e soprattutto tutte le persone comuni, incontrate per strada, nei cui occhi ho visto riaccendersi  la speranza che “politica” possa essere “cosa buona”. Questa l’esperienza più motivante e confortante: sentirmi persona comune tra persone comuni e percepire in tanti il desiderio di essere ascoltati e soprattutto compresi.

    I risultati di una consultazione elettorale sono sempre significativi e vanno rispettati, perché espressione della volontà popolare. Galatina ha fatto le sue scelte, io non le discuto, cerco di interpretarle per capire le cause che le hanno determinate. Detto questo, penso sia doveroso guardare al futuro e perseguire, nel ruolo di consigliere, gli obiettivi che io e i tanti che mi hanno votata, ci eravamo prefissati.

    Nell’espletamento del mio futuro mandato di consigliere comunale di minoranza, non intendo fare opposizione sterile, fine a se stessa ma, piuttosto, opposizione responsabile, costruttiva e propositiva.

    Penso di avvalermi del supporto, dei consigli e dei suggerimenti sia di amici che hanno fatto parte della mia coalizione, sia di individui esterni ad essa. Tuttavia, in entrambi i casi, parlo di persone con cui ho condiviso e condivido ancora affinità di pensiero, principi morali, valori come onestà, correttezza, trasparenza e coerenza.

    Mi propongo di costituire un Gruppo di Lavoro di questo tipo, della società civile, prettamente laico, non contraddistinto da etichette di partito. Un gruppo con un nuovo nome e un nuovo simbolo.

    Un gruppo con il quale relazionarmi tutte le volte in cui l’importanza degli argomenti oggetto di Consiglio Comunale, dovesse richiederlo.

    Auguro buon lavoro al Sindaco della Città di Galatina e confido che il nuovo Consiglio, privo di persone in passato destabilizzanti, possa avere continuità ed essere efficiente ed efficace.

    Sottoporrò al Sindaco eletto il programma che la mia coalizione ha redatto con attenzione e cognizione, con l’augurio che i punti qualificanti del programma trovino accoglimento e valida attuazione, nell’esclusivo interesse dei cittadini.

    Mi auguro che si possa assistere alla rinascita e alla crescita della Città.

    Con affetto e stima

    Paola Carrozzini

     
    Di Antonio Mellone (del 12/05/2013 @ 22:17:48, in Ex edificio scolastico, linkato 2392 volte)

    Non so voi, ma io non riesco proprio a mandar giù il fatto che s’è inaugurata se non in pompa magna, in pompetta (giusto per farci stare zitti per un po’) la ristrutturazione della vecchia scuola elementare di Noha da parte dei nostri “preparatissimi e disponibilissimi” rappresentanti locali (sovente guardati con gli occhi che dovevano avere i pastorelli di Fatima davanti alla Madonna) esattamente da:

    Ebbene - per chi non se ne fosse ancora accorto a causa di un bel paio di paraocchi che farebbero impallidire quelli dei nostri cavalli - quella bella struttura restaurata è ancora chiusa al pubblico. E sapete perché? Semplice. Perché NON può proprio essere riaperta in mancanza di un collegamento con l’energia elettrica. Oddio, un cavo ce l’hanno pur messo, ma è di soli 10 kwh, e soprattutto è provvisorio, posticcio, un favore, roba, appunto, da cero alla Madonna per grazia ricevuta.

    Sì, qualcuno - ormai nel rimpallo delle responsabilità non si sa più chi - avrebbe dovuto prevedere un collegamento Enel di 50 kwh, ma purtroppo, questo non è stato, ed, ora, in mancanza di una cabina in muratura necessaria alla bisogna (da costruire chissà quando: se ce lo facessero sapere gli assessori addetti li ringrazieremmo di cuore) questo non è ancora possibile.

    Ed in mancanza di questo, cioè del piccolo dettaglio dell’energia elettrica, tu hai voglia a indire “concorsi di idee per l’affidamento della struttura”: nessuno potrebbe entrarvi ufficialmente proprio per via di questo piccolo particolare, cioè l’assenza della corrente elettrica come previsto dai regolamenti (e senza la quale di fatti nulla si potrebbe architettare in termini di attività di qualsivoglia genere nonostante tutte le idee del mondo).

    Di questo passo non ci resta che attendere il disfacimento di questa struttura costata a Pantalone appena 1.300.000 euro (diconsi unmilionetrecentomilaeuro).

    Nel frattempo il cuore dei nostri rappresentanti politici di tutte le sfumature inciuciste sembra votato a quel dogma di fede che è il Mega-parco (che vuoi farci: al cuore non si comanda), panacea di tutti i problemi dei collemetesi, dei galatinesi e a quanto pare anche del resto del mondo.

    Che almeno ricordino ai loro amici della Pantacom, tra gli svariati fantastiliardi da investire, di accantonare qualche decina di migliaia di euro per l’installazione di una “cabina prefabbricata di trasformazione” per l’allaccio dell’Enel. E ove possibile per la connessione dei loro cervelli.     

    Antonio Mellone
     
    Di Antonio Mellone (del 08/10/2013 @ 22:16:06, in NohaBlog, linkato 1772 volte)

    Che ne direste di un bel negozietto (scusate il pleonasmo) già ubicato nel centro storico di Galatina, il quale, per vedersi “accresciuto e valorizzato” come “eccellenza commerciale presente in zona” (come riportato nella cir-Convenzione d’incapace votata quasi all’unanimità dal coniglio comunale del nefasto 25 settembre 2013),  smonta tutto per trasferirsi con armi e bagagli, chessò io, da corso Vittorio Emanuele o da via Roma proprio nel cuore del Megaporco di Collemeto?

    Ebbene sì, nel papiro della Convenzione è scritto a caratteri cubitali che sì, c’è anche la convenienza economica di questo, come dire, trasloco. Eccome se c’è. Infatti i negozianti di Galatina e frazioni potranno addirittura “acquistare ovvero affittare gli spazi destinati al commercio all’interno dell’intervento proposto, sino ad un massimo del 50% della superficie prevista, con preferenza rispetto agli altri e con uno sconto del 10% sul canone d’affitto”.

    Ma certo. I commercianti di Galatina e dintorni sicuramente non vedono l’ora di aprire il loro punto vendita nel Pantacom-Park, anzi sono già sin da oggi tutti in fila per due nell’attesa della Menga-struttura, con tutte le mazzette di soldi in mano - visto che sicuramente ne avranno a bizzeffe e che la crisi qui da noi tarda ad arrivare – pronti ad investire nella nuova avventura Mega-galattica.

    Venghino, signori, venghino: il 3X2 è già partito con la cir-Convenzione e noi vi aspettiamo a braccia aperte.

    Totò che vende la fontana di Trevi a Nino Taranto nelle vesti di un turista americano di origini italiane al confronto è un dilettante allo sbaraglio.

    *

    Questo sì che è “volano per lo sviluppo” e poi non immagini, signora mia, quante “ricadute”, una dietro l’altra. Disoccupazione pari a zero, stop alla fuga di cervelli, Pil alle stelle, e soprattutto più Pil per tutti, ed una miriade di aziende artigianali tutte alle prese con gli appalti per la costruzione del paese dei balocchi, dell’ennesimo centro-in-periferia, della gallina dalle uova d’oro, della cuccagna pronta per essere acchiappata dai gonzi.  

    Sì, perché oltre tutto alcuni locali piccoli artigiani-alla-canna-del-gas sperano di ricevere un po’ d’ossigeno con i lavori di costruzione della nascente-mega-struttura. Pensano di guadagnare soldi a palate, soldi veri, mica bruscolini.   

    Questi signori (o quell’uno che sarà) scordano il fatto fondamentale secondo il quale, essendo artigiani, per indole e costituzione, non potranno mai ricevere benefici dalle “grandi opere”, commissionate solitamente da vecchi volponi, che notoriamente per statuto e DNA strozzano i piccoli nei subappalti con ribassi di prezzo incredibili, e soprattutto pagano a o babbo morto o alle calende greche (cioè al tempo del poi, parente del mai).

    Molte piccole imprese, artigianali o commerciali che siano, nella maggior parte dei casi falliscono proprio a causa degli scarsi margini e soprattutto dei crediti (non saldati), più che dei debiti accumulati, ma principalmente per via di queste amnesie o della pia illusione secondo la quale  “il grande favorisce il piccolo”.

    Campa cavallo. Quando gli artigiani di tutto il mondo capiranno che il target del loro mercato è il pesce piccolo e non il pescecane sarà forse troppo tardi.

    *

    Infine, vi immaginate voi un Andrea Ascalone che per vedersi “accresciuto e valorizzato” apre una bella pasticceria nei pressi del nuovo ipermercato Pantacom?

    Ma riuscite a figurarvi voi i pasticciotti dell’Andrea nostro, artigianali, fragranti, dorati, adagiati su di un bancone dell’ipermercato nascente, magari accanto al bancone del pesce o a quello della mortadella, pronti per essere venduti – addirittura esportati in tutto il mondo – ventiquattro ore al giorno, inclusi i sabati, le domeniche e tutte le feste comandate?

    Perché non provate a chiedere cosa ne pensa l’interessato (posto che vi permetta di terminare la domanda senza accompagnarvi cortesemente alla porta con un calcio dove non si può dire)?

    Antonio Mellone

     
    Di Redazione (del 28/03/2017 @ 22:15:05, in Comunicato Stampa, linkato 666 volte)

    Il Ct Galatina batte subito un colpo.La squadra del presidente Giovanni Stasi si è aggiudicata in trasferta l'incontro per 4 a 2 contro il Tc Bergamo nella prima giornata del Campionato di Serie A2. La situazione,dopo i primi 4 singolari vedeva le due formazioni sul punteggio di parità con i successi di Jesper De Jong e Tomas Gerini. Sconfitta solo al terzo set per Duilio Beretta contro Panfil (polacco attuale 697 atp ed ex 250 del mondo) e Alberto Giannini. Il 4 a 2 definitivo  è stato ottenuto dal successo nei doppi  dalle coppie formate da Jesper De Jong/Pierdanio Lo Priore e Duilio Beretta/Alberto Giannini. Jesper De Jong, 16 anni, ha battuto in due facili set Luca Rovetta dimostrando ai tanti tifosi giunti da Galatina e non la sua crescita rispetto all'anno passato dal punto di vista fisico e tecnico. Alberto Giannini è stato sconfitto in due set con Jacopo Locatelli(ex 2.3). Tomas "El tractor " Gerini ha vinto contro l'ottimo Jordan Angioletti in due facili set.Il quarto singolare è stata battaglia punto a punto. Duilio Beretta, avanti un set e un break, si lasciava sorprendere sul 5-5 nel secondo set. Nel terzo set, lottava su ogni palla,ma la potenza di Panfil aveva la meglio. Nei doppi Giannini/Beretta superavano agevolmente la coppia Rovetta/Angioletti giocando entrambi un tennis di alto livello. Nell'altro doppio iniziava lo Jesper De Jong show insieme a Pierdanio Lo Priore. La coppia galatinese superava Panfil/Locatelli in tre set.

    "Sono felicissimo- dice Filippo Stasi Direttore Sportivo e giocatore del club-. Questi tre punti valgono tanto anche se è ancora la prima giornata. Conoscevo tutti tranne Duilio ma sono rimsto impressionato dalla sua facilità di gioco.E' stata una vittoria di squadra e di cuore. E poi segnatevi questo nome: Jesper De Jong. "

    Domenica 2 Aprile ore 10 ci sarà l'esordio casalingo per il Ct Galatina contro il Ct Cesena. Servirà l'apporto dell'intera cittadinanza e di tutti i tifosi della provincia.

     

    Jesper De Jong-Luca Rovetta 6-1 6-2

    Alberto Giannini- Jacopo Locatelli 1-6 2-6

    Duilio Beretta-Gzrgorz Panfil 7-5 5-7 3-6

    Tomas Gerini-Jordan Angioletti  6-2 6-3

    Beretta/Giannini-Rovetta-Angioletti 6-2 6-2

    De Jong-Lo Priore-Panfil/Locatelli 6-2 6-7 6-4

    Mario Stasi

     
    Di Albino Campa (del 16/11/2010 @ 22:14:08, in Fidas, linkato 2266 volte)
    Carissimi concittadini,
    ricordando La vostra attenzione e la generosità riservata alla Fidas Noha, siamo nuovamente a chiedervi di partecipare alla compagna annuale di sostenimento iniziata ad Agosto, dedicata alla Cassa del Donatore di Sangue della Fidas.
    La Fidas Noha da ben 24 anni è impegnata nella promozione della donazione del sangue e relativa raccolta periodica. In questi 24 anni la Fidas ha conquistato il cuore dei cittadini ed è oggi un elemento fondamentale del tessuto sociale.
    La campagna di sostenimento dello scorso anno grazie al generoso contributo di ogni singolo partecipante e soprattutto dai negozianti locali ha permesso il raggiungimento della somma necessaria per il pagamento dell’affitto sede per l’anno 2010.
    Da parte nostra, possiamo dire che la tranquillità economica della Fidas Noha ha trasmesso a noi dirigenti quella sensibilità per raggiungere gli obiettivi prefissati, trasformando questa serenità in programmi mirati a promuovere la donazione volontaria del sangue e a dare nuove speranze a tutti quelli che ne hanno avuto bisogno.
    Per far fronte alle spese e per il mantenimento della nostra Fidas, dobbiamo fare ricorso nuovamente alla vostra sensibilità e generosità invitandovi a partecipare alla lotteria annuale per il sostegno economico della Cassa del donatore di Sangue che si concluderà l’8 Gennaio.
    Acquistando uno o più biglietti al costo di 2,50 euro cadauno, questo contributo vi consentirà di partecipare all’estrazione finale dei prestigiosi premi in palio.
    Fiduciosi come sempre nella vostra fattiva collaborazione e partecipazione porgiamo molti cordiali saluti e ringraziamenti anche solo per averci dedicato qualche minuto del vostro prezioso tempo.
    Il Presidente ed il Consiglio Direttivo della Fidas Noha
     
    Di Albino Campa (del 07/02/2012 @ 22:13:55, in Necrologi, linkato 4049 volte)

    Ieri a Milano ha cessato di battere il cuore grande di Michele Tarantino, nohano purosangue. E' stato "editore a perdere" (senza cioè alcun obiettivo di profitto) del monumentale volume "Noha, storia, arte e leggenda" scritto a quattro mani da P. Francesco D'Acquarica e Antonio Mellone.
    Fu il primo a sostenere ed a volere su carta l'avventura fantastica de "L'Osservatore Nohano", la rivista on-line che per cinque anni ha  sollecitato nel bene o nel male l'elettroencefalogramma di molti nohani.
    Secondo le sue disposizioni, le sue spoglie mortali ritorneranno, per rimanervi per sempre, nella sua amata antica terra di Noha.
    Tutti i collaboratori di questo sito - e, siamo certi, numerosissimi altri concittadini - ricordano la figura di questo benefattore, e affettuosamente abbracciano la sig.ra Rossana, ed i suoi due figli, Federica e Dario.

     
    Di Redazione (del 23/10/2013 @ 22:10:56, in Comunicato Stampa, linkato 1981 volte)
    Le associazioni non si fermano nella loro giustissima Difesa del Salento e dei suoi Beni Comuni minacciati da maxi speculative colate di cemento!

    Mega Mostro Commerciale di Galatina: i 'giochi' degli iter burocratici non si sono per nulla chiusi e le associazioni sono intenzionate a percorre tutte le strade possibili, garantite dalle norme, per difendere il territorio da un'aggressione famelica fatta di nuove mortifere e immense colate di cemento!

    Sono state presentate ieri 22 ottobre 2013 le nuove osservazioni promosse da associazioni e cittadini sulle possibili e inaccettabili varianti dello strumento urbanistico di Galatina che minacciano di trasformare un territorio agricolo vergine di pregio e di qualità tra terre di eccellenti vigneti produttori di famosi e apprezzatissimi vini DOC, territorio addirittura esposto a pesantissimi rischi alluvionali come le cronache di questi giorni hanno drammaticamente registrato, aprendo le porte a un indicibile devastazione del paesaggio rurale tra clivi e serre caratterizzate dalla presenza di bellissime e antiche masserie, rischiando così di oltraggiare i, lì presenti e importantissimi, coni visuali colpendo al cuore il Salento rurale con cemento e asfalto, le associazioni compatte ribadiscono il giustissimo, fermo e fortemente motivato 'NO' alla Mega Mostruosa Aliena struttura Commerciale in contrada rurale masseria Cascioni, tanto inutile e, quanto mai, dannosa!

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    Oggetto: Osservazioni sulla variante allo strumento urbanistico, adottata con delibera del Consiglio Comunale di Galatina (Le) n. 33 del 25/09/2013, ai sensi degli artt. 3 e 16 della L.R. n. 13/2001, per il progetto delle opere definite di pubblica utilità, su l’area già tipizzata dal PUG Comunale E2 – Agricola di Salvaguardia -, complementare al progetto di un’area commerciale integrata, in Contrada “Cascioni” .

    Si invia in allegato quanto in oggetto specificato.
     
    Cordialità.
     
    Anita Rossetti
     
    Di Redazione (del 21/10/2013 @ 22:08:06, in Comunicato Stampa, linkato 1600 volte)

    La migliore lezione è l'esempio. Dopo tanto parlarne, a circa sei anni dall'avvio e con estremo ritardo, si porta a conclusione il progetto dell' estensione della raccolta differenziata su tutto il territorio comunale. Riteniamo la cosa indispensabile ed ineludibile per questo non ci esprimiamo oggi su modi, tempi e metodi utilizzati dall'amministrazione, non volendo sollevare polemica alcuna e rimandando ogni analisi a progetto consolidato.

    Non possiamo però tacere su un problema grave : la colpevole assenza del buon esempio. Come si ritene di poter assumere autorevolezza se mentre si chiede ai cittadini galatinesi civismo e senso di responsabilità l'Amministrazione non assolve pienamente ai propri doveri ? Il territorio galatinese è assediato nelle sue periferie da numerosissime discariche abusive (un'associazione di liberi cittadini ne ha censite oltre 400) che aumentano di giorno in giorno e spuntando talvolta anche in pieno centro abitato. Da ultima anche nei pressi del rondò sulla strada per Corigliano d'Otranto dove, con un chiaro esempio di differenziata spinta, si è concretizzata una distesa d'amianto, solo amianto. Circa 30 metri quadri di lastre di eternit frantumate, quindi ad alto rischio cancerogeno, depositate da qualche ignorante e delinquente che meriterebbe solo la galera. Questa discarica và messa in sicurezza subito, così come prevede la legge, e il far finta di non vederla, cosa impossibile, è da irresponsabili oltre che perseguibile.
    Abbiamo anche segnalato, a chi di dovere, qualche giorno fa una montagna di
    farmaci scaduti fuori dagli appositi cassonetti di raccolta nel cuore della
    città. Pericolosi rifiuti speciali abbandonati, su una delle principali arterie cittadine, a ridosso del muro di cinta di un plesso scolastico, alla portata dei centinaia di ragazzi che frequentano quotidianamente la zona.

    Possibile che tuttò ciò si sia palesato solo alla nostra vista ? L 'Ispettore Ambientale, che prima o poi dovrà pur rendere conto alla città sul suo operato, o uno degli amministratori cittadini non hanno mai percorso tali strade ?

    È possibile, ma non è credibile.

    Da liste civiche, quale sono, Galatina in Movimento, novaPolis Galatina, Galatina   Altra e Movimento per il Rione Italia, sentono la necessità di dover dare una mano alla città e a chi ha responsabilità di ruolo, quindi, senza nessuna enfasi da spot pubblicitario, hanno pensato di dare vita alla figura dell' "ispettore ambientale ombra". Vigileremo, segnaleremo e controlleremo affinché chi ha responsabilità nell'agire oltre che predicare sappia anche razzolare bene.

     
    Galatina in movimento
    Galatina altra
    novaPolis Galatina
    Movimento per il Rione Italia
     
    Di Redazione (del 12/07/2019 @ 22:06:12, in Comunicato Stampa, linkato 221 volte)

    La Città di Galatina e Arci Lecce presentano sabato 13 luglio"Intrecci di notte – La cultura unisce", una serata ricca di iniziative, inserita nell’ambito della rassegna estiva “A cuore scalzo”, promossa dall'amministrazione comunale.

    Tra le iniziative in programma il concerto gratuito della “BandAdriatica” in Piazza San Pietro, oltre a dibattiti, testimonianze, stand gastronomici, workshop e spettacoli per continuare a crescere come comunità responsabile e consapevole attorno alle tematiche della migrazione e dell’accoglienza.

     

    Sarà il coro Made in World, composto da richiedenti asilo e rifugiati ospiti nei progetti di accoglienza integrata gestiti da Arci Lecce e diretti dal maestro Andrea Cataldo, ad aprire il concerto di Claudio Prima e compagni che condurranno il pubblico in un vero e proprio viaggio musicale tra le coste del Mediterraneo.

    BandAdriatica, la band che voga sulle onde agitate della musica salentina con elementi di tutte le coste sonore del Mediterraneo, porterà in scena l'ultimo lavoro Odissea. Uno spettacolo coeso e potente, arricchito da nuove coreografie, dove i linguaggi si armonizzano con le melodie popolari nel fervore meticcio delle città portuali. 

    Dall'ex Monastero di Santa Chiara a Piazza San Pietro, i luoghi più significativi della città si intrecceranno con un programma ricco di iniziative, sostenibile e eco-friendly

    L’evento sarà rigorosamente plastic-free, grazie al Comune di Galatina risultato vincitore del bando “Ecofeste” promosso dalla Regione Puglia; saranno utilizzate posate e stoviglie completamente compostabili e verrà distribuito materiale informativo. Fondamentale sarà la presenza di Officine Cittadine, che porterà “in piazza” una serie di laboratori e attività, per favorire la partecipazione cittadina nella realizzazione di una società democratica, economicamente efficace, socialmente equa, ecologicamente sostenibile e culturalmente diversificata. 

    Numerosi anche gli espositori presenti lungo alcune strade del centro storico, tra cui l’associazione Nerò di Zollino con zafferano e legumi, l’apicoltore Saverio Alemanno, Canapa e Dintorni con prodotti tessili di canapa e Luna Laboratorio Rurale.

    Ad aprire la serata, ore 19.30, in Piazza Galluccio, l'incontro di presentazione con gli interventi di Marcello Amante, sindaco di Galatina, Cristina Dettù, assessora alla Cultura e Anna Caputo, presidente di Arci Lecce. A seguire la performance teatrale di Gianluca Carrisi dal titolo “Le regole del viaggio”, attraverso il quale l’attore salentino interpreterà gli appunti che due etiopi rifugiati scrissero prima di partire da Addis Abeba per raggiungere le coste europee. 

    Dalle 20.00 Piazza Galluccio ospiterà il laboratorio gratuito a cura di Blablabla "Arte migrante. L'immigrazione spiegata ai bambini" e per l’intera durata della manifestazione l'esposizione dei lavori artigianali realizzati dai ragazzi richiedenti e gli stand gastronomici con cibo dal mondo curati dal progetto Sprar "Safia Ama Jan" di Galatina. 

    Uno spazio speciale sarà dedicato al progetto "Gombo - il frutto dell'integrazione" di Arci Lecce e grazie alla collaborazione del Panificio "Notaro" e della Pasticceria "Dolce Arte", sarà possibile degustare alcuni piatti della tradizione salentina cucinati con la tipica pianta originaria dell'Africa.

    Nella stessa piazza, sarà possibile partecipare dalle 20 alla "biblioteca vivente", con la collaborazione del Servizio Civile "In reading 2017”.

    Inoltre, rientra nell’ambito di Intrecci di Notte anche l’iniziativa dell’associazione Egerthe: la presentazione del libro LAMIERE, introdotto da Ettore Marangi, missionario a Nairobi, e con l’intervento di Phina Ajuoga. L’evento si terrà al Palazzo della cultura (P.zza Alighieri) a partire dalle ore 20.00.

    A partire dalle 21.00, all'interno dell'ex Monastero di Santa Chiara, restituito recentemente alla città, si svolgerà lo spettacolo di Milonga a cura di Almavals di Stefania Filograna, accompagnati dal duo Lucia Conte e Monica Terlizzi. Spazio alla musica jazz, invece, in Piazza Orsini con Filippo Bubbico che sullo sfondo della storica Basilica di Santa Caterina, accompagnato da Dario Congedo e Gino Semeraro, porterà in scena una contaminazione artistica inedita.

    “Intrecci di Notte è, prima di tutto, una sfida culturale – afferma l’assessore alla cultura Cristina Dettù - un progetto ambizioso che vuole regalare alla Città non solo un programma ricco di eventi, ma anche un messaggio importante: far scorrere lungo le strade e le piazze di Galatina l’essenza vera della cultura, quella di unire, creare, intrecciare le maglie della propria vita, del sapere, delle proprie emozioni per realizzare un qualcosa di unico, che sia in grado di aprire la mente e il cuore, resistendo alle storture della civiltà di oggi. Un festival che già nella sua organizzazione, rappresenta l’”intreccio” perfetto di tutto questo”.

    Ufficio Stampa - Marcello Amante

     
    Di Antonio Mellone (del 07/02/2013 @ 22:05:14, in NohaBlog, linkato 2005 volte)

    Ne ho viste e sentite di tutti i colori (e non siamo che all’inizio) in merito al megaparco collemetese, quello dell’Ikea, ma forse no, quello dell’ipermercato food ma anche sì, quello che porterà un sacco di posti di lavoro: sì, insomma, quello delle “ricadute” e del “volano” per lo sviluppo (sono desolato nel riportarli, ma “ricaduta” e “volano” sembrano essere gli unici lemmi, le sole parole chiave più in voga negli ambienti in cui bazzicano molti politici galatinesi, probabilmente poco avvezzi al vocabolario e affatto allergici al dizionario dei sinonimi - tanto che a volte ti chiedi se buona parte di costoro abbia sciacquato i suoi panni per corrispondenza alla Scuola Radio Elettra, ovvero non sia mai stato in grado di conseguire più altisonanti licenze accademiche senza l’ausilio del Cepu, con rispetto parlando).  

    Dicevo, ne ho viste così tante che m’è venuta in mente un’idea stratosferica per controbilanciare quelle altre della mia concorrente Pantacom.

    La trovata geniale è la seguente.

    Ho pensato di costituire una nuova Srl, con un euro (sì, uno) di capitale sociale (oggi, grazie ad una delle sedicenti riforme Monti si può; e poi che cambia? Qui non si bada a certe inezie). La sua denominazione sarà, guarda un po’, Pantamellon srl (quella, dunque, dei Perrone, questa dei Mellone).

    A dire il vero, avevo pensato dapprima di battezzarla con il magniloquente appellativo di Mellon Bank srl, così, per fare più effetto. Ma poi a pensarci bene, quel “bank” forse avrebbe potuto portare un po’ di confusione, ma per nulla insospettire (figuriamoci se qui qualcuno s’insospettisce di nulla) i benpensanti, gli ingegneri da riporto, i fatalisti, i disperati strumentalizzati. Tanto qui s’accontentano di molto meno, e si suggestionano con poco o nulla.

    Con questa bella srl (o balla srl) nuova di zecca, iscritta alla Camera di Commercio e pure “attiva” (non come quell’altra inavvertitamente “inattiva”) mi presenterò al Comune di Galatina con un progetto grosso così, ricco di grafici, tabelle, promesse, cash flow, business plan perfetti, e soprattutto con un bell’elenco di “ricadute” e di “volani” che non finisce più. Il tutto condito da altre menate degne del ghe-pensi-mi più in forma (quello che mi restituirà l’Imu in contanti) e da un insieme di budget e modelli in 3D molto suggestivi. Il tutto, ovviamente e come al solito, per “riqualificare” la povera contrada Cascioni, trasformandola in una novella Beverly Hills.  

    Darò pure un sacco di garanzie (sempre a parole, s’intende, tanto questi credono a tutto), e mi dichiarerò pronto ad investire - signore e signori – non uno, non due, non 10, ma 20 milioni di euro di capitale proprio, euro più euro meno. Giurerò pure con la mano sul cuore che creerò non 300 ma addirittura 301 posti di lavoro a tempo indeterminato (così li spiazzo tutti), e dirò pure (mi voglio rovinare) che l’80% dei nuovi assunti nel cielo di Collemeto saranno pescati tra i disoccupati locali, anzi tra i firmatari d’appelli locali. Per fargli venire la strizza aggiungerò che sarò pronto in quattro e quattro otto a spostarmi da Galatina a Nardò dove mi accoglierebbero a braccia aperte (sì, come no). Dunque o prendere o lasciare.  

    Ah dimenticavo. Nel bel mezzo del nuovo megacentro commerciale (che – non risulta da alcun atto, ma pare, si vocifera, si sussurra - tutti vogliano: da Nardò a Gallipoli, da Parabita a Matino e tirittuppiti a Casarano), piazzerò pure uno stupendo asilo nido (così, già che ci siamo, le roviniamo fin dalla culla, le creature).

    Voglio proprio vedere se alla Conferenza dei Servizi del mese di aprile 2013 o giù di lì, non mi daranno almeno 10 punti (non saprei di cosa), per aggiudicarmi il benestare, la firma, insomma l’imprimatur al progetto da parte di regione, provincia, comune e soprattutto della frazione più interessata.

    Nonostante una bizzarria del genere sono certo che ci sarà sempre qualcuno (fra “giornalisti”, consiglieri ed ex-consiglieri senza sale, beati 800 martiri di Collemeto e dintorni dalla firma pronta, economisti per caso, cittadini di mondo, ingegneri pentiti convertiti sulla via dei comparti C2) a dare ancora retta nel 2013 agli asini che volano. O semplicemente ragliano.

    Antonio Mellone
     
    Di Redazione (del 19/03/2014 @ 22:03:42, in Un'altra chiesa, linkato 1730 volte)

    Tutte le realtà nelle quali noi ci imbattiamo, per via diretta e mediata, possono essere oggetto di plauso o di biasimo, di approvazione o di condanna; le possiamo caldeggiare o combattere, sentirle nostre o avvertirle come nemiche. Tutto dipende dalla nostra posizione e/o predisposizione, e dalla visione che abbiamo della realtà stessa.

    In riferimento alla religione in genere, alla Chiesa in particolare e, in maniera più specifica, a papa Francesco, è diverso che ci si ponga come cattolici o come cristiani in genere o come non credenti o, infine, come atei. Ma è ancora più determinante il concetto che si ha della "religione", della "Chiesa" e del "Papa". Di fronte ad una chiesa conservatrice, invadente, prigioniera delle sue certezze e collusa con il potere, tutti i "conservatori", praticanti e non, credenti o atei (li chiamano "atei devoti") non faranno che riverirla, osannarla e omaggiarla. Di contro, una chiesa che si interroga, aperta alla ricerca, vicina agli ultimi e lontana dal potere non può non essere ben vista dai progressisti, siano essi credenti o meno.
    Ma c'è ancora di più.

    Sappiamo, ad esempio, che all'interno dello stesso individuo possono darsi orientamenti diversi da cui scaturiscono atteggiamenti diversi. Non è raro imbattersi in persone che sono allo stesso tempo socialmente avanzate, politicamente rivoluzionarie e religiosamente tradizionaliste; e l'inverso. In questo caso gli psicologi parlano di "dissociazione", una specie di "cultura allegra" che non vede le contraddizioni di fondo e, nei casi più gravi, può sfociare in uno stato confusionale fino a rasentare la schizofrenia. Più spesso ricorre il caso di persone che pur avendo un comune orientamento, reagiscono in maniera molto diversa di fronte ad un evento, una persona, una istituzione, perché a dividerli è il concetto, l'"idea" che hanno dell'oggetto stesso, sia esso una persona o una istituzione.

    Ultimamente mi sono ritrovato in Piazza San Pietro a Roma, di mercoledì, nell'udienza generale che il papa tiene settimanalmente ad un pubblico sempre più numeroso ed entusiasta. Prete cattolico in mezzo a migliaia di fedeli cattolici, mi sono sentito come un pesce fuor d'acqua: "straniero in casa", per dirla con le parole della Lettera di Diogneto. Già la ressa da stadio in attesa dell'ingresso in piazza, davanti ai tornelli, mi aveva infastidito. E poi quel gridare "eccolo!", "eccolo!", "eccolo!" all'apparire del papa nella piazza....; e le esclamazioni sussurrate: "bellissimo!", "bellissimo!" mi hanno dato conferma della scarsa maturità del popolo credente. Ho fatto il mio esame di coscienza e mi sono chiesto da dove venisse questo paganeggiante culto della personalità in una comunità, quella cristiana, che dal vangelo avrebbe dovuto imparare a considerare le persone senza appellativi ("non fatevi chiamare maestri..."), ad amare la nuda umanità degli uomini e delle donne emarginati dal potere più che inginocchiarsi davanti ai titolati e ai cooptati di turno.

    So, e me ne rallegro assai, che papa Francesco sta facendo del tutto per smontare questa aura di elitismo segregante e segregato. Ciononostante c'è troppa gente schiava di questo abbrivo all'adorazione: un paganesimo che fa a pugni con il disincanto evangelico di una fede vissuta nel cuore delle cose e delle persone, e lontano dai paludamenti patinati delle cerimonie e della celebrità. Il luccichìo del potere e il fascino del comando calamitano sempre i sogni di un popolo non cresciuto, disposto a barattare anche la propria dignità oltre che la conquistata libertà. Quella libertà "difficile", che F. Dostoevskij diceva anche "insopportabile". Nel discorso del Gande Inquisitore (I Fratelli Karamazov, V,5) si legge: "Non c'è né c'è stato mai nulla di più intollerabile per l'uomo e per la società che essere liberi".

    Lo stiamo sperimentando in questi tempi di crisi, in cui sembra esserci in giro una voglia matta di consegnarsi a chicchessia: "gli uomini consegnano la loro libertà alle donne e le donne agli uomini. I cittadini consegnano la loro libertà ai politici. Ed i lavoratori ai loro padroni. Tutti noi cerchiamo motivi "razionali" e persino "sublimi" per giustificare le nostre schiavitù. Ma la pura verità è che "non c'è per l'uomo rimasto libero più assidua e più tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi" (F. Dostoevskij)".

    Don Aldo Antonelli - parroco in Antrosano (AQ)
     
    Di Antonio Mellone (del 10/01/2017 @ 22:03:11, in NohaBlog, linkato 3657 volte)

    Voglio sapere di cosa stanno riempiendo la discarica De Pascalis, quella ubicata a metà strada tra Noha e Galatina. Voglio sapere cosa succede ad un fischio da casa mia.

    Ne avrei il diritto come cittadino oppure è stata soppressa la sovranità che un tempo apparteneva al popolo stanziato su di un territorio? Vuoi vedere che è passato con la maggioranza dei SÌ il famoso Referendum del 4 dicembre scorso e io non me ne sono accorto?

    No, non ditemi che è entrata in vigore la “nuova” costituzione Boschi-Verdini che prevede il “principio di supremazia”, e quindi i territori non contano più una cippa (posto che prima qualcosa contassero).

    Può darsi. Ma se anche dovesse essere passata quella riforma a mia insaputa, io sottoscritto, l’ultimo dei cittadini di Noha, esigo di sapere.

    *

    Di recente, m’han fermato per strada un bel po’ di nohani chiedendomi lumi in merito a ‘sta benedetta discarica. M’hanno raccontato di decine di Tir autoarticolati che, pieni zeppi di non si sa bene cosa, vanno a svuotare i loro mega-cassoni nella cava de quo.

    Io son cascato dal pero. Non ne sapevo nulla, anche perché – come mi dicono - i noti giornaletti caltagironei parlano di presepi viventi da Latiano a Fasano, senza citare, per dire, anche quello di Noha (salvo poi pubblicarne a tutta pagina una bella immagine), mentre i siti “giornalistici” locali - dopo i primi spot pubblicitari di qualche anno fa a favore di discarica - sembra che, come il sottoscritto (che tutto è men che un “giornalista”), non si siano accorti di nulla.

    Mi raccontano, questi cittadini, che pare siano dirette alla volta di quella cava profonda centinaia ma forse anche migliaia di traversine ferroviarie in cemento o qualcosa di simile. E che subito dopo vengano interrate o coperte da altro materiale. Vai a sapere.

    Ora. La prima domanda è la seguente: è vero ciò che va dicendo la ‘vox populi’? Ci è permesso avere qualche informazione più dettagliata in merito?

    Sul sito internet della cava De Pascalis si trova l’elenco dei materiali autorizzati per il conferimento in quella discarica. Orbene, salvo miei errori od omissioni, nella lista non risulterebbero elencate traversine ferroviarie in cemento o in altro materiale.

    Si parla, è vero, di “rifiuti provenienti da costruzioni e demolizioni” (tipo mattoni, ceramiche, mattonelle, scorie in cemento, materiali da costruzione, eccetera) ma, salvo smentite dell’ultima ora, non mi pare che le traversine ferroviarie rientrino nella fattispecie. In realtà si parla anche di “pietrisco per massicciate ferroviarie”, ma salvo interpretazioni estensive mi chiedo se le traversine possano rientrare nella voce “pietrisco”. E poi, posto che le traversine siano conferibili e che si tratti di sole traversine, chi controlla che il materiale non sia impregnato di sostanze pericolose in grado da provocare danni al terreno e alla falda acquifera sottostante?

    Sapevo che le traversine lignee dismesse dalle ferrovie statali se non sono da considerarsi “rifiuto speciale” poco ci manca. D’accordo, quelle conferite nella discarica nohan-galatinese non sono traversine in legno ma in cemento armato: ciò non toglie che non possano contenere olii, composti chimici o altre schifezze pericolose (mica le lavano o le trattano prima di gettarle in quella cava).

    Comunque sia: sono io sottoscritto libero di non fidarmi di ciò che (non) ci raccontano?

    Atteso quanto è successo nel Salento negli ultimi quarant’anni, con le discariche abusive sparpagliate ovunque e con le altrettante munite di autorizzazioni ministeriali (tipo la Burgesi) che nascondono le più pericolose e impensate sostanze inquinanti - tanto che la nostra provincia fa ormai concorrenza alla Terra dei Fuochi, un baffo a Gomorra e non ha rivali in Italia quanto a percentuali crescenti di malati di cancro e di altre malattie legate all’avvelenamento del territorio - mi è lecito fasciarmi la testa ancor prima di rompermela?

    Posso dirvi che sono preoccupato anch’io, insieme ai nohani che mi hanno fermato per strada chiedendomi informazioni che non ho saputo fornire? Son padrone di chiedere che tutti (mica uno ogni tanto: dico tutti) gli automezzi che si presentano su viale Carlo Alberto dalla Chiesa, diretti alla volta della ex-cava De Pascalis vengano sottoposti a controllo preventivo?

    Attenzione: per controllo non intendo il “controllo formale” della documentazione (non saprei che farmene), né i “controlli interni” eventualmente posti in essere dalla proprietà (non prendiamoci in giro: i proprietari fanno il loro mestiere: cioè soldi, business, profitti sul ciclo di questi particolari rifiuti, mica solidarietà sociale), ma ispezioni, verifiche ed esami da parte di soggetti terzi, tipo, chessò io, Arpa Puglia, Asl, Polizia locale, Carabinieri di nuclei speciali [non si possono più citare le Guardie Forestali, in quanto il loro corpo è stato sciolto nell’acido dal precedente governo, sicuramente a causa della scomparsa delle foreste: gli unici Boschi superstiti evidentemente saranno quelli ancora al governo e, giacché, anche legati al nome di qualche banca rotta,ndr.].

    *

    In conclusione, vorrei che fossero accertate, per ogni accesso alla cava (Per. Ogni. Accesso. Alla. Cava.) la quantità e la qualità del conferito, e che nemmeno uno spillo uno non consentito venga gettato o sversato in quella discarica privata a chilometro zero.  

    E’ permesso chiedere o tutto questo è forse chiedere troppo?

    Infine. E’ esagerato pretendere che i candidati al prossimo venturo governo di palazzo Orsini abbiano a cuore il bene del suolo, dell’acqua e dell’aria del nostro territorio, e siano dunque espressione più del bene comune che dei potentati economici anche locali interessati a ben altro? No, così, tanto per sapere.

    Antonio Mellone

     
    Di Redazione (del 04/06/2013 @ 22:03:09, in NohaBlog, linkato 2696 volte)

    La II B di Noha ritira il premio. 03.06.2013Noha. Piccoli giornalisti crescono…e non solo: vincono! La II B della scuola media di Noha è lieta di comunicare il suo piccolo traguardo raggiunto: la Gazzetta del Mezzogiorno ci ha premiato. Siamo giovani dodicenni inesperti, ma con tanti sogni nel cassetto e con una grande passione per la scrittura, la quale ci ha spinto a partecipare al concorso “Lo scrivo io”. Ed ora con gioia stringiamo questa targa di merito, con la quale siamo stati premiati per il giornale “The student”.

    La premiazione si è tenuta ieri 3 giugno presso l’hotel Tiziano a Lecce da parte dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Lecce, ne siamo orgogliosi e tramite queste righe vogliamo ringraziare di cuore la nostra professoressa di Lettere Rita Maria Colazzo e tutti quelli che hanno apprezzato il nostro giornale.

    E l’avventura di noi piccoli reporter è solo all’inizio, continua!

    I ragazzi della II B

     

    La II B di Noha ritira il premio. 03.06.2013 La II B di Noha ritira il premio. 03.06.2013 La II B di Noha ritira il premio. 03.06.2013
    La II B di Noha ritira il premio. 03.06.2013 La II B di Noha ritira il premio. 03.06.2013La II B di Noha ritira il premio. 03.06.2013
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    La II B di Noha ritira il premio. 03.06.2013 La II B di Noha ritira il premio. 03.06.2013La II B di Noha ritira il premio. 03.06.2013

     

     
    Di Albino Campa (del 03/06/2012 @ 22:01:55, in Cultura, linkato 2458 volte)

    Vorrei continuare a percorrere con voi i luoghi della cultura, ripartendo ancora una volta dalla periferia per dirigermi nel cuore della città di Galatina. Comincio a camminare quindi, a testa bassa come fan quelli che non hanno meta e cercano di dirigersi verso il luogo giusto, ovvero quello che sicuramente la sorte ha loro in serbo. Mi viene in mente un racconto di Gianluca Virgilio, una di quelle sue incantevoli passeggiate che la penna fortunatamente è riuscita a riprodurre sulla carta per la gioia di noi lettori, e sorrido ricordando la sua meraviglia quando, attraversando la piazza di Noha e chiedendo informazioni per raggiungere la Biblioteca Giona, non solo gli astanti erano a conoscenza della biblioteca, ma addirittura sapevano indicargli la direzione da prendere.
    Camminando e riflettendo, eccomi quindi giunto dinanzi al complesso scolastico di Noha, dalle pareti ormai consumate dal calore dei raggi del sole e dalle finestre disseminate di cartoncini colorati. Una scatola di cemento sbiadito che a malapena riesce a contenere il fermento culturale che sprizza da ogni dove, una vecchia spugna rovinata turgida di “desiderio di crescere, fare, essere”. Tanti ricordi si affacciano nella mia mente, ricordi di un’infanzia oramai alle spalle, che non ritornerà più, ma che vive ancora dentro di me grazie a delle immagini che conservo intatte.
    Salgo per le scale, appoggiandomi al passamano unto e gelido, porto lo sguardo in alto cercando di intravedere la fine, e intanto chiudo gli occhi e respiro: l’odore, come al solito, mi aiuta a rinfrescare i ricordi. Un odore aspro e pungente, proveniente forse dalla palestra, mi insegue e affretta il mio passo: salgo, veloce, due scalini alla volta, cercando di continuare a centellinare il gusto per la sorpresa.
    L’avventura della biblioteca “Giona” ha avuto inizio quando io ancora frequentavo la scuola elementare: era nata in un angolo del secondo piano dell’edificio, alcuni scaffali colorati disposti a staffa di cavallo raccoglievano i primi volumi suddivisi in categorie di accesso. Ricordo che la sezione over 14, di cui io ignoravo il significato, era relegata in cima e c’era stata più volte negata dalla signora Paola, maestra bibliotecaria, con asserzioni tipo “siete troppo piccoli ancora”, “non potete leggere quei libri”, “guarda questi colorati, quelli non hanno alcuna immagine”. Ecco, giustificazioni siffatte erano, secondo me, motivo per incuriosire i lettori più piccini piuttosto che intimidirli. Il gusto di trasgredire, anche a costo poi di rimanere effettivamente delusi, valeva quanto leggere o sfogliare dieci di quei libricini cartonati, tutti colorati e animati, che piacevano tanto alle bambine e alle maestre. Noi, piccoli mocciosi, ci sentivamo già da letture da grandi, da intense storie con finale a sorpresa. Sta di fatto che, una bella sgridata e una barcata di libri cartonati da leggere durante l’estate come compito di punizione, mi fecero presto passare la voglia di indagare sezioni della biblioteca proibite.
    Poi iniziai a crescere, purtroppo, e insieme a me anche la biblioteca “Giona” diveniva sempre più grande e robusta, si rimpinzava sempre di nuovi volumi, offerti o acquistati, con nuove sezioni e nuovi spazi dedicati alla lettura. Essere biblioteca in un piccolo paesino come Noha, non era facile: era come essere la principessa sul pisello senza i sette materassi … capite bene che non è la stessa cosa, non si è credibili allo stesso modo! Quindi oltre al pisello, servivano i materassi e presto, grazie all’impegno delle maestre, dei genitori degli alunni e degli alunni stessi, la Biblioteca mise in piedi un progetto che aveva come obiettivo l’affermazione di “Giona” all’interno di Noha, come realtà indispensabile e da sostenere per il bene di tutta la comunità. Ed ecco quindi che “Giona” esce dalle sue quattro mura e i suoi libri iniziano a vagabondare per le vie del paese, attraverso le voci dei suoi lettori la biblioteca comincia a parlare a tutti, a entrare nelle case di tutti senza bisogno di bussare.
    “Giona” diviene quindi un simbolo, quello della crescita culturale di un paese di contadini e pastori che vogliono mettersi al passo, sollevare la testa da terra, guardare avanti e incominciare ad affermarsi anche fuori dalle propria mura come una realtà in forte sviluppo. I libri diventano per Noha il pretesto giusto per svoltare, per dare un futuro diverso ai propri figli.
    Arrivo, quindi, con l’affanno al secondo piano della scuola di Noha. Mi accorgo subito che ora la biblioteca “Giona” non è più relegata in un angolo buio, ma ha allargato i suoi confini per poter contenere tutti i libri e offrire nuovi servizi ai suoi lettori. Quella che una volta era la sala degli insegnanti è divenuta ora la stanza riservata ai lettori più piccoli, e conserva ancora gli scaffali colorati per sezioni, mentre dall’anno scorso per i lettori adulti è stata allestita una nuova confortevole sezione, dotata persino di un comodissimo divano su cui adagiare le proprie letture.
    Insomma, mi rendo conto che, come i suoi lettori, la biblioteca “Giona” continua a crescere, senza mai venire meno, però, a quel tocco di fanciullezza e spensieratezza che l’ha vista nascere e affermarsi nel territorio.
    continua…

    Michele Stursi

     
    Di Redazione (del 12/07/2019 @ 22:01:50, in Comunicato Stampa, linkato 200 volte)

    In merito alle recenti esternazioni del consigliere comunale Giampiero De Pascalis riguardo le condizioni di sicurezza dell'impianto sportivo di Collemeto e delle condizioni del manto erboso dello stadio comunale Pippi Specchia di via Chieti, l'amministrazione comunale respinge al mittente tutte le accuse riguardo una presunta disattenzione nei confronti di tali strutture.

    Per quanto riguarda l'impianto sportivo di Collemeto, già nel passato oggetto di atti vandalici e di aperture forzate dei cancelli, il personale tecnico del Comune, appena avuta notizia, è prontamente intervenuto per chiudere i varchi e per rimettere in sicurezza la struttura. Gli interventi, purtroppo, sono periodici e sono diretta conseguenza di continue azioni vandaliche già registrate nel passato. Dispiace che il consigliere De Pascalis polemizzi con l'amministrazione comunale per le condizioni di sicurezza dell'impianto e non spenda una parola invece per stigmatizzare i comportamenti di gruppi di persone che non rispettano una struttura che dovrebbe invece essere maggiormente rispettata in quanto patrimonio della collettività.

    Per quanto riguarda il manto erboso del Pippi Specchia, nei giorni scorsi il Comune ed i tecnici comunali hanno effettuato un sopralluogo ed hanno programmato un intervento di sistemazione che partirà nelle prossime ore. I lavori, già programmati da tempo, riguarderanno la rasatura e risemina del manto erboso ove necessario. Le strutture comunali sono a cuore dell’amministrazione comunale e molteplici sono gli interventi di manutenzione che negli ultimi mesi sono stati eseguiti senza clamore; tale azione proseguirà anche in futuro.

    Loredana Tundo, assessore ai Lavori Pubblici

    Maria Giaccari, assessore allo Sport

     
    Di Antonio Mellone (del 11/01/2016 @ 22:00:02, in NohaBlog, linkato 2501 volte)

    Abbiamo atteso con pazienza il solito ritardatario. Però poi alla fine, come stella cometa, è apparsa sul sito del Comune di Galatina (http://www.comune.galatina.le.it/) anche l’ultima delle dichiarazioni dei redditi dei nostri magnifici quattro (politici nohani).

    Il cosiddetto Decreto Trasparenza (D. Lgs. 14 marzo 2013, n. 33 – art. 14 in particolare) prevede la pubblicazione di questi e di altri dati (per esempio il curriculum vitae, la situazione patrimoniale, i depositi bancari, vabbé) “dei titolari di incarichi politici, di carattere elettivo o comunque di esercizio di poteri di indirizzo politico, di livello statale regionale e locale […] entro tre mesi dal conferimento dell'incarico e per i tre anni successivi alla cessazione dell'incarico”.

    In pratica ne avremo da qui fino all’eternità, o almeno per tutto il prossimo ventennio (più tre anni successivi alla cessazione dell’incarico), visto che l’affezionato elettorato locale non fa mai mancare il suo consenso ai propri beniamini, invero mai avari di promesse con la mano sul cuore e sempre prodighi di pacche sulle spalle condite da locuzioni del tenore: “Tranquillo, ci penso io” (sicché talvolta il diritto del cittadino assume le fattezze di una gentile concessione o di un favore ad personam. Ma questa è un’altra storia).

    Eppure a dare un’occhiata veloce ai guadagni dei nostri parlamentari comunali si direbbe che fare il politico nohano non è poi un così grosso affare (o arraffare come insinua il solito maligno). Tutt’altro. Dall’osservazione dei numeri, in effetti, non si capisce granché: e soprattutto se qualcuno fa il falso povero o il falso ricco (posto che a entrambe le categorie va tutta la nostra comprensione, oltre che l’umana solidarietà).   

    *

    Prendiamo i dati del dottor Giancarlo Coluccia, farmacista di professione e politico per vocazione.

    Orbene, nella dichiarazione del 2015 (che, come noto, rileva i numeri del 2014) il reddito annuo lordo, salvo errori od omissioni, passa dai 36.773,00 euro del precedente 2013 ai 44.025,00 euro, con un bell’incremento del 19,72%. Mentre il reddito al netto dei costi e degli oneri deducibili, il cosiddetto reddito imponibile, passa dai 26.817,00 euro ai 36.002,00 euro. Sicché l’imposta netta liquidata nel 2015 quasi raddoppia, da 5.525,00 euro a 10.087,00 euro: una boccata d’ossigeno per le casse dello Stato.

    Possiamo, dunque, affermare che il locale rappresentante dello scudocrociato [sic!], che vive con 25.915,00 euro all’anno, pari a circa 2.160,00 euro al mese, si conferma lo zio Paperone dei consiglieri comunali nostrani.

    *

    Le cifre dell’avvocato Antonio Pepe, sindaco mancato per un pelo, evidenziano invece, sempre salvo errori, una significativa diminuzione della voce redditi lordi (stiamo sempre parlando della dichiarazione 2015, relativa ai dati del 2014) passati dai 33.918,00 euro del 2013 ai 27.111,00 euro del 2014, con una differenza negativa di oltre il 20%, derivante principalmente dalla sua attività forense.

    Il reddito imponibile, ottenuto come differenza tra il reddito lordo e le spese deducibili, passa così dai 32.436,00 ai 23.995,00 euro attuali, sicché l’imposta netta pagata all’erario quasi si dimezza, da 8.023,00 a 4.364,00 euro. A conti fatti, l’ex-scudocrociato nohano [sic!] vive della sua libera professione con uno “stipendio mensile” di 1.635,00 euro.     

    *

    Passando alla disamina dei dati consegnati dal geometra Luigi Longo, si osserva un bel balzo in avanti, pari al 21,30% del suo reddito lordo, passato da 10.965,00 euro a ben 13.303,00 euro (salvo errori o omissioni). Il reddito imponibile - decurtato cioè degli oneri deducibili - da 8.659,00 euro del 2013 raggiunge il picco dei 9.715,00 euro nel 2014.

    Considerate esenzioni ed eventuali compensazioni, l’Irpef pagata dal “geometra comunale nohano” è pari a zero (come a maggior ragione era pari a zero anche quella del precedente anno). Il consigliere di RC, Luigi Longo, vivendo dunque con 809,00 euro al mese (decisamente meno di un operaio Fiat neoassunto a tutele crescenti) si conferma degno rappresentante dei proletari de’ noantri.

    *

    Dulcis in fundo, diamo un’occhiata ai numeri della nostra cara delegata alla frazione di Noha, al secolo avvocato Daniela Sindaco.

    In effetti, pare che inizino a produrre i loro benefici effetti le manovre di politica economica del governo Renzi (dal Jobs-Act ai famosi 80 euro), se è vero come è vero che i “compensi derivanti dall’attività professionale o artistica” della nostra predi(e)letta consigliera sembrano, salvo nostri errori, finalmente forieri di un bel periodo di vacche grasse. E che vacche, visto l’incremento di oltre il 50% del reddito lordo, balzato da 2.343,00 del 2013 (mentre l’anno precedente era pari a zero) a ben 4.797,00 euro.  

    Il reddito imponibile, al netto cioè degli oneri deducibili, da 1.902,00 euro del 2013 giunge al picco di ben 4.356,00 euro nel 2014.

    Invece l’imposta da versare allo Stato, come nei due anni precedenti, è pari a zero a causa della “No-Tax area” (che non significa che Noha è un paradiso fiscale, ma che, sempre salvo errori, i redditi di lavoro autonomo sono esenti da Irpef se inferiori a 4.800,00 euro). Quando uno dice la combinazione.

    Dunque la nostra deputata locale riesce a vivere con 363,00 euro al mese. Tanto di cappello, ci mancherebbe, per chi riesce a stringere la cinghia in tal modo.

    Poi però uno si chiede da dove la Daniela nostra potrà prendere i soldi per finanziare di tasca propria, come ipotizzato in consiglio comunale, la famosa cabina elettrica del centro polivalente di Noha in black-out totale da oltre 100 giorni. Probabilmente, uno pensa, – e noi glielo auguriamo di cuore - sarà ricca di famiglia.

    Ecco: alla luce di questi dati e di certe dichiarazioni verbali si comprende quanto il governo centrale (ma anche quello comunale) sembri attrezzato per compiere veri e propri miracoli, dando uno schiaffo morale allo scetticismo di noi altri gufi, e realizzando in men che non si dica tutti i Tweet del premier che mezzo mondo c’invidia: da #passodopopasso a #cambioverso, da #lavoltabuona a #Italiariparte.

    E soprattutto #Fiscostaisereno.

    Antonio Mellone

     

    Giancarlo Coluccia

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    Antonio Pepe

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    Luigi Longo

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    Daniela Sindaco

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    Al via il progetto AMICI WE CARE. Per la prima volta in Europa una ricerca della Associazione AMICI Onlus indagherà sui reali bisogni del paziente. In Italia le MICI colpiscono oltre 200 mila persone.

    Milano, 12 dicembre 2016 Ai nastri di partenza la campagna nazionale “Amici We Care”, promossa dell’associazione Amici Onlus e dedicata alla qualità della cura per i pazienti di MICI (malattie infiammatorie croniche intestinali).

    Con la campagna “Amici We Care” l’Associazione  intraprende un percorso di coinvolgimento attivo dei pazienti di MICI in Italia chiedendo direttamente ai pazienti, affetti da malattia di Crohn e  colite ulcerosa, quali sono gli elementi importanti e migliorabili  sia nei servizi che essi ricevono dalle strutture pubbliche in cui sono assistiti, sia nella tipologia di cura che ricevono.

    Gli aspetti che interessano principalmente queste patologie croniche sono molteplici, in particolare come sottolinea in una nota la Presidente di AMICI Onlus, Enrica Previtali: “Il livello di cura raggiunto oggi in Italia per i pazienti di MICI è alto, tuttavia riteniamo che una certa qualità raggiunta non debba essere un punto di arrivo ma rappresenti il punto di partenza per migliorare” e aggiunge “il nostro lavoro di questi anni ci ha portato alla definizione di quello che riteniamo un vero e proprio decalogo della cura per i pazienti di MICI, ma ci siamo resi conto che questi elementi dovevano essere condivisi da parte di tutti i pazienti andando a chiedere loro cosa e come migliorare”.

    Fra questi aspetti, molto può essere fatto in termini di ascolto, disponibilità del team medico e attenzione sotto il profilo psicologico, per questo motivo la campagna vede attivo il Laboratorio di Culture Organizzative e di Consumo, Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro cuore di Milano, che ha predisposto un questionario on line attivo alla pagina del sito dedicato www.amiciwecare.com attraverso cui è possibile contribuire alla stesura dei nuovi parametri di qualità della cura.

    Amici We Care ha ottenuto il patrocinio di IG-IBD (Italian Group for the study og Infiammatory Bowel Disease) ed è stata realizzata con il contributo incondizionato di AbbVie.

    L’indagine verrà condotta distribuendo  materiali informativi in tutti i centri di gastroenterologia dedicati, presso le sedi dell’Associazione dislocate sul territorio nazionale e tramite il web e social network

     

    Per info:

    Salvo Leone

    Email salvo.leone@amiciitalia.net

    Tel 3351331589

     
    Di Rosario Centonze  (del 28/01/2016 @ 21:59:36, in Eventi, linkato 1336 volte)

    PROGRAMMA

    Ore 17.30 Coroncina al Sacro cuore di Gesù (Chiesa Madre)

    Ore 18.00 Processione con il seguente itinerario: Chiesa Madre, via Pigno, via Carso, via Giotto, via Colombo, via Congedo, via Benevento, via F. Filzi, via Maddalena, via D’Annunzio, via Bellini, via Catania, via A. Magno, via Della Pace, Chiesa Madonna delle Grazie.

    Ore 18.45 Solenne Celebrazione eucaristica presso la Chiesa Madonna delle Grazie

    Ore 19.45 Spettacolo di Fuochi pirotecnici a cura della Ditta Piero Coluccia da Galatina (LE)

    Ore 20.00 Music & Fish serata di musica e cabaret con ALEX e ZAGO in Oratorio

     

    Il Parroco e l’Apostolato della Preghiera ringraziano la Comunità parrocchiale per la partecipazione

     
    Di Redazione (del 22/11/2017 @ 21:57:24, in Comunicato Stampa, linkato 1007 volte)

    Dal 20 al 26 Novembre le associazioni culturali “Archeoclub Terra D’Arneo”, "La Fornace", "Fare Ambiente-Laboratorio di Galatina", "Giovani Galatinesi Gi.Ga” , con il patrocinio del Comune di Galatina, vi danno appuntamento per celebrare insieme la Giornata contro la Violenza sulle Donne. Un momento importante di riflessione collettiva su un tema che ci presenta quasi quotidianamente i suoi tristi numeri: nel 2017 l’agghiacciante media di una vittima ogni tre giorni, 120 donne uccise nel 2016, 7 milioni di donne che, secondo dati Istat, hanno subito almeno una volta violenze e abusi.

    “La violenza di genere rappresenta uno degli ostacoli più meschini tra il nostro paese e la civiltà” afferma il Presidente di Gi.Ga Edoardo Mauro ”una situazione piena di viltà e gravi silenzi di cui (e lo dico da uomo) mi vergogno tantissimo. Come associazione giovanile ci siamo sempre mossi con grande attenzione sul tema, consapevoli del fatto che una corretta testimonianza all’ interno del mondo giovanile possa essere fondamentale per abbattere stereotipi e preconcetti. Solo con una giusta educazione collettiva si può combattere questa assurda piaga sociale: ecco spiegato il perché di questi momenti, per esserci non solo come singoli ma soprattutto come comunità”

    È chiara sugli intenti di questa manifestazione Simona Ingrosso della Fornace “In comune con le associazioni ideatrici ci siamo ritrovati uniti in un'unica idea e obiettivo, parlare e far parlare della violenza sulle donne. Il messaggio che vogliano lanciare è "Noi ci siamo" per denunciare lo STOP alla violenza sulle donne. Le installazioni fisse comunicano e sensibilizzano: oggi la donna riveste ruoli importanti, ma nelle sue mura ritorna ad essere amica, compagna, moglie, figlia, madre e nonna e lì escono le sue fragilità, la sua bellezza. Il nostro scopo è rivolgersi non solo alla cittadinanza ma anche a tutti coloro che vogliono accogliere questa nostra posizione: ecco spiegata la scelta di luoghi come il centro storico, giornalmente passeggiato da turisti che possano testimoniare come Galatina sia attenta a queste tematiche. La biblioteca comunale è luogo incontro dei più giovani perché dobbiamo partire da loro se vogliamo che false verità vengano screditate con una giusta cultura sul tema”

    Presente anche Maria Antonietta Martignanò, Presidente dell’Associazione Archeoclub Terra D’Arneo “L’Associazione Culturale Archeoclub Terra D’Arneo, in occasione del mese dedicato contro la violenza sulle donne, propone “SCATENIAMOCI”, un evento che vede la nascita di alcune istallazioni volte a sensibilizzare sul tema della violenza di genere in altrettanti luoghi del Comune di Galatina, frazioni comprese. Abbiamo pensato alla parola scateniamoci perché volevamo avesse più significati, tutti positivi. Scateniamoci nel senso letterale: togliamo le catene con coraggio! Coraggio di parlarne, coraggio di denunciare, coraggio di metterci la faccia. Scateniamoci con frasi, pensieri, aforismi sulle donne e contro la violenza sulle stesse. Presso il Palazzo Gorgoni e presso la Biblioteca ci saranno degli spazi per scrivere, lasciare il vostro pensiero, il vostro no!”

    Particolarmente rilevante sarà la giornata del 25, dove SCATENIAMOCI prevedrà l'occupazione delle piazze di Galatina, Noha e Collemeto. Siete tutti invitati a partecipare con la testa, con il cuore, con un fiore!

    (Si ringraziano la Fioreria Andrea Cafaro, CentroColore Ferramenta, Arte Rustica Santoro, Libreria Fabula e i singoli cittadini che, donando le loro scarpe, hanno contribuito alla realizzazione delle installazioni)

    -"Archeoclub Terra D’Arneo”;
    -"La Fornace";
    -"Fare Ambiente-Laboratorio di Galatina";
    -"Giovani Galatinesi-Gi.Ga"

     
    Di Redazione (del 11/01/2017 @ 21:57:03, in Comunicato Stampa, linkato 913 volte)

    Visita guidata di Galatina + degustazione presso Ristorante Anima&cuore

    Che effetto fa gustare qualcosa di buono in un pezzo di storia, un luogo leggendario per tutto il Salento?

    Per scoprirlo venite con noi domenica 15 Gennaio 2017 per le vie del centro antico di Galatina, tra vicoli, corti e piazze, terminando il tour guidato presso il ristorante Anima & cuore, sito all’interno di palazzo Tondi-Vignola, il settecentesco edificio che ingloba la cappella di San Paolo. È da qui, dal pozzo dove le donne (solo donne?) morse dalla tarantola si recavano per bere l’acqua guaritrice, che racconteremo suggestioni d’un tempo ormai lontano, tuttavia oggetto di indagini per antropologi e studiosi di musica mentre la pizzica è diventata negli ultimi anni la colonna sonora di un Salento che, forte della sua identità, di un patrimonio culturale e naturalistico vastissimo e del folklore, rapisce il cuore dei suoi visitatori.

    Arte, storia e territorio. Eccola, in tutto il suo splendore, Galatina.

    C’è tanto da vedere, l’incanto degli affreschi della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, il barocco nelle chiese piccole e grandi, nei conventi, nelle cappelle. Un’incursione al Museo Civico “Pietro Cavoti”. Riaperto al pubblico il 19 giugno 2016 il museo è allestito nelle sale del piano superiore del Palazzo della Cultura “Zefferino Rizzelli”, già Convento dei Domenicani - ex Convitto Colonna. Custodisce reperti archeologici – degna di nota la lastra con iscrizione messapica –, frammenti lapidei provenienti dai palazzi aristocratici e dalle chiese di Galatina, una pinacoteca, gli acquarelli di Pietro Cavoti (1819-1890) e le opere di Gaetano Martinez (1892-1951).

    Per info, costi – prenotazione obbligatoria

    IAT Informazione e Accoglienza Turistica

    GALATINA, c/o Torre dell’Orologio - via Vittorio Emanuele II, 35

    T. +39 0836 569984 - +39 392 9331521 – E: iat.galatina@gmail.com

     
    Di Albino Campa (del 27/01/2011 @ 21:56:15, in Comunicato Stampa, linkato 2515 volte)

    Parte il concorso fotografico di beneficenza “Vecchi e Antichi Mestieri”, organizzato dall’associazione A.E.C. in collaborazione con l’associazione “cuore e mani aperte Onlus” di Don Gianni Mattia per l'acquisto di una Bimbulanza.

    “Il primo appuntamento per promuovere la nostra iniziativa – dice l'avv. Valentina Castorina, presidente A.E.C. Provincia di Lecce e vice presidente Puglia – sarà il  29 gennaio p.v., dalle ore 9.30 con continuazione fino alle 20.30, presso il Centro Commerciale Ipercoop Lecce Mongolfiera Surbo.
    In tale occasione saranno presenti anche i volontari clown dell’associazione “cuore e mani aperte Onlus” che, oltre ad animare e rallegrare la giornata, daranno maggiori informazioni sul progetto di acquisto di una Bimbulanza, una vera e propria ambulanza attrezzata per rendere meno traumatico il viaggio dei bambini bisognosi di cure verso strutture mediche e/o ospedaliere l'ospedale.
    Il concorso fotografico, aperto a tutti i fotografi dilettanti, amatori e professionisti, consentirà di raccogliere fondi destinati all'acquisto della “Bimbulanza”.
    Le fotografie costituiranno un vero e proprio viaggio fra quelli che un tempo erano gli antichi mestieri praticati nel nostro territorio, così ricco di spunti interessanti, di tradizioni e di magiche atmosfere
    Nelle prossime settimane – continua l'avv. Castorina – seguiranno ulteriori incontri grazie, anche, al supporto e sostegno di numerose associazioni e gruppi che, con entusiasmo, stanno partecipando alla raccolta fondi”.
    Potrete trovare tutte le informazioni dettagliate ed il regolamento del concorso sul sito www.tutelare.it.

    Avv. Valentina Castorina
    Vice Presidente AEC per la Regione Puglia
    Presidente AEC per la Provincia Lecce
     
    Di Albino Campa (del 27/05/2011 @ 21:54:57, in Comunicato Stampa, linkato 2338 volte)
    Sinistra Ecologia Libertà di Galatina, dopo la nascita ufficiale del partito e la sua grande crescita in termini di consenso popolare, rende noto che finalmente da oggi, anche a Galatina si può partecipare attivamente alla nascita di questo nuovo soggetto politico che riunisce sotto la stessa bandiera tutti quelli che si sentono di Sinistra, ma che non si riconoscono nell’antico emblema della falce e martello. Un partito nuovo, nato nel XXI secolo con la voglia di affermarsi in questo secolo. Un nuovo modo di fare politica, una politica che parte dal bisogno della gente, che coinvolgerà i cittadini rendendoli protagonisti delle loro scelte. Anche a Galatina, siamo pronti a far crescere un soggetto politico, forte, un progetto avanzato per discutere progetti sulla società, l’ambiente, la salute, la cultura, il lavoro, lo sviluppo, per sentirsi parte integrante di un cambiamento epocale, per avere sia una Galatina migliore che una Puglia migliore e magari, perché no, un domani, un Italia migliore, sembra insomma arrivato il momento, per fare una politica attenta, capace, dove il cittadino-elettore non si sente soggetto passivo di scelte altrui, ma pronto egli stesso ad intervenire ed essere soggetto propositivo di progetti che lo coinvolgono direttamente. Apre così a Galatina il circolo SEL in via Lillo 24 nel cuore del centro storico della città . L’apertura del circolo è prevista per sabato 28 maggio 2011 alle ore 20.30 con un breve discorso introduttivo dei responsabili locali, seguito dal taglio del nastro da parte di Alba Sasso assessore regionale ” Per il diritto allo studio “. Presenti alla manifestazione Sonia Pellizzari Presidenza Nazionale Sinistra Ecologia Libertà, Anna Cordella portavoce Provinciale SEL. Alle 21 si esibiranno gli AMISTADE con la loro musica tratta dal vasto repertorio dei cantautori italiani. Infine circa alle 22 il gruppo musicale ” AEDO ” con la particolarità delle sue sonorità etno-arcaiche. Il tutto si svolgerà nella piazza adiacente al circolo SEL cioè Piazza Cavoti, molto scenografica, chiamata dai galatinesi ” Staffa di Cavallo ” per la sua particolare conformazione. Sinistra Ecologia Libertà a Galatina, si impegnerà a produrre politiche ambientali capaci di restituire il sorriso e togliere la preoccupazione per il futuro. Discuterà di argomenti come la salute, un argomento che appassiona tutti, perchè legato al nostro benessere psico-fisico. Il nostro impegno va anche nella direzione di creare una società con pari diritti e pari dignità. Una cultura finalmente protagonista del futuro, perchè senza di essa, ci sarebbe solo ignoranza e barbarie. Il tema del lavoro, sempre più precario, senza sicurezze, in questo momento così nebuloso, con la creazione di nuove attività legate alle nuove tecnologie, che possono dar vita a nuove opportunità di lavoro e crescita professionale. Tutto questo per uno sviluppo della società e per migliorare le condizioni sociali del cittadino. Entra nel partito che racconta in tre lettere il suo programma: Una politica finalmente di SINISTRA vicina ai bisogni della gente. ECOLOGIA un ambiente salubre per un futuro migliore nostro e dei nostri figli. LIBERTA’ dalle mafie, dalle menzogne, libertà di pretendere diritti e verità, senza chiedere permesso.
    Sinistra Ecologia Libertà Galatina
     
    Di Redazione (del 24/11/2018 @ 21:54:49, in FareAmbienteNoha, linkato 420 volte)

    NOI di Fareambiente intendiamo  violenza ogni atto criminoso rivolto verso qualsiasi genere e quindi  verso l’UMANITA’, comprese le attività distorte dall’idea di fare utili a scapito dell’Ambiente, che è VITA.

     
    Di Fabrizio Vincenti (del 12/06/2017 @ 21:53:09, in NohaBlog, linkato 3754 volte)

    Galatina avrà il suo capo. Il voto dei cittadini premierà la repubblica o la monarchia (chi rappresenta cosa non lo so)? Un’analisi dei risultati ottenuti dai vari candidati, però, a questo punto è doverosa. Lo spasso, infatti,  che ci hanno regalato i vari comizi e confronti elettorali ha fatto sembrare Antonio de Curtis, in arte Totò, un dilettante.

    Iniziamo con colei che ha preso meno voti, Sindaco Daniela.

    Considerato che la suddetta si è presentata con ben sette liste, l’aver preso meno voti di tutti non è una sconfitta, ma una disfatta. Infatti, se solo avessero votato tutti i parenti dei soli candidati nelle sue varie liste civiche, mamme e papà, fratelli e sorelle, zii, nonni e cugini e cognati degli aspiranti consiglieri o assessori, la candidata avrebbe dovuto prendere almeno il doppio dei voti ottenuti. Poiché ciò non è accaduto, si capisce che la signora Daniela non ha convinto neanche quelli di famiglia: o non ha funzionato il suo programma, o non hanno funzionato i suoi candidati, o non ha funzionato lei. Una cosa è certa: lei vuole la politica, ma la polis non ha voluto lei e, poiché esistono infinite arti, questo forse sarebbe l’invito a fare altro nella vita.

    Segue, a pochi voti di distanza, Roberta Forte.

    È un volto conosciuto ai galatinesi, folta chioma e sorriso smagliante. Se io però avessi dovuto scegliere tra l’appoggiare il programma spaziale americano e il suo di programma, di certo mi sarei schierato per il primo in quanto, mentre la conquista dello spazio sembra avere possibilità di successo, il secondo contempla le stelle senza telescopio. Se poi consideriamo il fatto che il suo modello di sostenibilità e sviluppo è Napoli, allora è chiaro che Roberta ha le idee poco chiare in quanto il capoluogo partenopeo non è proprio un gioiello di welfare. Essendo queste le premesse, tutti quei voti sono anche troppi poiché vaneggiare è mestiere molto deprimente. L’invito emerso dalle urne però è chiaro: è vero che tentar non nuoce, ma è vero altresì che perseverare è diabolico.

    Eccoci a Paolo Pulli del M5S.

    È il vero vincitore. Considerato che il signor Paolo si è presentato con una sola lista, coerente con il movimento pentastellato, più di milleseicento voti sono una vittoria. È un volto, il suo, che trasmette onestà e trasparenza (consapevole del fatto che non si giudica dall’apparenza). Il suo programma è comprensibile, realista, visionario, una ventata di novità che suscita interesse in un paese in cui l’età media della popolazione guarda al cimitero mentre i giovani che la Fornero definì choosy emigrano come rondini in primavera. Quanto emerge dalle urne è un invito a Pulli a crederci ancora, poiché una grande fetta d’elettorato crede in lui.

    Giunti al podio, al terzo posto Paola Carrozzini.

    Presentatasi con cinque liste, la signora Paola pensava che il simbolo del partito democratico gli avrebbe garantito la vittoria. Ma poiché dietro a quelle due lettere (PD) incombe l’ombra diabolica del Burns Renzi Simpson, e considerato che Renzi equivale a fandonie, allora è chiara la sconfitta: se Renzi è uguale a frottole e PD è uguale a Renzi, allora la candidata del centrosinistra e il suo programma equivalgono a frottole, esattamente come i primi due.

    Siamo al secondo classificato, Marcello Amante.

    Le sue cinque liste civiche gli hanno garantito il successo sperato. Faccia pulita la sua, occhiale intellettuale, trasparente nell’immagine, meno in ciò che intende fare. Il suo è un programma pieno di lacune, da cui non si comprende quale vuole essere il suo punto di forza. La grande paura è che la sua, semmai vincerà al ballottaggio, possa essere un’amministrazione del “un po’ qui e un po’ là” ed è già chiaro che non sarebbe nulla di splendido. Ma noi, umili e delusi cittadini, ci accontenteremmo dell’ordinaria amministrazione, cioè di quella che non c’è mai stata. Caro Marcello, non volendoti sopravvalutare, credi che almeno per l’ordinario tu potresti esserne capace? Ai posteri, anzi a posteriori la sentenza.

    Primo classificato della fiera, Giampiero De Pascalis.

    Vince il centrodestra, anzi, mi correggo, con le sue sette liste, vincono tutti, proprio tutti. Lo scopo, infatti, era mettere in campo quante più persone possibile in quanto la matematica non è un’opinione: più candidati, più voti (non sempre l’equazione si verifica: vedi Sindaco). Qui l’armata brancaleone riesce nell’intento. Se costui però, qualora dovesse vincere al ballottaggio, amministrerà con la stessa sensibilità con cui si è rivolto (durante un confronto con gli altri candidati davanti all’associazione Fidas) a qualcuno che ha dovuto giustificargli la presenza con il fatto di essere iscritto all’ordine dei giornalisti, partiamo veramente male. Se poi Berlusca gli ha insegnato la mossa dell’ “alzati e vattene” come fece con Lucia Annunziata, gli si richiede almeno che lasci il confronto con più stile di quello dimostrato finora. Di chi sia Giampiero e di cosa abbia fatto per il Comune di Galatina non ci interessa (siamo costretti a non interessarci, altrimenti dovremmo già screditargli la vittoria). Il problema grosso, però, è che non abbiamo capito un sola virgola di che cosa voglia fare, ed è ancor più preoccupante il fatto che non lo abbia capito neanche lui. Praticamente, come al solito vi toccherà votare sulla fiducia.

    Vediamo cosa chiedere al prossimo sindaco.

    Decoro, decoro, decoro. Lavoro, lavoro, lavoro.

    Galatina e frazioni sono abbandonate ad un’incuria inaccettabile; gli spazi pubblici, già pochi sulla mappa, sono la cartina tornasole delle ultime passate amministrazioni e di anni di commissariamenti. La desertificazione ha raggiunto ormai da anni un livello inaccettabile (sfido chiunque a trovare un po’ d’ombra sotto quattro rami). Rifiuti dovunque, strade disastrate, criminalità, un debito del Comune vergognoso, tasse altissime, servizi inesistenti, beni artistici abbandonati all’incuria.

    Quello che c’è da fare, dunque, è evidente. Creare opportunità lavorative per i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro, offrire istruzione adeguata, garantire ai cittadini tutti i servizi di cui hanno bisogno, a partire dal trasporto pubblico che deve essere promosso e incentivato. Prendersi cura degli spazi comuni, del verde pubblico, programmando un serio e meticoloso rimboschimento di tutte le aree possibili. Fontane pubbliche funzionanti. Rifacimento del manto stradale e scrupolosa disamina delle concessioni edilizie future. Controllo accurato delle campagne affinché non si verifichino incendi incontrollati, sanzioni salatissime a chi da fuoco ai rifiuti, soprattutto quelli tossici. Vigilanza sulla raccolta dei rifiuti che deve essere fatta scrupolosamente in modo differenziato, controllando anche che gli operatori della raccolta facciano bene il proprio lavoro, e incremento delle raccolte straordinarie di spazzatura disseminata per tutto il territorio. Recupero e utilizzo appropriato delle strutture a disposizione della comunità. Maggior efficacia nel recupero dei crediti e nel risanamento del debito. Azzerare lo spreco. Incrementare i fondi e reperirne quanti più possibile per il restauro delle opere d’arte, apertura al pubblico dei siti d’interesse storico, archeologico ed artistico, costruzione di un marciapiede con annessa pista ciclabile dal paese di Noha al suo cimitero, cura o affidamento a privati dei rondò e delle isole pedonali. Maggior sforzo per eliminare il randagismo. Rilancio del quartiere fieristico. Promozione turistica e maggior sensibilità alla sicurezza stradale (in media abbiamo più incidenti stradali mortali noi che tutta la città di Milano). E qui mi fermo.

    Il futuro sindaco potrebbe però chiedermi: “Io devo fare tutto questo?”. Certo che devi, altrimenti fatti da parte poiché noi non siamo disposti a darti un solo euro se tu sei incapace di fare quello per cui ti sei candidato. Hai tutto il tempo per farlo (se sarai in grado di non farti commissariare prima): cinque anni, vale a dire milleottocentoventicinque giorni.

    C’è il rischio, dunque, che dopo anni di malagestione e commissariamenti, il nuovo arrivato si senta come lu pulice intru la farina ca se ntise capumulinare. Chi indosserà la fascia tricolore però, lo sa bene quale sarà la sua responsabilità e costui stia pur certo che noi vigileremo, eccome se vigileremo. Osserveremo ogni sua mossa, leggeremo ogni sua delibera, ascolteremo ogni sua parola e, se non dovesse svolgere bene il proprio incarico, allora costui si prepari poiché quelli che hanno a cuore questo paese, vicini e lontani, residenti e non,  insomma quelli come me, dei rompicoglioni, gli daranno filo da torcere.

    La fascia non è un simbolo di potere: al contrario essa rappresenta chi è al servizio della comunità e non a capo di essa. C’è un’altra figura che indossa la fascia (seppur al contrario rispetto al sindaco, e cioè dalla spalla sinistra al fianco destro) nella chiesa cattolica e ortodossa, ed il diacono. È la stola che nell’antichità serviva a tenere il canestro per la distribuzione dei beni.  Diacono, dunque, vuol dire schiavo, servo della comunità. Sindaco, invece, significa “difensore di una comunità”. Che cosa dovrebbe difendere il nuovo sindaco glielo abbiamo detto, come dovrebbe farlo sta a lui capirlo.

    Fabrizio Vincenti

     
    Di Antonio Mellone (del 01/03/2015 @ 21:52:55, in NohaBlog, linkato 1887 volte)

    “Noi moderni tutti assillati nella conquista dei beni della terra, abbiamo quasi dimenticato i beni dello spirito; mai come oggi l’umanità è stata trascinata verso la terra, verso la materia, verso le paludi dell’immoralità; mai come oggi l’umanità incredula, scettica nelle verità della fede si è affannata e si affanna a chiedere ai beni della terra la felicità che essi non potranno mai dare”.

    *

    “Chi è mai in grado di evitare tutti i dolori, i fastidi, le avversità, le malattie, le contraddizioni, le delusioni che l’esistenza di quaggiù riserva al più innocente degli uomini? Se dunque la croce è di tutti, perché rifiutarla, perché non farne tesoro, perché non abbracciarla? Perché guardarla con diffidenza e scansarla o voler liberarsene ogni volta? Come potremo portarla trionfalmente in cielo, se oggi la temiamo e la disprezziamo?”

    *

    “La fede che Gesù vuole da noi non deve aver bisogno di miracoli”.

    *

    “Di fronte alle angosciose contraddizioni della vita ed alle prove più dure, non mettiamoci a ragionare, non pretendiamo di avere spiegazioni da Dio”.

    *

    “La vergogna di certi errori non deve allontanare dal perdono”.

    *

    “All’umiltà si oppone l’orgoglio e noi pecchiamo così spesso d’orgoglio. Che cosa è infatti il non voler riconoscere mai il proprio torto, il voler sempre occupare i primi posti, quel criticare le azioni del prossimo, il non accettare i richiami di alcuno?”

    *

    “Ricordiamoci che con Cristo si vince sempre. Passeranno gli anni, passeranno i secoli, non importa. Cristo non ha fretta, perché è eterno”.

    *

    “Per molti non esiste che il lavoro materiale, esso solo è degno di compenso, ad esso solo si attribuisce il progresso umano. Ma c’è un lavoro più alto e nobile: quello del pensiero, quello della poesia, della musica e dell’arte, e quello ancora più sublime della creazione della santità. Senza questo lavoro non può esserci popolo civile”.

    *

    “Siamo tutti fratelli! Se un mio fratello cade nel male, chi mi dà il diritto di condannarlo? Chi mi ha costituito giudice?”

    *

    “L’uomo ozioso non si occupa di nulla. Sa di avere un’anima da salvare, ma praticamente vive come se non ce l’avesse. Pensiamo che la nostra vita passa. Il tempo è nelle mani di Dio”.

    *

    “Noi saremo giudicati del bene e del male compiuto. E saremo giudicati anche del bene che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto”.

    *

    “La chiesa è la casa della preghiera, il luogo in cui la creatura viene ad umiliarsi davanti al suo creatore, a chiedergli perdono delle sue colpe, ad adorarlo, a glorificarlo, rendergli il supremo culto. Nella chiesa tutto è sacro, tutto è santo: sacre le immagini, le reliquie, sacre perfino le mura, i santi sacramenti, la divina parola, sante le funzioni che in essa si celebrano. La casa di Dio non solo deve essere rispettata, ma in essa devono essere santi tutti i nostri pensieri, tutte le nostre opere, tutte le nostre parole”.

    *

    “Quando il peccatore si curva su se stesso, riconoscendo i propri torti ed invocando perdono e misericordia, allora Dio si china su di lui, si abbassa e quasi lo abbraccia con il suo perdono”.

    *

    “Sentiamolo nel cuore l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo come noi stessi. La stessa misura che noi avremo usato nel trattare col prossimo, quella stessa misura ci sarà usata dinanzi a Dio”.

    *

    “Noi i Santi ce li immaginiamo lontani, invece ci sono vicini, sono nostri fratelli, forse nostri fratelli di sangue”.

    *

    “A noi tocca di essere bravi cristiani e bravi cittadini. Si è bravi cristiani se si è bravi cittadini e viceversa”.

    *

    “Dal buon uso della lingua scaturisce la civiltà, dal cattivo uso di essa viene fuori la barbarie”.

    *
    “Siamo dei nomadi in cammino verso una patria eterna”.
    Don Donato Mellone
     
    Di Redazione (del 31/10/2019 @ 21:52:06, in Comunicato Stampa, linkato 205 volte)

    I fondi stanziati dal Governo, di cui il M5S è parte importante e propositiva, nel Decreto Crescita hanno dato i loro frutti anche a Galatina, risolvendo questioni annose e da sempre a cuore alla cittadinanza.

    Il contributo destinato ai Comuni per interventi di efficientamento energetico e sviluppo territoriale sostenibile saranno impiegati soprattutto per la sede municipale in via Monte Bianco, l'ex tribunale di Galatina, per l'adeguamento impiantistico e la messa in sicurezza della struttura. Si sta parlando di 130 mila euro di stanziamento.

    «Quest'intervento auspichiamo possa rappresentare un primo passo per il successivo accorpamento di tutti gli uffici comunali in un unico stabile -dichiara il consigliere comunale pentastellato, Paolo Pulli- Passaggio questo che consentirebbe di risparmiare i costi di gestione degli immobili comunali ed offrire un miglior servizio ai cittadini». Il consigliere del movimento 5 Stelle Galatina prosegue augurandosi che:«Questo stanziamento permetta di liberare definitivamente gli edifici comunali messi in vendita, permettendo quindi di recuperare risorse preziose per il risanamento del bilancio e il contestuale rilancio della città. Nell’ultimo consiglio comunale (NdA 22/10/2019) ho ribadito durante l’approvazione del bilancio consolidato come i quasi 20 MILIONI di euro di fabbricati, terreni ed immobili ascritti in bilancio rappresentino un patrimonio non fruttuoso, che necessita di risorse continue per contrastare la naturale obsolescenza ed invece può e deve rappresentare una risorsa per la città attraverso cessioni a privati o gestioni pubblico-private che siano in grado di valorizzare questa massa enorme di proprietà altrimenti poco o per nulla utilizzate.»

    Consigliere

    Paolo PULLI

     
    Di Redazione (del 07/02/2013 @ 21:51:48, in NohaBlog, linkato 2310 volte)
    L'INCHIESTA di quiSalento.it - Di strada in strada, asfalto e cemento sul Salento, Dalla Regionale 8 alla statale 275 fino alla Maglie-Gallipoli, i progetti che feriscono il paesaggio e l'agricoltura compromettendo lo sviluppo sostenibile.

    http://quisalento.it/salento-news/linchiesta/15263-ambiente-di-strada-in-strada-asfalto-e-cemento-sul-salento.html

    Cemento e asfalto per fare del Salento un groviglio di strade, spesso inutili, quasi sempre a quattro corsie, frutto di progetti faraonici partoriti in altri tempi, quando lo sviluppo del Salento sembrava legato ad un modello industriale, rivelatosi illusorio. Oggi, invece, tutti gli strumenti di pianificazione urbanistica, dal piano territoriale di coordinamento della Provincia al Piano paesaggistico regionale di prossima presentazione, guardano al territorio in un’altra dimensione, facendone un elemento unico e insostituibile di uno sviluppo sostenibile basato su tre pilastri: Turismo, Ambiente e Cultura.

    Ma pezzi del Governo e delle stesse amministrazioni pubbliche, dall’Anas alla stessa Regione Puglia fino alla Provincia di Lecce, marciano in tutt’altra direzione, dando il via libera a progetti devastanti che continuano a consumare il suolo, abbattendo uliveti, ingoiando campi coltivati e rovesciando tonnellate di cemento e asfalto che altereranno per sempre il paesaggio del Salento. E spesso, mentre la magistratura amministrativa si sostituisce alla politica con una lunga serie di verdetti, il ricatto occupazionale con la “necessità” di spendere i fondi europei stanziati fa il resto.

    Eppure il Salento ha la sua rete di strade efficiente e diffusa sul territorio, strade che diventano “della morte” quando vengono percorse a velocità ben superiori dai limiti di velocità imposti dal Codice della strada, e solo raramente per carenze strutturali. D’altro canto, si continuano a progettare arterie in grado di indirizzare sempre maggiori volumi di auto verso la litoranea, ma già ora in alta stagione lunghi tratti della costa risultano intasati dalle auto per l’assenza di parcheggi e/o di mezzi alternativi. Una progettazione, dunque, che non guarda al futuro e che vede protagonista il partito dell’asfalto e del cemento con un fatturato previsto, solo per queste cinque strade, di una cifra che sfiora complessivamente i 500 milioni di euro.

    Per rompere questo circolo vizioso, nasce la mobilitazione di un gruppo di cittadini che ha lanciato una petizione via Internet dal titolo “Basta strade inutili. Salviamo la terra del Salento” (> leggi la petizione).

    Ecco quali sono attualmente i progetti che nella petizione si chiede di fermare e/o di rivedere legandoli alle esigenze reali del territorio.

    > REGIONALE 8, AGRICOLTORI IN GINOCCHIO. Ufficialmente il cantiere non è ancora partito, ma le ruspe sono lì e il primo crinale verde alle porte di Vernole è stato già aggredito dalle macchine movimento terra che si sono dovute fermare, dopo la segnalazione dei lavori abusivi da parte di alcuni cittadini. Circostanza che ha portato all’apertura di un’inchiesta della Procura della Repubblica.

    Il ventilato avvio del cantiere della Regionale 8, ha provocato la ferma reazione di numerosi agricoltori, supportati dalla Coldiretti (> vedi denuncia) che si vedono cancellare le loro aziende, paradossalmente finanziate dagli stessi enti pubblici. Il progetto è in piedi da più di un quarto di secolo e nel corso tempo, peraltro, ha subito variazioni che ne hanno snaturato gli stessi presupposti. La strada, infatti, nasce come “Circumusalentina”, un progetto faraonico che negli anni Ottanta prevedeva di costruire un anello parallelo alla costa, un nastro di asfalto a quattro corsie. Di tutto ciò rimane solo il primo tratto, completamente stravolto nel tracciato ma non nella invasività.

    Si tratta di un’arteria a quattro corsie lunga poco più di 14 chilometri con ben dieci rotatorie e, come se non bastasse, 16 chilometri di strade complanari e raccordi. Il tracciato ora parte dalla Tangenziale est di Lecce, all’altezza della strada di Fondone, quattro corsie per un tratto correranno quasi parallele alle quattro corsi della tangenziale per andare a innestarsi sulla Provinciale 1, ovvero la Lecce- Vernole) all’altezza della rotatoria vicina al residence Giardini di Atena. Da questo punto (e quasi fino a Vernole) la Regionale 8 prevede l’allargamento della provinciale sul tracciato esistente per poi diventare nuova strada per aggirare con circonvallazioni sia Vernole sia Melendugno per andare a finire sulla Melendugno-San Foca. La colata di cemento è impressionante: migliaia e migliaia di ulivi sradicati (2.400 nel solo territorio di Melendugno): oltre ai 14,230 chilometri a quattro corsie con spartitraffico e complanari, un cavalcavia a Melendugno, svincoli con la costruzione di dieci grandi rotatorie.

    L’opera è finanziata con ben 57 milioni di euro dal Cipe e ricade tra le strade di categoria C considerate non prioritarie (in teoria potrebbe essere anche a doppia corsia). I comuni attraversati dalla Regionale 8 sono Lecce, Lizzanello, Vernole e Melendugno. L’appalto è stato aggiudicato all’Associazione temporanea di imprese (Ati), composta dal Consorzio cooperative costruzioni, Leadri e Montinaro Gaetano e figli.

    Fra gli altri problemi, non soltanto una Via (valutazione di impatto ambientale) scaduta nel 2011 ma anche vincoli idrogeologici in quello che la Gazzetta del Mezzogiorno ha definito “tormentato e lacunoso procedimento”, da cui emergono più ombre che luci. Anche per questo la Coldiretti di Lecce nei giorni scorsi ha annunciato che la sua organizzazione sarà al fianco degli agricoltori che si stanno costituendo in giudizio per fermare la realizzazione della strada (>vedi articolo). Anche le altre organizzazioni degli agricoltori, Cia e Confagricoltura stanno seguendo la vicenda al fianco degli agricoltori interessati.

    > 275 STRADA PARCO? MACCHÈ.  L’hanno chiamata strada-parco per tentare di mitigarne l’impatto. Ma la momento, soprattutto nel tratto che va da Montesano a Leuca, non è altro che una nuova superstrada a quattro corsie con un’enorme rotatoria tra San Dana e Leuca, sempre a quattro corsie. Il progetto della Maglie-Leuca prevede il raddoppio della statale 275 da Maglie fino a Montesano Salentino, ma da quel punto in poi è tutto un nuovo tracciato che sbancherebbe il cuore del Capo di Leuca. Il progetto della nuova 275 ha un importo complessivo di ben 288 milioni di euro e prevede la realizzazione di viadotti, ponti, rotatorie, svincoli e complanari. Si calcola che non meno di ventimila alberi che verranno abbattuti per la realizzazione della strada e tonnellate di cemento e di asfalto  modificheranno irrimediabilmente l’attuale morfologia di una delle zone più incontaminate del Salento. Attualmente il progetto sembra fermo, incagliato nelle pieghe della burocrazia, ma l’appalto sembra già a buon punto nonostante le voci di protesta che si levano da una parte del territorio.

    > MAGLIE-OTRANTO, RUSPE IN AZIONE. L’allargamento della statale 16 è iniziato. Non sono serviti gli appelli, neanche del Difensore Civico della Provincia di Lecce, il senatore Giorgio De Giuseppe, a bloccare un progetto definito “faraonico”. A settembre scorso, mentre le ruspe stavano per entrare in azione, De Giuseppe, raccogliendo le istanze degli ambientalisti e delle associazioni, aveva scritto alla Regione Puglia invitandola a “scongiurare il danno macroscopico che tali opere arrecano al territorio compromettendo, per altro, sviluppo e benessere futuri” e per dire no ai “progetti faraonici”. “Correre a gran velocità sulla strada, infatti”, spiegava, “è inconciliabile con la valorizzazione di un territorio che merita visite e scoperte appropriate”. Appello caduto nel vuoto e lo scempio ha avuto inizio con quasi ottomila alberi di ulivo che dovranno essere espiantati o abbattuti, per far posto all’allargamento della strada Maglie - Otranto, tra il km 985 e il km 999,1  trasformandosi in una superstrada a quattro corsie con tanto di svincoli con cavalcavia e lunghe complanari per il traffico locale. Si tratta di poco meno di venti chilometri con un progetto che prevede una spesa di quasi 55 milioni di euro. Attualmente è cantierizzato il primo lotto, da Maglie a Palmariggi. Il secondo, fino a Otranto, potrebbe essere meno invasivo?

    > OTRANTO-GALLIPOLI, STRADA MOSTRO. L’hanno chiamata “strada mostro” gli ambientalisti salentini. Si tratta della provinciale che dovrebbe collegare Otranto a Gallipoli, un progetto approvato e finanziato con 20 milioni di euro con fondi Fas (che pur fanno gola). La strada è progettata dalla Provincia di Lecce e il tratto più criticato è quello dell’attuale provinciale 361 da Maglie ad Alezio, che, passando per Parabita e Collepasso, devasterebbe la serra con le due tangenziali di Alezio e di Collepasso. La strada ignorerebbe distese di ulivi secolari, con i relativi vincoli paesaggistici e attraverserebbe aree archeologiche ma anche straordinarie dal punto di vista paesaggistico, come la la collina di Sant’Euleterio che, con i suoi duecento metri di altitudine, è il punto più alto del Salento. Il tutto quando si potrebbe più agilmente mettere in sicurezza l’attuale rete stradale della zona.

    > CASALABATE-PORTO CESAREO, L’ULTIMO SOGNO. In ordine di tempo è ultimo, ma il progetto della Casalabate-Porto Cesareo non ha niente da invidiare ad altri progetti quanto ad invasività. Per il solo secondo lotto è di pochi giorni fa l’approvazione del progetto preliminare, con un impegno di 8 milioni di euro per la sola tangenziale di Campi Salentina. La strada dovrebbe collegare le due coste nel Nord Salento, congiungendo la direttrice per Salice e Veglie con la strada provinciale Campi-Squinzano. Anche qui si tratta di finanziamenti europei: fondi Fas relativi al “Piano per il Sud”.

    > FIRMA LA PETIZIONE SUL SITO DI PETIZIONEPUBBLICA.IT


    ROBERTO GUIDO

    fonte: quiSalento

     
    Di Antonio Mellone (del 25/09/2015 @ 21:51:37, in Ex edificio scolastico, linkato 1891 volte)

    Volete sapere l’ultima? “La festa dei lettori” di Noha, la seconda parte, quella prevista nel pomeriggio di sabato 26 settembre 2015, dalle ore 17 in poi, presso il centro Polivalente di piazza Ciro Menotti, si farà al buio.

    Mi chiederete voi altri: volete forse provare l’ebbrezza di una delle tante esperienze sensoriali che oggi vanno tanto di moda (tipo le cene al buio)? Oppure volete sperimentare le letture in braille? O siete così romantici da voler leggere i vostri libri al lume di candela?

    Nossignore: l’Enel ha staccato la corrente (veramente ha proprio asportato il contatore) proprio oggi pomeriggio.

    Come mai? Ma come, non vi ho già detto in una trentina di articoli sul tema che l’allaccio esistente è quello “di cantiere”, cioè provvisorio, vale a dire con una scadenza fissa, come il latte UHT?

    Ebbene, quella scadenza prima o poi doveva arrivare. Ed è arrivata, guarda un po’, proprio alla vigilia della festa dei lettori nohani costretti in tal modo a brancolare nelle tenebre, anzi a giocare a mosca cieca senza nemmeno il bisogno del bendaggio degli occhi.

    E pensare che le maestre Paola Congedo e Anna Rita Gentile, e poi anche la mitica Laura Salamac, nel primo pomeriggio di oggi hanno fatto di tutto per allestire al meglio la sala convegni del Centro polifunzionale-ma-non-troppo, sudando le famose sette camicie, e mai avrebbero pensato, così sudate, a questa doccia fredda con il rischio di una broncopolmonite.

    Pare, si dice, si vocifera che gli uffici tecnici del Cumone di Galatina fossero stati preventivamente avvisati dall’Enel (che in genere prima di staccare la corrente, in qualche modo, comunica agli utenti le sue mosse: mica si mette così a fare degli agguati); ma figurarsi se la burocrazia palazzorsiniana aveva il tempo, la testa, il cuore e il fegato di capire quello che le stava accadendo intorno. Anche perché i problemi sono di pertinenza di quella terra di nessuno che risponde al nome di Noha e del suo centro polli-valente.

    *

    Eppure c’è chi vede la luce in fondo al tunnel. Sarà quella dell’assessore Coccioli che, esasperato, si dà fuoco.

    Antonio Mellone

    P.S. Lector in fabula. Come andrà a finire questa bella storia della festa dei lettori (su cui si può, a proposito, scrivere un libro)? Per fortuna a lieto fine, grazie al miracolo di Sant’Antonio Mandorino martire, presidente della CNA (confederazione nazionale artigianato di Galatina). Il santo taumaturgo di Galatina (ormai anche cittadino onorario di Noha) ha trovato, tra gli associati alla sua confederazione, un volontario (domani ci dirà anche il nome) che con un gruppo elettrogeno riaccenderà le speranze di tutti. 

    Mel

     

    La storia si fa sempre più interessante. Qui scopriamo che uno dei Vescovi di Nardò (e quindi anche di Noha), Fabio Chigi, fu eletto papa con il nome di Alessandro VII. Fu il papa, tra l’altro, del colonnato del Bernini in piazza San Pietro. La prossima volta che capitate nella città eterna, e proprio in quella piazza, alzate lo sguardo verso i numerosi stemmi del Chigi che vi campeggiano scolpiti nel marmo: quelli che inquartati - al di sotto della tiara e delle chiavi decussate (tipici di tutti gli stemmi papali) – riportano gli alberi di rovere e i colli sormontati da una stella. E pensate che quel vescovo di Roma fu anche vescovo di Noha. Del resto, come si suol dire, tutte le strade portano a Noha.

    La redazione

    Girolamo de Franchis (1581 - 1635)

    Vescovo di Nardò dal 13 novembre 1617 al 27 novembre 1634

    Dal 1617 al 1634 i Papi furono:

                            Paolo V (1550-1621)                             Papa dal 1605 al 1621

                            Gregorio XV (1554-1623)                      Papa dal 1621 al 1623

                            Urbano VIII (1568-1644)                       Papa dal 1623 al 1644

     

                Arciprete di Noha

                Don Antonio De Aprile (1594-1650), parroco dal 1622 al 1650

     

                Girolamo De Franchis, figlio di Vincenzo, era nato a Capua nel 1581 e nel 1617 successe a suo fratello Luigi al governo della diocesi di Nardò.

                Fu uomo di grande acutezza d’ingegno e perspicacia, laureato in diritto civile. Era cappellano del re di Spagna Filippo III, che nello stesso periodo gli aveva offerto la chiesa di Pozzuoli. Girolamo tuttavia preferì la sede di Nardò che resse con molto zelo per 17 anni. Celebrò più sinodi diocesani. I documenti di questi sinodi sono giunti fino a noi e si conservano nell’archivio di Nardò in due volumi. Il primo volume contiene i documenti che riguardano i sinodi del 1619, 1620, 1623, 1624, 1626 e 1628. Il secondo volume quelli del 1629. Compì più volte la visita pastorale della diocesi. Ebbe cura della cattedrale che arricchì di sacre suppellettili, doni e costruzioni artistiche. Fece restaurare ed ingrandire l’organo della cattedrale. Concesse definitivamente ai frati minori conventuali la chiesa ed il monastero della Grottella di Copertino. Il 4 settembre 1634, quando aveva 53 anni, per le sue qualità di mente e di cuore, da Urbano VIII fu promosso alla chiesa arcivescovile di Capua, sua città natale. Ma vi rimase poco tempo perché, a causa di una grave malattia, morì prematuramente a Napoli  il 30 gennaio 1635 a 54 anni. Nel ministero pastorale fu coadiuvato dai vicari generali Antonio Colucci e Giovan Battista Bonincasa.

     

    Relazione con la chiesa di Noha

     

                Sicuramente la chiesa di Noha partecipò ai diversi sinodi e fu oggetto delle visite pastorali. Ma non ho trovato nulla di particolare da sottolineare.

                In questo periodo il parroco di Noha si chiamava don Antonio De Aprile, nativo di Carpignano, un Comune vicino Martano, in diocesi di Otranto. Fu Arciprete di Noha per circa 30 anni. Nonostante il lungo periodo del suo ministero pastorale, non abbiamo trovato particolari notizie su di lui.

              Forse possiamo fare questa considerazione. Dopo le invasioni dei turchi, guerre ed epidemie la “Domus Novae” era ridotta a poche case, molta gente era fuggita e l’antica cittadina conservava solo la chiesa madre “S. Michele” e l’antichissima chiesa greca della “Madonna delle Grazie”. Sacerdoti necessari per la piccola comunità erano non più di due.

                      Fabio Chigi (1599 - 1667)                          

    Vescovo di Nardò dall’8 gennaio 1635 al 19 feb.1652

    Nel 1655 fu eletto papa con il nome di Alessandro VII

    Dal 1635 al 1652 i Papi furono:

                            Urbano VIII (1568-1644)           Papa dal 1623 al 1644

                            Innocenzo X (1574-1655)         Papa dal 1644 al 1655

     

                Arcipreti di Noha:

    Don Antonio De Aprile (1594-1650),             parroco dal 1622 al 1650

    Don Ant. Donato Palamà (1625-1689),         parroco dal 1650 al 1689

     

                Fabio Chigi, pur essendo stato vescovo di Nardò per 17 anni, non ebbe relazioni con la chiesa di Noha perché, come vedremo, non venne mai in diocesi.

                Era nato a Siena nel 1599. Da piccolo fu educato alla pietà e nelle virtù cristiane, e mostrò presto una grande severità di costumi. Riusciva tanto bene negli studi letterari e filosofici che a dodici anni difese in casa sua, con grande stupore dei presenti, varie tesi di filosofia. A quattordici anni fu costretto a sospendere gli studi per mal di stomaco, malattia che più volte lo spinse a non sperare nella guarigione. Quando gli sembrò di essere guarito, a 16 anni, si recò in pellegrinaggio a Loreto per adempiere un voto alla SS.ma Vergine. Qui, forse per caso, si trovò nello stesso alloggio dove si trovava l’Arcivescovo di Ginevra Francesco di Sales (1567-1622). Parlando con lui, dopo aver trattato diversi argomenti, Fabio Ghigi gli domandò il parere sulla sua intenzione di farsi prete. Francesco da Sales (canonizzato poi dallo stesso Fabio Chigi quando divenne sommo Pontefice) rispose affermativamente, ma lo esortò a non accettare mai qualsiasi grado nella gerarchia, aggiungendo che se l’avesse fatto gli sarebbe accaduto di raggiungere il grado più alto.

                Ritornato a Siena, Fabio riprese gli studi.

                A 21 anni, terminati gli studi filosofici, difese pubblicamente le tesi di filosofia. L’anno dopo, difese in pubblico alcune proposizioni di diritto civile, alla presenza di non pochi valenti giureconsulti. Intraprese poi gli studi teologici, che compì egregiamente, così che il 12 settembre 1626, a ventisette anni, fu proclamato dottore in teologia ed in diritto civile e canonico nell’università di Siena. Poco distante da Roma possedeva una villa dove, quando desiderava la quiete, era solito ritirarsi. A Roma frequentò dotte personalità famose in diritto e discipline ecclesiastiche, per cui fu conosciuto da Urbano VIII papa dal 1623 al 1644, che nel 1630 gli diede alcuni incarichi di carattere diplomatico.

                Nel 1634 fu ordinato sacerdote e, alcuni mesi dopo, resasi vacante la diocesi di Nardò, dal cardinale Francesco Barberini (1597-1679), cancelliere di S. R. Chiesa, fu proposto al Pontefice per essere eletto Vescovo della città neretina.

                La nomina di Fabio Chigi a vescovo di Nardò, suscitò ovunque grande entusiasmo. Consacrato Vescovo, prevedendo di non potersi recare subito a prendere possesso della sua diocesi, fece nominare suo vicario generale Giovanni Granafei (Brindisi 1603-Bari 1683), già vicario apostolico. Per mezzo di costui, l’otto giugno 1635 prese possesso  e amministrò la diocesi in tutto il tempo che fu Vescovo di Nardò, perché continuamente impegnato in importanti missioni apostoliche da parte della S. Sede. Dal Granafei nel 1637 fece iniziare la visita alla diocesi. Nell’archivio di Nardò si conservano gli atti della visita. Essi sono  molto importanti perché contengono notizie storiche sullo stato, sulle vicende e lo sviluppo della diocesi, sulle parrocchie e sulle altre chiese. Della chiesa di Noha non c’è nulla di particolare da sottolineare.

                Nel 1651 Fabio Chigi fu fatto cardinale e dopo circa due mesi di cardinalato e dopo 17 anni di episcopato neritino, nel 1652 fu trasferito da Nardò a Imola. Nel 1655 moriva Innocenzo X, piamente e amorosamente assistito dal segretario Fabio Chigi. Dal conclave che seguì uscì eletto Pontefice proprio Fabio Chigi che prese il nome di Alessandro VII. Negli anni del suo pontificato non dimenticò mai la diocesi di Nardò dove era stato Vescovo senza mai risiedere. Morì il 22 maggio 1667, dopo 12 anni di pontificato a 68 anni di età.

     

    Relazione con la chiesa di Noha

     

              L’arciprete di Noha era don Antonio Donato Palamà che fu parroco per circa 40 anni, dal 1650 al 1689.

                Non abbiamo notizie sicure sulla sua vita, se non quello che è stato arciprete di Noha per lungo tempo. E’ lui che fece mettere l’iscrizione in latino in alto, sopra l’altare di San Michele, leggibile ancora oggi, anche se scorretta nella data, perché è stata ritoccata quando la chiesa nel 1901 fu ampliata e l’altare con tutta la lapide spostato al luogo attuale.

              Riporto qui il testo della lapide tradotto in italiano dove leggiamo anche il nome del Palamà:

    A Dio ottimo Massimo.

    Allo splendore  orientale,

    al principale capo dei cori angelici.

    Michele Arcangelo, vessillifero del nuovo Giove,

    la munificenza, l'onore, l'augurio,

    a spese proprie il suo predecessore ora in cielo,

    Don Donato Palama Arciprete

    e i cittadini di Noha

    diedero, donarono, dedicarono

    nell'anno del Signore 1664.

     

              I Vescovi di Nardò che si sono succeduti in questo lungo periodo di arcipretura di Antonio Donato Palamà furono Calanio Della Ciaia (1652 - 1654), Girolamo De Coris (1656 - 1669)  e Tommaso Brancaccio (1669 – 1677). Nella prossima puntata esporrò  brevemente alcune informazioni su questi ultimi tre Pastori neretini.

     

    [continua]

    P. Francesco D’Acquarica

     

    Una serata ricca di iniziative, inserita nell’ambito della rassegna estiva “A cuore scalzo”, promossa dall'amministrazione comunale. Dall'ex Monastero di Santa Chiara a Piazza San Pietro, i luoghi più significativi della città si intrecceranno con le molteplici attività in programma sabato 13 luglio, per una prima edizione che culminerà con il concerto gratuito della BandAdriatica.  

    Ad aprire la serata, ore 19.30, in Piazza Galluccio, l'incontro di presentazione con gli interventi di Marcello Amante, sindaco di Galatina, Cristina Dettù, assessora alla Cultura e Anna Caputo, presidente di Arci Lecce. A seguire la performance teatrale di Gianluca Carrisi dal titolo “Le regole del viaggio”, attraverso il quale l’attore salentino interpreterà gli appunti che due etiopi rifugiati scrissero prima di partire da Addis Abeba per raggiungere le coste europee. 

    A partire dalle 21.00 la manifestazione "Intrecci di notte" si sposta in altri due luoghi simbolo della città: l'ex Monastero di Santa Chiara e Piazza Orsini. All'interno dell'ex Monastero, restituito recentemente alla città, si svolgerà lo spettacolo di Milonga a cura di Almavals di Stefania Filograna, accompagnati dal duo Lucia Conte e Monica Terlizzi, che attraverso i grandi classici di Carlos Gardel fino all’arte espressionista di Astor Piazzolla ripercorrerà la storia malinconica e passionale della tipica danza argentina.

    Spazio alla musica jazz in Piazza Orsini con Filippo Bubbico che sullo sfondo della storica Chiesa di Santa Caterina, accompagnato da Dario Congedo e Gino Semeraro, porterà in scena una contaminazione artistica inedita. Il trio rappresenta una nuova veste per il musicista salentino, fresco d'esordio solista con l'album "Sun Village", che si immergerà nel clima del funk, jazz e r'n'b' nell'intento di rivisitare alcuni dei temi chiave della storia della musica afroamericana.

    Gran finale alle 22.30 in Piazza San Pietro con il concerto della BandAdriatica, che sarà aperto dal coro Made in World, composto da richiedenti asilo e rifugiati ospiti nei progetti di accoglienza integrata gestiti da Arci Lecce e diretti dal maestro Andrea Cataldo. 

    Claudio Prima e compagni condurranno il pubblico in un vero e proprio viaggio musicale tra le coste del mediterraneo. La band, che voga sulle onde agitate della musica salentina con elementi di tutte le coste sonore del Mediterraneo, porterà in scena l'ultimo lavoro Odissea. Uno spettacolo coeso e potente, arricchito da nuove coreografie, dove i linguaggi si armonizzano con le melodie popolari nel fervore meticcio delle città portuali. 

    Per l’intera durata della manifestazione, Piazza Galluccio ospiterà il laboratorio gratuito a cura di Blablabla "Arte migrante. L'immigrazione spiegata ai bambini", l'esposizione dei lavori artigianali realizzati dai ragazzi richiedenti asilo nell’ambito dei laboratori artistici “Made in World” e gli stand gastronomici con cibo dal mondo curati dal progetto Sprar "Safia Ama Jan" di Galatina. 

    Uno spazio speciale sarà dedicato al progetto "Gombo - il frutto dell'integrazione" di Arci Lecce, sviluppato all'interno del percorso didattico di agricoltura sociale con ragazze e ragazzi richiedenti asilo. Grazie alla collaborazione del Panificio "Notaro" e della Pasticceria "Dolce Arte", sarà possibile degustare alcuni piatti della tradizione salentina cucinati con la tipica pianta originaria dell'Africa, in un incontro unico fra diverse culture culinarie. 

    Nella stessa piazza, sarà possibile partecipare dalle 20 alla "biblioteca vivente", con la collaborazione del Csvs e Servizio Civile "in reading 2017". La biblioteca vivente è uno strumento nato in Danimarca e ideato per rompere stereotipi e diffidenze, promuovendo la conoscenza e il dialogo. Attraverso i "libri parlanti" il pubblico potrà ascoltare le storie vissute e raccontate direttamente dai protagonisti.

     

    Maria Pia De Medici

    Uff. Stampa Arci Lecce

    3202835043

     
    Di Redazione (del 21/11/2017 @ 21:47:40, in Comunicato Stampa, linkato 538 volte)

    Da Venerdì 24 a Domenica 26 Novembre (dalle ore 16.00 alle ore 20.00) la Libreria Fiordilibro, organizza il Laboratorio di Scrittura e Lettura Creativa "Corpo Scritto | Raccontami una storia" a cura della pluripremiata scrittrice e giornalista Luisa Ruggio. Tre giornate dedicate al mestiere del narratore, ma rivolte a chiunque desideri giocare a scoprire la propria scrittura sommersa ed indagare da vicino i cortocircuiti e le tecniche narrative che scandagliano il cuore di ogni storia. Il Laboratorio di Scrittura e Lettura Creativa, nella formula del workshop, si svolgerà negli spazi di Palazzo Di Lorenzo, in via Mory a Galatina.

    Ci sono alcune storie che ci attendono da sempre, come anime gemelle spesso tardano ad arrivare perché dobbiamo ancora scoprirle, o meglio, scriverle. Questo semplice principio guidato dalla curiosità e dal gesto di indagare la vita e il cuore umano, è alla base del laboratorio di scrittura e lettura creativa rivolto a tutti e suddiviso in tre lezioni teoriche e pratiche, reading, training del narratore.

    Finalità del Laboratorio: riportare i gesti della scrittura e della lettura nella dimensione conoscitiva ed introspettiva tipica del giocare, del viaggiare e dell'inventare. Un allenamento dell’immaginario in quanto cassetta degli attrezzi della vita umana, avviare alla lettura delle parole e delle storie custodite e tradite dal corpo e pronte ad essere condivise, scrittura per il corpo e stesura di un racconto, esercitare le tecniche narrative e drammaturgiche, ideare ed elaborare un testo e confrontarsi con le dinamiche della scrittura intesa come pratica necessaria al mestiere di vivere.

    Luisa Ruggio, giornalista e scrittrice, dopo l'esordio con i saggi Cinema e Psicoanalisi, ha pubblicato con Besa il pluripremiato "Afra" (2006), "La nuca" (2008), la raccolta di racconti brevi "Senza Storie" (2009),  “Teresa Manara” ( 2014), “Notturno” ( 2015) “Un poco di grazia” (2016).-

    Per info e costi rivolgersi a Libreria Fiordlibro via Vitt. Emanuele II,31 Galatina , tel 3803797092

     

    Torna A cuore SCALZO, la rassegna estiva di Galatina, con la sua II Edizione e un programma ricco di eventi. La Conferenza Stampa ufficiale si terrà venerdì 31 maggio alle ore 10:00 nella suggestiva cornice del Museo Cavoti.

    Parteciperanno il Sindaco della Città di Galatina Marcello Amante, l’Assessore alla Cultura Cristina Dettù e l’Assessore al Turismo Nico Mauro. Saranno presenti il presidente di Arci Lecce Anna Caputo, il presidente di PugliArmonica Graziano Cennamo, e l’ufficio stampa dei Cantieri Teatrali Koreja, Paola Pepe.

    Un’estate che, anche quest’anno, è “A cuore Scalzo”, ma che segue ancora di più il battito che ne accompagna lo spirito. Energia e delicatezza di una donna che stringe tra le mani sole e musica. L’estate di Galatina è in questo quadro di passione e leggerezza, in un vortice di emozioni che la bella stagione sa suscitare.

    La rassegna estiva di Galatina “A cuore scalzo” nasce dalla città per la città. Si inaugura per il secondo anno consecutivo una nuova stagione che punta a far diventare Galatina punto nevralgico di una strategia culturale ben definita, che guarda all’intero Salento e a tutta la Puglia. “A cuore scalzo” si sviluppa tra eventi musicali, letterari, artistici, enogastronomici, tra feste patronali in tutto il territorio e momenti di puro intrattenimento. Una rassegna così concepita non può che coinvolgere i soggetti che conoscono e vivono giorno dopo giorno Galatina, Collemeto, Noha e Santa Barbara, che amano a tal punto la loro terra da colorare di gioia, pensieri, ricordi e sorrisi le sere d’estate.

    Grande risalto, anche quest’anno, viene attribuito alla festa dei SS. Pietro e Paolo. Dopo il successo della scorsa edizione, si dedicherà un’intera settimana alla festa, con eventi, mostre e spettacoli incentrati sul culto del tarantismo, ma anche “sull’abito della festa”, quello che Galatina vestirà in quei giorni.

    La Città ha una maturità culturale tale da potersi “intrecciare” anche con altre culture, all’apparenza molto lontane da noi, ma che di fatto parlano la stessa lingua.

    E poi ancora i libri, la letteratura, la libertà entrano anche quest’anno nel circuito del Salento Book Festival. “Libri, letteratura e liberà: non ci discosteremo mai da queste tre parole e da ciò che muovono – afferma l’assessore alla cultura Cristina Dettù - le porteremo anche nelle calde sere di scirocco, mentre la luna illumina le piazze e i bambini aprono le ali alla loro fantasia. A cuore Scalzo è quindi carico, pieno di quell’entusiasmo che ha il sapore della bellezza, della storia, della musica che accompagna i nostri passi. “A cuore scalzo” è un invito a porte aperte per tutti quei turisti che rimangono affascinati dalla semplicità e dallo stile di una città straordinaria com’è Galatina”.

    Ufficio Stampa Amante

     
    Di Redazione (del 12/06/2017 @ 21:45:17, in Comunicato Stampa, linkato 1510 volte)

    È stata una notte lunga, ma solo per la lentezza dello spoglio. L’esito finale si è delineato subito e non ci sono stati patemi d’animo.

    Devo ringraziare di cuore tutti i cittadini e le cittadine che hanno creduto nel nostro progetto a cui sin d’ora mi sento di garantire che se saremo noi a governare non li deluderemo.

    Abbiamo vinto una battaglia, ora dobbiamo vincere la guerra. Il 25 giugno si deciderà il destino di governo della città e delle sue frazioni. Il distacco dall’altro candidato sindaco è importante, 16 punti percentuali, ma continueremo a spiegare il nostro programma perché sia ancora più chiara qual è la nostra visione per lo sviluppo del territorio.

    È stata una lunga campagna elettorale, almeno per me che sono stato il primo e per molto tempo l’unico candidato sindaco. Mentre gli altri litigavano per decidere chi doveva fare il candidato sindaco noi ci siamo preoccupati di valutare le criticità e capire in che modo risolverle. Non è stato frutto di un caso, ma l’effetto naturale di un progetto politico maturato da molto tempo. Galatina ha bisogno di un governo capace e credibile, noi siamo pronti a darglielo.

    Giampiero De Pascalis

    candidato sindaco per “Obiettivo 2022”

    (Lista De Pascalis, Direzione Italia, Forza Italia, L’Agorà, La Città, Psi, Udc)

     

    Cari bambini,

    la scuola è il luogo in cui imparate a leggere e a scrivere ma anche a sorridere, a piangere, a giocare e a non stancarvi mai di essere curiosi.

    Cari ragazzi,

    per voi la scuola è pura formazione per un domani forse poco nitido ma che vi potrà consentire di fare ciò che veramente amate. Non accontentatevi mai, sappiate superare gli ostacoli con lo studio e la maturità che acquisirete anno dopo anno.

    Cari maestri, cari professori,

    definire il vostro come un lavoro sarebbe poco corretto. Avete tra le mani bambini e ragazzi come fossero creta da modellare, ognuno in base alle proprie aspirazioni, al carattere, ai punti di forza e debolezza, nello stesso tempo. Ricordate che sarete punto di riferimento per ciascuno di loro, sia come educatori in grado di ascoltare, sia come maestri pronti a donare il proprio sapere.

    Cari dirigenti,

    è facile comprendere come abbiate a cuore la scuola come fosse la vostra casa, una grande famiglia da coccolare, in cui organizzare al meglio il lavoro affinché tutto proceda per il meglio, avendo un unico obiettivo: la formazione e la soddisfazione dei vostri studenti. Continuate a dimostrare cura e attenzione per ognuno di loro e per i vostri docenti e a proiettare all’esterno in maniera completa la visione della vostra realtà scolastica.

    L’impegno dell’Amministrazione Comunale tutta sarà quello di preservare la crescita degli studenti, mettendo a disposizione ciò che di autentico, innovativo e reale possiamo offrire perché la scuola è alla base di ogni società civile moderna e futura.

    L’augurio più sincero per un anno scolastico vivo, mai stanco, capace di rinnovarsi giorno dopo giorno e, quindi, carico di entusiasmo e soddisfazioni. Crediamo fortemente nella scuola perché possa formare i bambini e i ragazzi di Galatina, Collemeto, Noha e Santa Barbara come donne e uomini in grado di camminare nel mondo di domani sicuri del loro sapere e consci del proprio essere.

    L’Assessore alla Pubblica Istruzione Cristina Dettù

    Il Sindaco Marcello Amante

     
    Di Redazione (del 17/05/2016 @ 21:44:21, in Comunicato Stampa, linkato 1154 volte)

    Con una giornata di anticipo il Circolo Tennis Galatina può festeggiare l'accesso ai play-off  per la serie A2.Un grandissimo risultato quello ottenuto da questo gruppo fantastico formato da un giusto mix tra esperienza e gioventù.Il risultato di 4-2 in trasferta a Finale Ligure garantisce l'accesso ai play off ma solo l'ultima partita del girone quella in casa di Domenica 22 Maggio contro il Reggio Emilia(un punto dietro noi)consegnerà la classifica definitiva con i relativi accoppiamenti.Ora il match di Finale Ligure.Formazione tipo quella mandata in campo dal capitano Mario Stasi con il numero 3 Jesper De Jong che si sbarazzava in meno di un ora del suo avversario il 2.7 Davide Sergo mentre Filippo Stasi usciva vincitore dopo una battaglia di tre ore contro Giorgio Ghigliazza(2.7).Grande prova di cuore per Filippo che sul 5-5 del terzo set 40-30 subiva un infortunio alla caviglia che lo costringeva a chiedere le cure con il medical timeout.Ripreso il match vinceva il parziale per 7-6.Pierdanio Lo Priore faceva sognare la squadra portandosi al match point nel terzo set contro Emanuele Molina(2.3) prima di cedere 7-5.La sorpresa più grossa della giornata è stata la sconfitta di Tomas Gerini contro Lorenzo Apostolico(2.5).Impressionante il numero di vincenti giocati da Apostolico da ogni posizione del campo.Sul risultato di parità entravano in campo i doppi.La coppia Gerini-Giannini(al suo secondo doppio stagionale) superavano la coppia ligure formata da Apostolico-Vicini(giocatore di San Marino che vanta il più alto numero di presenze in Coppa Davis superando una leggenda come Nicola Pietrangeli) in due set.L'altro doppio è stato giocato da Lo Priore-De Jong contro Molina-Ghigliazza  e vinto dal coppia galatinese con un Jesper sugli scudi.
     
    FILIPPO STASI-GIORGIO GHIGLIAZZA 6-3 3-6 7-6
    JESPER DE JONG-DAVIDE SERGO  6-1 6-1
    PIERDANIO LO PRIORE-EMANUELE MOLINA  6-2 3-6 5-7
    TOMAS GERINI-APOSTOLICO LORENZO 6-7 5-7
    GERINI/GIANNINI-APOSTOLICO-VICINI 6-1 7-5
    LO PRIORE/DE JONG-MOLINA-GHIGLIAZZA 7-5 6-2

    Mario Stasi

     
    Di Redazione (del 10/02/2019 @ 21:42:56, in Comunicato Stampa, linkato 171 volte)

    Non era questa la gara da cui trarre risorse per la classifica, con un pronostico chiuso a favore dei campani, ma esprimersi al meglio per il prosieguo del campionato era quanto meno obbligatorio: e così è stato.

    cuore e carica agonistica erano sul parquet, con Musardo e Iaccarino a scaricare l’adrenalina con esternazioni vocali da lottatori di Judo, tifo e passione smodata sugli spalti con continui supporti sonori ad incoraggiare i propri beniamini.

    Gli ingredienti c’erano tutti, però poi bisognava fare i conti un avversario che girava a mille con sincronismi da orologio, sì qualche sbavatura, ma anche potenti attacchi, grandi difese e percentuali realizzative di contrattacco a sfiorare il 60% contro il 22% dei locali.

    Pronti via e le due formazioni si presentano con i seguenti sestetti: gli ospiti partono in P1, con Scialò in diagonale ad Antonio Libraro, Bonina ed Enrico Libraro a completare la prima linea, Guancia e Giacobelli rispettivamente in posto cinque e sei, Ardito il libero.

    Mister Stomeo risponde con Zonno in P6 avendo in opposizione Buracci e con Durante e Iaccarino gli altri guastatori; in seconda linea si posizionano Musardo e Lotito  con Pierri a surrogare i centrali.

    Scialò mette a segno i primi punti ed Enrico Libraro non gli è da meno aprendo il primo break importante per i suoi (5-11),poi Iaccarino , Lotito e Buracci replicano (12-17) ma la risposta della capolista mantiene inalterato il vantaggio(18-23). Cambia poco con le sostituzioni di Petrosino per Durante e di Persichino per Buracci : un doppio errore dei blucelesti chiude il set a vantaggio dell’Ottaviano(20-25).

    Il piglio dei padroni di casa nel secondo set è più deciso: la ricezione lievità in positività, ne beneficia Zonno che chiama ripetutamente i due centrali Musardo e Iaccarino a cecchinare i loro dirimpettai Bonina e Giacobelli, considerata la miglior coppia del campionato.

    Si apre per Efficienza Energia un break favorevole di 5 punti (11-6) prima che Enrico Libraro e Scialò operino il sorpasso sul 12-13. Lotito e Musardo rispondono con efficacia (19-20) alle realizzazioni degli attaccanti napoletani, teleguidati da un Antonio Libraro che ha nei suoi ricettori, ed in Ardito in particolare, delle certezze monumentali. Poi la chiusura è dell’opposto campano con Lotito ultimo a mollare (20-25).

    Ininfluente il cambio sul 19-24 di Calò per Zonno.

    Il terzo set si complica per Efficienza Energia quando su un attacco di Lotito, Guancia sale a muro e ricade, invadendo, sulla caviglia del laterale galatinese procurandogli una distorsione. Interruzione di gioco (siamo sul 2-3), prime cure ed abbandono del campo per il martello locale, sostituito dal giovane Petrosino.

    Lo spirito di corpo moltiplica le forze a capitan Buracci e compagni e alimenta certezze negli avversari che commettono qualche errore di troppo. Bonina porta i suoi sul 9-13, Scialò e Libraro contengono (18-20) un Musardo esplosivo che terminerà con un 62% di attacchi messi a segno, supportato da un Ciccio Calò positivo anche in difesa.

    Sfrutta il suo secondo time-out mister Stomeo, ma un muro di Giacobelli ed un attacco di Enrico Libraro portano a quattro i punti per la capolista. Persichino prende il posto di Durante, Buracci ed un errore di Scialò dimezzano lo scarto, quindi una diagonale precisa ed un ace  del giovane Lorenzo ci portano sul 23-23 complice un rosso esposto a Guancia per ripetute proteste.

    Il successivo servizio di Persichino, carico di emotività, termina fuori ed Enrico Libraro chiude la gara con un potente diagonale.

    Prestazione generosa degli uomini di mister Stomeo, non indenni da una sterilità di attacco contenuta dai muri possenti di Giacobelli e Libraro  e da una ricezione  non sempre all’altezza, ma in compenso giocata con determinazione e senza remora alcuna.

    E’ l’infortunio subito da Lotito che preoccupa la dirigenza, per quella che sarà l’assenza del forte del giocatore nell’economia della squadra. Gli accertamenti strumentali dei prossimi giorni forniranno un quadro più preciso sulle condizioni fisiche dell’atleta e sui tempi per il recupero.

    L’augurio per Marco da parte di tutti ,tifosi, atleti e società è quello di una pronta guarigione.

     

    TABELLINO

    EFFICIENZA ENERGIA GALATINA -GIS OTTAVIANO 0-3 (20-25,20-25,23-25)  

     

    GIS OTTAVIANO: E.Libraro 21, Scialò 18, A. Libraro 5, Guancia 8,Bonina 6,Giacobelli 8, Ardito(L) 44%, 28%, Ndrecaj,Lucarelli(ne),D’Alessandro(ne),Bianco(ne),Ammirati(ne),Giuliano(L),

    Valla(ne), Settembre(ne). All. Gennaro Libraro

     

    EFFICIENZA ENERGIA GALATINA: Apollonio(ne),Musardo 10,Iaccarino 6,Durante 3,Calò,Rossetti(ne),Pierri(L) 36%,21%,Persichino 2, Lotito 9,Zonno 1,Petrosino,Buracci 8.

    All.Giovanni Stomeo   Ass. Antonio Bray

     

    Piero de lorentis

    AREA COMUNICAZIONE

    EFFICIENZA ENERGIA

     
    Di Marcello D'Acquarica (del 18/12/2013 @ 21:42:45, in NohaBlog, linkato 2286 volte)

    Sotto le ali protettrici dell’aquila imperiale, a bighellonare sui gradini di pietra fra il marciapiede e l’ingresso alla vecchia torre, c’erano quasi sempre i figli di Luigi, l’impiegato comunale. Oltre a occuparsi dell’anagrafe di Noha, fra un certificato e l’altro, aiutava i suoi concittadini a districarsi nella contorta burocrazia amministrativa, e fra una croce e l’altra, apponeva sigilli e timbri manco fosse il primo tesoriere del re.  Data la vicinanza di quell’altra Casa Comune che era la chiesa, si dedicava anche all’apertura e chiusura del Tempio. Qui svolgeva funzioni di animatore dell’Azione Cattolica, di autista dell’Arciprete, di accompagnatore ufficiale di tutte le cariche istituzionali che venivano in visita a Noha (cioè nessuno, tranne la guardia campestre e il predicatore delle 4 settimane di Avvento, che essendo solitamente un frate con il saio e i sandali, se ne veniva da solo). A tempo perso ripuliva la rastrelliera portacandele del Sacro cuore dai moccoli di cera sciolta. Si occupava del giardino della chiesa, annunciava i bandi per i concorsi pubblici, nominava i suoi aiutanti nel periodo delle elezioni, si occupava degli addobbi natalizi, della gita di pasquetta, dell’organizzazione dei funerali, della composizione delle salme, dei dati anagrafici da far scrivere con lo smalto nero sulle lapidi di marmo. Della vita e della morte, della gioia e del dolore. In qualche modo, quell’uomo era la forza motrice del tempo che grazie all’orologio, marcava il destino stesso dei nohani. Insomma, via lui, c’era il rischio che si fermasse il mondo. Si occupava, ovviamente, anche della manutenzione della macchina dell’orologio. S’affacciò dal balcone del municipio, sulla cui ringhiera sovrastava imperioso il vecchio scudo delle tre torri, e con aria perentoria comandò ai figli di salire. C’era da dare la carica all’orologio. La vecchia macchina era un vero gioiello di meccanica, però non bisognava mai lasciargli seccare le boccole, né dimenticarsi dei pesi che la gravità trascinava irrimediabilmente giù. I due fratelli, stufi di fare quel lavoro un giorno si ed uno no, vedendomi passare mi chiesero se avessi voglia di aiutarli. Ci inerpicammo così in cima alla torre come dei caprioli. Arrancavo le scale mezze a chiocciola e mezze dritte menando manate a destra e manca sul bianco sporco delle pareti, con la paura di essere morsicato da qualche tarantola. Mi guardavo intorno affascinato dall’odore antico di quell’antro. Sbirciando qua e là in ogni anfratto buio delle nicchie che disordinatamente apparivano sulla vecchia parete, sognavo già di antichi tesori e battaglie da cui uscire vincitori. Quell’avvitarsi stretto intorno al nulla non finiva mai e mi girava la testa, sembrava la scala della cupola del Duomo dove si andava a suonare a mano i batacchi del campanone. Quasi in cima, davanti a noi chiudevano il vano della macchina due ante sporche di calce e ben ricamate dal tarlo. Le aprimmo tramite un vecchio ferro, sgangherato come la dentiera semovente di mio nonno. Davanti a noi c’era la macchina e sotto di essa si apriva l’infinito. Un precipizio scuro attraversato a tratti da fendenti che il sole infilava nei fori delle mura. Il fratello più vecchio diede inizio al rito delle 48 ore infilando la manovella nel primo verricello. Tanto sarebbe durata la carica di quella molla. Girando si tirava su un contrappeso in pietra leccese, agganciato alla fune d’acciaio che man mano si raccoglieva nel suo albero arrotolandosi come un serpente. Le corde erano due, una per muovere le ore e una per le campane. La fatica di sollevare quel masso di pietra, era immane per le nostre fragili braccia. Ma diventava così una prova di forza, come lo stringere le corna del toro, alle giostre del luna Park. L’odore sudaticcio delle nostre giovani carni saturava l’aria di quell’antro che sembrava essere la porta del purgatorio, dove l’angelo alato senza testa che imperava sulla facciata esterna,  segnava con i suoi rintocchi il tempo rimasto.
    Il rumore provocato dall’aggrovigliarsi del verricello, quel dradradrà-dradradrà- dradradrà metallico e cadenzato che provocava ogni scatto del fermo a molla sulla ruota dentata del meccanismo, ci affascinava. Dradradrà…sembrava il rombo di  quei motori a basso numeri di giri dei moto-carri, che rincorrevamo per le strade di Noha. A tratti pareva una melodia, a tratti l’inquietante eco di case deflagrate e corpi straziati. Immerso così in quei pensieri, mi sembrò per un attimo di essere in una situazione del tutto nuova, o vecchia, nel senso di già vista. Eccomi quindi, attorniato da un corteo di tecnici del Comune giunti a Noha per fare una valutazione dell’eventuale ristrutturazione della casa. Cosa che in realtà sarebbe accaduta molti anni dopo. Al seguito dell’ingegnere, c’erano: il geometra, l’assessore di turno, un impiegato tuttofare e due operai, e per chiudere l’elenco, affianco a me, una strana sagoma di cui non identificavo null’altro che l’essenza, forse la paura che fosse l’ennesima presa in giro, oppure del politico di turno. La storia della ristrutturazione di quella torre durerà in eterno, tanto che morirò e rinascerò per la seconda volta, ma non sarà mai finita. Mala politica e buon senso non sono le mammelle di una stessa mucca. Allora che si può fare se a lottare hai davanti le pale di un mulino a vento? La visita alla torre dell’orologio durò tutta la mattina, ma la vista di quell’antro vuoto, dove per decenni aveva palpitato la macchina del tempo, mi turbò profondamente. Al suo posto una miserabile scatoletta bianca da cui fuoriuscivano non più corde e verricelli ma due smunti e banalissimi cavi elettrici che avrebbero dovuto trasportare l’energia per dire a tutti che forse non stavano più vivendo.

    Marcello D’Acquarica

    Riferimento Osservatore n.6 Anno III pag. 4

     
    Di Redazione (del 08/09/2015 @ 21:42:43, in Comunicato Stampa, linkato 1133 volte)

    La rassegna estiva di cinema “AnimaMente” si conclude con “La storia della Principessa Splendente”
    Ultimo appuntamento per la rassegna dedicata al cinema d'animazione per adulti “AnimaMente” promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Galatina all'interno del cartellone dell'estate galatinese 2015.
    Giovedi 10 settembre h 21 presso il Chiostro del Palazzo della Cultura si proietterà il film del grande regista giapponese Takahata “La storia della principessa splendente”.
    Ispirato a uno dei più popolari racconti giapponesi (Taketori monogatari, Il racconto di un tagliabambù), narra le vicende di Kaguya, minuscola creatura arrivata dalla Luna e trovata in una canna di bambù da un vecchio tagliatore. Accolta e cresciuta come una figlia dal tagliabambù e sua moglie, la piccola cresce a vista d’occhio, affascinando tutti quelli che entrano in contatto con lei, fino a diventare una splendida giovane donna. Molti sono i suoi pretendenti, ma nessuno è in grado di portarle quello che davvero desidera, e nessuno, nemmeno l’Imperatore, riesce a conquistare il suo cuore.
    La storia della Principessa Splendente parla dell'importanza di ‘imparare a convivere con quello che ci portiamo dentro’ a costo di dolori e problemi da affrontare”.
    Il miglior cinema dello studio Ghibli che sposa favola a poesia.
    Imperdibile!

     
    Di Redazione (del 06/02/2014 @ 21:41:05, in Eventi, linkato 1999 volte)

    Casa Betania-Noha (LE) in occasione della Giornata Nazionale per la Vita dal Tema “Generare Futuro” organizza per Domenica 2 febbraio Domenica 9 febbraio 2014 al mattino: la presenza dei suoi volontari per la promozione del Progetto Gemma con la vendita delle primule al termine delle Ss. Messe d’orario presso le Parrocchie di “San Michele Arcangelo” in Noha; Parrocchia “San Sebastiano Martire”, “Santa Caterina D’Alessandria”, cuore Immacolato di Maria”, “Madonna della Luce” in Galatina; Parrocchia “Maria Ss.ma di Costantinopoli” in Collemeto; Parrocchia “San Giuseppe” e “Madonna della Neve” in Cutrofiano; Parrocchia “Natività di Maria Vergine” e “Cristo Re” in Collepasso; Parrocchia “Sant’Antonio Abate” in Giuggianello; Parrocchia “Ss.mi Pietro e Paolo Apostoli” in Zollino; Parrocchia “Trasfigurazione del Signore” in Giurdignano; Parrocchia “Trasfigurazione del Signore” in Poggiardo; Parrocchia “Maria Ss.ma Assunta” in Soleto. La sera: Festeggia con noi la Vita! Casa Betania lancerà 45 lampade volanti  per i 45 bambini aiutati a venire al mondo accompagnate da una coreografia di danza sui trampoli, attorno ad una culla, segno dei tre bambini che nasceranno nei prossimi giorni. Musica e artisti di strada contribuiranno a dare luce alla Vita insieme ai 2000 lumi, forniti da Casa Betania, accesi dalle famiglie di Noha ed esposti sulle proprie finestre come segno di accoglienza della Vita.

    fonte: sanmichelenoha.it

     
    Di P. Francesco D’Acquarica (del 13/10/2013 @ 21:40:10, in Cultura, linkato 2438 volte)

    Nel 1973, esattamente 40 anni fa, veniva alla luce il volumetto “Storia di Noha” edito da “Grafiche  C.Borgia” di Casarano. E’ opportuno ricordare quell’evento, anche per verificare il cammino che si è fatto e non spegnere l’entusiasmo che aveva creato.

    Ero da poco rientrato in Italia, dopo 5 anni di Missione in Canada, e per motivi di salute mi fermai a Noha oltre il previsto. Fu così che, tanto per passarmi il tempo, cominciai a curiosare nell'archivio parrocchiale di Noha. Trovai un libretto di una cinquantina di paginette intitolato: “L'Università e il Feudo di Noha - Documenti e Note” scritto da un certo prof. Gianferrante Tanzi, ed edito nel 1906 da Tipografia Cooperativa a Lecce. Questo scritto prezioso, essendo ovviamente fuori catalogo, non è facilmente reperibile.

    Le mie ricerche su Noha partirono proprio da lì. Mi resi conto, leggiucchiando il libriccino del Tanzi, che Noha aveva avuto una storia molto antica e molto ricca di notizie, anche se quello che leggevo in quel libercolo a volte era vago e impreciso. Mi venne voglia perciò di fare ricerche più accurate.

    Mi misi a intervistare testimoni qualificati e informati su alcune notizie e tradizioni di Noha. Cominciai a consultare anche altri documenti di storia locale, arrivai all'archivio vescovile di Nardò, di cui ab immemorabili Noha aveva fatto parte, consultai l'archivio di Stato di Lecce e la biblioteca comunale di Galatina. Negli spostamenti sovente mi guidava don Donato Mellone, in quel tempo Arciprete di Noha, a cui devo tanta gratitudine sia per la sua grande disponibilità ad accompagnarmi e sia per avermi permesso di consultare l'archivio della Parrocchia.

    Dopo circa un anno di ricerche (1972-1973), per la prima volta davo alle stampe la prima edizione. Di Noha e della sua storia nessuno conosceva le antichità, nessuno ne parlava, nessuno sapeva, neanche a livello di istituzioni o di cosiddetta gente di cultura.

    Il libro di appena 90 pagine fu stampato a Casarano dall’editrice Borgia; mi sovvenzionò la stampa un'amica dei Missionari della Consolata che avevo conosciuto durante la mia permanenza a Salve, un comune vicino Santa Maria di Leuca. Furono stampate 300 copie, arricchite da una mappa del paese che avevo fatto io stesso in maniera molto artigianale, senza essere né un tecnico né un geometra, tracciandone il disegno delle strade che percorrevo con la mia Bianchina. Anche le foto le avevo fatte io stesso in bianco e nero. Il volumetto fu messo in vendita a 1.000 Lire la copia e andò letteralmente a ruba, soprattutto perché l'avevo arricchito con una raccolta di proverbi dialettali e di alcune mie poesie in dialetto che suscitarono (finalmente) la curiosità dei nohani. Quell’edizione si esaurì in men che non si dica.

    Pubblicato e venduto quel libro, le mie ricerche non finirono più. Per me era naturale continuare ad approfondire le ricerche su Noha (che, voglio dirlo con determinazione anche ai giovani, danno sempre grandi soddisfazioni).

    Dopo 15 anni, scoperti nuovi documenti, nel 1989 chiesi al Sindaco di Galatina, che in quel tempo era l’On. Beniamino De Maria, se valeva la spesa stampare i miei aggiornamenti. Fu così che l’Amministrazione Comunale si prese cura del mio scritto, approvò e sovvenzionò completamente la stampa della nuova opera con 4 milioni di Lire. L’Editrice Salentina di Galatina stampò così la seconda edizione della mia “Storia” in mille copie, questa volta arricchita dalle foto in bianco nero dello studio fotografico Mirelfoto- Pignatelli di Noha, oltre che quelle del mio archivio.

    Feci la “presentazione” della nuova edizione alla scuola media di Noha dove fu adottata come testo di cultura locale: l’edizione era più ampia della prima per i contenuti ma anche più elegante nella forma.

    Intanto io continuavo le mie ricerche (le notizie sono come le ciliegie: una tira l’altra) e scoprivo altre notizie sempre molto interessanti. Trovai per esempio una relazione sullo stato della parrocchia da parte di Don Michele Alessandrelli, arciprete di Noha dal 1847 al 1882, che, in occasione della visita pastorale del Vescovo di Nardò, aveva compilato con molta precisione di particolari preziosissimi. Trovai anche una relazione ricchissima di informazioni del “primo” Vescovo di Nardò che ritenevo molto interessante.

    Inoltre analizzando meglio tutti i documenti dell'archivio parrocchiale, che lessi e trascrissi in “file digitali” per scoprire i miei antenati (ho potuto costruire cos’ il mio albero genealogico fino al 1500), trovai notizie abbondanti sulla situazione sociale, religiosa, economica e politica della gente di Noha. Erano tutte notizie preziose che meritavano di essere pubblicate.

    Erano passati trent’anni dalla prima edizione. La seconda edizione era ormai esaurita. Valeva la pena far conoscere al pubblico le notizie di cui ero venuto a conoscenza. Cercavo il modo di stampare una terza edizione, ma come tutti sanno, la difficoltà principale in questo settore dell’editoria locale era proprio quella di reperire i fondi, o comunque trovare un mecenate che si prendesse cura della cosa.

    La mia destinazione a Galatina nel 2003 in qualità di parroco della Parrocchia cuore Immacolato di Maria e l’incontro con il Dott. Antonio Mellone fu provvidenziale. Fu Antonio che venne a cercarmi in parrocchia per propormi di stampare i miei aggiornamenti con una nuova edizione elegante, bella, ricca, di lusso, direi anche spettacolare e impensabile e degna di stare nelle migliori biblioteche nazionali ed estere (come di fatto mi risulta essere) e nacque così il volume Noha, Storia, Arte, Leggenda. Grazie all’editore-mecenate, il compianto Michele Tarantino, l’edizione venne alla luce nel 2006. In quella occasione Michele ebbe a scrivere: “Questo libro è a tutti gli effetti un bene culturale, un dono, un regalo che ho voluto fare innanzitutto a me, ma anche a mia moglie, legata, come me, alla terra dei nostri genitori; e - consapevole del fatto che i buoni frutti nascono da alberi che hanno coscienza delle loro radici - ai miei figli, nati e cresciuti nell’Italia del Nord, affinchè conoscendo la Storia di quello sperduto paese di provincia che risponde al nome di Noha, imparino sempre più ad amare e a rispettare le loro stesse origini; ai miei conterranei salentini ed ai miei amici sparsi in ogni parte d’Italia, e a tutti quanti si degnino di leggere e consultare questo volume, perché, benché a volte mute, anche le piccole realtà locali possono essere importanti testimoni della Storia”.

    Grazie Michele Tarantino per questo messaggio così caldo e sentito! Oggi anche tu sei una pagina bella della Storia di Noha.

    Ma le mie ricerche sono sempre continuate (secondo quel saggio proverbio nohano secondo il quale: fino alla bara sempre s’impara). Oggi a 40 anni da quella prima edizione posseggo notizie e scoperte che quarant’anni fa erano impensabili e sconosciute a tutti. Tante sono state rese pubbliche sul nostro giornalino on-line l’“Osservatore Nohano” di felice memoria.

    Ma a questo punto sarebbe opportuna una pubblicazione nuova “ordinata e completa” di come avevo immaginato che fosse la storia del mio paese, quando, esattamente quarant’anni fa, resi pubblica la mia prima edizione della “Storia di Noha”.

    P. Francesco D’Acquarica

     
    Di Redazione (del 21/09/2015 @ 21:39:33, in Un'altra chiesa, linkato 1133 volte)

    Non tocco il problema dell’amnistia ai carcerati. Non saprei esattamente se il Papa si riferisse ad un condono di pena anche nel campo civile. Vorrei parlare invece di ciò che ritengo più attinente al campo della fede, ovvero della remissione dei peccati e delle indulgenze.

    Non vorrei tornare a parlare delle indulgenze. Ho già detto più volte il mio pensiero, che si fonda su argomenti anche teologici. Le indulgenze sono la più grossa balla della Chiesa, che per secoli e secoli ha distribuito grazie e condoni a titolo “personale”, strumentalizzando i voleri di Dio secondo interessi puramente terreni. Fino a quando parlerà di indulgenze, la Chiesa resterà vittima di se stessa, e starà al gioco di chi imbroglia e inganna le anime più allocche.

    Sul ritorno ad una grande confessione assolutoria dei peccati da estendere a tutti, ho forti dubbi sulla sua efficacia interiore. Sarà un fallimento generale, anche perché, dopo aver allontanato numerosi penitenti perché scomunicati, sarà difficile dir loro: Scusate, siamo stati troppo cattivi! Ora vi aspettiamo…

    A parte il fatto che anche qui, oltre ad una iniziale irritazione, la gente, anche credente, ha imparato a fregarsene delle scomuniche. La Chiesa ha scomunicato i comunisti, e i comunisti hanno continuato come prima, e, se si sono poi estinti, non è stato per le scomuniche, ma perché i tempi sono cambiati. Quando i comunisti sono passati all’altra sponda, votando Berlusconi e Lega, allora la Chiesa li ha riammessi ai sacramenti. Mi chiedo: era meglio il comunismo oppure il berlusconismo e il razzismo leghista? Ora la Chiesa, almeno in parte, si sta accorgendo di ciò che di male ha fatto il berlusconismo e ciò che di male sta facendo la Lega. Troppo tardi!

    Non vorrei insistere nel ripetere che oggi bisognerebbe riscoprire ciò che è il vero “peccato”, in una società dove i comportamenti personali incidono nella misura in cui i rapporti sociali sono violati dal punto di vista soprattutto della giustizia e della fratellanza. Non credo che la masturbazione o l’uso del preservativo producano effetti  devastanti sulla società. Anche il problema degli omo per la Chiesa non è mai stato una questione diciamo di carattere sociale, ma solo etico, in nome di quelle norme veterotestamentarie che erano il prodotto di un altro tipo di società, sempre condizionata dalla religione. Dio approva ciò che la religione vuole.

    Perché la Chiesa è ancora così chiusa al sesso, ai diritti civili da estendere anche alle coppie di fatto, agli omo, ecc.?E poi parla di amnistia ai carcerati? Ma chi sono i veri carcerati? Solo quelli che si trovano nelle prigioni statali? E che dire delle anime rese schiave da una religione senza cuore?

    Da ultimo. Presso gli ebrei, il giubileo aveva anzitutto uno scopo di carattere sociale. Ogni tot anni, i debiti venivano estinti e i beni della terra tornavano agli antichi proprietari: questo per evitare l’accumulo, ciò che oggi chiamiamo latifondismo o capitalismo. Perché il Papa non parla di queste cose? Perché non invita i potenti a estinguere i loro crediti nei riguardi delle popolazioni più povere: povere anche perché sfruttate dagli stessi creditori?

    Mi sarei aspettato che il papa, per il prossimo giubileo, calcasse la mano su coloro che hanno troppo, per aver rubato a milioni di persone il loro diritto ad avere il “suo”. Non sto dicendo che la Chiesa, nelle sue Encicliche sociali, non abbia mai parlato di destinazione universale dei beni, ma vorrei dire che il Giubileo è una grande occasione per insistere e battere questo chiodo.

    Ma tutto si ridurrà ad una grande messinscena, anche spettacolare, con una tale migrazione di pellegrini da competere con la massa dei poveracci che fuggono dai loro paesi in cerca di un po’ di felicità. Tranne che questi ultimi procurano paure e anche violenze, mentre i romei in cerca di qualche perdono per le loro malefatte faranno magari crescere il pil e anche le casse vaticane.  


    0209/2015

    Don Giorgio De Capitani

     
    Di Redazione (del 11/07/2016 @ 21:39:13, in Istituto Comprensivo Polo 2, linkato 2103 volte)

    Il 14 maggio 2016 un gruppo di ragazzi della terza B scuola secondaria primo grado Noha

    Ha ricevuto il 2° premio 250€, per un progetto studio bandito dalla Banca di Credito Cooperativo di Leverano. Titolo “Alla ricerca della perduta gioia”

    Hanno lavorato sodo, da soli, senza aiuto alcuno da parte degli insegnanti

    Ora potevano spendere quei soldi per se stessi, acquistare materiale didattico per la scuola o per chissà quali altri motivi. Invece, nella semplice gioia di vivere e di con-dividere hanno pensato bene di destinare la somma all’associazione guidata da Fra’ Ettore Marangi, frate francescano che opera in Kenia da alcuni anni

    Con Fra’ Ettore la terza B di Noha ha stretto un gemellaggio per aiutare i loro coetanei ad andare a scuola

    Non si è trattato di pura e semplice beneficenza, niente affatto! Ciò che li ha spinti a lavorare, oggi come ieri, è stata la GIOIA di rendersi utili a qualcuno, di farsi prossimo agli altri senza chiedere nulla in cambio, con la sola consapevolezza che la vita è un bene prezioso e che un sorriso ripaga il peso di qualsiasi fatica

    Ed io, la loro semplice e modesta insegnante, sono fiera di loro, delle loro fatiche e del loro gran cuore

    Ritamaria Colazzo

     
    Di Redazione (del 12/02/2015 @ 21:39:01, in Comunicato Stampa, linkato 1849 volte)

    Galatina "ombelico del Salento", così chiamata in quanto posta esattamente al centro del territorio salentino.

    Rappresenta uno dei principali poli turistici del territorio grazie alla ricchezza ed all’originalità del proprio patrimonio storico, culturale ed enogastronomico.

    I gioielli artistici di Galatina sono custoditi principalmente all’interno della cinta muraria del XVI secolo, dove palazzi nobiliari, corti e vicoli, rendono suggestiva la visita e l’ammirazione del barocco galatinese.

    Autentico fiore all’occhiello è la francescana basilica di Santa Caterina d’Alessandria del XIV secolo situata nell’antica Piazzetta Orsini, come anche la centrale chiesa matrice dei Santi patroni Pietro e Paolo che impone la sua facciata barocca sull’omonima piazza nel cuore del centro antico.

    La vastità e l’imponenza del patrimonio architettonico espresso, ha portato alla conquista da parte di Galatina del titolo di “Città d’arte”, che ha spinto l'amministrazione comunale ad investire sulla creazione di alcuni brand turistici che focalizzano l’attenzione proprio sulle potenzialità espresse della città.

    In questo senso è giunta già alla quinta edizione la manifestazione “Le Corti a Mezzanotte”, che rappresenta uno dei principali brand turistici su cui Galatina ha deciso di puntare, anche alla luce dei risultati.

    Nata nel 2011, “Le Corti a Mezzanotte” è una manifestazione che si tiene all’interno della splendida cornice del centro storico di Galatina, nell’arco di una serata, generalmente nell’ultima settimana di Agosto (VI edizione 21 agosto 2015).

    Durante questa serata oltre agli antichi palazzi barocchi, il borgo apre a tutti i visitatori le sue principali corti, che sono valorizzate ed arricchite da esposizioni pittoriche, da spazi musicali e da percorsi enogastronomici, che contribuiscono

    a far assaporare in tutte le sue forme il barocco galatinese. (www.lecortiamezzanotte.it)

    Non a caso Galatina oltre al marchio di “Città d’arte” possiede anche il marchio di “Città del vino”, in virtù dell’antica e sempre attuale produzione di vino locale, portato avanti negli anni da importanti cantine vinicole che contribuiscono ad esportare il nome di Galatina a livello nazionale ed internazionale.

    Ecco perché nasce, il festival “Barocco wine music” attivando un sistema di promozione ed avvicinamento alla cultura del vino con oltre 200 etichette regionali.

    Barocco wine music, manifestazione organizzata nel mese di Ottobre (edizione 2015 10 ottobre), rappresenta da questo punto di vista il secondo brand turistico sul quale l'amministrazione comunale ha investito, in linea con la tradizione e con i marchi posseduti dalla città. (www.baroccowinemusic.it)

    Molte le tradizioni culinarie e sopratutto dolciarie del territorio: africano, mustacciolo, sibilla, mafalda e il famoso pasticciotto, una grande tradizione che esplode già nel 1745 nella bottega pasticciera della famiglia Ascalone con questo dolce tipico composto da pasta frolla farcita di crema pasticcera e cotto in forno.

    Così da una grande tradizione dolciaria ma anche enogastronomica nasce "Dolce Città Nostra" che si presta alla sua seconda edizione dopo il grande consenso ottenuto.

    La manifestazione si terrà domenica 12 aprile 2015 in occasione della giornata

    "La Penisola del Tesoro" del Touring Club che ha scelto, insieme ad altri otto comuni italiani, anche Galatina dove saranno presenti circa 900 associati.

    La Penisola del Tesoro 2015 è un’iniziativa importante del Tci che da 16 anni porta i soci a scoprire i beni culturali meno noti prendendo come punto di riferimento, il patrimonio negato, per valorizzare un patrimonio fondamentale per il futuro del Paese.

    “Galatina investe anche nei nuovi sistemi di comunicazione on-line per dare servizio alla città stessa ma soprattutto – come rimarcano il sindaco Cosimo Montagna e l’assessore al Turismo Alberto Russi - per incentivare i turisti a fruire e muoversi liberi nel grande patrimonio architettonico. Già da due anni Galatina ha investito nella guida virtuale con i codici qr diffusi tramite paletta sui maggiori monumenti del centro storico che permettono al turista di avere tutte le informazioni utili senza nessuna guida.

    Aderisce quest'anno al progetto dell’Associazione culturale AMiCA (Audio Musei a Cielo Aperto), che ha il principale obiettivo di promuovere il patrimonio culturale attraverso lo sviluppo di progetti e strumenti innovativi”.

    Strumenti che si fondono con la creazione dell’APP GalatinaAmica, disponibile in italiano e inglese per IOS e Android che presenta 6 sezioni principali: Monumenti (contenente le schede dei beni esaminati con foto, descrizioni, ubicazione nonché la relativa traccia sonora), Categorie (in cui sono presenti alcuni selezionati consigli per l’utenza), Itinerari (sezione in cui sono presenti i percorsi per fruire di tutti i beni analizzati), Mappa (contenente i punti di interesse) e Downloads (sezione contenente l’elenco delle audioguide disponibili sul proprio dispositivo e quindi fruibili in OFFLINE). Lo strumento realizzato è una proposta per una visita multimediale della città, un cicerone interattivo che grazie alla funzione Realtà Aumentata porterà il visitatore a scoprire ciò che ha intorno. (www.arteamica.com)

     
    Di Marcello D'Acquarica (del 21/04/2019 @ 21:38:54, in NohaBlog, linkato 666 volte)

    Be'... Non ci credevo più nemmeno io. A forza di vedere in giro alberi capitozzati e altri tutti secchi, con al massimo qualche rara parvenza di fogliame, pensavo che solo un miracolo potrebbe salvare i nostri ulivi. Dopo aver visto gli alberi di Michele, invece, mi si è riaperta la speranza.

    Il mio cuore ha sentito come il chiudersi improvviso di un taglio che perdeva, perdeva appunto, la speranza.
    E pensare che Michele non è un contadino, di mestiere fa tutt'altro. Eppure il suo giardino sembra la vetrina di un gioielliere, i suoi ulivi sono tutti in fiore, tutti. Nonostante il suo campo sia circondato da terreni trascurati e ulivi malandati. Cosa fa per mantenerli così? Semplicemente li tratta con la poltiglia bordolese, una potatura arieggiata che ha fatto lui stesso e infine, dice Michele, con le piante ci parla, le tratta come fossero delle persone care.

    Osservavo il confronto tra i due uliveti, sono perfettamente uno di fronte all’altro ai lati della strada, in via Aradeo, esattamente nei pressi del viale che porta all’antica Masseria della Contessa, osservavo dicevo, l’incredibile condizione dell’uliveto dirimpetto a quello di Michele, è stato ghigliottinato barbaramente, e lasciato soffocare dal sottobosco di erbe spontanee, mentre le piante di fronte, quelle del nostro amico, sono l’esatto opposto, con un carico di fiori inimmaginabile.

    Con questo non voglio dire che basta fare semplicemente come fa Michele e tutti gli ulivi del Salento guariranno o risorgeranno. Certamente in giro lo scenario degli ulivi secchi e tagliati come dei crocefissi nudi, è reale e raccapricciante. Non entro nel merito del come ha avuto inizio questa storia, tanto se ne è parlato ovunque e in abbondanza, quello che non è ragionevole è invece il fatto che stiamo tutti cadendo nella trappola dell’”ormai non c’è più niente da fare, seccheranno tutti”. Così concludono i tanti contadini e non, scoraggiati da questa situazione. Invece bisognerebbe prenderci cura di ciò che abbiamo, e sono tanti gli uliveti come quello di Michele. Ci stiamo affannando per impiantare nuove cultivar spacciate per essere resistenti, con promesse favolose, ma che nessuno garantisce, anzi è già risaputo che bisognano di un intensivo uso di fitofarmaci e di risorse idriche, due condizioni, l’ambiente e le risorse idriche, già fortemente compromessi.

    Tutto il contrario dei nostri ulivi che hanno vissuto con eccellenza per secoli su terreni spesso pietrosi e secchi.

    E la cosa ancor più orripilante, è che il governo di un Paese come l’Italia, in grado di armare eserciti potenti, come massima espressione della sua onniscienza, attraverso il “Decreto legge Emergenze  07-03-2019”, e precisamente negli articoli 6 ed 8, Obbliga (in barba al diritto della salute dei cittadini dettato dalla Costituzione) 2 trattamenti chimici su tutto il territorio con insetticidi a maggio e giugno e Obbliga (sempre in barba al divieto assoluto di deroga sulla salvaguardia dei beni culturali dettato dalla Costituzione) l’estirpazione di piante secolari ospiti nei 100metri attorno a piante infette.

    Grazie Michele, per la speranza, speriamo che sia più contagiosa di questa fantomatica Xylella.

    Decreto Emergenze: una coalizione di oltre 200 scienziati, medici, giuristi, economisti, agricoltori, giornalisti, organizzazioni della società civile contro art. 6 e 8 | ISDE Italia @MIUI| 

    https://www.isde.it/decreto-emergenze-una-coalizione-di-oltre-200-scienziati-medici-giuristi-economisti-agricoltori-giornalisti-organizzazioni-della-societa-civile-contro-art-6-e-8/

    Marcello D’Acquarica

     

    L' Asso Arma Aeronautica Galatina “F. Cesari” ha organizzato infatti, nella mattinata di Domenica 26 marzo, un gazebo per la vendita delle uova solidali a favore del progetto “Bimbulanza”.

    L’evento per grandi e piccini è fissato a partire dalle ore 09.30 in Piazza Alighieri a Galatina ed avrà fine intorno alle ore 13.00.

    La “Bimbulanza” è la prima ambulanza pediatrica del sud Italia, all’acquisto della quale la cittadinanza di Galatina ha partecipato con numerosi e diversi eventi benefici.

    Il progetto, fortemente voluto e realizzato da Don Gianni Mattia e dalla sua Associazione “cuore e mani aperte verso chi soffre" ONLUS, nasce con l'intento di alleggerire il tragitto dei piccoli ospiti che in caso di necessità potranno essere trasportati nei vari spostamenti clinici tra diversi ospedali. La vera novità, che rende speciale questa iniziativa ed il progetto tutto, sempre in debito di fondi per la sua sopravvivenza, è la presenza sulla “Bimbulanza” di un volontario clown che tra sorrisi, giochi e colori, allieta la permanenza sul mezzo dei piccoli passeggeri.

    Il prezzo per singolo uovo dal peso di 300 gr., disponibile sia di cioccolato al latte che di cioccolato fondente, è di 5€.

    Saverio Mengoli

     
    Di Redazione (del 09/08/2016 @ 21:37:19, in Comunicato Stampa, linkato 1527 volte)

    In Puglia ogni angolo, ogni paese, è l’occasione per scoprire la straordinaria ricchezza di un patrimonio musicale unico. Ritmi che parlano un linguaggio semplice, ma incredibilmente affascinante. Una terra che può essere percorsa seguendo i flussi della musica, fuori dalle consuete indicazioni turistiche. Dove non esiste alcuna differenza tra il musicista e l’ospite. Dove il turista è immediatamente uno del posto. Non rimane che lasciarsi andare al piacere della musica e della scoperta, farsi travolgere dalle note che raccontano questa terra e la sua gente, contagiati da una frenesia che sembra non finire mai. Uno spettacolo che ci farà entrare, sempre più, nel cuore autentico della Puglia.

    Basta il suono di un tamburello per evocare riti antichissimi e per entrare in quel miscuglio di sentimenti autentici che vive nel Salento più profondo; il set perfetto, quello originale, per storie di tarantate e di donne morsicate dal ragno maculato, di antiche abitazioni dove andava in scena il rito della guarigione.

    Cercatene le tracce a Galatina, un posto al di fuori dei più battuti circuiti turistici, un luogo di misterica suggestione, con uno splendido ed esteso centro storico e la suggestiva piazza San Pietro, tripudio di barocco e rococò. Luogo simbolo del tarantismo – la Cappella di San Paolo –, nel tempietto a navata unica le devote ammorbate dal veleno dal ragno venivano a chiedere la grazia e a bere l’acqua del pozzo che zampillava nell’androne del palazzo. Dopo un lungo restauro, la pala di Francesco Saverio Lillo è tornata a vegliare dall’altare e a preservare il ricordo delle sorelle Farina, immortalate ai piedi del Santo. Leggenda narra che le due donne erano note in tutto il circondario per i loro poteri taumaturgici. Non avendo figli a cui passare questa eredità, le sorelle sputarono nel pozzo di palazzo Tondi-Vignola, dando così origine alle ben note processioni delle “tarantolate”. Ma forse, osservando la tela, sarebbe il caso di declinare al maschile il sostantivo: tra le braccia delle due donne non giace infatti una giovane, bensì un uomo.

    Un itinerario guidato alla scoperta di suggestioni d’un tempo ormai lontano, tuttavia oggetto di indagine per antropologi e studiosi di musica mentre la pizzica è diventata negli ultimi anni la colonna sonora di un Salento che, forte della sua identità, di un patrimonio culturale e naturalistico vastissimo e del folklore, rapisce il cuore dei suoi visitatori.

     

    16 AGOSTO 2016 | 10:30 - 11:30 - 16:30 - 18:30

     

    Meeting point:

    IAT Informazione e Accoglienza Turistica

    GALATINA, c/o Torre dell’Orologio - via Vittorio Emanuele II, 35

    T. +39 0836 569984 - +39 392 9331521 – E: iat.galatina@gmail.com

    Prenotazione obbligatoria

    #VisitGalatina

     

    Siccome parlare di certi argomenti con i diciamo rappresentanti del municipio di Galatina è fiato sprecato, mi rivolgo a voi, egregi esponenti degli altri Comuni invitati alla Conferenza dei Servizi convocata a Bari presso la Regione Puglia, una prima volta il 20 ottobre 2017, poi rimandata al 23, e definitivamente, pare, al 3 novembre prossimo venturo [diciamo in piena atmosfera da festa dei morti, anzi, meglio, di Halloween, cioè delle zucche vuote, ndr.] avente ad oggetto “richiesta di proroga [l’ennesima, ndr.] all’autorizzazione per la realizzazione di un’area commerciale integrata in località Cascioni”, per alcune raccomandazioni.

    Si tratta, in parole povere, del famigerato Mega-porco commerciale Pantacom, rara opera di archeologia economica ancor prima del suo impianto [scusate se utilizzo il lemma “porco”: ma “parco” mi pare un po’ esagerato, essendo, quest’ultimo, un concetto legato più ad un’area alberata che ad una cementificata, ndr.].

    Gentili Rappresentanti dei Comuni intorno a Galatina, convocati alla suddetta conferenza dei servizi, vi prego, nell’esclusivo interesse dei vostri rispettivi territori, di prendere buona nota degli appunti che seguono in merito allo scempio economico-ambiental-razionale che si vuol perpetrare intorno a voi.

     

    1°) Chiedetevi innanzitutto chi è l’interlocutore, nella fattispecie la Pantacom srl, che ha in progetto un centro commerciale (l’ennesimo nel Salento) di 25 ettari da impiantare in contrada Cascioni, nei dintorni di Collemeto. Dando un’occhiata ad un prospetto Cerved (documento pubblico della Camera di Commercio, che per sommi capi evidenzia le caratteristiche delle imprese) si evince che Pantacom è una SRL, società a responsabilità limitata, costituita nel 2001, con un capitale sociale pari ad euro 35.000, avente quale oggetto sociale: “la progettazione, la costruzione, l’acquisto, la vendita, la gestione e la locazione attiva e passiva di centri commerciali […]”). Codesta Pantacom srl risulterebbe “Inattiva”. Come mai? Dimenticanza? Si è forse in attesa di particolari autorizzazioni per la “dichiarazione di inizio di attività”? Non si direbbe mica che sia in (dolce) attesa: tutt'altro. Osservando la frenesia con la quale si muove l’amministratore unico, evidentemente in contatto continuo con gli enti pubblici e i suoi emissari, l’azienda appare invece attiva, attivissima. Perché non lo è anche di diritto, oltre che di fatto?

     

    2°) Il capitale sociale, come detto, risulta essere pari a 35.000 euro (dico trentacinquemila, non trentacinquemilionidieuro). Bene. Mi dite, per favore, come fa una società con questo patrimonio a portare avanti un progetto con investimenti di svariati milioni di euro? Dove prenderebbe i fondi per iniziare a sbancare i venticinque ettari di campagna da trasformare poi in decine di capannoni da adibire a centro commerciale? Dai soci, forse? Vale a dire dai componenti della famiglia Perrone (quella dell’ex-sindaco di Lecce)? O magari da finanziamenti di terzi? E se anche fosse, “basta la parola” di codesti fantomatici capitali provenienti da chissà dove per garantire i portatori di interessi diffusi (e non particolari), come quelli degli enti pubblici territoriali, espressione della sovranità popolare che voi rappresentate? Non servirebbero forse dei documenti più concreti dei semplici proclami, dei sentito dire, delle promesse con la mano sul cuore?

     

    3°) Oltre al risibile importo del capitale sociale (inadeguato a tutto, finanche al saldo della parcella di un progettista), osserviamo che la società “inattiva” presenta per più anni, proprio perché inattiva, un fatturato pari a zero. E questo ci può stare. Un’azienda può anche esistere sulla carta, può pure essere inattiva, e può anche per più anni consecutivi non aver venduto nulla. Ma in questo caso nell’attivo dello stato patrimoniale, sempre per più anni consecutivi, lo zero assoluto la fa da padrone anche tra le rimanenze, tra le immobilizzazioni materiali e, giacché ci siamo, anche tra le attività finanziarie. Di terreni, nello stato patrimoniale della Pantacom, nemmeno l’ombra. Né risulterebbe, al di là della linea di bilancio, diciamo tra i conti d’ordine, nessuna opzione all’acquisto dei terreni interessati. Che questi diritti/impegni siano registrati fuori bilancio? Cominciamo bene. Alla luce dei pochi dati a nostra (a vostra) disposizione, non riuscite anche voi a inferire agevolmente quanto si sia di fronte a un’entità astratta, uno spirito, un fantasma (Fantacom, appunto)? Vi stanno cioè facendo conferire, cari rappresentanti delle istituzioni comunali invitate, non con dati reali, incontrovertibili, garantiti, ma con delle congetture, con delle ipotesi, con delle promesse, con delle supposizioni (anzi, supposte).

    In base ai basilari principi di buona amministrazione, di precauzione, di diligenza, di interesse collettivo, vi chiedo: è sufficiente che una società qualsiasi, oltretutto “inattiva”, presenti “istanze urgenti” perché si convochi in tutta fretta un consiglio comunale, magari ad hoc, o sia invitata a una conferenza dei servizi, o altro consesso pubblico, per cose tipo: delibere, proroghe, istanze, compensazioni, eccetera? E fino a quando continueremo a perder soldi, tempo e denaro pubblico dietro queste pantomime (etimologia non casuale)? Magari fino a quando non si troverà qualche cinese disposto a comprare il pacchetto (anzi il pacco) preconfezionato? E se non ci fosse nessuno disposto ad acquistare il diciamo progetto, cosa facciamo? Continuiamo a concedere proroghe su proroghe sine fine dicentes?

     

    4°) Che garanzie occupazionali una società così eterea, labile ed evanescente da più punti di vista (commerciale, patrimoniale e finanziario) può dare alla collettività? Come mai un’azienda come questa, pronta “a combattere la disoccupazione dando lavoro a 200 persone” [sic] (all’inizio la promessa era di 300 posti di lavoro [ri-sic]), non ha nemmeno un dipendente, nemmeno un ragioniere, un portantino, un commesso? Possiamo noi consolarci con la promessa di 200 nuovi posti di lavoro prossimi venturi, scritti sulla carta con inchiostro simpatico?

     

    5°) Andando ancor più nel dettaglio, ci si chiede: ha senso dal punto di vista della politica economica di un comune un altro centro commerciale di grandi dimensioni come questo, quando a meno di dieci minuti di auto si trovano agevolmente il complesso Bricoman (Lecce), e a meno di un quarto d’ora i centri commerciali di Cavallino (a Est) e di Surbo (a Nord), e chissà quante altre formule facilmente raggiungibili nei dintorni, tra supermercati, discount, megastore, ipermercati e cash & carry?

    6°) Quali utilità potrebbero vantare i vostri Comuni, il loro Pil, la vitalità dei vostri centri abitati, il piccolo e medio commercio intramoenia, il vostro bilancio pubblico, il benessere economico delle vostre popolazioni, eccetera, da questo ennesimo centro commerciale fuori-porta? E quali benefici potrebbe portare un eco-mostro di 25 ettari (oltretutto su di un terreno a medio rischio idro-geologico, con annesse rotatorie, viadotti, traffico, inquinamento e stravolgimento del paesaggio) nei paraggi del vostro territorio?

     

    7°) Se non ci fossero danni all’ambiente e all’economia locali con l’installazione di questo centro commerciale [ma il discorso è valido per ogni “grande opera” sul territorio, ndr. ] come mai si parla sempre di “ristori” e di “compensi” ai comuni che ospitano queste strutture [posto che nelle casse dei vostri enti non entrerà il becco di un quattrino a titolo, appunto di “ristori” e “compensi”, nonostante la svendita (anche) del vostro territorio, ndr.]? E, in base a banali considerazioni di Economia Aziendale, può mai un “ristoro” o un “compenso” bilanciare la “diseconomia esterna” (o “esternalità”) provocata da un siffatto investimento aziendale? Non credete che se così fosse, saremmo di fronte a un principio (antieconomico, dunque assurdo) per il quale un’azienda rinuncerebbe all’idea di profitto (trasformandosi di fatto in una Onlus)? Vi pare plausibile una sciocchezza del genere? Il discorso varrebbe anche per TAP (altra storia).

     

    8°) Come già detto altrove, svariati comuni italiani hanno bandito i centri commerciali dal loro ambito. Ultimamente perfino un’intera provincia, quella di Trento, al fine di “salvaguardare l’ambiente, ridurre il traffico veicolare, e rinnovare il metodo degli insediamenti commerciali sul territorio all’insegna della qualità e della valorizzazione dei piccoli esercizi”. Orbene. Cosa vi sembra più anacronistico: una scelta come quella della provincia di Trento, o non piuttosto quella di continuare ad aver fede nella Beata Cementificazione?

     

    9°) Negli Stati Uniti il mito del centro commerciale è crollato da un pezzo (gli Stati Uniti anticipano generalmente la nostra socio-economia di circa un decennio). Secondo molti analisti nei prossimi anni chiuderanno addirittura 400 dei 1.100 centri commerciali statunitensi. Esiste un’inchiesta del New York Times che attesta che svariati Malls (centri commerciali) sono ormai alla stessa stregua di vere e proprie città-fantasma, deserte, vuote, fallite.

    Bene. Con questi chiari di luna (e con queste luci in fondo al tunnel), vorreste voi continuare a credere alle allucinazioni di marketing di una società a responsabilità modesta, che vale quel che vale, per giunta “inattiva”, e giacché dar retta anche ai suoi supporter politici più o meno local, vale a dire agli asini volteggianti nell’aere?

     

    Antonio Mellone

     
    Di Redazione (del 04/02/2014 @ 21:33:09, in Un'altra chiesa, linkato 1856 volte)
    Pensavo che certi fenomeni da baraccone fossero scomparsi, e che subentrasse al loro posto una fede più autentica, radicalmente evangelica. Ma mi sbagliavo.
    Quando sono venuto a conoscenza che anche nella nostra Diocesi di Milano ci sarà la Peregrinazione dell’urna di San Giovanni Bosco, mi sono cadute le braccia, e ancora una volta mi sono chiesto come sia possibile aggrapparci a queste idolatrie (o mummia latria). Sì, perché effettivamente di questo si tratta: di adorazione (o latria) di resti cadaverici a cui affidare le nostre attese e speranze. Di che?
    Che ci siano i santi o i beati o i venerabili o i servi di Dio (non ho ancora capito la differenza: è tutta questione di quantità taumaturgica?), che la Chiesa gerarchica ufficialmente proclama e propone come modelli da imitare davanti al mondo cattolico, lo posso anche capire, soprattutto in epoche in cui la Chiesa ha bisogno di auto-celebrarsi. In realtà è così: la Chiesa canonizza usando come criterio le virtù più consone al sistema. Che poi il popolo di Dio veda nei santi canonizzati più di quanto la Chiesa vorrebbe, questo è un altro discorso. E la Chiesa è così scaltra che sa mettere il cappello sopra quei profeti che, in vita, hanno contestato la religione. E ci riesce: basta poco, ovvero si presenta il profeta scomodo togliendogli le sue reali provocazioni, addolcendo il tutto.
    Non vorrei insistere su questo, perché il discorso ci porterebbe lontano dal nostro caso, ovvero da questa insana voglia di far risuscitare i santi, venerandone le spoglie o i resti di ciò che il tempo ha consumato. E smettiamola di pensare che il Padre Eterno riservi particolari favori al corpo di alcuni suoi devotissimi. Ciò che Dio non vuole fare, lo fa la pratica dell’imbalsamazione, usanza pagana tipica dei tempi dei faraoni.
    - Ma, si dice, è lo spirito del Santo che viene evocato!
    A che punto siamo arrivati? Evocare lo spirito del Santo? E quale spirito?
    Basta con queste forme di superstizione miracolistica per cui si crede che toccare l’urna o la sola presenza dell’urna possa compiere il miracolo. E quale miracolo? Risvegliare la fede? Ridare ai giovani l’entusiasmo di vivere?
    Siamo o non siamo in cattiva fede? Oppure devo credere nella buona fede di tanti allocchi?
    Ho l’impressione che, provate tutte le esperienze, anche le più strampalate, non sia rimasta altra soluzione che aggrapparci a qualche santo. Non è che questa sia la prova del nostro fallimento educativo?
    - Chissà, dopo averle tentate tutte, adesso affidiamo la patata bollente a qualche spiritello vagante che, disoccupato, vorrebbe trovare un po’ di lavoro!
    È forse così?
    Fosse anche così, sarebbe il minor male. Ma proporre oggi un’urna di ossa ricoperte da una maschera di cera o d’altro per risvegliare lo spirito nei giovani, questo è il colmo che rasenta il grottesco più irrazionale. Per fortuna, tempi fa era proibita la cremazione. Altrimenti, saremmo qui a venerare un pugno di ceneri. Santi moderni, se volete domani avere l’onore di peregrinare tra gli applausi della gente, non fatevi cremare! La Chiesa sarebbe fregata. Non avrebbe più nemmeno un osso da dare in pasto al popolo credulone.
    Lo so che qualcuno mi accuserà di essere dissacrante, di essere blasfemo.
    Io blasfemo? Ma chi bestemmia realmente il vero Dio? Certo, bestemmio il dio della religione, ma questo non è che un idolo. L’idolatria, nell’Antico Testamento, era un peccato punibile con la morte. Ed è successo paradossalmente che la Chiesa abbia mandato sul rogo come bestemmiatori i cultori del vero Dio.
    Tornando al tema, se crediamo di risvegliare nei giovani l’entusiasmo della fede o, meglio, il risveglio delle loro energie vitali, proponendo forme superstiziose che rasentano l’idolatria, ci sbagliamo di grosso. I giovani d’oggi hanno bisogno d’altro: casomai di essere aiutati a cercare il divino che è in loro, che non ha nulla a che fare con una religione che vive di apparenze, di aggregazioni strutturali, di apparizioni di santi o di madonne, di questo o di quello. I nostri ragazzi hanno perso la “sacralità” della vita e del contesto in cui vivono. Sacralità non sta per religiosità. Sono due cose diverse. La religione toglie la sacralità innata per imporre la sua visuale di dio, che è una sua creazione, mentre la sacralità fa parte del nostro essere, ed è il divino in noi.
    Mentre la religione vive di superstizione o di magia (nel senso peggiore del termine), la sacralità è ciò che noi siamo. Qui sta il punto. Qui sta il segreto. Più esteriorizzi la fede di un giovane, o i suoi ideali, o le sue energie vitali, più tradisci la sua sacralità, che è il divino del suo essere.
    E noi che facciamo? Mettiamo questi giovani, già alieni per tutta una serie di cause, al contatto con un’urna di ossa, e speriamo nel miracolo. Ma il miracolo è già dentro nei giovani. Basta farli rientrare nel loro essere.
    Quando una Chiesa è ancora ferma a queste forme blasfeme, non ci sarà via d’uscita. È inutile, perfettamente inutile che Papa Francesco faccia di tutto per rinnovare la Chiesa, quando poi non affonda il suo fendente nel cuore di una religione che vive ancora di un culto cadaverico.

    30/1/2014

    Don Giorgio de Capitani
     
    Di Fabrizio Vincenti (del 28/12/2015 @ 21:31:22, in NohaBlog, linkato 1174 volte)

    In occasione della sospensione dei corsi di Teologia per le vacanze natalizie, l’ISSR di Verona organizzò un semplicissimo spettacolo di marionette. Quella sera non sapevo se assistervi o tornare a casa. Fuori una nebbia tetra incuteva paura tanto da convincere chiunque a rintanare. Decisi di rimanere. Entrai nella Sala Conferenze e vidi proiettata sulla parete in fondo quest’immagine, quella che vedi qui a lato. Non capivo cos’era, chi fossero tutte quelle persone. Poi mi ricordai: quello lì era un presepe, il presepe di don Lorenzo Milani. Non sto a raccontarvi chi fosse questo sacerdote. Vi dico soltanto che, per alcuni screzi avuti con il vescovo, fu mandato a fare il parroco di Barbiana, una piccolissima frazione sperduta in montagna del comune di Vicchio, in Toscana. Questo è ciò che fece, un presepe che durava tutto l’anno: una scuola. Era la scuola per i meno fortunati, per chi un’istruzione non se la poteva permettere. Lo vedete quel bambino seduto davanti alla stufa, lì nel centro? Era un bambino con seri problemi. Don Lorenzo lo metteva a sedere lì affinché lui, il più indifeso di tutti, fosse d’insegnamento per gli altri. Diceva che bisognava imparare da quelli più sfortunati di noi. Questa era la sua scuola. Questo era il suo Natale. Il Creatore diede a tutti il dono della parola, ma alcuni prepotenti avevano depredato i deboli di questa facoltà. Egli non fece altro che ridare la parola agli ultimi che, per colpa degli arroganti, l’avevano perduta. Il motto di don Lorenzo Milani divenne famoso. Egli convinse tutti che la cosa migliore era “I care”, una verbo inglese che in italiano tradurremmo con “Mi interessa”, “Mi sta a cuore”. Diceva che era in contrapposizione al fascista “Me ne frego!”.

    Ora che siamo alla fine dell’anno, verremo sommersi da fiumi in piena di parole, discorsi preparati col fine di insufflare speranza, ostentare buoni propositi di cui dimenticarsene già il primo dell’anno. Tutti i presidenti terranno i loro soliloqui, altri si autocomplimenteranno per i risultati conseguiti. Alcuni si batteranno le mani da soli mentre altri si autocommisereranno. Non cercate di far parte di una di queste categorie. In questo caso siate felici di esserne esclusi. Il mio augurio per il nuovo anno è che vi possiate riprendere la parola poiché da troppo tempo ormai non parlate, non parliamo. Parlare non vuol dire criticare, essere disfattisti e piangersi addosso. Parlare non è essere icone del pessimismo, canti funebri di qualche prefica. La parola è diritto di riconoscersi uomini, individui attivi costituenti una comunità.

    Questa forma di agnosticismo morale, che rende quasi impossibile prendere una decisione, non sia la causa che ci spinga a vivere la nostra vita “alla giornata”, senza sogni e senza ideali. Tutti abbiamo il diritto ad una esistenza migliore, e questo diritto è radicato nel diritto stesso alla parola. Nessuno vi fa parlare perché molti hanno paura di ciò che possiate dire. Fanno parlare sempre lo stesso perché, solo così, non c’è il pericolo della vostra rivalsa. C’è il renzi di turno che parla per voi. Non importa se voi non lo abbiate votato. Riprendiamoci la facoltà di poter distinguere nettamente ciò che è giusto da ciò che non lo è poiché, questo svilupparsi di un radicale secolarismo, ci toglierà del tutto la possibilità di pronunciarsi, dicendo che su qualcosa potremmo anche non essere d’accordo. Questo definitivo crollo di un tessuto valoriale comune non ci tolga anche il buon senso di stare dalla parte dei meno fortunati, dalla parte di chi è stato privato di tutto, della casa, del lavoro, dei figli, del riposo, della dignità di uomo. Questa forma di autoreferenzialità narcisistica non sia la nostra tomba. Non imponiamoci il pregiudizio “Io non cambio: se vuoi mi accetti così come sono”. Questa è la formula dei cretini, di chi per non sentire le critiche altrui, si tappa le orecchie e canta il ritornello del bla bla bla. Ritroviamo il coraggio della parola per dire che le corporazioni, nate per difendere gli interessi di un gruppo, hanno soppiantato gli interessi di chi non fa parte di alcuna corporazione o, magari, è in una corporazione più debole rispetto a qualcun’altra. I medici o i notai non possono avere più spazio nella platea rispetto agli sfrattati o ai disabili. Il capitalismo selvaggio che disturba oramai anche il nostro sonno, non diventi l’unico scopo di vita, l’unica ambizione del riccone di turno che sciupa i diritti altrui per potersi ancora permettere il suo scellerato tenore di vita. Chi si ostina ad accusare una crisi del sacro e non vede che quella, cominci col guardare prima a ciò che sta affrontando lui: una crisi di senso o di fondamento stesso dell’essere umano. Quest’ultime, infatti, hanno effetti devastanti più del crollo della sensibilità spirituale. Lo stato di disagio esistenziale in cui viviamo oggi non è semplicemente la mancanza di morale o l’assenza di un’etica condivisa. Ciò che è in crisi è quello che da sempre ci ha contraddistinto nei periodi migliori della storia dell’umanità: il senso della carità. Non è semplicemente una questione di umanesimo, non siamo chiamati ad essere filantropi mandando un messaggino al 45… ,o a donare un pacco di pasta al banco alimentare a favore dei poveri. Il senso del nostro essere è riconoscere sempre e comunque in chi ci sta affianco il nostro prossimo, l’oggetto amorevole di tutta quanta la nostra attenzione. Questo è ciò che salva da una crisi economica ed esistenziale, l’amore incondizionato per l’altro. Se fosse questo l’ingranaggio a muovere la macchina della società per il nuovo anno, tu saresti a tua volta salvato proprio come il prossimo che tu aiuti poiché, a tua volta, verresti considerato prossimo anche tu. Non è la legge di stabilità che ci salverà dalla crisi o darà un senso alla nostra vita. Non ci salverà questo o quel governo, la no tax area, il bonus bebè, gli ottanta euro al mese o i cinquecento euro ai diciottenni per assistere ad uno spettacolo. Queste sono fandonie, fiabe raccontate prima di mandarci a dormire. L’unica cosa che salverà le nostre vite, oltre ad essere Dio (per chi crede), sarà il senso di carità per il prossimo che sapremo coltivare nel nostro cuore. Noha è il mio piccolo termometro per misurare la temperatura del mondo in cui viviamo. In fondo, in quel presepe di don Milani, potresti essere proprio tu quel bambino seduto lì al centro, davanti alla stufa.

    Fabrizio Vincenti

     

    Si festeggia la Pasquetta in sella a un carretto, nella piccola grande Noha, che per un giorno diventa Città dei Cavalli, con lo storico corteo di cavalcature, destrieri e cavalieri che invadono il grande prato verde accanto alla cappella della Madonna di Costantinopoli o, come si dice dalle parti della frazione di Galatina, Madonna delle “Cuddhrure”, le tradizionali forme di pane biscottato, preparato a Pasqua.

    Ci si sveglia presto, al ritmo del trotto, con i cavalli che già al mattino giungono nel cuore della festa, agghindati di tutto punto, con cavaliere in sella o trainando i caratteristici carretti decorati a mano.

    I cavalli sfilano, si mettono in mostra, per farsi notare dai giudici e guadagnarsi la gloria e una meritata balla di biada, mentre tutto intorno si fa festa, con i giochi di un tempo, il palo della cuccagna, il mercatino, la fiera e le giostre, e l’immancabile banda musicale di Noha, che suona la sigla di apertura e chiusura della fiera del lunedì di Pasqua.

    [fonte quiSalento, aprile 2019] 

     
    Di Antonio Mellone (del 27/10/2014 @ 21:31:08, in Ex edificio scolastico, linkato 2023 volte)

    L’assessore Coccioli è fatto così: bisogna capirlo. Se non scrivi, non solleciti, non chiedi, non “inoltri istanze” più e più volte sembra sia incapace di intendere (cioè fa lo gnorri) e soprattutto di volere. Pare che l’assessore, per indole e formazione, non ce la faccia proprio a degnarsi di formulare ed esprimere pubblicamente un pensiero uno di fronte alla richiesta di un cittadino qualsiasi.

    Non ti dico se codesto cittadino per infausto caso dovesse essere di Noha, se la domanda dovesse riguardare un interesse pubblico (non privato), e se la petizione non dovesse essere almeno preventivamente transitata dall’anticamera dell’“ufficio protocollo” del Comune: in questi tre casi concomitanti sembra addirittura che l’assessore fuggente (come l’attimo) si dilegui nel nulla.

    *

    Il tema purtroppo è sempre quello dell’allaccio alla rete elettrica per il tramite di una cabina in muratura in modo da far funzionare (come sciaguratamente non è finora mai avvenuto) tutti gli impianti acquistati ed installati nella vecchia scuola elementare di Noha, quella di piazza Ciro Menotti, ristrutturata (quasi) per intero grazie ad una spesa pubblica di 1.300.000 euro.  

    Sul tema abbiamo finora prodotto e pubblicato su questo sito (cfr. rubrica “ex-edificio scolastico”) circa 19 articoli e 5 video, oltre ad un incommensurabile numero di vignette. Ma temo che di questo passo, per smuovere le terga assessorili (e invero anche quelle degli altri cosiddetti nostri rappresentanti) saremmo costretti a continuare ancora imperterriti su questa falsariga, magari con cadenza settimanale o al più decadale. Vediamo un po’ se con tale metodo anche noi saremo in grado di esclamare, come Galileo Galilei al cospetto dell’Inquisizione, “eppur si muove”.

    *

    E’ che l’assessore Coccioli, non più tardi del 27 marzo 2014 pubblicava su questo sito un comunicato nel quale prometteva la realizzazione di questa famosa cabina elettrica “tra giugno e settembre 2014 [sic!]”. Ora, essendo spirati i termini da egli stesso esternati senza che alcuno abbia visto all’interno o nelle immediate adiacenze di quella scuola un indizio o una traccia di codesta cabina (a meno che questa non sia stata interrata senza che noi altri ce ne accorgessimo), siamo qui a chiedergliene ragione, ed eventualmente una nuova data a partire dalla quale, per dire, in estate in quell’edificio non si sarà più sottoposti agli effetti involontari di una sauna fuori luogo, mentre in inverno non si sarà più costretti, grandi e piccoli, ad accedervi come in un igloo, pragmaticamente imbacuccati con sciarpe e pellicce alla stessa stregua di uno Yeti.

    *

    Vorremmo, già che ci siamo, chiedere anche al consigliere Carlo Gervasi, che aveva pure, come dire, sbandierato un certo interesse al problema con tanto di interrogazione al parlamento galatinese se si ricorda qualcosa in merito alle risposte a suo tempo ricevute dagli interrogati; e soprattutto se ha tuttora “a cuore” la questione di Noha, e – giacché c’è - eventualmente intenzione di intervenire ancora una volta sul tema; o se invece a questo punto non abbia già deciso di gettare la spugna, contribuendo così anche lui a mandare definitivamente in malora quel milionetrecentomila euro di soldi (anche suoi).

    *

    Per quanto riguarda i consiglieri della cosiddetta opposizione nohana, meglio stendere un velo pietoso.

    Tu, anche con i tuoi articoli, cerchi in qualche modo, come nella pallavolo di fungere da alzatore, smistando la palla a questi signori che potrebbero con poco sforzo alzarsi dalla poltrona, sollevarsi e schiacciare nel campo avversario, e magari in tal modo guadagnare pure qualche punto. E questi come reagiscono? Con il vucchipertismo, la paresi, il vuoto pneumatico: non vedono, non sentono e non parlano. Evidentemente il verbo “schiacciare” riescono a coniugarlo solo in concomitanza del lemma “pisolino”.     

    Salvo poi, in consiglio comunale, dar vita ad una vera e propria sceneggiata napoletana, anzi nohana, sul nulla. Tutti abbiam visto su galatina2000.it il video di quel sonoro siparietto palazzorsiniano, un vero e proprio teatro macchiettistico con tanto di vaiasse sciantose, sbraitanti e rissaiole. Un roba che lascia interdetti, senza parole, indecisi se ridere o piangere.

    *

    Non v’è altro da aggiungere se non che troppa gente si lascia abbindolare ancora oggi dai diversivi retorici di questa banda larga fatta di Marise Laurito, di Mari Merola, di Nini D’Angelo (per non dire Pulcinelli), che magari in altri contesti s’atteggiano a suorine dalle buone maniere e perbenisti della domenica.

    Sappiate invece, cari lettori, che bolge sguaiate come queste fatte di bugie e ipocrisie sono imprese che possono riuscire solo a certi figuranti, attori o marionette, e signori (anzi s’ignori) senza tanti scrupoli, che magari s’incazzano e si placano a comando. Sono quegli stessi personaggi in cerca d’elettore che poi votano tutti insieme appassionatamente le più grandi mega-porcate della storia locale.

    E sono quegli stessi che, probabilmente, dopo aver percorso a braccetto la processione alle spalle del santo di turno, vanno pure a farsi due spaghi insieme.

    Funzionano così le “larghe intese”, il “governo della non sfiducia” e il “concorso esterno”.     

    Antonio Mellone

     

    La storia non fa salti. Con il vescovo Orazio Fortunato varchiamo la soglia del 1700, e iniziamo, grazie anche ai registri redatti e conservati con più rigore, ad avere notizie più dettagliate circa la chiesa particolare di Nardò e quindi anche di Noha. Una curiosità: come si evince dalle immagini, tutti (o quasi tutti) i Vescovi del tempo erano muniti di baffi, barba, ovvero, come nel caso del Vescovo Fortunato, di pizzetto.

    La redazione  

    ORAZIO FORTUNATO (1635 – 1707)

     

    Vescovo di Nardò dal 10 gennaio 1678 al 23 luglio 1707

    Dal 1678 al 1707 i Pontefici furono:

                            Innocenzo XI (1611-1689)                           Papa dal 1676 al 1689

                            Alessandro VIII (1610-1691)                       Papa dal 1689 al 1691

                            Innocenzo XII (1615-1700)                         Papa dal 1691 al 1700

                            Clemente XI (1649-1721)                           Papa dal 1700 al 1721

     

                Arciprete di Noha:

                Don Ant. Donato Palamà (1625-1689),         parroco dal 1650 al 1689

                Don Nicolantonio Soli (1662-1727),               parroco dal 1689 al 1727

     

                Orazio Fortunato nacque in Sant’Arcangelo di Lucania il 18 gennaio 1634.

                Il 6 dicembre 1666 Alessandro VII (il nostro Fabio Chigi) lo nominò protonotario apostolico. Il 6 ottobre 1670, a 36 anni,  fu eletto Vescovo di San Severo (Fg) da Clemente X, papa dal 1670 al 1676. Dopo circa otto anni, il 10 gennaio 1678 fu trasferito alla diocesi di Nardò da Innocenzo XI.

                Era una persona dotta, padre dei poveri, amante della giustizia, e oratore sacro di grande fama.

                Lo stesso anno in cui venne a Nardò, diede inizio alla visita pastorale della diocesi, della quale ci ha tramandato un’ampia relazione. Nel 1680, terminata la visita pastorale, nei giorni 9, 10 e 11 giugno, celebrò il primo sinodo diocesano, le cui costituzioni sono pervenute integre sino a noi.

                Il 7 luglio 1688 morì il Sac. Domizio Zuccaro, che lasciò a disposizione del Vescovo la somma di 619 ducati e grana 28. Orazio Fortunato, grato alla Provvidenza per quella offerta, la assegnò a favore del seminario e precisamente per aumentare il numero degli insegnanti e aprire nuove scuole a vantaggio dei giovani che accorrevano da più parti, desiderosi di una guida sicura nell’istruzione, nella pietà e nella formazione sociale e religiosa. Mentre attendeva ad opere di bene e di apostolato in diocesi  Innocenzo XII, che ne conosceva bene le capacità, la rettitudine e le rare virtù, lo chiamò a Roma per un incarico di curia. Egli però, dopo aver assolto tale incarico per qualche anno con somma saggezza ed incorrotta fama, vi rinunziò. Grande fu il dispiacere della curia romana, ed il Pontefice acconsentì a malincuore che facesse ritorno tra i suoi fedeli di Nardò.

                Il 26 dicembre 1690 celebrò il secondo sinodo diocesano, nel quale integrò quanto aveva stabilito nel primo. Le costituzioni sono tuttora conservate in archivio.

                Diede grande incremento al seminario diocesano: ne accrebbe le rendite, ne ampliò la costruzione, aggiungendo nuovi locali, lo rese più bello e più accogliente e, sopratutto ne affidò l’insegnamento a dotti e valenti insegnanti. Sotto la loro guida si formarono buoni e saggi sacerdoti, alcuni dei quali raggiunsero la dignità episcopale. Il seminario acquistò vasta fama, tanto che vennero a studiarvi non pochi giovani provenienti da altre diocesi e perfino da altre regioni. Egli stesso negli atti del secondo sinodo diocesano del 1690 aveva lasciò scritto: il seminario, che a lungo fu desiderato in questa diocesi, ebbe un’esigua origine dall’ Ill.mo vescovo Brancaccio, nostro predecessore, da noi poi, o piuttosto da Dio, ricevette splendore negli edifici, qualche incremento nelle rendite, ma non tale da non avere ancora troppa indigenza, che anzi, di giorno in giorno (cosa che noi sopportiamo mal volentieri) per la durezza e contumacia dei convittori nel corrispondere la retta, verte in maggiore bisogno.

                Per dare stabilità all’economia del seminario proibì al rettore di ricevere convittori che non avessero versato anticipatamente un semestre della retta, che stabilì in 36 ducati l’anno per i diocesani e 40 per gli extra-diocesani.

                Nel 1696 celebrò il terzo sinodo diocesano, le cui costituzioni si conservano in archivio.

                Dal 1682 al 1706 compì, per la seconda volta, la visita della diocesi, della quale ci ha tramandato un’ampia relazione. Nell’archivio di Nardò si conservano gli atti dei sinodi diocesani del 1680, 1690 e 1696 e gli atti delle visite pastorali del 1678 e del 1706.

                Ebbe come collaboratore il vicario generale don Carlo Cioccolo di Sant’Arcangelo della  Lucania, dottore in diritto e protonotario apostolico.

                Il Fortunato si spense santamente a Nardò il 23 luglio 1707, all’età di 73 anni, sei mesi e sei giorni, dopo oltre 36 anni di episcopato, di cui circa 29 in Nardò.

     

    Relazione con la chiesa di Noha

     

                Nei i primi dieci anni di servizio pastorale di Orazio Fortunato, l’arciprete di Noha era ancora don Antonio Donato Palamà che sicuramente accolse il Presule per la visita pastorale del 1678 e partecipò al Sinodo diocesano del 1680.

                Inizia in questo tempo il lungo periodo dell’arcipretura di don Nicolantonio Soli, dal 1689  al 1727. Fu il Vescovo Orazio Fortunato ad affidargli l’incarico per la chiesa di Noha. Don Nicolantonio Soli fu il primo parroco che compilò i registri parrocchiali secondo le indicazioni del Concilio di Trento, e lui stesso sulla prima pagina del registro dei morti scrisse:

     

    J.M.J.

    Libro nel quale si scrivono li Morti secondo il Rituale Romano, fatto da me Don Nicol'Antonio Suli di Sugliano, Arciprete di Nohe, fatto àdì p.mo Xbre 1689 nell'istesso giorno che mi fu dato il possesso in detta Chiesa di Nohe sotto il titolo di  S. Michele Arcangelo da Don Alfonzo Vernichio, Mastro d'Atti nella Curia del Vescovado di Nardò con ordine del Rev.mo Abbate D. Carlo Cioccolo, degnissimo Vicario Generale di Nardò sotto la prelatura dell'Ill.mo e Rev.mo D. Orazio Fortunato, Vescovo degnissimo della Città di Nardò.

    Laus Deo, Beate Marie Virgini

    et Divo Michaeli Archangelo.

     

                Don Nicol’Antonio fu Arciprete per 38 anni, dal primo dicembre 1689 all’11 dicembre 1727, data della sua morte. Siccome sappiamo per certo che questo arciprete è morto all’età di “anni 65 in circa”, possiamo dire che era nato a Noha verso il 1621 da genitori di Sogliano ma residenti a Noha. Per questo motivo lui si considera di Sogliano.

                Non è sbagliato pensare che si sia formato nel Seminario di Nardò. All'età di 27-28 anni, forse già Sacerdote da un paio d’anni, divenne Arciprete di Noha. E' il primo parroco che con diligenza cura i registri parrocchiali resi obbligatori dal Concilio di Trento (1534-1563). I Registri da lui compilati sono redatti con scrittura lineare e chiara e sono per noi fonte di preziose notizie.

                Ai tempi di Don Nicola Antonio Soli la chiesa era di dimensioni molto più piccole dell'attuale: era quella che don Stefano Sergio aveva rifatto dalle fondamenta. Era larga metri 6,25 e lunga metri 12,50 dalla Porta Maggiore al Presbiterio. Don Nicola Antonio la arricchì di un nuovo Coro nel 1706: lungo m.5,25 e largo m.3,75. Nel 1705 sostituì la lapide che era sopra la porta che conduceva alle tombe con un’altra in latino che traduciamo così:

     

    “Qui giacciono ossa aride;

    udranno la Parola di Dio. A.D. 1705”.

     

              Nel 1723 fece costruire il nuovo Altare Maggiore a spese proprie e con le offerte della gente. Fu questo arciprete che fece fare l’altare e la relativa pala della Madonna di Costantinopoli (1717) come quella di S. Vito (1721) e anche quella delle Anime Sante del Purgatorio (1725) oggi non più esistente. E penso che anche l’organo a canne che si trovava sopra il presbiterio (rimosso nel 1969-70) fosse di questo periodo. Le foto di quell’organo che ancora si possono trovare, mettono ben in evidenza lo stemma dell’antico Comune di Noha, posto in alto sulla parte centrale dell’organo.

                Certamente partecipò al Sinodo diocesano del 1696 e accolse il Vescovo nella visita pastorale del 17 maggio 1694 e quella del 1706.

                In questo periodo si annoverano diversi sacerdoti nativi di Noha. Oltre al parroco ci sono don Giovanni Turre (1682-1726) e don Nicolò Paglialonga (1685-1737) entrambi viceparroci. C’è inoltre don Francesco Donno (1680-1764), che fu poi arciprete di Tuglie; e c’è anche un seminarista nel seminario di Nardò, Andrea Soli (1695-1754) nipote del parroco, che diventerà poi arciprete di Tuglie e successivamente di Noha succedendo allo zio don Nicolantonio.

                Se volessimo confrontare il clero e l’arciprete di questo periodo con quelli che abbiamo trovato verso la metà del 1500 possiamo dire che la parrocchia di Noha in questi anni riprende vigore e prosperità.

     

    [continua]

    P. Francesco D’Acquarica 

     

    Alcune immagini a corredo di questi scritti sono estrapolate dal bel volume di Mario Mennonna, “Nardò e Gallipoli – Storia delle diocesi in oltre seicento anni (1387 – 2013), Congedo Editore, Galatina, 2014

     

    L’Amministrazione Comunale ha programmato per l’estate 2018 la rassegna estiva denominata “A cuore Scalzo” che prevede una serie di eventi e di manifestazioni da svolgersi in luogo pubblico o aperto al pubblico. Per questo motivo, tenuto conto della necessità di tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini, l’Assessore alle Attività Produttive e alla Polizia Municipale tiene a ricordare le disposizioni previste dall’Ordinanza Commissariale n. 49 del 22.06.2017 in particolare:

    “L’ordinanza in questione prescrive il divieto di vendita e somministrazione, nonché il consumo di bevande, alcoliche e non, in contenitori di vetro e latta o comunque idonei all’offesa, su tutto il territorio comunale comprese le frazioni, in occasione di manifestazioni in luoghi pubblici o aperti al pubblico (a titolo esemplificativo feste patronali, concerti, fiere, luna park e altri tipi di intrattenimenti pubblici) e, nello specifico, fino ad un raggio di distanza di mt. 500 dal luogo di svolgimento dell’evento. Pertanto si raccomanda agli esercenti nonché agli avventori e fruitori degli eventi di attenersi scrupolosamente a quanto prescritto al fine di collaborare fattivamente con l’Amministrazione Comunale alla riuscita degli eventi e delle manifestazioni in sicurezza e tranquillità.”

    Allo stesso modo il Comandante della Polizia Municipale ricorda come “l’inottemperanza alle prescrizioni contenute nell’ordinanza, oltre ad una sanzione amministrativa di € 50,00, può comportare anche un risvolto penale qualora siano compromessi l’ordine pubblico, la sicurezza pubblica e la pubblica incolumità. Inoltre, come da recente giurisprudenza in merito alla somministrazione di alcolici a minori, l’esercente nonché il barman devono prestare la massima attenzione nella somministrazione e, pertanto, laddove necessario fugare ogni dubbio sull’età, gli stessi possono accertarsi previa richiesta di un documento di identità. L’invito è alla massima collaborazione perché gli Operatori della Polizia Municipale saranno molto attenti e scrupolosi nel far rispettare l’ordinanza e le altre norme in materia”.
    Infine l’Assessore ricorda che “l’ordinanza al di là delle manifestazioni prevede il divieto di vendita e somministrazione, nonché il consumo di bevande, alcoliche e non, in contenitori di vetro e latta o comunque idonei all’offesa, su tutto il territorio comunale comprese le frazioni, vietando la stessa vendita, somministrazione e consumo dalle ore 20.00 alle ore 06.00 del giorno successivo nel periodo dal 01 aprile al 30 settembre.
    Collaborare insieme nel rispetto delle regole è il primo passo per trascorrere un’estate divertente, gioiosa e tranquilla”.

    L’ASSESSORE ALLA POLIZIA MUNICIPALE

    F.to Sig.Nicola MAURO

    IL COMANDANTE DEL CORPO DI P.M.

    F.to Com. Sup. Domenico Angelelli

     
    Di Albino Campa (del 30/11/2006 @ 21:20:33, in Eventi, linkato 3696 volte)
    "Grande successo di pubblico per il convegno del 27 ottobre 2006 organizzato dalla CGIL di Galatina per commemorare dei veri e propri eroi della lotta per i diritti dei lavoratori "Carlo Mauro, Biagio Chirenti e Luisa Palumbo".
    Dal palco dei relatori, moderati da Ninì De Prezzo, si sono alternati il Sindaco di Galatina, Sandra Antonica, che ha introdotto il simposio; Carlo Macrì che ha svolto il tema sulla nascita della CGIL nel Salento; Antonio Mellone che ha discettato della pasionaria di Noha: Luisa Palumbo, meglio nota come La Isa; Angela Chirenti che ha raccontato la storia di suo padre Biagio Chirenti, contadino, sindacalista e sindaco; ed infine Giuseppe Taurino, in sostituzione di Lucio Romano, che ha trattato della romantica attualità di Carlo Mauro.
    Di seguito riportiamo il discorso commemorativo di Antonio Mellone sulla passione e la lotta della nostra concittadina Luisa Palumbo...".

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    Luisa Palumbo (La Isa): passione e lotta

    Questa sera ho l’onore di parlare di un nome, celebrandolo (alla fine di ognuno di noi non resterà che il nome): quello caro di Luisa Palumbo (1920 - 2003), meglio nota come la Isa, e ancor più nota quale pasionaria di Noha.
    Come vedremo la Isa, comunista convinta, è stata una sindacalista battagliera, protagonista delle lotte per la rivendicazione dei diritti degli ultimi. Ma prima di tutto questo, la Isa era una Donna!
    Ne parlerò sul filo della memoria, delle testimonianze e soprattutto del cuore.
    Scopriremo come sia vero il fatto che certe figure inquadrate in ambienti “provinciali”, come Noha, meritano di essere fermate finalmente sotto il flash della Storia, la quale, benché “locale” o “micro” (come dice Antonio Antonaci), dovrebbe essere comunque scritta con la maiuscola. Per capirci meglio, diciamo che la Storia locale è Storia tout court: non c’è più Storia di prima scelta e Storia di seconda scelta. Di fatto la storia generale non può fare a meno della micro-storia, quella delle piccole località e della gente non blasonata spesso testimone o protagonista “muta” della Storia: così come è vero che ogni mosaico è, del resto, fatto da mille piccole tessere, tutte importanti.
    Questa sera, dunque, parlerò di una di queste tessere musive.
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    Conobbi la Isa in circostanze particolari.
    Eravamo nel 1983. La mia famiglia come numerose altre famiglie di Noha (e di Galatina) trovava sostentamento nell’agricoltura.
    Nell’ambito di questo settore la coltivazione che assorbiva i pensieri e le energie e le ore del giorno e della notte di tutti i membri della mia famiglia, incluso il sottoscritto, era il tabacco…
    Ora vi devo confessare che non solo non ho mai amato, ma neanche provato la pur minima simpatia questa coltura (e, a dirla tutta, nemmeno per le altre: verdura, vigneto ed uliveto, le principali, non collimavamo punto né con le mie aspirazioni, né con i miei hobby: l’idea dell’agricoltura quale sbocco occupazionale non mi sfiorava il pensiero: nemmeno come ripiego). Diciamo che la campagna mi sarebbe piaciuto intenderla al più come villeggiatura. Le mie braccia preferivano il carico di dieci libri pesanti, ma non uno di una “filza” di tabacco.
    I miei genitori ovviamente non mi avrebbero permesso di trascorrere l’estate nel “dolce far nulla”: era un lusso che solo alcuni dei miei amici, più fortunati di me, potevano permettersi. L’ozio non era contemplato né negli schemi mentali né nel vocabolario dei miei familiari, e, a dire il vero, neanche nei miei.
    Bisognava dunque trovare un’alternativa all’aborrito tabacco.
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    Il bisogno aguzza l’ingegno anche dei ragazzini. Il mio mi portò in quell’amena località di mare al nord di Gallipoli che risponde al nome di “Lido Conchiglie”, dove venni assunto per tutta l’estate (e così per le successive quattro bellissime “stagioni”), in qualità di cameriere, alle dipendenze del grazioso hotel-pensione denominato appunto “Le Conchiglie”, un complesso turistico allora di proprietà proprio della signora Luisa Palumbo, nonna di Tony Serafini, un mio compagno di classe delle medie, qui presente, che di fatto era stato il mio “gancio”. Anche egli, colà, non era, oltre tutto, in vacanza, ma cameriere, al pari di me (non c’erano forme di nepotismo per la Isa!)…
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    La proprietaria era, dunque, una anziana signora corpulenta, anziché no; ma attivissima, soprattutto in cucina, e combattiva, come vidi, financo al mercato del pesce di Gallipoli, dove conosciuta da tutti, veniva rispettata anche dal più incallito e smaliziato pescivendolo all’ingrosso.
    La cosa che colpiva subito della Isa, a Lido Conchiglie dove visse gli ultimi vent’anni e più della sua vita, era un nugolo di cani e gatti che per la strada la seguivano o la precedevano: insomma l’accompagnavano ovunque movesse il suo passo lento e grave. Erano povere bestie randagie, abbandonate da gente violenta e senza scrupoli, delle quali la Isa si prendeva amorevole cura.
    Questa donna dalla folta canizie, all’inizio mi sembrò burbera: compresi invece, in seguito alle nostre conversazioni (e ce ne furono molte) che la Isa aveva temprato il suo carattere coraggioso e agguerrito, ma in fondo altruista, alla scuola dura delle battaglie e delle mobilitazioni, degli scioperi e delle persecuzioni degli anni cinquanta che avevano finalmente interessato la provincia di Lecce; lotte senza le quali inesorabilmente si sarebbe rimasti ai tempi del feudalesimo dei servi della gleba.
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    Mi rammarico di non aver approfondito e di non aver raccolto altre informazioni di prima mano da quella protagonista della Storia, animosa ed intrepida: quella donna che ha sfidato la storia del “ciclo dei vinti” (di verghiana memoria), contribuendo a cambiarla, questa storia!
    Ma credo di esserne scusato: non ero che un imberbe sedicenne.
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    La Isa fu un’attivista politica soprattutto negli anni cruciali delle lotte per i diritti delle tabacchine e successivamente negli anni delle contestazioni sessantottine, dove a Lecce, a Roma e altrove, era sempre in prima fila (lei allora casalinga) a fianco degli operai e degli studenti universitari, negli scioperi, nelle manifestazioni e nelle lotte che cambiarono il mondo, sulle note di “Avanti popolo”, “Bella ciao”, “L’Internazionale”…
    Canti di Resistenza!
    E sventolio di bandiere rosse con falce e martello, simboli del lavoro dei campi e delle fabbriche: vessilli che garrivano con fierezza ad ogni vento, specie se contrario.
    Una volta le chiesi spiegazioni circa una sua cicatrice sulla fronte. Mi disse che si trattava del ricordo di un tumulto avvenuto nella capitale, allorché racimolò una manganellata sulla fronte, il cui segno (una ventina di punti di sutura!) rimase quale marchio indelebile della sua indole, che pare volesse dire agli interlocutori: “mi spezzo, ma non mi piego”.
    La sua passione era quella di “contagiare” con le sue idee rivoluzionarie, lavoratrici e lavoratori, di quella voglia di libertà e di diritti necessari alla costruzione di una moderna democrazia. Soleva ripetere in codesta funzione, quasi didattica, nei confronti dei suoi concittadini: “…Accorgiamoci dell’ingiustizia! Se ci mettiamo insieme, se ci difendiamo, allora i padroni borghesi non possono far nulla. I diritti si ottengono con la lotta. Se non difendi il tuo pane, nessuno ti tutela…”.
    Ed ancora: “Cercavamo di parlare alle tabacchine, in riunioni di caseggiato, nelle fabbriche, nelle borgate, nei locali più svariati per renderle edotte della loro condizione e dei loro tabù. Non era facile. C’era tanto da lavorare. Ce ne voleva per far comprendere questi principi.” (Queste appena proferite sono parole estrapolate dallo stupendo documentario di Luigi del Prete (anch’egli qui presente) intitolato “Le tabacchine. Salento 1944 – 1954”, edizioni Easy Manana; parole non molto dissimili da quelle che mi comunicava di persona).
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    La Isa ha vissuto nell’ambiente rurale, come era quello di Noha, che non dava spazio a nessuno: figuriamoci ad una donna.
    Mentre le altre compagne della stessa classe d’età della Isa negli anni ‘50 conducevano la loro vita di “schiavette” in seno alla famiglia o in mezzo ai campi (o le più “fortunate” in fabbrica) senza il diritto di parola o addirittura di pensiero, la Isa studiava, leggeva libri e riviste, e giornalmente “l’Unità”, quotidiano comunista (che cercava anche di distribuire e vendere specialmente nelle manifestazioni, anche come forma di autofinanziamento).
    Le generazioni di oggi non possono avere nemmeno una pallida idea di cosa questo potesse allora significare: era questa una vera e propria rivoluzione, uno stravolgimento inaudito di uno status quo. Una donna poi!
    Il lungo commercio con le lettere, la sua dote naturale di comunicativa, ma soprattutto le convinzione che era necessario agire, spingeranno la Isa a diventare un’agguerrita sindacalista, ovviamente della CGIL, o meglio una “capopopolo”, sempre presente nelle piazze e sui palchi dei comizi (anche improvvisati), nei quali sempre prendeva la parola: che scandiva con risolutezza e con un italiano impeccabile.
    Si elevava in alto questa voce di Donna; e incantava, caricava gli animi scoraggiati dei “vinti”, quelli che ai propri figli potevano donare soltanto fame e freddo.
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    La Isa diviene quasi un mito per i contadini di Noha e le altre operaie e tabacchine: la persona alla quale rivolgersi per ogni istanza, per la tutela e la rivendicazione dei diritti dei propri diritti di lavoratori: l’altra faccia dei diritti umani.
    La Isa non spingeva alla ribellione soltanto per la povertà, la paga misera, il riconoscimento degli assegni di maternità, la fame, lo sfruttamento, la corruzione, ma soprattutto per il peso insopportabile della dignità calpestata e l’oltraggio del ricco: concessionario del tabacco o proprietario terriero che fosse.
    La Isa non era affetta mai da timori reverenziali, nemmeno nei confronti del prefetto di Lecce, il tremendo Grimaldi, che voleva sminuire il valore della sua rappresentanza. La Isa fu una delle organizzatrici, insieme a tanti altri compagni, di uno sciopero straordinario (era il 24 settembre 1944). All’indomani di quella memorabile notte preparatoria la ribelle si presentò dal Prefetto, perché era di commissione, dicendogli: “Venga Eccellenza! Le faccio vedere le tabacchine che rappresento!”
    Affacciatosi alla finestra il Prefetto non credeva ai propri occhi: circa 40.000 tra contadini e tabacchine gremivano le piazze e le strade dell’aureo barocco di Lecce.
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    I contadini e le tabacchine si spaccavano le braccia, le ossa, la schiena: la terra arida dava magre ricompense. La campagna povera del sud dell’Italia doveva diventare una civiltà alla scuola della fame e della dignità.
    Bisognava far capire che il lavoro era una condizione collettiva, tanto più dignitosa quanto più il capitale ed il lavoro (i due fattori classici della produzione) erano remunerati con equilibrio e bilanciamento.
    Ma non era facile: chi per paura di perdere anche quel poco che aveva, chi per pigrizia, chi per ignoranza, chi per quieto vivere, pur accettando in linea di principio quelle istanze, difficilmente si esponeva in prima persona rivendicando ciò che gli spettava.
    Proprio per questo, per il contesto da vera e propria cappa feudale, il merito della Isa va raddoppiato. Anzi decuplicato.
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    La lotta e la passione della Isa dovrebbero camminare oggi sulle nostre gambe. Altrimenti sarebbe inutile questa sera starne qui a parlare. Ecco: la democrazia è una conquista giornaliera. Mai definitiva!
    La fissità arcaica di rapporti sociali fondati sull’abuso della vita non è poi così lontana dai nostri tempi. Chi ha sfogliato L’Espresso di qualche settimana fa, allorché si parlava dei nuovi schiavi, avrà avuto modo di capire che proprio nella nostra Puglia, nei nostri campi c’è una realtà feroce, che non ama i riflettori, ma che non deve faticare tanto per nascondersi...
    Il caporalato non è un cimelio antico, rispolverato in occasione di una coraggiosa inchiesta giornalistica: è invece una miscela nauseabonda di lavoro nero e criminalità, anche mafiosa. E non c’è differenza se il lavoratore è pugliese o extracomunitario o se è un contadino di colore schiavizzato nella raccolta dei pomodori del foggiano, o una badante dell’est europeo sottopagata e senza orari di lavoro.
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    Oggi si assiste tra l’altro a fenomeni strani che colpiscono molti lavoratori dipendenti, “invitati” a lavorare così tanto da stravolgere il senso stesso della natura del lavoro, che è mezzo e non fine della vita.
    Approfondendo la ricerca si scopre che la giornata lavorativa di 10 o 12 ore sta diventando (oggi, 2006!) per molti un’eccezione sempre più rara: “capireparto” di ipermercati impegnati per circa 72 ore settimanali, senza contare le eventuali domeniche; brillanti laureati cooptati da multinazionali di consulenza aziendale, che dopo i massacranti turni settimanali, sono costretti a portarsi il lavoro a casa (per “terminare la relazione nel week-end”). E, sia chiaro, spesso non si hanno alternative.
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    Per carità: io sono il primo a rimproverare il giovane, magari trentenne, mammone e pigro, che oggi si aspetta la manna dal cielo, il posto di lavoro scodellato bello e pronto e a tempo indeterminato, solo perché “ha studiato”.
    Penso che gli anni di gavetta siano necessari, per tutti. Aggiungo perfino (e lo dico con coraggio in questa assise di sindacalisti!) che una quota di “sfruttamento”, allo scopo di imparare un mestiere, debba essere messa in conto… Ma una cosa è dire questo, un’altra è pensare di mantenere la “competitività aziendale” attraverso codeste inqualificabili politiche gestionali. Politiche che ovviamente non vengono mai chiaramente esplicitate: nessuno ti chiede palesemente di passare la vita dentro l’azienda; nessuno ti obbliga a rimanere fino a sera; devi solo saperti organizzare e raggiungere gli obiettivi prefissati…
    Ma in questo modo tu sei solo contro il mondo intero!
    La corsa frenetica verso il profitto spinge l’uomo a calpestare la dignità di un suo simile, che poi è un suo “collega”. Il lavoro è un diritto di cittadinanza, non una merce grezza di scambio!
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    Chiudendo la parentesi e ritornando al nostro tema diciamo che la Palumbo (per dirla con il nostro presidente Nichi Vendola) era “rea di porto abusivo di sogno”.
    Anzi aggiungiamo dicendo che tendenzialmente era colpevole e recidiva. Viveva in una realtà da incubo ma nutriva il sogno in cui le persone sono finalmente più importanti delle merci e dei soldi.
    Se non ci fossero stati i capipopolo come la Isa oggi saremmo ancora alla condizione dei dipendenti dell’800, quelli della prima rivoluzione industriale. La lotta non serve ad un solo bracciante o ad un operaio; quell’unione serviva (e serve) al benessere di tutti.
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    La Isa ora riposa in pace nella cappella di famiglia nel cimitero di Noha. Intorno alla sua tomba in primavera ho visto crescere spontanei gruppi di papaveri rossi. E ci stanno bene.
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    Non so che rapporto con Dio o con la trascendenza possa la Isa aver avuto.
    Mi pare che fosse atea, o scettica, o agnostica, o comunque una cristiana non praticante; ma di lei ammiravo la fede profonda nella continuità della vita, il senso assoluto del dovere, quello che ha spinto molti non credenti, anche altrove nel mondo, alla tortura pur di non tradire gli amici, o altri ancora a farsi appestare per guarire gli appestati: è questo il “lasciare il messaggio nella bottiglia”, perché in qualche modo quello in cui si credeva, o che sembrava bello, possa essere creduto o appaia bello a coloro che verranno.
    La Isa, forse, potrà pur non aver avuto esperienza di trascendenza, ovvero l’abbia perduta, ma credo che si sarà sentita confortata dall’amore per gli altri e dal tentativo di garantire a qualcun altro una vita vivibile anche dopo la sua scomparsa. Sono questi gli spiriti grandi quelli che aiutano l’umanità a crescere e diventare più giusta e civile.
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    Così concludeva la Isa (e concludo anch’io) la sua intervista a Luigi del Prete, ripresa per il citato documentario sulle tabacchine: “Finchè ci sarà il ricco che può comprare ed il povero che si fa comprare non ci sarà giustizia. E quei pochi che vogliono uscire da questa oppressione ci rimettono la pellaccia!...”.
    E ancora: “Oggi la donna del Salento e degli altri paesi, l’emancipazione l’intende nelle calze di nailon, nel cappotto di pelliccia, nella macchina… Ma la vera emancipazione non è questa. In questi termini l’emancipazione… non c’è! Ma la vera emancipazione è chiedersi: chi sono io, che cosa posso dare alla vita, che cosa posso ricevere dalla vita…”.
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    Ecco: la Isa potrebbe pur aver avuto tutti i difetti di questo mondo, ma basterebbero queste ultime sue parole per erigerLe un monumento alto fino al cielo!


    ANTONIO MELLONE
     
    Di Redazione (del 22/10/2017 @ 21:18:36, in Comunicato Stampa, linkato 1400 volte)

    Essere stato eletto all’unanimità segretario del Circolo PD di GALATINA rappresenta per me un grande onore e una sfida.

    Ringrazio tutti i compagni e gli amici per la fiducia e la stima accordatami sperando di non deludere le aspettative. Il Circolo PD di GALATINA ha scelto la via dell’unitàLe divisioni interne non ci hanno indebolito.

    La risposta del Circolo di GALATINA è quella dotarsi di un’organizzazione unitaria e trasparente, per ripartire e rafforzare il rapporto con i cittadini.

    Questa segreteria, insieme al nuovo Direttivo del Partito, intende rilanciare la proposta di sviluppo della Città di GALATINA. 

    Porteremo avanti, anche dall’esterno dell’aula consigliare, un’opposizione matura, criticando e contestando le scelte dell’attuale maggioranza quando necessario, ma al tempo stesso consentendo a chi ha vinto le elezioni, di esercitare legittimamente il mandato che i cittadini di Galatina hanno consegnato loro. Per fare questo è necessaria una partecipazione attiva di tutti gli iscritti del PD. 

    La nuova Segreteria deve farsi carico di stimolare il dibattito e raccogliere le idee da portare all’attenzione dell’amministrazione comunale. Tutto questo insieme al nuovo Direttivo, e a tutti coloro che mostreranno interesse al rispetto della cosa pubblica.

    Presenteremo le nostre idee per la Città, i nostri progetti, le nostre iniziative. Il partito sarà il motore di iniziative pubbliche di partecipazione e riattiveremo la vita politica di questa comunità per renderla migliore.

    Il Partito Democratico, anche perché meglio organizzato e strutturato rispetto ad altre organizzazioni politiche, deve sviluppare una notevole forza propulsiva in contrapposizione al forte populismo di altri movimenti politici.

    L’attività politica non va relegata soltanto alle discussioni interne ai circoli, perché il baricentro del dibattito si è spostato altrove.

    E’ importante utilizzare gli spazi di comunicazione attraverso l’utilizzo dei social network ma anche utilizzando le piazze con eventi pubblici per rendere evidente la nostra azione politica e raccontare la nostra forte volontà di rinnovamento e cambiamento.

    E’ fondamentale tornare a confrontarci direttamente con i cittadini, il futuro senza la partecipazione della gente e soprattutto dei più giovani è grigio. Ma a noi invece piace il mondo a colori e dobbiamo lottare per averlo. Per il bene di tutti senza escludere nessuno e valorizzando l’impegno di ciascuno. Dobbiamo, dunque, tornare ad essere attrattivi, aprendo le porte del Partito alle ragazze ed ai ragazzi appassionati di politica e di impegno civile. A tal proposito, saremo sin da subito operativi nel mettere a disposizione l’esperienza e le competenze professionali che ci contraddistinguono in ogni settore al fine di ripensare un’idea di Sviluppo per Galatina. Il dibattito sarà incentrato sulla formulazione di proposte per le politiche attive su molteplici aree, tra cui: decoro urbano, sviluppo territoriale, politiche del lavoro, ambiente, sanità, politiche sociali e istruzione.

    Da ultimo, ma non per ultimo, dobbiamo recuperare una nostra identità politica riallacciando il dialogo con quei partiti che storicamente hanno accompagnato il PD in tutte le elezioni del passato. È stato un dispiacere vedere partiti di sinistra o centrosinistra schierarsi contro di noi nelle ultime elezioni. Serve il dialogo con tutti coloro che hanno la stessa estrazione culturale del PD con i quali, anche se talvolta contrapposti su temi di rilievo nazionale, costruire insieme nuove intese a livello locale. 

    Nella consapevolezza che “uniti si vince”.

    Il segretario può essere paragonato ad un direttore d’orchestra. Da solo non può fare nulla e ha bisogno di tutti – cioè proprio di ciascuno di voi – per suonare una musica convincente.  Io posso mettere la mia faccia, le mie idee, il mio impegno, il mio lavoro, ma non sarebbero sufficienti.

    Serve l’impegno di tutti ed io mi impegno affinché  tutti abbiano uno strumento, uno spartito e un posto per suonare in questa orchestra.  Serve l’impegno davvero di tutti, anche delle persone che sono fuori dal partito ma presenti nella società civile e che ci devono dare una mano perché non si puù più stare in disparte. Il partito democratico è aperto a tutte le persone che immaginano un mondo migliore fatto di lavoro, solidarietà e attenzione dei più deboli contro le prevaricazioni

    Galatina non è fuori dal mondo e non ne è neppure il centro del mondo.  Non siamo ne autosufficienti, ne autonomi.  Molte iniziative importanti richiedono consensi allargati: penso alla sinergia da praticare con i circoli del partito di tutto il Salento e non solo. Le relazioni sono strategiche per i progetti futuribili nei trasporti, nella mobilità, nei servizi alle persone, nelle infrastrutture.

    Intorno a GALATINA ci sono circoli con cui dobbiamo avviare un percorso di collaborazione: loro hanno bisogno di noi, noi abbiamo bisogno di loro: penso ad GALLIPOLI, GALATONE, ARADEO, CASARANO, NARDO’, COPERTINO, LECCE e ai tanti altri circoli più piccoli.

    Partendo dai nostri sostenitori, il PD deve costruire un canale comunicativo con i propri elettori e con la città.

    Abbiamo bisogno di dire delle cose ma anche ascoltare la gente, i galatinesi. 

    Dobbiamo impegnarci e fare in modo che chi partecipa alle attività del partito si senta protagonista anche delle scelte. 

    Dobbiamo guardare al futuro, alla costruzione di un partito che sia punto di riferimento nella città e per tutti coloro che hanno a cuore GALATINA e il suo futuro.  Dobbiamo ritornare in mezzo alla gente ad occuparci dei loro problemi. Dobbiamo far crescere la rete di contatti, amicizie, relazioni che ci fanno interagire positivamente e costruttivamente con gli altri. Dobbiamo contribuire a costruire una nuova classe dirigente intrisa di valori di lealtà, solidarietà e rispetto.

    La politica per noi deve essere volontariato al servizio della gente. Dobbiamo con tenacia ed umiltà ripartire dalla stagione della semina.  Raccoglieremo i frutti del nostro lavoro togliendo alle destre la voglia di un conservatorismo che non appartiene alla nostra cultura progressista e di sinistra.

    Viva Galatina. Viva il Partito Democratico.

     

    PER IL CONGRESSO PROVINCIALE

    Per il Congresso Provinciale hanno votato 102 persone per Stefano Minerva contro 32 per Ippazio Morciano. I delegati per Stefano Minerva sono quattro. Un delegato per Ippazio Morciano.

     

    Andrea Coccioli

    Il segretario del Circolo PD Galatina

     

    CIRCOLO PARTITO DEMOCRATICO GALATINA

    Segretario: Andrea Coccioli

    Segreteria: Luigi Lagna, Mino Alessandro, Monica D’Amico, Luceri Pierluigi, Paola Volante, Antonio Serra;

    Vice segretari: Massimo Marra, Monica Antonica;

    Direttivo: Antonio Mellone, M.Chiara Chirenti, Piero Masciullo, Rita Ucini, Giovanni Vitellio, Gino De Micheli, Antonio De Matteis, Rosalba Biancorosso, Corrado Marra, Sandra Antonica, Michele Forte, Federica Patera, Caterina Luceri, Daniela Diso, Giuseppe Mele, Antonella Quarta

     

    Presidente: Biagio Galante

    CIRCOLO PARTITO DEMOCRATICO GALATINA

     
    Di Martina Chittani (del 16/06/2014 @ 21:18:10, in I Beni Culturali, linkato 2644 volte)

    Carissimi,

    vi chiedo di votare per le casiceddhre di Noha, un'opera unica al mondo e tanto misteriosa quanto trascurata (http://m.youtube.com/watch?v=4VZbWuSWG6k), da salvare e da far conoscere ai nohani ed ai viaggiatori che visitato il nostro meraviglioso Salento. In questo modo, se riusciremo a raccogliere almeno 1000 firme, entreranno nella lista dei luoghi del cuore FAI, un'associazione che si occupa insieme a Intesa San Paolo di salvaguardare il nostro patrimonio

    Basta cliccare a questo link:
    http://iluoghidelcuore.it/luoghi/le/galatina/le-casiceddhre-di-noha/5652
    registrarsi e votare.

    Vi prego di diffondere ai vostri amici.
    Un grazie di cuore.

    Martina Chittani



    P.S.

    NEGLI ESERCIZI COMMERCIALI DI NOHA SONO STATI DISTRIBUITI I MODULI CARTACEI DI RACCOLTA FIRME

    Vi terremo in qualche modo aggiornati sul contatore delle firme.

     
    Di Albino Campa (del 11/01/2011 @ 21:16:54, in Comunicato Stampa, linkato 3147 volte)

    AEC delegazione Italia Associazione ha interesse ad organizzare, per l’anno 2011, il concorso Fotografico di Beneficenza: “Vecchi e Antichi Mestieri”: Viaggio fra quelli che un tempo erano gli antichi mestieri praticati nel nostro territorio, così ricco di spunti interessanti, di tradizioni e di magiche atmosfere.

     

    Il Concorso Fotografico di Beneficenza è aperto a tutti i fotografi, dilettanti, amatori o professionisti.

    Ogni autore dovrà depositare, a partire dal 15 Gennaio 2011 e fino al 28 Febbraio 2011, insieme alla propria opera e alla scheda di iscrizione, la somma di euro 5,00= (cinque,00) che l’Associazione devolverà poi in beneficenza a:

    Associazione Fondo di Solidarietà Permanente

    cuore e Mani Aperte verso chi soffre - Onlus

    Iscritta al n. 771/07 del reg. reg. Puglia

    Cod. Fisc.: 93060270753

    Sede Leg.: Casa di Accoglienza "S. Caterina Labouré"

    Presidio Osp.: "V. Fazzi" - V.le Moscati, 1 - LECCE

     

                Le somme raccolte con l’iscrizione dei partecipanti e di quanti vorranno sostenere il progetto, con adesione all’iniziativa, consentirà di finanziare l’acquisto di una “Bimbulanza”.

                Tale progetto, sostenuto dall’Associazione cuore e mani aperte, nella persona di Don Gianni Mattia, ha come obiettivo quello di sdrammatizzare e di rendere meno traumatico il potenziale viaggio in ambulanza di un bambino attraverso l’acquisto di una ambulanza idonea e attrezzata al trasporto dei bambini.

                Le opere ammesse al concorso saranno oggetto di una mostra fotografica che sarà allestita dal 19 Marzo 2011 al 27 Marzo 2011 presso il Centro Commerciale Ipercoop Lecce Mongolfiera di Surbo (Lecce).

                Conseguentemente, alla data del 02 Aprile 2011, presso la sala Celestino Contaldo – Palazzo della Cultura “Zeffirino Rizzelli in Galatina (LE), a tutti i partecipanti i cui lavori saranno stati ritenuti idonei al tema in oggetto del medesimo Concorso Fotografico in Beneficenza, nonché precedentemente esposti nella summenzionata mostra permanente, verrà rilasciato pubblicamente un attestato di partecipazione.

                Le tre opere ritenute di maggiore pregio saranno comunque premiate.

                In tale circostanza, con la presenza delle Autorità locali, verranno pubblicamente consegnati all’Associazione Fondo di Solidarietà Permanente cuore e Mani Aperte verso chi soffre – Onlus, tutti i fondi raccolti con l’iscrizione al Concorso Fotografico in Beneficenza per il progetto BIMBULANZA.

    Il regolamento del concorso, con la scheda di partecipazione è scaricabile sul sito www.tutelare.it

     

    Il Vice Presidente A.E.C. per la Regione Puglia
    E Presidente A.E.C per la Provincia di Lecce

    Avv. Valentina Castorina
     

    Avanzano allineati a piccole squadre come un esercito in marcia. Oggi vinceremo insieme a loro una piccola battaglia contro l’inciviltà di chi non rispetta la Natura. Parlottano fra di loro e ridono, sembrano uno stormo di uccellini in festa, disciplinati e  variopinti. L'allegria riempie subito l'aria, senza di loro, il cielo azzurro e il verde dei prati non avrebbero senso.
    Fra una zolla e una vangata per sistemare i nuovi alberi, incrocio i loro singoli sguardi. Sono attimi che volano rapidi, nanosecondi, non danno il tempo necessario per una risposta adeguata, ma si fermano nella mia memoria e ne sento la voce,  mi sembrano domande di speranza, di aiuto.  Qualcuno mi chiede il nome, qualcun altro mi urla il suo e poi quello del suo compagno che gli sta a fianco.

    Sono piccoli ma nei loro occhi c'è la stessa vitalità di un adulto. “Io mi chiamo Chiara” - mi grida una bellissima bimba. “E lui è Michele”, e mi presenta il suo compagno. “Tu come ti chiami?”

     Nasce un incantesimo fra due mondi che viaggiano sulla stessa scia luminosa.  Io spero in loro e forse loro sperano in noi. Osservando quegli occhi così vivaci, mi passano davanti le immagini di tanti tradimenti che penalizzano proprio le loro innocenti speranze. Loro non sanno che con l’ardire di volergli rendere la vita facile, colma di benessere, gli stiamo lasciando un mondo ammalato e sporco e che se non la smettiamo di irrorare la campagna di veleni e l’aria di metalli tossici, per loro ci sarà un futuro triste, dove gli alberi seccheranno sempre di più e tante persone si ammaleranno senza sosta, e che a nulla serviranno le auto, i vestiti e le case  lussuose.

    Poi per fortuna mi rendo conto che sono solo dei miei brutti pensieri, almeno lo spero, e che forse ce la faremo a salvare dall’inquinamento questa bellissima terra nostra. Loro, i ragazzi dell’Istituto Comprensivo  Polo 2 di Noha,  cantano, gridano cori modulati di esultanza e fra un giro e l'altro, con l'aiuto di Andrea, Fabio, Sergio e altri alunni di questa fantastica scuola,  abbiamo piantato  un albero di carrubo, due azzeruoli rossi , un corbezzolo e una feijoa. 
    La voce squillante della prof. Ritamaria Colazzo, guida gli impegni del loro prossimo futuro: gli alberi si amano, si piantano, si rispettano.
    Avrei voluto dire anch'io qualcosa ma il tempo e l'entusiasmo della festa non me lo hanno permesso. Avrei voluto dire ai ragazzi che con gli alberi si parla, loro sentono la nostre emozioni e ci ricambiamo in aria pulita, in colori e fiori. Gli alberi divorano l’anidride carbonica e la trasformano in ossigeno, e noi purtroppo ne produciamo troppa  di anidride carbonica, e quindi dobbiamo piantare tanti alberi. Gli alberi sono creature di Dio al pari di tutte le altre e come tali non vanno violentate, bruciate o avvelenate. In quest’ultima estate appena trascorsa abbiamo visto centinaia di alberi ardere vivi. Non abbiamo ascoltato le loro urla di dolore. Avrei voluto dire ai ragazzi del Polo 2 di Noha, che anche gli alberi hanno una pelle, un’anima  e un cuore.

    Ma forse loro lo hanno già capito da un pezzo e sicuramente si impegneranno insieme a noi a migliorare questo nostro incantevole angolo di mondo.

    Marcello D’Acquarica

     

     

     
    Di Dante De Ronzi (del 15/11/2018 @ 21:14:45, in Comunicato Stampa, linkato 449 volte)

    Confessiamo che siamo stati a lungo indecisi se rispondere o meno alla lettera del comitato  pubblicata online sui network locali il 10/11/2018.

    Lo facciamo sollecitati dalle tante attestazioni ricevute sui social, lo facciamo perché notiamo  finalmente toni garbati da parte degli interlocutori e non ultimo lo facciamo per dare un contributo di riflessione agli amministratori e alla nostra città.

    Cari commercianti, perdonateci, ma in primis vorremmo cercare di farvi comprendere chi sono i soggetti in causa in questa vicenda.

    Da una parte ci siete voi, per carità con legittime aspettative, dall'altra parte ci sono i residenti (circa 1300) ed i cittadini galatinesi (circa 27000). 

    Voi siete persone intelligenti e sicuramente non vi sfugge che in democrazia contano i numeri….

    Non dovete offendervi se si afferma che siete un gruppo portatore di interessi privati perché così è e lo sapete benissimo e non potete millantare di essere associazione di categoria di valenza nazionale perché all'interno delle stesse siete netta minoranza.

    Comunque sia non fareste un grande salto perché da gruppo passereste a essere definiti corporazione.

    Dall'altra parte c’è un interesse collettivo che partendo dai residenti si estende alla città tutta e via via si espande fino alla comunità internazionale vista l’importanza dei beni in questione.

    A questo punto il vostro comportamento da aspiranti “padroni del vapore “, permetteteci la semplificazione, è incomprensibile tanto più perché inevitabilmente si ritorce contro voi stessi oltre che a nuocere a tutta la città.

    Potete pretendere, e fare mille riunioni con gli amministratori locali, potete organizzare innumerevoli e discutibili manifestazioni, potete forzare la comunicazione sulla carta stampata, ma non potrete mai fermare il “sentire comune”, non potrete mai fermare il progresso civile, non potrete mai fermare il corso della storia.

    La vostra è una battaglia anacronistica e velleitaria. E’ come voler fermare il tempo!

    L’automobile nei centri storici è unanimemente considerata un disvalore assoluto.

    Pretendere di realizzare un “drive in” in piazza San Pietro è un’offesa alla bellezza e alla sacralità del luogo. Crea indicibile imbarazzo per chiunque, locali e visitatori, che abbiano un minimo di rispetto per il patrimonio storico, artistico ed architettonico esistente.

    Le avete mai osservate le facce dei turisti in carovana che devono destreggiarsi nel traffico veicolare e ancora peggio, lo sgomento degli ospiti, quando il maleducato di turno strombazza per chiedere strada libera? 

    Tutto ciò forse si poteva tollerare 20 anni fa, ma non più oggi.

    Anche perché, e con questo vorremmo tornare sulla visione del nostro centro antico, moltissimo è cambiato.

    Una stima in difetto valuta in oltre 100 i grandi interventi di ristrutturazione ed in circa 200 gli interventi minori effettuati negli ultimi 25 anni nel cuore della città. Qualcosa di enorme, che come detto, ha riportato in vita il 90 per cento dell’intero patrimonio immobiliare privato esistente. Qualcosa che ha comportato ingenti investimenti  superiori a 200 milioni di euro, sopportati interamente e senza alcun contributo pubblico dai 1300 attuali residenti dei quali, è bene ricordarlo, numerosi stranieri. Da notare che i residenti non hanno mai rivendicato niente e forse è giunto il momento di cominciare a farlo. Ma questo è un altro discorso che faremo più avanti con i nostri Amministratori.

    Un vero miracolo anche dal punto di vista demografico considerato che,  in controtendenza rispetto alla maggior parte degli altri comuni, il centro si è ripopolato.

    Sono tornati a splendere praticamente tutti i palazzi della città che rappresentano la trama principale dell'agglomerato urbano di riferimento.

    Si sono recuperati immobili degradati e fatiscenti, sì è bonificato il tessuto urbano, sono stati curati gli spazi all'aperto, sia quelli pubblici che quelli privati, sono comparse diverse piscine per rendere piacevole il soggiorno dei turisti e dei proprietari. Il centro antico oggi è un luogo di accoglienza molto apprezzato dove sorgono  tante dimore storiche adibite a strutture ricettive (Hotel e B&B) e residenze private.

    Le loro immagini viaggiano in rete sui più prestigiosi siti del settore promuovendo l'unicità dei luoghi e le tante bellezze di Galatina. Date un’occhiata anche voi. Provate a cliccare su Google Palazzo Nuzzo-Gorgoni o Palazzo Pindaro o Palazzo Congedo o Palazzo Tanza Venturi  o Arco Cadura o Corte del Fuoco o Palazzo Mongiò dell’elefante, Palazzo Aloisi, Palazzo Di Lorenzo, Palazzo Cavoti, Palazzo Adriani Sansò ecc. e diteci se avete mai visto niente di simile prima.

    A questi interventi privati si sono aggiunti quelli sul patrimonio ecclesiastico di inestimabile valore interamente  e splendidamente recuperato; ed infine sono da segnalare i numerosi interventi pubblici effettuati in questi anni sul patrimonio comunale.

    Tutto ciò ha permesso a Galatina di rinascere e  guadagnarsi l’attenzione e l’ammirazione delle più prestigiose riviste nazionali ed internazionali,  le riprese televisive delle tv nazionali ed i commenti lusinghieri ed entusiasti di chi arriva in città.  (Vedi Allegato 1)

    Il giudizio è unanime: Galatina è una città di rara bellezza, un autentico scrigno di tesori, materiali e immateriali da custodire gelosamente.

    Alla luce di quanto innanzi la visione da parte di un gruppo di commercianti che definisce il centro antico morto, abbandonato, nell'oblio, desolante ed inquietante, si commenta da solo.

    Dio mio che distanza siderale separa la visione sognatrice di Philippe Daverio che vede Galatina a pieno titolo candidarsi quale capitale di una Europa del futuro che comprende i paesi che si affacciano sul Mediterraneo e quella riduttiva di un gruppo di nostri concittadini commercianti.

    Questo d'altro canto, suscita preoccupazione perché manifesta un disagio incredibile che chiarisce e spiega gli assurdi comportamenti ai quali assistiamo.

    Di fronte a tale realtà non si può rimanere indifferenti anche perché il disagio è contagioso e fa star male tutti.

    Un gruppo di cittadini residenti

    In rappresentanza

    Dante De Ronzi

    Alessio Filieri

    Galatina 15/11/2018

     

     

    Allegato 1

    Solo per fare un accenno si ricordano:

    YOU TUBE                               Lectio magistralis di Philippe Daverio,

    YOU TUBE                               Riprese televisive di Piero Angela,

    YOU TUBE                               Servizi di BelSalento

    YOU TUBE                               A drive around Galatina

    YOU TUBE                               We are HAPPY from Galatina

    YOU TUBE                               Trek on the Clock: Galatina - Gli Econauti-

    YOU TUBE                               Galatina città d’arte

    IFooD.it                                     Galatina l’Assisi del Sud,  

    THELAZYTROTTER.COM       Galatina uno dei più bei posti da visitare nel Salento,

    RAI 1                                         Linea Verde ,

    REGIONE PUGLIA                   Galatina città d'arte entra a far parte delle città ad Economia turistica,  SARANATHAN.IT                     Galatina : la suite del vescovo,

    RAI 1                                         La vita in diretta,

    M.LECCESETTE.IT                  La chiesa più straordinaria d'Italia per Philippe Daverio è Santa  BORGHIMAGAZINE.IT            Borgo di Galatina, Lecce,

    MORETIMETOTRAVEL.COM  Discovering Galatina e Little Italian Town With a Lot of Tradition, IBORGHID’ITALIA.COM           Galatina,

    TRIPADVISOR.COM                Basilica di Santa Caterina d'Alessandria,

     Rai 2                                        mezzogiorno in famiglia

    ecc. ecc.

     
    Di Marcello D'Acquarica (del 19/07/2016 @ 21:14:37, in NohaBlog, linkato 5075 volte)

    Non so se avete mai fatto caso, ma ci sono delle persone che senza essere né arcipreti, né consiglieri delegati, né assessori, né altro, vivono Noha in una maniera tale per cui sembra che finalmente il paese gli appartenga. Voglio dire che hanno a cuore il bene comune del nostro paese, che in questo caso risponde al dolce nome di Noha.

    Oggi incontro Michelino.

    -Michelinu, qual è il tuo cognome?

    “Barrazzo, con due erre e due zeta”,

    Ci tiene a dirmelo e me lo ripete più volte. Mi racconta che è nato a Noha il 29 settembre del 1925. Incredibile, penso. Quest’uomo ha 91 anni di età. Non li dimostra. Sembra più giovane lui di tanti strapponi che si danno un sacco di arie dimostrando però di valere poco o nulla.

    E’ nato da Angela Gabrieli e Antonio Barrazzo. Della sua mamma, in quattro e quattr’otto, mi sciorina tutta la dinastia. Mi dice che era figlia della Mmaculata, che abitava tre abitazioni dopo la mia casa paterna in via Aradeo. Michelino è cugino de u Cici. Sbotto in uno sprazzo di memoria: “L'Africanu!” E scoppia a ridere.

    È contento Michele, è contento perché finalmente siamo sulla stessa frequenza. Veri abitanti del paese. Non ha fatto “scuole alte”, ma cura molto la sua immagine, sempre vestito di tutto punto, impeccabile nella sua sobria eleganza. Giacca, camicia e cravatta. Insomma un vero galantuomo. Non sempre è una regola, ma di solito, se curi te stesso tendi ad applicare la regola anche al  mondo che ti circonda. E infatti a Noha non è una regola. E’ un piacere parlargli, la sua voce è pacata e non manca mai di dirmi che è sempre pronto per fare il bene di Noha.

    Non serve che io gli faccia altre domande. Attacca da solo. Mi parla della sua malattia che lo ha ridotto così dopo un lungo periodo di febbre alta, e che nonostante ciò vuole lottare come ha sempre fatto, come quando a Noha c’erano i comunisti delle Leghe che strapparono la terra ai padroni. Quella terra che per decenni gli ha dato da mangiare. La stessa terra che invece oggi è vilipesa, avvelenata, sciupata dai soliti “padroni”. Abbonda l’acqua ma guarda caso abbonda l’avidità e pur di fare quattrini, non badiamo a spese, e via così. Il cerchio si chiude con morti che ci lasciano attoniti a cui non abbiamo nemmeno il coraggio di pensare.

     Abbassiamo la testa e forse pensiamo che sia giusto così. Ha già capito dal mio sguardo sconsolato cosa mi aspetto, e parte: “ Vedi - mi dice - quando io avevo 16 anni a Noha c’era una guardia; quando ne avevo 25 c’era una guardia; quando ne avevo trenta c’era una guardia: sempre c’è stata una guardia. E adesso guarda come siamo ridotti. Parcheggiano ovunque”.

     “L’altro giorno – continua - ho detto a un giovane che aveva lasciato la macchina in mezzo alla strada, di spegnere almeno il motore. Tanti lo fanno, entrano dal tabaccaio e lasciano i motori accesi. Sai cosa mi ha risposto quello? Mi ha detto che se io non avessi avuto la stampella e fossi stato più giovane mi avrebbe preso a pugni. Gli risposi se era proprio sicuro che io non gliene avrei date altrettante.”

     Poi continua: “Fino a poco tempo fa, Lino (e indica Lino sparafochi, che combinazione in quel momento era seduto sul sagrato della chiesa) sapeva cosa doveva fare tutti i giorni. Apriva il chiusino laggiù e annaffiava le aiuole. Poi venne uno del comune di Galatina e chiuse il chiusino. Per qualche giorno è venuto un altro del comune a bagnare le aiuole, poi non è più venuto nessuno. Ecco, ora tutto è seccato. In questo paese non funziona niente.

    Capisco che ci voglia una certa cifra per ristrutturare la torre con l’orologio o rifare il basolato della piazza, come hanno fatto quasi tutte le amministrazioni dei paesi circostanti, lo posso anche capire che sia difficoltoso. Ma dico io, che ci vuole a prendere 100 euro e cambiare il policarbonato della pensilina per la fermata dell’autobus? E la gente che fa? Se ne frega di tutto. Tutti benpensanti, buonisti di facciata. Nessuno che si espone per esprimere il proprio pensiero. Per non urtare la suscettibilità di qualcuno, del solito padrone o padrino”.

    Questa volta resto senza parole. In questi anni di andata e ritorno da e fuori Noha, mi immaginavo cose che neanche provo più a pensare, tanto che sono deluso non solo per come  è ridotto il mio paese, ma soprattutto per la mancanza assoluta di Michelini.

    Per fortuna che c’è ancora Michelino Santunuddhru. Un combattente che con il suo modo di fare e di essere mi dà ancora la forza di lottare e di andare avanti.

    Marcello D’Acquarica

     

     

     

     
    Di Redazione (del 27/02/2015 @ 21:14:28, in NohaBlog, linkato 1817 volte)

    Carissimo zio Donato,

    in questa giornata così triste in cui ci hai lasciati silenziosamente, quasi in punta di piedi, riaffiorano ricordi “sopiti”.

    Ricordi di quelle giornate in cui le nostre famiglie si riunivano a tavola riservando il posto migliore a te in segno di rispetto e affetto. Di volta in volta il fratello ospitante ti cedeva il suo posto a “capotavola” ed iniziava così il nostro pranzo di Pasqua o Natale o compleanno. Era una gioia per tutti, e con te la festa era completa e più intensa.

    Come non ricordare, poi, il giorno del tuo onomastico quando tutti i tuoi fratelli e cognati ai quali, col tempo, si sono aggiunti i loro figli, poi le fidanzate dei figli e poi i nipoti, convenivano tutti a casa tua o altrove per “fare festa”.

    Ci siamo resi conto con gli anni che in quel giorno in cui (a volte a malincuore) lasciavamo da parte qualche impegno “vacanziero” noi festeggiavamo non solo te ma la nostra famiglia, questo nucleo così importante che attraversando la guerra aveva dato i natali a sette fra fratelli e sorelle. I quali poi avevano generato quasi una comunità distribuita in vari luoghi ma che “puntualmente” e “spontaneamente” si ritrovava il 7 agosto a casa tua. Tu intanto, quasi schivo ma sorridente, attorniato dai tuoi fratelli e cognati accoglievi soddisfatto tutti i convenuti e per tutti avevi una parola o una battuta pronta. Nessuno dimenticava quel giorno, né lo dimenticherà mai! Ci sentivamo forti, era la nostra una famiglia aggregante e con un grande senso dell’appartenenza.

    Oggi siamo tristi ma allo stesso tempo sereni, perché consapevoli che ti sei ricongiunto alle persone care che non ci sono più, ed al Signore che hai tanto amato e rispettato in ogni azione della tua vita. Sei stato per noi, insieme ai tuoi fratelli e sorelle nostri genitori, un esempio di vita, ricco di bontà e di una integrità morale forte, concreta, essenziale e priva di inutili fronzoli.

    Ieri nel tuo ultimo giorno di vita, vissuto con grande lucidità, hai avuto un pensiero per l’ultimo nato della famiglia: il piccolo Giulio Mellone.

    Grazie caro zio e da “lassù” proteggi Giulio (che ti conoscerà attraverso i nostri racconti) e proteggi tutti noi, tutta la tua comunità, ma soprattutto i più deboli, più bisognosi, gli emarginati, i dimenticati.

    Con affetto,
    Silvana Tundo
     
    Di Redazione (del 09/04/2019 @ 21:12:27, in Comunicato Stampa, linkato 239 volte)

    Dopo aver ottenuto il riconoscimento di "Città che legge", Galatina si impegna a sottoscrivere il "Patto locale per la lettura". 
    Obiettivo principale è quello di avviare azioni condivise e orientate all'incremento e alla diffusione della lettura sul nostro territorio, coinvolgendo tutti i soggetti interessati. L'Amministrazione Comunale avrà il compito di incentivare le adesioni al “Patto locale per la lettura” e a sostenere tutte le azioni e i programmi ad esso coordinati. 
    Possono aderire al “Patto della lettura della Città di Galatina” gli Istituti d’Istruzione di ogni ordine e grado, le Scuole dell’Infanzia pubbliche e private, gli Istituti, Enti, Associazioni culturali e di volontariato, le Ludoteche, gli Editori, i Librai, i liberi professionisti - quali educatori, psicologi, giornalisti, ecc. – i soggetti del Terzo Settore, gli autori e lettori organizzati in gruppi e/o Associazioni, i cittadini, che dimostrino di aderire ai principi del  Patto e che svolgano o vogliano  svolgere attività  di promozione  della lettura coerenti con le finalità nello stesso riportate.    
    Tutti i firmatari del Patto devono avere a cuore alcuni principi cardine: la conoscenza è un bene  comune,  il libro e la lettura sono strumenti insostituibili di accesso alla conoscenza e la  promozione degli stessi crea una rete territoriale  delle  professionalità  più  direttamente  coinvolte, rappresentando il fine  comune delle Istituzioni pubbliche,  della società  civile  e del mercato.
    “Il Patto per la lettura – dice l’Assessore al Polo Bibliomuseale Cristina Dettù - si innesta nel solco di una serie di politiche culturali che questa Amministrazione persegue sin dal primo giorno, in linea con la programmazione strategica della Regione Puglia. Dopo aver ottenuto il finanziamento di 2 milioni di euro per la Community Library (i cui lavori partiranno nei prossimi mesi), l’azione di promozione della lettura e delle spazi della biblioteca “Siciliani” rappresenta un punto imprescindibile della politica culturale dell’Amministrazione Amante. E tanto deve essere per una Città come Galatina, ricca di storia, cultura e tradizione. A ciò si aggiunge un fermento culturale che coinvolge le fasce più giovani della popolazione: ne è prova la presenza importante di piccoli, giovani studenti e famiglie all’interno della biblioteca “Siciliani”. Ciò è motivo di orgoglio per tutta la Città, oltre che un servizio essenziale”. 

    Per aderire basta scaricare e leggere il regolamento:

    https://www.comune.galatina.le.it/amministrazione/attivita/avvisi-pubblici/item/avviso-pubblico-per-acquisizione-di-manifestazione-di-interesse-a-sottoscrivere-il-patto-per-la-lettura-della-citta-di-galatina-scadenza-presentazione-domanda-di-adesione-il-30-aprile-2019

    Ufficio Stampa Amante

     

    Nell’ambito del progetto "Community Sport: Sport Identity and Memory", avrà luogo Domenica 10 Novembre 2019, a partire dalle ore 9.00, l’evento Community Soccer evento che coinvolgerà bambini, ragazzi e famiglie della provincia, attraverso un’azione capillare di sensibilizzazione della comunità alla partecipazione attiva e al benessere sportivo.

    Il Comitato Csi Terra d’Otranto, l’associazione Sportiva ASD SECYD Deffo Football School e l’Oratorio Madonna delle Grazie con i partner di progetto, Csi Collepasso, Oasis Terra d’Otranto, Associazione Easy Language Aradeo e la preziosa collaborazione delle Associazioni Virtus Basket Galatina, Accademia di Scherma Lecce sono liete di Invitare la comunità tutta all’evento che si terrà nell’area adiacente l’Oratorio Madonna delle Grazie di Noha.

    In programma, tornei di calcio, lezioni open di scherma, fitness, pallacanestro, tennistavolo, attività creative e laboratoriali di storytelling.

    Il progetto vincitore del bando di Puglia Sportiva, Programma Operativo 2018, Azione 1.2, ideato dal Comitato Territoriale Csi di Terra d’Otranto, giunge al cuore della sua operativà con una programmazione ricca di seminari, corsi di formazione, eventi e incontri partecipativi e di coinvolgimento della comunità locale.

    Community Sport è un progetto di inclusione sociale attraverso lo Sport, finalizzato a contrastare fenomeni di disagio e marginalità e, al tempo stesso, di promozione del dialogo intergenerazionale giovani, adulti, anziani, di coinvolgimento di ragazzi con minori opportunità ed è un progetto di rivalutazione delle periferie che inverte le tradizionali dinamiche sociali del nostro Paese.

    Community Sport incoraggia lo spostamento dal centro alle periferie, periferie urbane ed esistenziali del nostro territorio attraverso lo SPORT.

    ASD SECYD

     
    Di Redazione (del 17/05/2016 @ 21:12:05, in Comunicato Stampa, linkato 837 volte)

    Un autobus che va a piedi, formato da una carovana di bambini che vanno a scuola in gruppo: questo è il Piedibus, avviato mercoledì 3 maggio 2016 e sabato 07 maggio 2016 a Galatina, nell’ambito di un ricco programma di iniziative previste dal progetto di Servizio Civile Nazionale “MONITOR 3014”.

    L’iniziativa, dal titolo “IO VADO A SCUOLA CON IL PIEDIBUS”,  è promossa dai volontari del progetto “MONITOR 3014” in collaborazione con la Polizia Locale, che ha curato un incontro informativo sulla sicurezza stradale, e gli Istituti Comprensivi di Scuola Primaria Polo 2 e Polo 3 di Galatina.

    La stessa ha lo scopo di contribuire alla riduzione dell’inquinamento atmosferico ed acustico attorno alle scuole con azioni concrete che promuovono una mobilità sostenibile, favorire la socializzazione tra coetanei, contrastare la sedentarietà dei bambini e aiutarli ad acquisire abilità pedonali. Il Piedibus, favorisce la socializzazione, l’indipendenza, l’autostima e permette ai bambini di acquisire norme relative alla sicurezza stradale e di conoscere la città.

    La carovana di bambini è come un vero autobus di linea che seguendo un percorso stabilito raccoglie passeggeri alle fermate predisposte lungo il cammino, rispettando l’orario previsto.

    Si sono attivate due linee del servizio Piedibus: la prima linea, ogni mercoledì del mese di maggio, parte da Piazzale Vittime delle Foibe, fermata “GLICINE”, alle ore 7.50 con arrivo a scuola in via Arno alle ore 8.15, la seconda linea, ogni sabato del mese di maggio, parte dal piazzale chiesa cuore Immacolato di Maria, fermata “MARGHERITA” alle 7.55 con arrivo a scuola via Spoleto alle ore 8.15.

    L’itinerario della prima linea prevede inoltre, due fermate intermedie, la prima fermata “GIRASOLE” in via Metauro ang. Via Pantelleria, la seconda fermata “ROSA” in via Metauro ang. Via Molise.

    L’itinerario della seconda linea prevede una fermata intermedia, fermata “ORCHIDEA” in via Potenza ang. Via Foggia.

     

         Il 22 gennaio 2017 si è svolto presso l’auditorium “G. Toma” di via Martinez, in Galatina, un evento di alto profilo scientifico e culturale, lo special open day “Orgoglio magistrale – Don Milani 1967/2017”.

          Il filo conduttore della serata è stato l’omaggio che si è inteso rendere ai maestri di ieri, di oggi e di domani, formati dal Liceo delle Scienze Umane (già Istituto Magistrale), oggi integrato nell’I.I.S.S. “Pietro Colonna”, quali figure-chiave all’interno del percorso di formazione dei cittadini di uno stato, quale il nostro, che è,  e vuole restare, democratico.  La democrazia si nutre di preparazione e di conoscenza applicata ai vari contesti in cui si esplicano le attività dei cittadini.

          In questo orizzonte, sospeso tra memoria e proiezione verso il futuro, si sono susseguiti diversi momenti tutti collegati, come detto, da un medesimo filo conduttore.

          Al saluto di apertura della Dirigente Prof.ssa Maria Rita Meleleo,  è seguita la proiezione del video “1967 … e dintorni” realizzato da studenti del Liceo delle Scienze Umane che ha contestualizzato le vicende salienti dell’anno 1967, estraendole dalla realtà politica e socio- economica.

          Successivamente è intervenuta in collegamento telefonico Sandra Gesualdi, figlia di Michele Gesualdi, attuale Presidente della Fondazione DLM, uno dei primi sei alunni della Scuola popolare di Don Milani a Barbiana; ella ha amabilmente dialogato, in viva voce, con la prof.ssa Vantaggiato, rappresentando l’impossibilità fisica del padre a presenziare al gradito evento e ripromettendosi, comunque, di partecipare a futuri incontri in cui si tratti della figura di Don Milani.

          Com’è noto, Don Lorenzo Milani era un sacerdote fiorentino che ebbe modo, negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, di sperimentare, cioè ideare ed attuare, un innovativo metodo didattico teso alla conoscenza immediata e diretta della realtà socio-economica allo scopo di eliminare gli svantaggi competitivi che intervenivano tra  alunni provenienti da diverse classi sociali, per consentire a tutti un proficuo inserimento nella realtà lavorativa e sociale.

          Non mancarono incomprensioni ed ostilità verso il suo operato, oggi superate col pieno riconoscimento, anche da parte delle gerarchie ecclesiastiche, della validità ed innovatività del suo metodo pedagogico ed educativo.

          A conclusione della prima parte del workshop, vi è stato il momento davvero emozionante  del conferimento del premio “Maestro d’oro 2017” alla Maestra Pietrina Serra Caputi.  La Maestra,  impossibilitata a presenziare fisicamente a causa dell’età avanzata, è stata intervistata in video dalla prof.ssa Daniela Vantaggiato, già sua alunna, rendendo una testimonianza toccante e commovente di amore per la scuola e per l’insegnamento, da lei professato in 40 anni di carriera svolti insegnando “con la mente e con il cuore” a beneficio di intere generazioni di galatinesi. Ha ritirato il premio, consegnato dalla Maestra Alessandra Durante affiancata dalla Dirigente Prof.ssa Maria Rita Meleleo , il figlio prof. Antonio Caputi, attuale Dirigente dell’Istituto Comprensivo di Soleto, che ha letto un breve, ma significativo, messaggio di ringraziamento della Maestra.

          La seconda parte della serata si è dipanata attraverso diversi momenti, tutti di grande interesse e spessore scientifico e culturale.

          Il prof. Salvatore Colazzo, già Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università del Salento, ha trattato, con competenza e passione, il tema “L’eredità di Don Milani”, rimarcando il fondamentale concetto che la scuola deve dare a tutti la possibilità di esprimere i propri talenti, in un quadro di pari opportunità che sappia valorizzare e armonizzare le varie propensioni individuali a beneficio della coesione sociale.

          La prof.ssa Simonetta Baldari, dell’Istituto Comprensivo di Aradeo, ha affrontato il tema “Le competenze del maestro oggi”, con l’ausilio di opportune diapositive proiettate a beneficio del numeroso e qualificato pubblico presente in sala. La professoressa ha tracciato il profilo della moderna figura del maestro, sia a livello delle competenze ed abilità che tale qualifica professionale richiede, sia delineando il quadro giuridico e normativo all’interno del quale si colloca la figura del maestro nell’ordinamento italiano.

          La dott.ssa Concetta Strafella ha parlato, con approccio immediato e diretto, su “La sfera emozionale nella relazione educativa”, portando l’attenzione del pubblico sulle strategie motivazionali e  comunicative che possono, oggi, costituire un valido ausilio al processo educativo e formativo.

          A seguire le tre pregevoli relazioni, è intervenuta la testimonianza di Alessandra Durante una ex alunna del Liceo delle Scienze Umane di Galatina che ha avuto modo di evidenziare l’importanza e la validità della formazione ivi ricevuta, ai fini della professione di insegnante da lei successivamente intrapresa. Nel mentre parlava scorrevano le immagini con le quali gli studenti delle classi terze e quarte ringraziavano responsabili e tutor dello stage di Alternanza scuola/lavoro presso asili nido, istituti comprensivi, strutture per anziani e disabili dei loro Comuni di provenienza (Galatina, Aradeo, Cutrofiano, Sogliano Cavour, Soleto, Neviano, Seclì, Galatone).

          A conclusione della serata, il prof. Paolo Villari, del Liceo delle Scienze Umane di Galatina,  ha avuto modo di proporre una originale rivisitazione del gioco dell’oca, ripensato con riferimento a fatti e situazioni della vita di Don Milani, intendendo il momento ludico-ricreativo come costitutivo dell’esperienza formativa. Tale lavoro era stato realizzato dagli studenti delle prime e seconde classi.

          In definitiva, una serata che,  onorando chi ha dedicato tutta la propria vita alla missione di trasmettere l’amore per la cultura ed il sapere, ha ribadito e confermato il ruolo e la centralità della città di Galatina, quale centro propulsore e faro culturale dell’intero Salento.

    Pierlorenzo Diso

     
    Di Redazione (del 23/06/2016 @ 21:08:02, in Comunicato Stampa, linkato 1277 volte)

    Galatina festeggia i suoi Santi Patroni – Pietro e Paolo –, il 28, 29 e 30 giugno, e l’Ufficio d’Informazione e Accoglienza Turistica della Città ne rende omaggio proponendo un percorso tematico legato alla festa e ai “tarantati”.

    Vieni a scoprire i “luoghi” della festa. Ti racconteremo le tre giornate e il loro “ruolo” differente all’interno dei festeggiamenti per rimarcare la differenza esistente tra i due Santi nella Città: una differenza mirabilmente sintetizzata nel famoso detto locale Paulu busca e Pietro mangia e nell’appellativo di San Paolo, chiamato lu santu de li forastieri.

    Tutto avrà inizio nel giorno della vigilia – 28 giugno –, che resta ancora oggi il più affascinante della Festa Patronale: fino agli anni Ottanta del secolo scorso – in questa data –, si radunavano nella Cappella di San Paolo i “tarantati” con i familiari e i musicisti terapeuti che alternavano per tre giorni e tre notti fasi di sonno a momenti di danza coreutica per debellare il male e una volta ottenuta la grazia da San Paolo, ne rendevano omaggio. Accanto a questo rito, oggi scomparso ma recuperato in chiave folkloristica con ronde spontanee di fronte la Cappella, si svolge – ieri come oggi –, la tradizionale processione in una coloratissima scenografia naturale. Per tre giorni le vie della Città e la grande Piazza S. Pietro, saranno avvolte dalle splendide luminarie e piene di bancarelle. Nei pressi della Chiesa Matrice troveremo gli oggetti tipici di questa festa: i mantaji (ventagli in carta con immagini dei SS. Pietro e Paolo e altri Santi) e le zagareddhre, nastri di raso colorato che le donne legano ai polsi per ballare la pizzica.

    Galatina si “veste” in festa... una festa per gli occhi e il cuore.

    28, 29, 30 GIUGNO 2016 | 10:30 - 11:30 - 16:30 - 18:30

     

    Meeting point:

    IAT Informazione e Accoglienza Turistica

    GALATINA, c/o Torre dell’Orologio - via Vittorio Emanuele II, 35

    T. +39 0836 569984 - +39 392 9331521 – E: iat.galatina@gmail.com

    Prenotazione obbligatoria

    #VisitGalatina

     
    Di Antonio Mellone (del 03/10/2015 @ 21:07:42, in Fetta di Mellone, linkato 6373 volte)

    Caro sindaco Mimino Montagna,

    anche se non sembra….. sono la sottoscritta tua delegata per la frazione di Noha. Premetto subito che… devo evitare di mettere tutti questi…..puntini di sospensione sennò quel saputello nonché…. rompicoglioni di Antonio Mellone mi prende per il….. LOCULO da qui all’eternità!!!!!!!

    Non mi è facile, proverò in tutti i modi a ridurli ai minimi termini, questi puntini, anzi ai Mimini termini, hahahahahaha.

    Tu sai che io quando mi ci metto faccio le cose con il cuore (anche se il Mellons’ di cui sopra, quando gli prudono le mani, scrive che utilizzo un altro organo posto un po’ più in basso, e che inizia sempre con CU. Ma, sai, lui è fatto così, non è cattivo: è solo che ha il brutto vizio di canzonare il POTERE: e io, modestamente, può). E poi, detto tra noi, quella che lui pensa sia satira (che a me non piace, anzi non mi fa per niente ridere) altro non è che…….tutta pubblicità per me. Tiè!!!!

    *

    Stavolta cercherò di essere, come dire, alquanto stitica, evitando di produrre le….. sette cartelle (cliniche) dell’altra volta. Come, non ti ricordi più? Dai, quelle di autodifesa dalle accuse (INFONDATE!!!!) da parte della direttrice della scuola di Noha per via della transumanza di due sedie volanti da un plesso ad un complesso scolastico. Non le avessi mai scritte quelle pagine: ancora mi stanno prendendo in giro per via del fatto che, stanca morta com’ero, non mi andò manco di rileggere e quindi correggere qualche piccolissimo, invisibile, IRRILEVANTE….. strafalcione scritto in fretta e furia. A dirla tutta….. pensavo che non leggesse nessuno quella roba lì, tranne te ovviamente (che, come noto, sei di bocca buona, tanto è vero che te ne uscisti con una baggianata delle tue, ché ancora la gente sta ridendo). Poi capitarono nelle mani del nostro amico che si crede uno scrittore (quando non è nemmeno uno scrivente), e…. apriti cielo!!!!

    *

    Ma bando alle chianche, e veniamo a noi, anzi a Noha. Caro Mimino, voglio dirti sempre in premessa che finché scrive Antonio Mellone non ce ne può fregar de meno: è da anni che scrive (non letto e non ascoltato da nessuno) e figurati poi se noi altri facciamo finta di dargli retta: ma manco per l’anticamera del cervelletto. Ma se si mettono a scriverti lettere aperte anche i ragazzi delle scuole medie siamo fritti, finiti, cassati.

    *

    Oh, Mimino, ma che figura mi fai fare?????

    Mi dice l’uccellino che ci sono in palio da parte della regione Puglia ben 17.000.000 di euro (DICO: DI-CI-AS-SE-TT-EM-IL-IO-NI-DI-EU-RO) per raddrizzare i BENI CULTURALI e noi non presentiamo nemmeno un progetto uno per la mia Noha????

    E’ vero che potrebbe esserti sfuggito, ma santo cielo, per Noha, nonostante i libri, i convegni, le istanze e gli articoli sui beni culturali, non possiamo non avere uno straccio di disegno da farci finanziare!!!! Dai, sindaco mio, com’è possibile? Non dirmi che per Noha non c’è uno sputo di progetto da presentare, sennò m’incavolo come una iena.

    E’ vero anche che è da un bel po’ che non ti fai vivo a Noha.

    L’altra sera, per dire, dopo tanti anni di assenza, sei apparso nel centro della frazione per la nostra festa patronale come il Risorto doveva essere apparso a San Tommaso: un sacco di  nohani, infatti, non credevano ai propri occhi, e come l’Apostolo incredulo volevano metterti le dita da qualche parte (per esempio negli occhi) per potersene convincere. Però almeno l’altra sera, per una sera, mi hai evitato l’onere di girarmi la processione, come in genere sono costretta a fare, da sola e con tanto di fascia tricolore (UNA FATICACCIA CHE NON TI DICO!!!!).

    Te lo chiedo per favore, ogni tanto, e non solo ogni dimissioni di papa, fatti un giro in questa novella Pompei salentina dove tutti i beni culturali comunali, come per esempio la torre dell’orologio ubicata in piazza (non sullu Piezzu!!!!!!!), stanno in piedi tienime ca mo’ casciu.

    Caro Mimino, riusciamo magari PRIMA delle prossime elezioni non dico a fare o dire qualcosa di sinistra, seeee, ma almeno qualcosa di meno sinistrato rispetto a quello che abbiamo fatto finora, o meglio non fatto?? Sennò il piccolo scrivano nohano mi combina a dick-dick [che non è il famoso complesso degli anni ’70 – quelli, come ben sai, erano i Dik-Dik - ma il soprannome di una storica famiglia di macellai di Noha, che in italiano suonerebbe più o meno così: “pene-pene”, vabbè te lo dico in indialetto così ci intendiamo meglio: “pica-pica”].

    Io vorrei una volta, una soltanto, rispondere NON ad Antonio Mellone [che detto tra noi non è NESSUNO: infatti mi sono ripromessa di non rispondere MAI PIU’ AI SUOI ARTICOLI: SE VUOLE MI FA UN’INTERVISTA con i controcazzi, sennò andasse al diavolo, lui e tutti quelli che gli mettono mi piace su feisbuk!!!!!], ma alla popolazione tutta E CON I FATTI. Perché  DANIELA SINDACO RISPONDE CON I FATTI E NON CON LE CHIACCHIERE. E non voglio che nessuno un domani mi possa dire: DA QUALE PURPU VIENE LA PREDICA.

    Io sto dando tutta me stessa per Noha, sto addirittura trascurando il mio lavoro (E LA MIA DICHIARAZIONE DEI REDDITI LO CERTIFICA DAL PRIMO FINO ALL’ULTIMO CENTESIMO), sto cercando di portare in alto il nome del mio paese, organizzo da non so più quanti anni i moto-raduni di agosto (vabbè fanno tutto loro, ma io ci metto la faccia), sono presente ad ogni funerale con tanto di manifesto che sembra più grande il mio nome che quello del morto, sto facendo un sacco di altre belle iniziative che per la verità non mi ricordo manco più quali siano, e qual’è il risultato? (cara prof. Daniela Vantaggiato, hai visto che ce l’ho messo l’apostrofo e come sono migliorata da quando vengo a ripetizione da te?) E – dicevo - qual’è il risultato? Quello di essere presa in giro perché a Noha non stiamo facendo nulla? No, Mimino Montagna, a queste condizioni io non ci sto.

    Io sono pronta a votarti in Consiglio tutte le schifezze della tua giunta (tipo il Mega-porco commerciale o l’Area Mercatale, e altri scempi simili), però non voglio passare alla storia di Noha solo per un paio di sedie da asporto come le pizze.

    A proposito di “Buona Scuola”, nel complesso scolastico di Noha abbiamo un’aula con tante postazioni-computer bellissima, ma (INCREDIBBILE MA VERO) senza linea Internet, e dunque di fatto inutilizzabile da circa un paio d’anni. Come mai? A Noha è vietato connettersi? Non è che quando si parla di BANDA LARGA qui bisogna sempre intendere le solite Bande note alla cronaca nera? Non dirmi, ti prego, che la legge di cui sopra, anche per Noha, si è trasformata nel decretino della “Buona Sòla”?

    *

    Non voglio dire niente altro per l’amor di Dio sull’allaccio Enel del centro Polivalente. Dico solo che non c’è la faccio più!!!!! Ma lo sai che l’altro giorno – robba de pacci, Mimino – ‘stu benedetto centro si è trovato al buio mentre noi altri eravamo all’oscuro di tutto.

    Tra l’altro la sfiga ha voluto che proprio all’indomani ci fosse la Festa dei Lettori (dove doveva partecipare anche ‘stu rompipalle di Antonio Mellone, che invece di chiamarmi al telefono per avvisarmi, si è messo a scrivere il solito articolo sarcastico e così tutti o quasi hanno saputo della cosa…..). 

    Insomma, Mimino mio, hanno portato via puru dhru stozzu de “contatore di cantiere” che permetteva almeno di accendere le lampadine dei cessi di ‘sto cavolo di centro-periferico (ma, tranquillo, non sufficiente per far funzionare ascensore, aria condizionata, riscaldamento e fotovoltaico). Del resto non saprei più da dove partire e soprattutto dove arrivare con questa via-crucis-tragicomica, con questa telenovela nohan-messicana. Vedi, per favore te lo chiedo, di dare una voce tu a Mr. Coccioli, il nostro assessore ai lavori pubici, affinché in qualche modo ci illumini di incenso.

    Su dai, Mimino, (anzi sudai, e molto!) diamoci una mossa e facciamo meno mosse. Ad oggi, mentre ti scrivo, sempre se non sbaglio (ma è difficile che io sbaglio!!!!), l’unica luce che c’è è quella diurna del pozzo luce.

    *

    Ancora una cosa. Si spendono dei SOLDI PUBBLICI, pare  26.000 euro per l’estate galatinese e altri 16.000 euro per la festa patronale di san Pietro. Va bene tutto, ma perché questo Bancomat (che sarebbe il Comune) funziona solo…… per certe aree geografiche, tipo la capitale galatinese, e non per altre (come Noha, i cui abitanti comunque – SALVO I SOLITI CASI DI EVASIONE FISCALE - pagano le tasse con le stesse percentuali)? Perché, per dire, per la festa di San Pietro, come mi dicono, sono stati stanziati 2.000 euro in più, espropriati paro paro dalla festa di San Michele Arcangelo, sicché il contributo per San Pietro è passato da 14.000 a 16.000 mentre quello per San Michele da 4.000 a 2.000? Al paese mio si dice: quandu lu poveru dè allu riccu lu diavulu sotto li piedi de san Micheli si la ride. E mo’ che cosa possiamo inventarci per buttare un altro po’ di fumo negli occhi dei nohani, soprattutto di quelli – e sono tanti grazie a Dio - che si bevono di tutto e di più, e quindi imperterriti continuano a votarci?  

    *

    Giorni fa, nella seconda fetta di Mellone 2015 (secondo il detto nohano: QUANDU RRIVA LA FICA LU MALONE VE E SE ‘MPICA - e speriamo cu rriva ‘mprima ‘sta benedetta fica), il suddetto Mellone mi ha inviato una lettera (veramente l’ha indirizzata anche agli altri tre moschettieri delegati di Noha, anzi tre mosche – ma figurati se quelli prendono carta e penna e si mettono a rispondere, ma io, Daniela Sindaco sottoscritta, ho una dignità da difendere, mentre loro, cioè gli amici LULO, ANPE, e GICO, non hanno le palle per ribattere - ma come quelle che dico io). Ebbene, dicevo, di loro non m’importa nulla, ma io la risposta vorrei darla, come detto sopra, NON con le lettere (che poi mi vengono come vengono) ma CON I FATTI CONCRETI.

    Caro Mimino, penso di essere stata chiara e circoncisa come sempre. Ti dico solo, in conclusione, che se non vi darete una mossa lì a Palazzo Orsini, la sottoscritta Daniela Sindaco sarà costretta a trasformarsi in quattro e quattro otto in una ostinata e implacabile DANIELLA FASTIDIOSA.

    E sappi che per estirparla non c’è sega che tenga.

    Cordialmente tua e sottoscritta,

    avv. Daniela Sindaco

     
    Di Fabrizio Vincenti (del 09/02/2015 @ 21:07:00, in NohaBlog, linkato 1443 volte)

    Io lo guardo. Lo guardo anche più volte al giorno. E tu? Secondo me faresti bene a non guardalo mai. Parlo del telegiornale. Ho imparato a cambiare il pannolino a mio figlio, a preparargli le pappe, a cantargli le canzoncine e a giocare con i suoi giochi di due anni. Dico di aver imparato perché prima non lo sapevo fare. Quando però ho visto che iniziava a guardare quello che guardavo io, e cioè i telegiornali, ho imparato anche a spegnere la televisione per due semplici motivi: il primo è che guardare la televisione, non essendo un bene per gli adulti, non lo è neppure per i bambini; il secondo è che, per quello che fanno vedere, si deve scegliere di non guardarla. E non perché voglia rimanere eternamente bambino, magari potessi. Il vero motivo è perché ho scoperto che posso imparare a fare tutto, tranne una cosa, e cioè spiegare la violenza a mio figlio. Voi ci riuscite? Ci siete già riusciti? Mi dite come avete fatto a spiegare la violenza ai vostri figli? Non trovo un metodo giusto per spiegare a mio figlio di sedici mesi il perché un uomo faccia del male o addirittura uccide un altro uomo. E non è un problema di età anagrafica. Io non sarò in grado di spiegarglielo neppure quando avrà quarant’anni, primo perché io stesso non ho capito la violenza e secondo perché è mio figlio, e ai figli non si parla di cose di questo tipo. Un figlio non dovrebbe sapere cos’è la violenza e la violenza non dovrebbe esistere.

    Ditemi voi come gli spiego che uno ha tenuto rinchiusa in casa una donna fino a farla pesare 15 chili, facendola morire in atroci sofferenze e terribili stenti? E se questo non basta, come faccio a dirgli che questa coppia viveva in un condominio e che per anni nessuno mai è andato a vedere che fine avesse fatto questa donna? Forse devo aspettare che abbia almeno 15 o 16 anni per spiegargli queste cose? No! Io non gliele dirò neanche quando avrà cinquant’anni, se il Signore mi concederà di vederlo ancora. I figli non dovrebbero sapere queste cose e queste cose non dovrebbero esistere.

    Oppure, ditemi voi come faccio a raccontargli che un gruppo di assassini spietati e deficienti, ispirati al più nero medioevo  e sventolando una bandiera nera in onore di un califfato islamico, mozzano la testa a persone ancora in vita o fanno ardere in una gabbia prigionieri che ancora respirano? E se questo non bastasse, come faccio a spiegargli che un esercito di milioni di altre persone si è quasi abituato a tutto questo orrore tanto che, quando succede, questa cronaca occupa solo trenta secondi di telegiornale? Come gli spiego che, nonostante tutti i musulmani non sono come quegli assassini, tanti di loro non condannano apertamente, almeno a parole, queste scelleratezze? Ditemelo voi come fare perché io non lo so. Queste cose i figli non dovrebbero saperle e questi fatti non dovrebbero esistere.

    Ho spento la tv anche quando parlavano di un bambino di nome Loris, ucciso e gettato in un canalone. Gli inquirenti pensano che sia stata la madre ad ammazzarlo. Come faccio a spiegare a mio figlio che una madre ha ucciso il suo bambino? Io non so come dirglielo, non voglio dirglielo. Perché i figli non dovrebbero sapere queste cose, e queste cose non dovrebbero esistere. E poi ho sentito che un gruppo di ragazzi ha cosparso un “senza tetto” di benzina e gli ha dato fuoco. Come faccio a dirglielo? Come gli dico che un padre si è bruciato in piazza perché ha perso il lavoro e non aveva più soldi per sfamare suo figlio? Come gli dico che un uomo e una donna hanno gettato dell’acido in faccia a una persona e sono scappati via? Come gli spiego che uno percepisce 44 mila euro di pensione e vitalizio al mese mentre un altro vive con soli 400 euro? Io no so come spiegarglielo. Come glielo spiego che un uomo è morto in carcere per le percosse, un altro ha mandato una bambina imbottita di esplosivo in mezzo a un mercato per farsi esplodere? Con quali parole gli devo dire che una donna è stata violentata e un piccolo innocente è stato abortito? Io non so come dirglielo perché i figli non dovrebbero sapere certe cose e certe cose non dovrebbero esistere.

    Ma, adesso che ci penso, queste cose non le dovrei sapere neanch’io, perché anche io, a mia volta, sono un figlio, un figlio di trent’anni, ma pur sempre un figlio. E tutti i figli non dovrebbero sapere certe cose perché queste cose non dovrebbero esistere. E vedendo la violenza che viene fatta sulle persone e sugli animali, una violenza sempre e comunque ingiustificata, io a volte mi vergogno e mi pento di essere figlio degli uomini. Ma se il mio di figlio un giorno dovesse venire a conoscenza di questi fatti, certo che non sono stato io a raccontarglieli, una cosa imparerò a spiegargli: il coraggio di non essere omertosi. Sta scritto: “Lotta per la verità, e il Signore Dio combatterà per te”. Chi sa, dunque, parli, perché a volte basta parlare per impedire o far cessare la violenza. E chi può fare qualcosa per estirpare la violenza lo faccia e lo faccia quanto prima, perché io non voglio raccontare a mio figlio queste cose. Lui non deve saperle.

    Non basta evitare la violenza; essa si scatenerà da qualche altra parte. Bisogna, essa sì, abortirla, cioè impedirgli addirittura di attecchire e fecondare il nostro cuore. Noi siamo uomini, e i veri uomini non raccontano ai loro figli queste cose, perché i veri uomini danno tutto e fanno di tutto affinché queste cose non accadano. Coltivate amore e raccogliete amore, dunque,  affinché non dobbiate mai raccontare ai vostri figli cos’è la violenza e che colui che l’ha inventata e che ancora la adopera è anch’esso un uomo, seppur è anche un figlio.

    Fabrizio Vincenti
     
    Di Redazione (del 19/02/2014 @ 21:03:23, in Comunicato Stampa, linkato 1724 volte)
    Domenica 16 febbraio si è svolto il congresso cittadino di Sinistra Ecologia Libertà. Sono intervenuti Francesco Luceri (coordinatore uscente), Danilo Scorrano (Segreteria Provinciale SEL) e i segretari o delegati di tutto il centro sinistra galatinese.
    Il costruttivo confronto tra il coordinatore di SEL Galatina e i rappresentanti del centro sinistra ha portato all’emergere di punti di convergenza tra le linee guida comuni e ha evidenziato la necessità di eliminare alcune difficoltà nel sistema comunicativo tra i diversi circoli locali. Il coordinatore uscente ha ricordato, nella sua relazione di apertura, il contributo svolto da SEL nella campagna elettorale che ha portato all’elezione dell’Amministrazione Montagna e ha sottolineato che, nonostante l’assenza di un proprio rappresentante all’interno della Consiglio Comunale, il circolo continua a svolgere una funzione di vigilanza sull’operato dell’Amministrazione, affinché non si discosti da quanto previsto nel programma: «la nostra, ha detto Luceri, è una posizione di appoggio critico, laddove per critico è da intendersi una critica positiva, propositiva, costruttiva e non il contrario». Il coordinatore ha evidenziato, inoltre, come su alcuni punti dell’operato svolto finora nel Governo cittadino, il parere di SEL rimanga fortemente negativo: «basti citare lo sciagurato caso del megaparco di contrada Cascioni: una scelta infelice che non risolve i problemi ma li acuisce, che promette senza poter mantenere, che distrugge senza creare». A questo progetto si doveva contrapporre il «rilancio del centro storico di Galatina, del cuore di Galatina, un “megaparco culturale”, che investisse su ciò che abbiamo, potenziandolo, migliorandolo». Segue, su molti punti anche critici, la disponibilità di SEL al confronto costruttivo «affinché si faccia qualcosa di buono e di duraturo e che, soprattutto, rispetti la nostra specificità culturale, il nostro Valore culturale. Galatina ha bisogno di buona politica, di chiarimenti, di risposte, non di favoritismi, non di sotterfugi, non di becero e vigliacco clientelismo. In caso contrario, ha concluso il coordinatore uscente, le reali possibilità di questa città (cultuali, turistiche, commerciali, artistiche, imprenditoriali, ma soprattutto umane, non verranno mai sviluppate».

    I delegati dei partiti intervenuti (PSI, IdV, PRC, PCI e PD) hanno accolto di buon grado la delineazione delle direttive comuni a ciascun gruppo politico e, pur sottolineando la specificità individuale delle diverse posizioni politiche, hanno auspicato la riuscita di una buona e collaborativa linea di azione per il bene di Galatina. Al termine della fase istituzionale del congresso, i lavori dell’assemblea hanno portato alla riconferma e al plauso unanime di Francesco Luceri come Coordinatore del circolo e hanno eletto nel Coordinamento cittadino Maura Congedo, Biagio Greco, Marco De Lorenzis, Giuliano Negro, Silvia Maglio, Manuela Patera. Il circolo si è, inoltre, organizzato in Commissioni lavoro riguardanti le aree di maggior interesse della politica cittadina che avranno il compito di coadiuvare l’operato del Coordinamento per la realizzazione del proprio progetto politico.

     
    Ufficio stampa
    Sinistra Ecologia Libertà Galatina
     
    Di Redazione (del 06/09/2019 @ 21:02:45, in Comunicato Stampa, linkato 173 volte)

    Dopo lo straordinario recital di Dado Moroni, Alessandro Perpich al violino e Gabriella Orlando al pianoforte saranno i protagonisti del secondo appuntamento della rassegna musicale “Settembre in…Classica”. Il concerto, organizzato dall’associazione “I Concerti del Chiostro” con il patrocinio e il sostegno dell’Amministrazione Comunale, si terrà il 7 settembre alle ore 20:45 presso il l’ex Monastero delle Clarisse a Galatina.

    “Come Amministrazione Amante – dichiara Cristina Dettù, Assessore alla Cultura -  siamo felici di ospitare I Concerti del Chiostro nella programmazione estiva A cuore Scalzo, consapevoli dell’alta qualità degli eventi grazie, anche, alla direzione artistica affidata a Luigi Fracasso.”

    Alessandro Perpich ha tenuto concerti in USA, Sudamerica, Asia, Europa (Festival di Salisburgo, Salle Pleyel e Opera Garnier di Parigi, Avery Fisher Hall di New York, Ravinia Festival di Chicago, Tanglewood -Boston, Musikverein di Vienna, Coliseum di Buenos Aires, Teresa Carreno di Caracas, Suntory Hall di Tokio, Scala di Milano).

    Incide per Bongiovanni (Divertimenti per due violini di P. Bini, integrale dell’opera strumentale di G.Giordani) e per EPR (integrale delle Sonate di Grieg per violino e pianoforte).

    Gabriella Orlando ha tenuto oltre 800 concerti, da solista ed in formazioni cameristiche, in Spagna, Polonia, Germania, Francia, Austria, Svizzera, Turchia, Polonia, Rep. Ceca, Slovenia, Montenegro nonché per prestigiose associazioni concertistiche italiane.

    Ha collaborato con: ”I solisti Aquilani”, “I Virtuosi di Praga”, il “Sebastian String Quartett” dell’Accademia Musicale di Zagabria, “l’Orchestra Fiorentina di Firenze”, i violinisti Girolamo Bottiglieri, Alessandro Perpich, il chitarrista Javier Garcia Moreno, gli attori Michele Placido, Ugo Pagliai, Paola Gassman, Sebastiano Lomonaco. Ha inciso per la “Epidauro Classic”.

    L’ingresso è libero.

    Sara ROMANO, ufficio stampa

     
    Di Redazione (del 27/05/2014 @ 21:01:36, in Comunicato Stampa, linkato 1232 volte)
    Il 18 maggio, la squadra di serie B del C.T. Galatina ha disputato la quarta di campionato maschile, battendo il Tennis Natisone per 6 a 0. Si era a conoscenza di qualche problema di formazione da parte del Tennis Natisone, che si è presentato a Galatina con solo tre giocatori, ma ci si aspettava di poter quantomeno disputare tutte le partite. Purtroppo ciò è venuto meno, anche a causa di un infortunio della squadra udinese. Poco da dire sulle analisi tattiche di questa giornata. Il Tennis Natisone ci ha messo il cuore e l'anima, ma purtroppo, la squadra udinese è segnata da troppi problemi societari ed ha dovuto abdicare davanti ai ragazzi del Presidente Giovanni Stasi.

    Dopo la pausa della scorsa domenica, il primo di giugno i galatinesi voleranno a Vicenza, per affrontare la SSD '98 del numero 900 al mondo Nicola Ghedin (2.2). La squadra del C.T. Galatina è seconda in classifica, a solo tre punti dalla prima, il “Circolo della Stampa” di Torino. A due giornate dalla fine del campionato, si disputerà, quindi, una partita fondamentale per i salentini, che, se dovessero portare a casa una vittoria, raggiungerebbero la prima posizione nel proprio girone, in considerazione che domenica prossima, il Torino, osserverà un turno di riposo. La Ssd '98 di Vincenza, dal proprio canto, è quarta in classifica, dunque bisognosa di punti che possano garantirle la salvezza anticipata.

    “Sono il primo tifoso del C.T. Galatina e voglio sempre il meglio dai miei. Perciò dobbiamo affrontare questa partita con la solita mentalità e sete di vittoria che abbiamo messo nell'affrontare le altre squadre con cui ci siamo scontrati. Chiedo a tutti, tifosi compresi, di triplicare gli sforzi per poter raggiungere una vittoria contro una squadra forte come il Vicenza e continuare a sperare nel nostro sogno playoff. Ma ci tengo a dire che comunque vada, non ci fermeremo, anche se questa partita ci farà capire che cosa vogliamo fare da grandi.”


    Galatina, 24 Maggio 2014

    Giovanni Stasi
     
    Di Antonio Mellone (del 11/09/2012 @ 21:00:00, in Un'altra chiesa, linkato 1636 volte)

    Genova 05-09-2012. – Padre Carlo Maria Martini è morto. Padre Carlo Maria Martini vive più che mai. Il fatto saliente della settimana e dell’anno è la figura di questo nuovo Ambrogio che ha segnato non solo la diocesi di Milano, ma la Chiesa tutta e anche il mondo lontano da essa. La folla silenziosa di credenti e non credenti che, davanti a lui, morto, scorre come un fiume tranquillo, è il «segno dei tempi» di cui parla il Vangelo (Mt 16,3) che fu lampada e luce ai passi del padre Carlo. Abbiamo visto, abbiamo contemplato come ha vissuto e come è morto. Anzi, come ha voluto morire. La coerenza nella verità della sua vita sono stati esemplari fino all’ultimo ed è vero che si  muore come si vive.
    Lo sfondo sul cielo nuvoloso di Milano era di contrasto. Da una parte il popolo che coglie il cuore del Padre e voleva testimoniare che le sue parole, sigillo autentico della Parola, sono arrivate anche là dove forse nessuno immaginava. Il padre Martini è per tutti il sacramento del «Dio fuori del campo», che ha superato per sempre i confini della Chiesa che cerca di imprigionarlo per andare alla ricerca degli uomini e delle donne di buona volontà, ma anche quelli senza alcuna volontà. Dio non è cattolico, ora lo sappiamo, perché egli è alla fine di ogni percorso di vita, di amore, di giustizia. Dio è il desiderio.
                Dall’altra parte c’è la gerarchia ufficiale che subisce la morte del cardinale Martini e, se avesse potuto, ne avrebbe fatto a meno. Come restare inerti di fronte alla affermazione del padre che in punto di morte, quasi come un grido testamentario sibila senza più voce e con sofferenza che «la Chiesa è indietro di due secoli»? Quale Chiesa? Quella che è su Marte o Mercurio o quella di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, il papa pauroso che teme l’irruzione del Dio della Storia? E’ stata dura per gli ecclesiastici corazzieri della «chiesa a loro immagine e somiglianza» apprendere che il Padre, consapevole della morte e lucido di cuore e di fede, abbia rifiutato ogni accanimento come forse avrebbero voluto e imposto i pasdaran difensori a oltranza della vita di Eluana Englaro (tanto non era lo loro!), con tubi, tubicini, sonde  e macchine di ogni genere per allungare la parvenza di vita disumana e la sofferenza gratuita. Padre Carlo Maria ha chiesto di morire in modo naturale, cioè in maniera umana, salvaguardando la dignità sua e delle persone che lo accudivano.
    Imponente nella sua persona, alta e slanciata, era timido e sempre consapevole della sua inadeguatezza di fronte alla coscienza di ciascuno che egli vedeva come un gigante. Quando lo incontravo a Gerusalemme e parlavamo di studi biblici, osservando i miei lavori sulla grammatica greca a confronto con la sintassi ebraica, mi diceva: «Sono queste le cose che dobbiamo fare: creare strumenti perché gli altri possano leggere sempre più intimamente la Bibbia». Non si preoccupava dell’integrità dell’ortodossia, ma di offrire strumenti scientifici, cioè altamente spirituali, perché ognuno fosse in grado di lavorare con la propria testa e con il proprio cuore.
    Muore il Padre Martini al compimento del 50° anniversario del concilio Vaticano II, che egli amò, difese e protesse anche davanti al papa, anche davanti alla curia romana che tutto fece e tutto sta facendo per evirarlo di ogni sprazzo di vita. Egli è speculare a Giovanni XXIII e lo dimostra la folla che assiepa il suo letto di morte e di vita. Come il 3 giugno del 1963, il popolo romano e del mondo si raccolse radunandosi spontaneamente in piazza San Pietro per «adorare, amare e tacere» davanti al vecchio profeta che volle il concilio; allo stesso modo il 3 settembre 2012 «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7.9) assiepava il duomo ambrosiano davanti all’uomo che era stato per tutti «il testimone di Dio».
    Egli nel 1999 durante un sinodo Padre carlo Maria chiese la convocazione di un nuovo concilio e fu messo a tacere in modo sbrigativo e perentorio. L’imposizione del silenzio gli venne dall’arcivescovo Dionigi Tettamanzi, segretario della Cei, a cui il papa Giovanni Paolo II aveva dato ordine di metterlo a tacere. Grande fu la sofferenza del discepolo che dovette per obbedienza riprendere il maestro. Grande fu la statura del maestro che seppe tacere, sapendo che il seme era gettato. L’idea infatti non morì e oggi è molto più avanti di quanto non si creda.
    I papi e le curie possono rallentare il cammino della Chiesa, ma non possono fermare la Storia, né tanto meno imbrigliare lo Spirito che sempre e comunque soffia dove vuole (cf Gv 3,8). Il papa nell’Angelus di domenica 2 settembre 2012, vigilia della liturgia dell’arrivederci a Padre Martini, non lo ha nominato nemmeno per sbaglio e il Vaticano e la Cei si sono affrettati a precisare che la scelta di Martini di rifiutare l’accanimento terapeutico era in linea con la dottrina della Chiesa. Il sistema cercherà con ogni mezzo di annettere Padre Martini, santificandolo (senza esagerare) per svuotarlo di senso e del suo carisma. Illusi: i profeti non possono essere spenti perché brillano di luce non propria.
    E’ l’operazione consueta dell’Istituzione pagana con i profeti che crocifigge da vivi e osanna da morti. Così va il mondo, così va la chiesuola mondana di cui il mondo e noi facciamo volentieri a meno. E’ strano, anzi è normale, che il popolo colga l’essenza del Vangelo, mentre i clericali ecclesiastici, spesso accuratamente paganeggianti, si sentano smarriti e non capiscano il senso delle parole del Signore:
    «Ma egli rispose loro: “Quando si fa sera, voi dite: ‘Bel tempo, perché il cielo rosseggia’; e al mattino: ‘Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo’. Sapete dunque interpretare  l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?”» (Mt 16,2-3)
    Abbiamo visto morire il Padre Martini e ora sappiamo che non dobbiamo piangere perché è tornato «al principio», ma che dobbiamo ringraziare Dio perché ci ha ritenuti degni di conoscerlo, ascoltarlo, amarlo e vivere la sua vita e la sua morte risorta di «Giusto di Dio».
    Padre Martini è morto nel pomeriggio di venerdì 31 agosto 2012, «erano circa le quattro del pomeriggio», l’ora della ricerca della dimora del Signore e della conoscenza di «dove» abita il Maestro (Gv 1,35-39). Il Padre è andato a vedere, è entrato ed è rimasto ad attendere noi che lo abbiamo amato. Intanto per gli Ebrei iniziava lo Yom Shabàt, il Giorno di Sabato e nelle sinaghoghe, tutti in piedi rivolti alla porta d’ingresso, cantavano «Lekà Dodì -Vieni Amore mio», l’inno al sabato che entra come una sposa adorna per il suo Sposo. Nella stessa ora, mentre nel tempio di Gerusalemme, alle quattro del pomeriggio il sommo sacerdote scannava l’agnello per il sacrificio «tamid - perpetuo», padre Carlo entrava nella «città santa, Gerusalemme … [dove non è] alcun tempio perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio … e le sue porte non sono mai chiuse durante il giorno, perché non vi sarà più notte». (Ap 21,10.22-25). Tutto torna, tutto è Grazia. Tutto è Dono. Anche noi brindiamo con Dio con un Martini alla salute del Regno che viene, anche per i meriti di Padre Carlo Maria Martini.

    Don Paolo Farinella  - Genova

     
    Di Redazione (del 05/04/2016 @ 20:59:37, in Comunicato Stampa, linkato 1237 volte)

    Il 07 aprile 2016 il palcoscenico del rinnovato Teatro Cavallino Bianco di Galatina, si fa ‘cattedra’ ed accoglie i giornalisti Ernesto Assante e Gino Castaldo per una delle loro fortunatissime LEZIONI DI ROCK, un format che i due portano avanti già da tempo per raccontare importanti pagine di storia della musica.

    Nel 1969 i Beatles tornavano in studio per l’ultima volta, per registrare quello che in molti considerano il loro capolavoro assoluto, “Abbey Road”. La band era già virtualmente finita, le liti tra i quattro erano arrivate al punto di rottura, eppure la bellezza, la ricchezza, la complessità, l’emozione di Abbey Road mostrano una band al suo assoluto apice creativo. I due giornalisti di Repubblica e Radio Capital, vi accompagneranno nel cuore di Londra, per attraversare insieme quelle strisce pedonali che sono diventate un monumento per ogni appassionato del rock.

    LEZIONI DI ROCK - The Beatles: Abbey Road, è inserito nel programma della stagione di prosa 2016 organizzata dalla Città di Galatina in collaborazione con il Teatro Pubblico Pugliese (TPP) e con il Patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT) e della Regione Puglia - Assessorato all’Industria Turistica e Culturale.

    Prezzo del biglietto per lo spettacolo: 10,00€

    Orario della rappresentazione: porta ore 20:30 / sipario ore 21:00

    Vendita dei biglietti: Il servizio di vendita degli abbonamenti e dei biglietti è disponibile presso l’Ufficio IAT (via Vittorio Emanuele II, 35 – Torre dell’Orologio) tutti i giorni dalle 09:30 alle 12:30 e dalle 15:30 alle 19:00. Il botteghino del Teatro Cavallino Bianco sarà aperto solo il giorno degli spettacoli dalle ore 19:00. Per informazioni: tel. 0836.569984 – cell. 392.9331521 – iat.galatina@gmail.com

     
    Di Russo Piero Luigi (del 25/03/2018 @ 20:53:03, in Comunicato Stampa, linkato 578 volte)

    Grazie all’Amministrazione comunale ed a “TappiAmo Galatina” anche nella nostra città i bambini con disabilità potranno avere uguale accesso alle attività ludiche, ricreative e di tempo libero nei parchi pubblici.

    La Regione Puglia ha istituito infatti nel proprio bilancio un Fondo denominato “Fondo per la piena accessibilità del parco giochi ai bambini disabili” e nell’ambito di detto Fondo ha creato un capitolo finalizzato al finanziamento per la redazione di progetti e la realizzazione di lavori per la piena accessibilità ai parchi giochi comunali dei bambini disabili.

    Il Comune di Galatina ha partecipato al bando con un progetto, redatto a tal fine, per attrezzare di detti giochi piazzetta “G. Fedele” a Galatina ed i giardini “Madonna delle Grazie” a Noha. Il progetto prevede un costo complessivo di 9.200 euro, dei quali il 95% in carico alla Regione ed il restante 5% cofinanziato dal Comune di Galatina. Proprio di questo 5% (circa 460€) si è fatto completamente carico l’Associazione “Virtus Basket Galatina” con sede a Galatina che, in collaborazione con la ditta “ECOM SERVIZI AMBIENTALI s.r.l.” di Galatina, nell’ambito delle proprie iniziative statutarie volte al miglioramento delle condizioni  sociali e culturali degli abitanti di Galatina, ha promosso una iniziativa denominata “TappiAmo Galatina”.

    Scopo di questa iniziativa è proprio la raccolta dei tappi di plastica e prodotti in PE in genere.

    Due sono gli obiettivi che si prefigge l’iniziativa:

    • Obiettivo Ecologico – Educativo: la raccolta tappi è un mezzo che contribuisce ad educare al problema del riciclaggio e della corretta raccolta differenziata;

    • Obiettivo Solidale: la nostra iniziativa, totalmente senza scopo di lucro, consentirà di realizzare, con un piccolissimo gesto, varie iniziative di solidarietà; i tappi usati vengono infatti pagati in denaro contante dalle aziende specializzate, ed i proventi finiscono, appunto, in attività assistenziali e di beneficenza.

    Giusto per avere una idea dell’eccezionale lavoro svolto dai volontari e dai tanti amici che hanno partecipato alla raccolta basti pensare che un singolo tappo pesa circa 2 grammi e, quindi, per farne un kg ne servono 500. Il valore di un kg della nostra preziosa plastica vale circa 18/20 centesimi di euro. Per arrivare alla cifra di 500€ occorrono all’incirca 2 tonnellate e mezzo di tappi che equivalgono ad oltre un milione e trecentomila pezzi…

    Siamo fieri ed orgogliosi di aver portato a termine questo primo prestigioso progetto grazie all’impegno di tante persone di buon cuore e l’aiuto di Sponsor.

    Grazie all’Amministrazione comunale, a “TappiAmo Galatina” ed alla “ECOM SERVIZI AMBIENTALI s.r.l.” non ci saranno più distinzioni e barriere per il gioco dei nostri bambini.

    Naturalmente questo è solo il primo obiettivo; altri e più importanti ci attendono. Abbiamo pertanto bisogno di tutti voi per continuare la raccolta…

    Contattateci:

    Sandro Argentieri: 333-4368532;

    Piero Luigi Russo: 349-8471729.

     
    Di Redazione (del 02/03/2014 @ 20:49:20, in NohaBlog, linkato 1791 volte)

    Una storia millenaria custodita da una roccia friabile e porosa come il tufo, un passato doloroso svelato “come le linee d'una mano” (Italo Calvino, “Le città invisibili”) e un paesaggio unico disegnato dall'altopiano della Murgia e dal lento scorrere della Gravina. Qui, a Matera, dal primo marzo 2014 sarà aperto al pubblico il primo Bene del FAI in Basilicata inaugurato questa mattina, Casa Noha, entrata a far parte di una rete di 50 splendidi luoghi tutelati e aperti al pubblico in tutta Italia.

     

    Memorie nel tufo

    Donata alla Fondazione dalle famiglie Fodale e Latorre nel 2004 perché fosse testimonianza della storia della città e luogo di pubblica utilità, Casa Noha rinasce grazie a un accurato intervento conservativo volto più che ad aggiungere a togliere materia, riscoprendo i vari strati di tufo che compongono le pareti del bene. I cinque vani nel cuore dei Sassi, dal 1993 dichiarati dall'Unesco Patrimonio Mondiale dell'Umanità, sono parte di un Palazzo risalente al XVI secolo e rappresentano oggi un nuovo cancello d'ingresso per visitare Matera.

     

    Viaggio straordinario nella storia di Matera

    Grazie a Fondazione Telecom Italia Casa Noha diventa un soggetto narrante capace di offrire una chiave di lettura per la comprensione della città. Per la prima volta, infatti, il FAI sceglie di mettere al centro non un suo bene ma il contesto che lo circonda attraverso un inedito percorso multimediale che avvolge il visitatore in un'esperienza immersiva unica: il racconto filmato Sassi invisibili. Viaggio straordinario nella storia di Matera, ideato da Giovanni Carrada e proiettato sulle pareti di sasso dell'abitazione, offre, infatti, al visitatore, grazie a immagini, storie, suoni e riferimenti incrociati, la prima ricostruzione completa della storia della città. Il ricco intreccio di tante esistenze continuerà a rendere vive le stanze di Casa Noha e le sue pareti di pietra continueranno a rievocare i racconti lontani di cui sono custodi. Una narrazione appassionante valorizzata dall'accurato lavoro di un team di venti specialisti, con il coordinamento scientifico di Rosalba Demetrio, che si è confrontato con la complessità del territorio da diverse prospettive: dall'architettura alla storia dell'arte, dall'archeologia alla storia del cinema. Un materiale documentario inedito e di grande valore scientifico il cui obiettivo principale non è la semplice promozione turistica ma far riaffiorare la memoria di una città quasi imprigionata nel tufo in cui è scavata.

     

    Un'App per vedere l'invisibile

    Un viaggio nel passato che continua per i vicoli della città grazie all'App Matera invisibile. Sulle tracce di una città straordinaria, a cura di Antonio Nicoletti, scaricabile gratuitamente e disponibile per iOS e Android. Cinque gli itinerari narrativi proposti che attraverso testimonianze d'autore svelano il cuore nascosto di Matera descrivendola attraverso i cinque elementi che la costituiscono: l'acqua, la pietra, la luce, il tempo e lo spirito.

     

    In punta di piedi

    “Si difende ciò che si ama e si ama ciò che si conosce”: questo il principio guida che da sempre ha ispirato l'operato del FAI che attraverso Casa Noha intende favorire un turismo consapevole e rispettoso della delicatezza e della fragilità di questa città unica, che non trasformi Matera in una ‘città-presepe' ma che sia disposto ad adeguarsi alle esigenze del territorio dedicando tempo e attenzione alla scoperta della sua lunga e frastagliata storia.

    Il FAI rivolge un grazie particolare a Fondazione Telecom Italia per aver sostenuto e finanziato il progetto culturale di Casa Noha, selezionato tra i 300 pervenuti nell'ambito del bando “Beni Culturali Invisibili” (2011). Si ringraziano inoltre Italcementi e “I 200 del FAI” per l'importante contributo al restauro di Casa Noha. Un sentito ringraziamento a Lella Costa e Fabrizio Gifuni per aver collaborato gratuitamente alla realizzazione del progetto “I Sassi invisibili. Viaggio straordinario nella storia di Matera”.

     
    Di Redazione (del 12/05/2017 @ 20:48:19, in Comunicato Stampa, linkato 1094 volte)

    Ho chiesto al vice ministro alle Infrastrutture e ai Lavori pubblici, Riccardo Nencini, di prendere a cuore il problema dei due passaggi a livello che si trovano: uno all’ingresso di Galatina e uno sulla Galatina-Copertino. Credo che la nostra città e le sue frazioni meritino un ingresso che dia il giusto risalto al territorio. Ma ho chiesto anche un aiuto per risolvere il problema dell'allargamento della strada provinciale Galatina-Copertino nel tratto che innesta la statale 101 a Galatina, richiesta che ho avanzato già al presidente della Provincia, Antonio Gabellone.

    Il confronto - molto proficuo - con il vice ministro è avvenuto nel mio comitato elettorale, in piazza Alighieri a Galatina, nel primo pomeriggio di oggi, 12 maggio. Nencini si è impegnato ad aiutarci a risollevare le sorti della città e delle sue frazioni e ha premesso che, con l’eventuale passaggio delle competenze di alcune strade ad alto flusso veicolare di mezzi pesanti (zone industriali e aree portuali) e di quelle a più alto rischio per la sicurezza, dalla Provincia ad Anas, sarà possibile intervenire sulle richieste di infrastrutture che sono comuni a molte città. Noi confidiamo nelle parole del vice ministro per riuscire a realizzare questi interventi che garantirebbero maggiore sicurezza sulle strade, ordine e più attrattività della nostra città.

    Ci ha dato appuntamento per il 30 giugno a Bari, se saremo noi a vincere la competizione elettorale. La nostra campagna elettorale guarda anche al dopo: se i cittadini di Galatina e frazioni mi vorranno come loro sindaco, questo sarà il nostro primo appuntamento in agenda con le istituzioni.  

    Giampiero De Pascalis candidato sindaco per “Obiettivo 2022”

    (Lista De Pascalis, Direzione Italia, Forza Italia, L’Agorà, La Città, Psi, Udc)

     
    Di Redazione (del 15/02/2019 @ 20:48:07, in Comunicato Stampa, linkato 348 volte)

    Giornata speciale ieri 14/02/2019, per il Polo 2 di Galatina e Noha e per il Presidio del Libro di Noha e Galatina. Nell’ambito delle iniziative per il Mese della Memoria, abbiamo accolto una particolarissima compagnia teatrale: “il Teatro del Viaggio” diretta da Gianluigi Belsito di Bisceglie. L’idea chiave, che ne è il fondamento, è la scelta di ridare fisicità, corpo alle parole, non solo mettendole in scena, ma facendole letteralmente camminare, con l’obiettivo di incontrare e coinvolgere anche chi risiede in periferia.

    I ragazzi delle classi quinte della scuola primaria e secondaria di 1° grado hanno così partecipato a “Il piccolo dittatore”, uno spettacolo interattivo, gestito egregiamente dagli attori Gianluigi Belsito stesso e Maria Lanciano, che invitava a riflettere sulla tragedia dell’olocausto attraverso l’esplorazione delle parole, sciorinate come panni al sole, ed esplorate seconda la doppia chiave del drammatico e del grottesco. Pregiudizio, razzismo, dittatura, paura, propaganda, deportazione, diversità… hanno toccato la sensibilità dei ragazzi (da sempre il pubblico più difficile) e dei loro insegnanti, stimolandoli a “intelligere”, cioè a leggere dal di dentro, in profondità, ciò che è stato, per riconoscerne gli amari segni nel presente.

    Tutti, in quel piccolo teatro parrocchiale, messo a disposizione dall’infaticabile parroco di Noha don Francesco Coluccia, abbiamo sentito il bisogno di prendere posizione e di adoperarci affinché gli olocausti e la violenza delle guerre cessino.

    È questa la semplice, straordinaria utopia di ogni persona di buona volontà!

    Ma come riuscirci? Non certamente rispondendo con la violenza, lo abbiamo già sperimentato senza successo. Lo faremo inveceattraverso la conoscenza, l’esercizio del libero pensiero, l’educazione all’empatia e il senso del grottesco (da sempre i potenti hanno paura del ridicolo!). Questo il messaggio de “Il piccolo dittatore”, questo l’ambito di senso in cui Hitler con tutti i tiranni della sua specie, passati e presenti, si è manifestatonella sua malvagità, ma anche nella sua stupidità e banalità di essere piccolo di cuore e di mente, che ci auguriamo di poter seppellire definitivamente anche con una risata.

    Grazie, Teatro del Viaggio, ci incontreremo ancora!

    dott.ssa Eleonora LONGO

    Dirigente Scolastico IC POLO 2 GALATINA

    Referente Presidio del Libro - Biblioteca Giona - Noha/Galatina

     
    Di Albino Campa (del 25/02/2012 @ 20:46:25, in Eventi, linkato 2000 volte)

    Domenica 26 febbraio 2012, appuntamento a Galatina con il 1° Trofeo Ciclistico Casamica – Memorial Antonio Bardoscia. Organizzato dall’associazione Casamica, la gara insieme al 1° Trofeo Ciclistico Marina di San Cataldo del 4 Marzo, fa parte della 1a COPPA UISP (Lega Ciclismo LECCE) Specialità Strada 2012, ed è aperta ai tesserati di tutti gli Enti della Consulta Nazionale del Ciclismo in regola con le prescritte coperture assicurative.
    Il ritrovo è fissato dalle ore 07.30 alle 08.30 in via Soleto (Galatina) c/o Parrocchia cuore Immacolato di Maria, dove alle 9.00 è prevista la partenza per seguire il percorso in VIA FOGGIA, VIA CORIGLIANO (Dir. Corigliano), TANGENZIALE DI GALATINA (Dir. Collepasso), STRADA PROVINCIALE N.41 (Dir. Noha), VIA COLLEPASSO (Noha), SRADA PROVINCIALE N.41 (VIA Dir. Galatina), VIA DON TONINO BELLO, VIA MONTE GRAPPA (Dir. Sogliano Cavour), VIA MONTE ROSA, VIA GORIZIA, STRADA PROVINCIALE N.33 (Vecchia S.P. Galatina Corigliano), STRADA COMUNALE, STRADA PROVINCIALE N.138 (Dir. Soleto), STRADA PROVINCIALE N.33 (Dir. Galatina), TANGENZIALE DI GALATINA (Dir. Lecce), STRDA PROVINCIALE N.47 (Dir. Galatina), VIA SOLETO (ARRIVO). Un percorso di circa 20 km da ripetersi quattro volte.

    All’arrivo, previsto per le 11.30, seguirà la premiazione per i primi tre classificati;con una coppa o un cesto di prodotti alimentari e/o tecnici del valore di 100 €.
    Previsti anche diversi premi per il primo classificato tesserato UISP e per ognuna delle categorie in gara. Inoltre un premio speciale al concorrente più combattivo (orologio da polso del valore di €. 190,00) e al concorrente galatinese meglio classificato(cesto prodotti alimentari e/o tecnici)
    Nota particolare, i traguardi volanti alla conclusione del 1° (cesto di integratori), 2° (cesto prodotti gastronomici) e 3° (orologio artistico da tavolo) giro.

    La quota di Iscrizione alla singola gara è di Euro 10,00, con la possibilità di effettuare un abbonamento per entrambe le gare (Galatina - Castro) al costo di euro 13.00. L’iscrizione va effettuata on line utilizzando l’apposito servizio attivo sulla apposita pagina del sito www.uisp.it/lecce, entro le ore 12.00 del giorno precedente la manifestazione. I ragazzi fino ad anni 16 e le donne non pagano la quota di iscrizione.

     
    Una giornata dedicata alla cooperazione come forma di autoimpiego: sarà questo il seminario “Laboratorio di idee per l’autoimpiego: un’opportunità per superare la crisi coniugando imprenditorialità e lavoro” in programma il prossimo 18 settembre dalle ore 9.30 presso il Centro Aperto Polivalente di Noha di Galatina ( Lecce).

    L’evento, promosso dall’Azienda di Servizi alla Persona “Istituto Immacolata A.S.P.” con il Servizio NetAbility di inserimento e accompagnamento lavorativo delle persone diversamente abili, in collaborazione con il Comune di Galatina, vuole stimolare la riflessione sulle possibilità di autoimpiego nel settore del no –profit attraverso la creazione d’impresa sociale.
    L’impresa sociale, per definizione “senza fini di lucro”, non deve trarre in inganno: il settore no-profit rappresenta sempre più un grande bacino occupazionale perché, oltre al volontariato puro, ne fanno parte le cooperative sociali che gestiscono attività produttive come i servizi socio-assistenziali, sanitari e turistici favorendo l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.
    Secondo le ultime rilevazioni ISTAT, infatti,  le organizzazioni non profit attive in Italia sono 301.191, con un incremento del 28% rispetto al 2001, e rappresentano il 6,4 % di tutte le unità economiche attive a livello nazionale. Anche in termini di occupazione i dati riflettono una significativa crescita negli ultimi anni di tutto il settore con un + 39,4 % di lavoratori rispetto al 2001.
    Nel corso dell’evento verrà illustrato il Servizio NetAbility, le prospettive dell’Azienda di Servizi alla Persona “Istituto Immacolata” di Galatina, e le testimonianze di due protagonisti dell’innovazione sociale come Paolo Venturi- Direttore Generale AICCON - Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit- e Mauro Ponzi – Presidente Consorzio Mestieri, l’ unica agenzia per il lavoro no profit operante in Italia, realizzate con il contributo dell’iniziativa Laboratori dal Basso, azione della Regione Puglia cofinanziata dalla UE attraverso il PO FSE 2007 – 2013. 
    Sempre in tema di innovazione, progettazione sociale e le prospettive del settore interverrà, inoltre, Roberto Covolo, Project Manager ExFadda di S. Vito dei Normanni. 
    E’ prevista, infine, una tavola rotonda di dibattito sulle prospettive dell’economia sociale per il territorio a cui prenderanno parte il Presidente dell’Istituto Immacolata ASP Antonio Palumbo, il Sindaco Cosimo Montagna, l’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Galatina  Daniela Vantaggiato, gli Assessori al Welfare, allo Sviluppo Economico e alle Politiche Giovanili della Regione Puglia – Loredana Capone, Elena Gentile e Guglielmo Minervini, il Presidente della Provincia di Lecce Antonio Gabellone unitamente agli assessori Ernesto Toma e Filomena D’Antini Solero, e il Direttore Generale ASL Lecce  Valdo Mellone.
    Al termine dei lavori verrà consegnato il Premio PaD – Plurality and Diversitiy 2013 ( prima edizione) come riconoscimento per l’impegno nella valorizzazione delle diverse abilità e nella sensibilizzazione ad una cultura d’integrazione sociale. 
    Saranno premiati il sindacato SFIDA - sezione di Lecce con il suo Segretario Provinciale Vito Berti, il Consorzio Emmanuel con il suo Presidente Daniele Ferrocino e l’Associazione cuore Amico per cui ritirerà il premio il Presidente Onorario Paolo Pagliaro.
    Sarà possibile seguire la manifestazione anche in diretta streaming sulla web tv Inondazioni.it 

    Per ulteriori informazioni

    Ilaria Panico

    RESPONSABILE COMUNICAZIONE NetAbility

    347/6017952

    Ilaria.panico@netability.it
     
    Di P. Francesco D’Acquarica (del 24/10/2015 @ 20:43:16, in Presepe Vivente, linkato 1792 volte)

    Stupenda, bellissima, gioiosa notizia quella di poter finalmente allestire il “Presepe Vivente” (sesta edizione) nel giardino del Castello di Noha: luogo magico, incantato, da favola. Che ci sarà mai al di là di quel muro, così alto oltre il quale non si può vedere nulla?

    Tutti potremo osservare, ammirare qualcosa dei nostri “beni culturali”, quello che i nostri antenati hanno creato e consegnato alla storia cittadina, quello che si è salvato dall’invasione dell’asfalto e del cemento armato dei nostri tempi:  “il parco degli aranci”, “la torre con il ponte levatoio”, quello che resta del “Castello” della nobile famiglia dei Baroni De Noha che fin dal 1200 qui avevano creato il centro della loro Baronia.

    L’anno scorso abbiamo ammirato il presepe vivente nella “Casa Rossa”; qualche anno fa, nelle edizioni presso la Masseria Colabaldi, abbiamo osservato da vicino quell’altro gioiello storico, con le varie parti della Masseria, luogo del cuore, nel cui giardino erano state ricostruite dai ragazzi del presepe, una volta la Throzza e un’altra l’antica torre di Noha. Quest’anno, invece, avremo il privilegio di vedere da vicino, in tutto il suo splendore, uno tra i più belli ed antichi beni culturali di Noha, con tutto lo spazio che il Castello ha conservato per noi.

    Fino a non molti anni fa, quello spazio era enorme e andava da Via Pigno fino a ridosso della Casa Rossa dove c’erano le tombe Messapiche. Ora il grande “parco degli aranci” è attraversato dalla continuazione di Via Donatello per facilitare il traffico che sfocia sulla Via di Collepasso. Durante la guerra 1939-45 lì sorse anche una attività industriale, la SALPA (Società Anonima Lavorazione Prodotti Agricoli), per iniziativa della famiglia Galluccio e vi si  lavoravano le mele cotogne, prima, e poi i pomodori, dando lavoro ad un centinaio di operai.

    Nel giardino retrostante il Castello ci sono stato per la prima volta 40 anni fa, quando non conoscevo nulla dell’antichità di Noha. Ci andavo per constatare l’esistenza “de lu thrabuccu” che non ho trovato. Mi accompagnò il custode addetto in quel tempo e, mentre osservavo ogni cosa, immaginavo di vedere il Barone Pirro con il suo figlioletto Guglielmo passeggiare nel giardino, o la Baronessa Solemna con la figlia Isabella camminare per i viali, quando d’estate andavano alla Casa Rossa per un po’ di frescura.

    Rimasi affascinato dalla Torre. Appartiene all’epoca dell’architettura federiciana. Federico II (1194-1250) figlio di Enrico VI di Svevia, si è caratterizzato per la sua volontà pianificatoria di difesa e di rappresentanza del potere imperiale nel meridione d'Italia. Caratteristica comune dei castelli di epoca federiciana era l'impianto geometrico regolare, tipici nel periodo che oscilla tra il 1235 e il 1245, utile a garantire difesa e controllo del territorio.

    La torre di Noha rientra in questo contesto: è situata nel giardino retrostante il "Palazzo baronale". Tuttora presenta tutti i requisiti della torre di avvistamento e di difesa. Con il prospetto principale rivolto verso Nord, quindi verso l'antica strada, la famosa “Strada Reale di Puglia”, s'innalza su due piani a pianta quadrangolare di metri 7 x 5 e raggiunge circa 10 metri di altezza. Una scala risolta in un'unica rampa lievemente incurvata verso Est, è poggiata su un'arcata a sesto acuto ed è munita di ponte levatoio. Il piano di legno ribaltabile è stato sostituito da una lastra metallica, che certamente impediva in caso di pericolo l'accesso al vano, posto al piano superiore. Realizzata con conci di tufo sistemati per corsi orizzontali abbastanza regolari, la costruzione è coronata da un elegante motivo ad archetti tipici dell’architettura federiciana.

    Situata a circa 80 metri sul livello del mare, permetteva forse un collegamento a vista con altre torri poste nel territorio circostante e realizzava il posto ideale di osservazione di un lungo tratto di strada. La torre era a ridosso del Castello che era a pianta quadrangolare e dotato di bastioni sui quattro angoli. Teniamo conto che il luogo dove si trova oggi, quello che resta del Palazzo Baronale, era un punto di avvistamento lungo la via per Ugento. Perciò era logico far sorgere una struttura difensiva di quel tipo in quei tempi calamitosi.

    Pensate all’esistenza del frantoio ipogeo, lu thrappitu, sotterrato davanti al Castello, alle casiceddhre che stanno per crollare, pensate alla vita che si è svolta in questo luogo quando il tutto divenne la “Masseria del Castello”: padroni succedutisi ai baroni, contadini che lavoravano per i signori benestanti, eventi belli e a volte anche drammatici accaduti nei secoli. Un esempio per tutti lo leggiamo nei registri parrocchiali, quelli dell’Arciprete Don Nicolantonio Soli (1662-1727) che, primo a compilare quelle carte,  ci ha lasciato così la sua testimonianza:

    Adì 19 Aprile 1711 - Domenico d'Anna marito di ...    di S. Pietro Ingalatina,  giardiniero nel giardino dietro il castello di Nohe fu trovato ammazzato seu ucciso de fatto con una archibugiata datali al petto ad hore cinque, in sei di notte, et non havendo ricevuto nessuno sacr. però havendo il biglietto del Precetto Pascale adempito nella sua chiesa di questo presente anno et ancora la licenza di Mons. Vicario di Nardò di poterli dare l'ecclesiastica sepoltura questa qui infilata e poi à d. giorno fu sepelito dentro questa mia parrocchiale chiesa di Nohe.

    *

    Complimenti ai responsabili e collaboratori che ogni anno ci fanno la lieta sorpresa di un Presepe Vivente impostato sulla conoscenza dei nostri beni culturali. Grazie perché con le vostre iniziative ci fate rivivere il Natale cristiano, quello inventato da San Francesco d’Assisi, quello che fa pensare alla storia della nostra salvezza, quello che ci aiuta a vivere ancora in un clima di fraternità natalizia.

    Il mio sogno è che presto, prima che per me sia troppo tardi, possa vedere il parco degli aranci aperto al pubblico tutto l’anno, dove la gente di Noha possa andare a trascorrere il tempo libero, a studiare la nostra storia, a godere della frescura e dell’aria buona (da sempre apprezzata come aria salubre di Noha). Mi auguro che anche il frantoio ipogeo, ora sigillato, possa un giorno rivedere la luce; mi auguro che diventi visitabile da parte di tutti, come molti altri frantoi ipogei della provincia. So che ci vuole del tempo, ma con il tempo si crea anche la coscienza delle cose belle. Quando nel 1972 feci le prime ricerche, nessuno conosceva quello che la nostra cittadina nascondeva della sua storia. Ora finalmente molti sanno, e il presepe vivente di ogni anno ne è la prova. A Natale ci sarò anch’io.

    P. Francesco D’Acquarica

     
    Di Redazione (del 16/02/2016 @ 20:42:25, in Comunicato Stampa, linkato 1268 volte)

    Sognare di arrivare in alto, partendo dal basso senza la più piccola ombra di un centesimo. È la storia di Nextword the web series, una scommessa ampiamente vinta da Inondazioni.it e Nextword Produzioni Cinematografiche, selezionata alla fase finale del "Los Angeles Web Festival", una delle più importanti manifestazioni mondiali dedicata alle web series. 

    Non appena la notizia è arrivata in produzione, tutto il gruppo della web tv e di Nextword Produzioni Cinematografiche ha gioito per l'inatteso risultato, premiante ancora una volta il lavoro e la passione, impiegati in un'avventura per nulla facile da affrontare.

    Merito della produzione, guidata da Piero De Matteis e Tommaso Moscara, con l’aiuto impareggiabile di Salvatore Sbrò e Fabio dell’Erba, i quali, stupefatti dalla notizia hanno dichiarato: "Siamo orgogliosi per questo grande traguardo raggiunto. Certo, i soldi sono importanti, ma non fondamentali se prima non si impiegano forze ed energie positive per portare avanti un progetto nuovo e costruttivo, come la è stato Nextword – the web series". 

    Un merito condiviso in prima persona con l'artefice di questo miracolo, ossia Vincenzo Stigliano regista, sceneggiatore e creatore della web series che ci ha creduto fin da quando ha presentato il progetto alla produzione di Inondazioni.it.

    Non ha mollato un solo istante, riuscendo a creare un cast perfetto sotto l'aspetto dell'empatia, imbattibile per quel che concerne la determinazione. 

    Non è stata questa però, la sola vittoria per il giovane regista salentino, il quale grazie alla sceneggiatura del suo cortometraggio "Solitudine" (Loneliness) è stato selezionato anche alla fase finale del prestigiosissimo “New York Indipendent Film Festival”.

    Inoltre è da sottolineare che Nextword è in nomination per la vittoria finale in due categorie, MIGLIOR REGIA con VINCENZO STIGLIANO e MIGLIORI MUSICHE ORIGINALI con REPUBLIKA MOD, ALESSIA DONNO ed EMA FEAT RAINWORDS.

    "Notizie del genere non possono che far piacere" - commenta Stigliano - "sono uno stimolo in più per andare sempre oltre i propri confini, continuando a lavorare sodo. Spero che adesso il Comune di Galatina, la Provincia di Lecce e la Regione Puglia, possano darci maggiore aiuto e collaborazione per i lavori futuri che abbiamo in cantiere. Io voglio ringraziare tutto il cast e vorrei citarlo in Mino Donadei, Elisa Cairo, Marta Sfragara, Christian Romano, Luigi Sarcinella, Antonio Geusa, Francesco Tundo, Ivano Mastria, Giuseppe Rizzo, Christian Rizzo, Chiara Sbrò, Tina Ciccardi, Azzurra Leone e Dario Palumbo, perché senza di loro tutto questo non sarebbe potuto accadere, grazie di cuore a tutti loro". 

    Inondazioni e Nextword Produzioni Cinematografiche hanno costruito un sodalizio non indifferente, riuscendo a mettere in piedi la prima web series nel Salento, avente un grosso seguito in Italia con oltre seimila visualizzazioni in un solo mese, e da oggi diventando realtà importante in tutto il mondo cinematografico. 

    Guarda tutte le puntate delle web series on line su http://ww.nextwordproduzioni.com e scopri tutte le novità sulla pagina Facebook Ufficiale

    Alessio Prastano

     
    Di Dante De Ronzi (del 01/12/2015 @ 20:41:57, in NohaBlog, linkato 2536 volte)

    Prima dell'inaugurazione del Cavallino Bianco, avvenuta domenica 29 novembre, su un noto network ho così commentato: ACUSTICA ZERO. CONTENITORE DEL NULLA. MONUMENTO ALLA RETORICA DEL PASSATO ED ALLO SPRECO DEL PRESENTE.

    Oggi, a fari spenti, sento il dovere di spiegare ed informare i cittadini di Galatina e non solo.

    Cominciamo col dire che obiettivamente l'immobile in oggetto non ha mai avuto alcunché di artistico e architettonico che lontanamente ci facesse avvicinare ai teatri storici d'Italia. Non parlo della Scala di Milano o della Fenice di Venezia o del San Carlo di Napoli, ma neanche del Petruzzelli di Bari o del Paisiello di Lecce.

    La fama del Cavallino, per dirla tutta, si è creata nel dopoguerra per un fenomeno di costume dai profili Boccacceschi: I VEGLIONI. Ne vogliamo parlare? Bene facciamolo senza ipocrisia.

    Quegli eventi rappresentarono per quegli anni il trionfo del peccaminoso e della trasgressione che una volta l'anno si celebravano in occasione del carnevale.

    Un vero raduno pagano, osteggiato con forza dal mondo ecclesiastico. Una ribellione laica al perbenismo imperante, al bigottismo pervasivo la vita delle nostre comunità.

    Chi scrive, all' epoca era troppo giovane per potervi partecipare, ma particolarmente attento e curioso da non perdersi una parola dei racconti delle avvenenti vicine che tutti gli anni erano di casa. Non ho parole per descrivervi l'alone intrigante di emozioni erotiche che da quei racconti sussurrati ne scaturiva e la morbosa curiosità di un giovinetto con gli ormoni in subbuglio.

    Provate solo ad immaginare cosa poteva essere l'esibizione delle più belle donne della provincia e della regione, vestite con abiti ammiccanti ed in maschera. Una provocazione ed una tentazione irresistibile per l'esuberante virilità repressa dei giovani, e non solo, di allora. Ovvio che in quel clima l'ascolto dell'artista di turno era secondario, ininfluente, perché solo alibi del raduno.

    Ciò nonostante allora la situazione acustica era 100 volte migliore di adesso e vi spiego perché.

    Primo, si stipavano a sardina (il che era molto gradito per rubare fugaci contatti) oltre 2000 persone, in ogni dove dalla platea ai palchi, al loggione. Questo garantiva una fono-assorbenza passiva eccezionale che oggi con le norme di sicurezza non è più pensabile.

    A proposito, vi informo che attualmente i palchi sono inagibili mancando le vie di fuga e le uscite di emergenza. Secondo, la volta era realizzata in controsoffitto appeso di impagliato pressato perfettamente funzionale allo scopo. Oggi rimossa la copertura in eternit è  stata realizzata una volta in legno lamellare che acusticamente è  uno specchio. Terzo, antichi tendaggi e parziali rivestimenti deteriorati sono stati eliminati.

    Il risultato di tutto questo è:  ACUSTICA ZERO.

    In passato si prestava molta attenzione al tempo di riverberazione. Ma oggi con l'evoluzione tecnologica l'acustica ha fatto passi da gigante ed in Italia abbiamo esperienze eccezionali che ci giungono dall'AIA (Associazione Italiana Acustica) apprezzata in tutto il mondo.

    I parametri che si tengono in conto sono molteplici: il tempo di primo decadimento EDT, gli indici di chiarezza, l'indice di definizione, l'indice di robustezza del suono,  il coefficiente della correlazione mutua inter-aurale, e via dicendo con tantissime altre accortezze previste dalle norme ISO in grado di garantire "l'avvolgimento acustico dell'ascoltatore".

    E da noi cosa si è previsto? NULLA.

    Né si può accettare la risposta fornita da un amministratore che ha scritto: a ciò si penserà dopo.

    No cari politici, le costruzioni si realizzano partendo dalle fondamenta e le fondamenta per un Teatro sono l'ACUSTICA.

    Per farmi capire meglio a quell'amministratore pongo una domanda.

    E se realizzare a posteriori l'ACUSTICA fosse "mission impossible"?

    Che e cosa dovremmo fare? Affidarci a Tom Cruise?  O a padre Pio?

    O semplicemente dovremmo dire che abbiamo scherzato? E  nel frattempo che ne facciamo (oltre a pagare il mutuo)?

    Ma la mia rabbia, che cerco di contenere, è estesa anche ai miei colleghi tecnici che ben conoscono la tematica e, benché vicini ai partiti di governo ed agli amministratori, non hanno fatto nulla.

    E fu così che il GRANDE BLUFF andò in scena con mirabile campagna promozionale e pompa magna riservata agli amici ed agli amici degli amici.

    Non voglio immaginare l'imbarazzo del maestro pianista che ha dovuto esibirsi in quel “contenitore”. A proposito, nonostante pubblicizzati in cartellone, i concerti si terranno altrove.  La notizia faceva parte anch'essa del grande bluff?

    Per mio conto, tra l'altro non invitato, non ho partecipato all'inaugurazione. Non lo avrei comunque fatto.  E con  infinita tristezza nel cuore il giorno dopo, lasciando il cavallo in stalla, mi sono allontanato dalla mia città cercando pace nell'escursione domenicale degli amici di "Dienneavventura", non prima di avere offerto doverosa  ospitalità all' incolpevole Gad Lerner.

    Galatina merita decisamente di più.

    Dante De Ronzi

     
    Di Redazione (del 05/01/2016 @ 20:37:29, in Comunicato Stampa, linkato 1390 volte)

    Il tema prescelto – Affidarsi a Gesù misericordioso come Maria: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5) per la XXIV Giornata Mondiale del Malato si inscrive molto bene anche all’interno del Giubileo straordinario della Misericordia. «La malattia, soprattutto quella grave, afferma Papa Francesco nel messaggio per questa circostanza, mette sempre in crisi l’esistenza umana e porta con sé interrogativi che scavano in profondità. In queste situazioni, la fede in Dio è, da una parte, messa alla prova, ma nello stesso tempo rivela tutta la sua potenzialità positiva. Non perché la fede faccia sparire la malattia, il dolore, o le domande che ne derivano; ma perché offre una chiave con cui possiamo scoprire il senso più profondo di ciò che stiamo vivendo; una chiave che ci aiuta a vedere come la malattia può essere la via per arrivare ad una più stretta vicinanza con Gesù, che cammina al nostro fianco, caricato della Croce. E questa chiave ce la consegna la Madre, Maria, esperta di questa via. Nelle nozze di Cana, Maria è la donna premurosa che si accorge di un problema molto importante per gli sposi: è finito il vino, simbolo della gioia della festa. Maria scopre la difficoltà, in un certo senso la fa sua e, con discrezione, agisce prontamente. Non rimane a guardare, e tanto meno si attarda ad esprimere giudizi, ma si rivolge a Gesù e gli presenta il problema così come è: “Non hanno vino” (Gv 2,3)». Insieme vogliamo pensare e vivere questa giornata così importante per la vita della Chiesa, si tratta delle sue membra sofferenti e delle membra che si prodigano per curarla. Ci prepareremo a vivere la Giornata Mondiale del Malato con il Convegno Diocesano di Pastorale della Salute: “ACCOMPAGNARE E CURARE. Una Chiesa che vive l’appartenenza, la prossimità e la misericordia” Maglie – Sala Convegni ‘SS. Medici’,  15 gennaio 2016. Presiede Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Donato Negro Arcivescovo di Otranto. Introduce Don Francesco Coluccia Delegato Diocesano per la Pastorale della Salute. Modera il Dott. Antonio Palumbo Presidente dell’AMCI sez. di Otranto. Relatori: "L’accompagnamento dei malati e degli anziani sul territorio", Rev.mo P. Arnaldo Pangrazzi , docente del Pontificio Istituto Internazionale "Camillianum"- Roma e "Accompagnare e curare la vita: prenatale, perinatale, postnatale", Prof. Giuseppe Noia, docente dell’Università Cattolica del Sacro cuore- Roma.       

     
    Di Michele Scalese (del 05/03/2018 @ 20:37:29, in Comunicato Stampa, linkato 925 volte)

    “È possibile rendere il giovane capace di scegliere, e prepararlo ad essere un conquistatore della libertà: educare alla rottura significa allora soltanto educare a effettuare le scelte, non fornire le scelte già fatte.”
     

    Con queste parole Giuseppe Lazzati(1909 – 1986), educava il giovane – ma anche l’adulto del tempo (non di meno lo avrebbe fatto anche per gli uomini dei nostri giorni, che antepongono il benessere del proprio Io e la moralità personale, al senso di appartenenza ad una comunità sociale caratterizzata da regole per il benessere collettivo e la costruzione di legami), a compiere scelte finalizzate alla cura, alla tutela e al graduale processo di costruzione del bene comune. Lazzati conosceva bene il territorio tanto da scegliere in prima persona di partecipare all’opera di ricostruzione della vita civile nel Paese del secondo dopoguerra.

    A riguardo è proprio uno dei lavori di questo grande politico e intellettuale del Novecento, militante in Azione Cattolica, a dare il titolo al XXXVIIIo Convegno Bachelet tenutosi a Roma il 9 e 10 Febbraio presso la Domus Mariae, al quale ho avuto l’onore di partecipare come membro d’èquipe diocesana del Settore Giovani di AC e come giovane tra i giovani che vive quotidianamente il territorio e nel territorio, un giovane che vuole essere il protagonista delle dinamiche dei suoi spazi per la cura del bene comune. Con me avevo Sabrina Esposito, Incaricata Regionale del Settore Giovani per la Puglia ed insieme abbiamo affrontato questa bella esperienza di formazione.

    Il Convegno “Azione Cattolica e azione politica. (cfr. G. Lazzati, Cronache Sociali – Art.20) Centocinquant’anni di impegno per il Paese” è stato promosso dalla Presidenza Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana e dall’Istituto “Vittorio Bachelet” in collaborazione con l’Istituto Paolo VI. Giunto ormai alla trentottesima edizione, quest’anno si colloca all’interno delle iniziative a ricordo dei 150 anni dalla nascita dell’Azione Cattolica Italiana.

    Diversi autorevoli relatori si sono susseguiti nell’arco di questi due giorni, a cominciare da Matteo Truffelli – Presidente dell’Azione Cattolica Italiana, Paolo Trionfini – Direttore dell’Istituto Paolo VI, Marta Margotti – Università di Torino, Raffaele Cananzi – Presidente dell’Istituto Scientifico dell’Isacem, Gian Candido De Martin – Presidente del Consiglio Scientifico dell’Istituto Vittorio Bachelet, Giuseppe Elia - Presidente nazionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, Paolo Nepi – Università “Roma Tre”, Marco Ivaldo – Università “Federico II”, Beatrice Draghetti - Presidente dell’Ente di formazione “Fondazione Opera Madonna del Lavoro”, che dell’AC ne hanno delineato una consecutio temporale a partire dal non expedit, con cui Pio IX considerava inaccettabile per i cattolici italiani partecipare alle elezioni politiche del Regno d'Italia, al postfascismo; dal Concilio Ecumenico Vaticano II all’avvento della Democrazia Cristiana, fino ad arrivare alla partecipazione cattolica dei nostri giorni. Una storia dunque che si pone lungo un continuum di centocinquant’anni, resa gloriosa dall’attivismo di uomini e donne che con il loro instancabile lavoro si sono spesi per l’Italia, si sono impegnati nel sociale portando come vessillo lo stile di AC nel territorio. Siamo stati resi partecipi delle scelte culturali e pedagogiche della nostra Associazione nel panorama di crescita democratica. Scelte che si sviluppano nel percorso di partecipazione dei laici propostoci da Papa Francesco nella politica del servizio – “fate politica con la P maiuscola”. Una politica che aveva e che deve necessariamente avere a cuore la vita delle persone, una bella politica che risponde alle domande poste dal contesto storico in cui opera attraverso la ricerca continua di dialogo[1], una politica simbiotica al servizio di carità incarnata nella fede, che spinge all’azione concreta sancita dall’Apostolicam Actuositatem che, riconoscendo l'importanza del laicato all'interno della Chiesa, tratta la vocazione dei laici come adempimento alla missione di evangelizzazione. È possibile allora costituire una nuova azione politica costruendo dei processi di cambiamento. Ciò che vorremmo trasmettere è la possibilità di dare il nostro contributo formando alla passione per il bene comune con la consapevolezza che il credente deve sentirsi responsabile del luogo in cui vive, cogliendo a pieno la realtà del tempo fatta di bisogni ma principalmente di risorse. Abbiamo bisogno di persone che creino alleanze, che siano capaci di mettere insieme il tessuto sociale con generosa passione. Ciò mi richiama alla mente il pensiero aristotelico dell’uomo inteso come “animale sociale” che tende a costituirsi e ad esprimere il proprio essere in una società partecipativa. Abbiamo bisogno di buoni cittadini che formulino proposte buone per la vita del Paese, che mirino a due specifiche priorità: l’integrazione dei poveri e la costruzione della Pace[2]. Abbiamo bisogno infine di compiere delle scelte di fondo mirate, di starci dentro…con coraggio!

    Michele Scalese
    Presidente Parrocchiale A.C.I.
    Membro d’équipe diocesana del Settore Giovani AC

     

     

    [1] Matteo Truffelli, relazione “Una politica con la P maiuscola”.

    [2] Ibidem

     
    Di Redazione (del 26/11/2018 @ 20:36:20, in Comunicato Stampa, linkato 278 volte)

    L’esordio in trasferta per gli under 14 guidati dal tecnico Laura Pendenza e dal suo vice Antonio De Matteis è stato più che positivo, fornendo una prova autoritaria contro il Lecce Volley sconfitto per 3-0.

    Hanno trovato spazio tutti i convocati, rompendo così il ghiaccio emotivo in un prologo che potrebbe ritagliare uno spazio importante nel campionato per De Matteis e compagni. Nel primo set mister Pendenza ha mandato in campo Perrone, Magurano, Arcadi, De Matteis, Nava e Lamacchia, inserendo poi Cucurachi nel finale di gioco.

    Nelle altre due frazioni hanno trovato modo di esprimersi anche Gabrieli, De Blasi e Vallone che hanno concorso alla vittoria con i punteggi di 25-8,25-10 e 25-15 festeggiando così la prima vittoria.

    Martedì 27 subito una controprova importante ospitando alle ore 17.00 ,nella palestra Giovanni XXIII, i pari età della BCC Leverano di mister Luca Firenze.

    Il gruppo Under 16 del tecnico Giuseppe Dicillo comincia a trovare quella lucidità che gli permette di essere più continuo. Dopo aver incassato nelle prime due gare due sconfitte per 3-2  contro Leverano e Calimera, ha raddrizzato la barra imponendosi in casa contro il Nardò e fuori casa contro lo Squinzano con identico punteggio di 3-0.

    Il prossimo impegno vedrà Carrozzini e compagni ospitare, giorno 29 novembre alle ore 18.30, il Lecce Volley in una gara assolutamente da vincere per stare in scia alla capolista Leverano.

    Non è un compito improbo per Cafaro, Esposito, Baldari, Perrone, De Matteis, Mazzotta, e Giannuzzi, capitanati da Andrea Carrozzini, ma mister Dicillo saprà motivarli e, all’occorrenza, sferzarli verbalmente per raggiungere l’obiettivo.

    E passiamo al gruppo Under 18 il cui organico, formato da atleti di categoria, è naturalmente integrato da tutti gli Under 16 più due giovanissimi under 14, che in casi eccezionali vengono aggregati per un’esperienza ancora più formativa.

    Nel girone di appartenenza(A) le prime tre gare hanno portato a mister Dicillo altrettante vittorie a spese di Squinzano, Lequile e Leverano, in attesa di incontrare il Lecce Volley in trasferta, mercoledì 28 alle 20.30, collocato al secondo posto in classifica con 9 punti insieme ai nostri ragazzi.

    Fuori dalla portata di Calimera, Leverano, Squinzano, Galatone, S.B.V. Olimpia, Lecce e Lequile, è la capolista Showy Boys il cui organico di spessore occupa il primo posto in classifica con 12 punti e partecipa con gli stessi atleti al campionato regionale di serie C.

    Il derby, in calendario domani 27 a Noha alle ore 19.00, ci dirà quali e quante qualità sapranno mettere in campo i nostri atleti in una gara che non lascia dubbi sull’esito finale, ma che servirà a collaudare i più giovani a test probanti.

    A  Marco De Matteis, Alessio Rizzo, Simone Liguori, Lorenzo Esposito, Pierpaolo Cafaro, Mirko Murrone, Francesco  Loreta, Lorenzo Stefanizzi, Marco Esposito, Andrea Carrozzini, Loris De Pascalis, Matteo Mazzotta, Lorenzo De Matteis, Diego Perrone e Andrea Baldari, il compito di farci assistere ad una gara piacevole, per niente remissiva, improntata sui dettami che il tecnico chiederà, in un ambiente che esprimerà un tifo accesissimo.

    Nessuna paura: non abbiamo niente da perdere, anzi sarà l’occasione per esprimerci al meglio, mettendo in campo cuore, ragione e tutte le nostre potenzialità.

    Di tutt’altro tenore il percorso della I^ divisione che con l’organico Under 18/16, integrato da Alessandro Palumbo, Marco Gaballo, Giuseppe De Paolis, Mattia Tundo,  Federico Giorgetti, Cucurachi Giuseppe, Gianmarco Sambati e i nuovi arrivati Thomas Leone e Nicolas D’Autilio ,tarda a trovare un amalgama ed è ancora privo di vittorie, nonostante si sia intravista qualche reazione positiva nel derby di sabato scorso.

    Pazienza e lavoro: siamo certi che qualcosa di buono verrà fuori.

     

    Piero de lorentis

    AREA COMUNICAZIONE SBV OLIMPIA

     
    Di Antonio Mellone (del 27/07/2018 @ 20:31:40, in Fetta di Mellone, linkato 820 volte)

    Finalmente, come ogni outing che si rispetti, ho trovato il coraggio di confessarlo al mondo intero: ebbene, quando ero piccolo, i miei coltivavano il tabacco e io con loro.

    Sapete, l’infanzia è come certe pietanze che pensi tu abbia digerito ma quando meno te l’aspetti tornano su.

    In genere si dice che la puerizia sia il periodo più bello della nostra vita. Sì, va bene, io ne ho avuto una sostanzialmente tranquilla, due ottimi genitori, e la tragedia non è mai andata al di là di uno scappellotto altrimenti detto mappina.

    Ebbene, io credo che non esista età più disperata, terribile e disgraziata di quella in cui la tua occupazione principale è quella di provare a diventare un uomo: qualsiasi cosa tu faccia spontaneamente non è mai quella giusta, e devi dipendere di continuo dal giudizio, dalle prescrizioni e dagli orari degli altri (anche se questi altri ti amano alla follia).

    Se poi a questa infanzia, già di per sé drammatica, tu ci aggiungi pure il tabacco capite il livello di crudeltà.

    Insomma, odiavo con tutto il cuore la coltura fumogena del tabacco: che non rientrava punto nei miei orizzonti lavorativi, non dico come impiego ma nemmeno come ripiego.

    Meno male che allora non esisteva il Telefono Azzurro, altrimenti ne avrei intasato le linee con le mie continue richieste di aiuto. Certo, non avrei nemmeno saputo come fare visto che non possedevo né un telefonino portatile (che era ancora in mente dei), e nemmeno quello fisso di casa, che arrivò intra-moenia qualche decennio più tardi. Per farvi comprendere il contesto, e visto che siamo in tema di Outing, aggiungo che in quel periodo avevo pure una zita di Bolzano, una ragazza bellissima conosciuta al mare. Ci scrivevamo lunghe lettere. Eh sì, altri tempi. Tempi d’attesa, dico. Sicché il postino non fece in tempo a recapitarmi l’ultima lettera in cui la mia adorata asseriva di amarmi alla follia, che la medesima era già bellamente convolata a nozze. Oltretutto felici.

    Ma cerchiamo di ritornare sui filari ché le divagazioni potrebbero portarci fuori dai semenzai.  

    La coltivazione di codesto maledetto tabacco aveva inizio in pieno inverno, durante il mese di febbraio. Si iniziava con le ruddhre (i semenzai, appunto), che spesso erano ricoperte da un telo onde evitare che le gelate potessero colpirne le piantine. Io, fra tutti gli dei dell’Olimpo, pregavo con particolare zelo il loro capo Zeus affinché su quelle ruddhre scagliasse il suo fulmine: che da noi si chiamava sajetta.

    Le ruddhre dovevano essere annaffiate, curate e ripulite dalle fastidiose erbette. È inutile aggiungere che io tifavo e tifo tuttora per ogni tipo di erba, inclusa la gramigna, che qualche stolto – non avendo ancora capito il concetto di biodiversità – continua a chiamare erbacce (e che per il timore della povera sputacchina vorrebbe diserbare non so più con quali portentosi veleni chimici).

    Tra aprile e maggio, quando le piantine (la chiantìma) erano pronte si procedeva al loro reimpianto negli interminabili (in lunghezza) e infiniti (in larghezza) filari di tabaccare.  

    Le varietà coltivate erano i tabacchi orientali: Erzegovina, Perustitza e Xanti Yaca. Vi risparmio le differenze tra le tre qualità di tabacco che conosco meglio di ogni perito in scienze agrarie con specialistica nel settore.

    Nei giorni successivi bisognava procedere a innaffiare la piantagione e ovviamente a sarchiarla spaccandosi la schiena. Di questo però si occupava quel sant’uomo di mio padre: io ne ero dispensato per via della scuola (ubi maior). Verso la metà del mese di giugno, appena subito dopo la festa del Taumaturgo di Padova, in piene vacanze nohane, iniziava la mia specialissima campagna di Russia, con la differenza delle temperature e con il parallelo di un solo caduto sul campo di battaglia: il sottoscritto.

    Vi confido che dunque disdegnavo il 13 giugno, giorno del mio onomastico, foriero della mia incipiente estate calda, triste e infausta. Tanto che mi venivano automaticamente i lucciconi agli occhi allorché, tra gli applausi dei parenti, ero chiamato al taglio della torta di Sant’Antonio. Ma non erano mica lacrime di commozione quelle, bensì di dolore vivo per quello che m’aspettava nei giorni a seguire e fino al tanto sospirato mese di settembre.  

    Dopo la solennità di questo Santo dispensatore di miracoli (agli altri, mica al sottoscritto), iniziavano le danze. Da lì a poco venivo ridotto in schiavitù da questa mala pianta importata dall’America. E voi non immaginate quante volte ho inveito contro quel rompicoglioni di Cristoforo Colombo, che aveva osato, per giunta per isbaglio, di scoprire il Nuovo Mondo e dunque il tabacco, rovinandomi così le mie estati salentine.

    [continua]

    Antonio Mellone

     

    Certi risultati non possono passare inosservati, sono così grandi che il gruppo dirigente della Fidas di Noha lo vorrebbe comunicare al mondo intero, e sabato 13 gennaio prossimo inizierà a farlo comunicandolo ai propri donatori, veri protagonisti di questo magnifico risultato.
    Non siamo alla caccia di numeri, tant’è che Fidas Noha non si prefigge obbiettivi irraggiungibili, il nostro intento è raggiungere i risultati dell’anno precedente e se possibile, fare una donazione in più per essere soddisfatti per aver raggiunto il nostro scopo, “dare il nostro contributo a chi ne ha bisogno”.
    Nel 2016 le donazioni sono state 450 e non pensavamo che la nostra piccola comunità potesse arrivare a raggiungere traguardi più alti, ecco perché cerchiamo di osare quanto basta, ma nonostante le nostre previsioni che si limitavano a raggiungere il traguardo del 2016, l’anno 2017 è stato chiuso con un segno positivo di più 40 donazioni, facendoci ben sperare circa la possibilità di varcare molto presto la soglia delle 500 donazioni. Un risultato che riempie il cuore di gioia, per aver aiutato centinaia di persone in un solo anno a continuare a vivere, per aver permesso ad alcuni di trascorrere le feste a casa con i propri cari, per aver consentito a qualcuno di riabbracciare i propri figli, i genitori, fratelli e sorelle, oppure semplice amici, colleghi di lavoro e a qualcuno far sperare ancora di trovare il grande amore della sua vita.
    Questo è stato possibile con la generosità dei nostri donatori che diventano sempre più numerosi. Senza di loro niente di quanto detto prima potrebbe realizzarsi, tutto perderebbe colore, tutto il sistema trasfusionale crollerebbe insieme alla speranza di tante persone, di tanti bimbi, che non hanno nessuna colpa ad essersi ammalati.

    Sabato 13 gennaio, questa gioia Fidas Noha la condividerà con i suoi donatori e con la comunità intera, alla festa del Donatore e di ringraziamento, dove tutti sono invitati a partecipare. Non solo quindi la festa del donatore, ma ci piace pensare che sia la festa di una comunità intera, perché è grazie anche al sostegno morale di tanti cittadini che certi risultati vengono raggiunti, diversamente tutto si complicherebbe.
    Quale sarebbe il sostegno morale è presto detto:
    l’affetto per la Fidas che dimostrano gran parte dei Cittadini Nohani fa si che in casa Fidas si lavori in un clima cordiale e sereno come quello che si respira nel Consiglio Direttivo che mi onoro di rappresentare. Questo facilità il lavoro di tutti noi e viene proiettato all’esterno, coinvolgendo e suscitando la sensibilità di donatori e non.
    L’appuntamento di Sabato quindi è fissato anche per ringraziare tutti e in particolare i “Soci Benemeriti” con la consegna dei premi per aver raggiunto i traguardi previsti da statuto in numero di donazioni effettuate.
    Ci saranno da premiare più di 70 donatori e quest’anno per effetto delle modifiche statutarie ci sarà anche una donatrice alla quale spetta la medaglia d’oro per aver effettuato 60 donazioni tra Sangue, Plasma e Piastrine. Non ci resta altro quindi che attendere la festa di cui proponiamo la locandina con il programma.

    Antonio Mariano

    [FIDAS NEWS ANNO 6 N. 01.2018]

     
    Di Russo Piero Luigi (del 11/06/2018 @ 20:29:57, in Comunicato Stampa, linkato 1093 volte)

    Un autentico successo, sancito dall’abbraccio di circa 350 persone, l’esordio degli amici de “La Civetta dal cuore AMICO” il cui scopo è fondamentalmente quello di animare la solidarietà, la partecipazione e l'integrazione sociale, operando al servizio delle persone in difficoltà organizzando, in maniera itinerante, serate di informazione e sensibilizzazione.

    L’occasione è stata una raccolta fondi per la ONLUS salentina “cuore Amico – Progetto Salento Solidarietà”, un’associazione no-profit che opera da tanti anni nel Salento e che si rivolge a sostegno di bambini salentini affetti da gravi patologie o aventi particolari necessità.

    Location dell’evento l’affascinante cornice dell’aranceto del Castello di NOHA, sede dello storico presepe; un doveroso ringraziamento va proprio all’Associazione "Masseria Colabaldi" che ci ha accompagnato amorevolmente in questa splendida avventura.

    Ci siamo deliziati con le deliziose “puccette” con le olive e alla pizzaiola appena sfornate, con le “pittulicche” bollenti, con le bruschette abbrustolite sulla brace, con un buonissimo Primitivo di Galatina, abbiamo ascoltato le indimenticabili colonne sonore targate esclusivamente anni 80 e siamo riusciti a raccogliere 800€; tanta musica dunque, tante cose buone da mangiare, tanto divertimento, ma anche e soprattutto tanta solidarietà.

    Ringraziamo inoltre i ragazzi della seconda A e seconda B della Scuola Secondaria I° Grado dell’Istituto Comprensivo "Polo 2" di Noha diretti magistralmente dall’insegnante Colazzo Rita Maria.

    La serata è stata ulteriormente impreziosita dalla presenza dei due Parlamentari galatinesi (Onorevole Leonardo Donno e Senatore Cataldo Mininno) e dell’Assessore Loredana Tundo in rappresentanza dell’Amministrazione comunale di Galatina. 

    Ci sono serate belle da vivere e anche da raccontare: quella di sabato 09 giugno 2018 è senza alcun dubbio da annoverare in questa schiera. Noi ci saremo sempre dove poter portare un aiuto.

     

    Gli Amici de “La Civetta dal cuore AMICO”

     
    Di Michele Scalese (del 09/07/2019 @ 20:22:14, in Comunicato Stampa, linkato 286 volte)

    Se c’è una cosa che ho sempre più a cuore dell’Azione Cattolica, è il fatto di come essa non rivolga l’attenzione solo alle “cose di Chiesa”, ma partendo da queste mira ad suo campo d’Azione – per l’appunto – più ampio, al punto da riuscire a portare in un tessuto sociale così vario, idee e valori di quell’ecclesialità bella che tanto amo.

    Tutti noi siamo quotidianamente in cerca di risposte alle tante domande che irrompono dall’esterno: non possiamo tacere, l’Associazione ha il compito di fare chiarezza. È risaputo come tra i temi più importanti che oggi toccano da vicino la coscienza dei cristiani ci sia sicuramente quello riguardante l’agire politico e le modalità con cui esercitare questo compito. In un periodo storico come il nostro, nel quale rosari e vangeli vengono sbandierati e strumentalizzati per fini elettorali, era ed è necessario ritornare a interrogarsi profondamente sulla Res Pubblica e riaffermare ancora una volta, da laici e più che mai da cristiani, la sacralità delle Istituzioni di cui la Politica occupa “la più alta forma di carità”, per far capire al mondo che il Vangelo è facile da mostrare ma diventa difficile la sua applicazione nel quotidiano. Conosciamo bene inoltre, come la coscienza formata rappresenta la visione più ampia di autonomia che il Concilio riconosce ai laici e al loro operare tra la gente. Ciascun battezzato è quindi responsabile del proprio modo di agire alla luce di quella sapientia docta, anche e soprattutto nel caso di scelte politiche differenti (GS, n. 43). Ed è questo che l’Azione Cattolica dell’Arcidiocesi di Otranto ha tentato di fare in vista delle elezioni per il Parlamento Europeo, mediante l’incontro organizzato Sabato 18 Maggio 2019 finalizzato alla presentazione del libro “EurHope. Un sogno per l’Europa, un impegno per tutti” di Michele d’Avino, Giurista e Direttore dell'Istituto di diritto internazionale della pace Giuseppe Toniolo.

    “Quando si pensa all’Europa - dice d’Avino - la primaria importanza è data dalla doppia cittadinanza che ci viene assegnata: italiana ed europea”. Ed è vero, sottolineo! Viaggiare in Europa è davvero facile: basti pensare che la maggioranza dei paesi dell’UE hanno eliminato i controlli reciproci alle frontiere firmando l’accordo di Schengen (che prende il nome da una città del Lussemburgo nella quale nel 1985 fu firmato il primo accordo per l’abolizione dei controlli alle frontiere).

    Per guardare al futuro dell’Europa occorre essere muniti di uno sguardo lungimirante - ci ricorda l’autore nel suo libro - che abbracci decenni di cammino. Ma non basta: è importante, nell’era della globalizzazione, mirare alle tante possibilità concrete che tale cammino consegna alle prossime generazioni. Ma noi, ce lo immaginiamo un mondo senza l’UE? Tra i tanti svantaggi che un Paese sovranista potrebbe avere, mi rifaccio alla drammatica considerazione dell’Uomo: se in Italia ha successo un leader (lettera minuscola di proposito!) che fa leva sul fenomeno del momento per avere consenso elettorale ed è pronto a dire “Prima gli italiani!”, senz’altro in Francia ce ne sarà un altro che rivendica “Prima i Francesi!” e in Polonia un altro ancora, che sbandiera il “Prima i Polacchi!”; arriveremo ad un punto, fratelli miei, in cui la Storia non potrà fare a meno di ripetersi, e partirebbe per l’ennesima volta da quell’uomo che in Germania dichiarò: “prima i Tedeschi!”.

    Un altro passaggio che il Dott. D’Avino compie, sta nello specificare che l’Europa è sicuramente una realtà più grande delle istituzioni. Ciò sembra stridere con quanto detto fin ora, ma ci dice che questa realtà è qualcosa di più grande anche delle inadeguatezze con cui affronta le questioni del nostro tempo: le migrazioni, la povertà, il terrorismo, lo sfaldamento dei legami sociali. Per evitare il fallimento del progetto UE occorre ripartire da noi stessi assumendoci la responsabilità in prima persona, “…non possiamo e non dobbiamo rassegnarci all’idea di un’Europa chiusa in se stessa, smarrita e in preda alla paura!” [ibidem]

    Penso che la nostra è l’Europa di chi spera ancora, è l’Europa di Dante, Shakespeare, Goethe, del Rinascimento, è l’Europa integra nell’idea di Uomo e della sua stessa identità.  Anche chi lamenta una incolmabile distanza da Bruxelles non potrà fare a meno di sentirsi “europeo” di fronte all’evidenza delle conquiste, in termini di diritti, opportunità e tutele, che il processo di integrazione ha prodotto e continua a produrre, a cominciare dalla Pace. Tutto questo ci ricorda che l’Europa è indispensabile per il mantenimento della pace tra i popoli che la abitano. Pensiamo ancora che per difendere i nostri costumi, per sentirci al sicuro, dobbiamo alzare frontiere, muraglie, cordoni umani, aumentare la distanza fisica e soprattutto morale tra noi e il resto del mondo che apparentemente non ci appartiene? Non vale forse la pena condividere un progetto per un nuovo governatorato globale, che faccia fronte comune contro il terrorismo e promuova cooperazione e sviluppo tra i popoli?

    Pensiamo davvero che la sicurezza aumenti quando resto chiuso in casa e posso legittimamente usare un’arma per difesa personale? O piuttosto dobbiamo impegnarci a creare attraverso politiche condivise a livello europeo, le condizioni per ridurre odio e emarginazione? Questo significa che l’Unione non è e non sarà uno Stato unitario, un Superstato che assorbe e sostituisce gli Stati nazionali, ma una federazione di Stati che mettono in comune con efficacia e con metodo democratico alcune competenze, per obbiettivi non raggiungibili solo a livello nazionale e questo implica l’accettazione di un concetto non esclusivo di sovranità. Nello scrivere queste parole penso al Vita Activa di Hannah Arendt, in cui viene presentata l’azione politica come la più elevata tra le attività di cui è capace ogni essere umano, preceduta dal lavoro che ci libera dalla schiavitù della sopravvivenza biologica e dall’opera mediante la quale costruiamo il mondo.

    Si tratta allora di assumersi le proprie responsabilità, facendo nostre le parole di Papa Francesco che rivolgendosi ai Capi di Stato in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma, disse: “I Padri fondatori ci ricordano che l’Europa non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire. Essa è un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere, o di pretese da rivendicare.” Queste parole ci invitano ad essere cittadini, e a farlo con fede, perché siamo cittadini dell’Europa della Speranza quando siamo capaci di vivere senza barriere che ci impediscono di vedere il cuore dell’altro e misurare ogni nostra azione con la mole universale della dignità della persona umana. In un contesto globale caratterizzato dal risorgere di populismi e interessi nazionali, indifferenza verso i deboli, crisi della democrazia rappresentativa e delle istituzioni sovranazionali, i cattolici sentano forte e urgente il bisogno di contribuire a costruire una società più fraterna e un mondo più giusto, partendo dal nostro piccolo e assimilando il bene, renderlo simile a sé, per poi spanderlo…a piene mani!

    Michele Scalese
    Presidente AC – Noha
    Membro d'Equipe Diocesana Settore Giovani di AC

     
    Di Redazione (del 05/06/2014 @ 20:21:47, in Comunicato Stampa, linkato 1464 volte)

    Filippo Stasi:”Vicenza ora parla galatinese! Tra noi ed il nostro sogno c'è solo il Foro Italico, domenica prossima!”

    Domenica scorsa, si è tenuta la sesta e penultima giornata della serie B maschile di tennis. Il C.T. Galatina ha affrontato, in trasferta, la SSD '98 Vicenza. Fino a quel momento, la squadra veneta era quarta in classifica ed aveva un gran bisogno di punti. Purtroppo, però, i veneti hanno fatto i conti senza l'orgoglio salentino. I vicentini sono andati subito sotto nei primi due singolari. Luca Giordano (2.5) contro Alessandro Grigio (3.2), prima e Daniele Pepe (2.5) contro Fabrizio Cavestro (2.6) poi, hanno portato sul due a zero il conto dei match in due incontri sofferti, ma brillantemente superati da parte dei due atleti del CT Galatina. Subito dopo è stato il turno di Pierdanio Lo Priore (2.5), contro Enrico Zen (2.5); ma il salentino di Roma, è stato troppo più forte e troppo più solido del suo avversario, battendolo per 6-2 6-3. Un sussulto al cuore dei tifosi del C.T. Galatina, è stato dato dalla partita di Stefanos Tsitsipas (2.5) contro Nicola Ghedin (2.2 e n. 900 al mondo). Il greco si è portato agevolmente avanti nel primo set, ma si è dovuto arrendere nel due set successivi a causa del riacutizzarsi di un problema al braccio destro. A metà giornata, quindi, il C.T. Galatina vinceva per 3 a 1 nel conto dei match. I due doppi, diventavano, così, fondamentali per la vittoria del C.T. Galatina. Nel primo, Lo Priore e Tsitsipas hanno dato una lezione a Zen e Cavestro con un 6-1 6-4, mentre il doppio Giordano-Stasi ha faticato un po' più del previsto contro Grigio-Ghedin, ma vincendo comunque per 7-5 6-3.

    Alla fine della giornata, dunque, il tabellone segnava il seguente punteggio: SSD '98 Vicenza 1 – C.T. Galatina 5.

    “Il Presidente ci aveva chiesto uno sforzo e noi non potevamo deluderlo. A Vicenza erano convinti di farci a pezzi, ma abbiamo dato una lezione di salentino anche a loro. Da parte di tutti c'è una grande voglia di continuare a sognare e sappiamo che tutto dipende dalla partita di domenica prossima, in casa contro il Foro Italico. Questo è il momento di spingere sul pedale del gas ed andare più forte di tutti!”

    Galatina, 03 giugno 2014

    Filippo Stasi

    Capitano e Direttore Sportivo del “C.T. Galatina”
     
    Di Redazione (del 25/07/2019 @ 20:20:57, in Comunicato Stampa, linkato 210 volte)

    Il sindaco Amante e la sua giunta sperperano denaro pubblico per favorire un’associazione, Futuramente, che in data 23 maggio prima chiede di collaborare, a titolo gratuito, con l’Amministrazione comunale nell’organizzazione e gestione degli eventi inseriti nella rassegna estiva A cuore Scalzo 2019 e il 5 giugno, con delibera numero 141, si ritrova ad essere nominato soggetto attuatore. E le giravolte non finiscono qui. In prima battuta viene riconosciuto a questa associazione, per il ruolo che le è stato riconosciuto, un rimborso, per le spese sostenute per l’attività svolta, di 13.500 euro, successivamente queste somme “per magia” diventano un lauto compenso. 

    A questa associazione, peraltro costituita solo qualche giorno prima della delibera che l’ha investita del ruolo di attuatore, l’amministrazione chiede di fatto di sostituirsi agli uffici competenti perché con le ferie non ci sarebbe personale sufficiente a gestire gli adempimenti legati alla rassegna estiva. Cosa è accaduto? Secondo quanto affermato negli atti le risorse umane a disposizione del Comune devono godere del meritato riposo, quindi delle ferie, ragion per cui si rende necessario esternalizzare il servizio, perché di questo si tratta.  Futuramente, quindi, non è scelta perché proponga chissà quale iniziativa di promozione del territorio o della cultura e delle tradizioni galatinesi, come peraltro prevedeva il bando per la partecipazione alla rassegna estiva, ma semplicemente per fargli svolgere un servizio che l’amministrazione comunale ritiene di non poter fare.

    Per favorire questa associazione hanno fatto di tutto e di più arrivando, addirittura all’erogazione anticipata di 6.500 euro quando, invece, indicandola come soggetto attuatore era stato stabilito che le somme sarebbero state erogate a Futuramente «a conclusione della suddetta rassegna, su presentazione di puntuale rendiconto».

    Quanto avvenuto si commenta da solo, ma rilevo che l’operazione complessiva posta in essere dall’amministrazione comunale, a vantaggio di Futuramente,  è un illegittimo affidamento di un appalto di servizi, senza alcuna gara e fatto  direttamente. Per queste ragioni ho diffidato il sindaco Amante e i Responsabili unici del procedimento dal proseguire nell’attuazione di quanto previsto a favore dell’associazione Futuramente, riservandomi tutte le tutele di legge nel caso in cui la legalità non fosse prontamente ripristinata e le somme già erogate non rientrino nella disponibilità delle casse comunali.

     

    Il consigliere di opposizione della Lista De Pascalis

    Giampiero De Pascalis

     
    Di Antonio Mellone (del 20/11/2018 @ 20:19:13, in NohaBlog, linkato 424 volte)

    A me duole il cuore ogni volta che osservo lo stato in cui versano le nostre Casiceddhre in miniatura, architettate ed eseguite in pietra leccese dallo scultore Cosimo Mariano all’inizio del secolo XX e lasciate marcire nel degrado e nell’abbandono dai noi altri contemporanei del XXI.

    Certo, ora ci sarà chi si permetterà di fare dell’ironia spicciola sui beni culturali nohani, chi dirà che non sono assolutamente paragonabili alle opere di Leonardo da Vinci, che ci sono “ben altre” priorità e che, magari, la cultura non si mangia [in effetti per mangiarla bisognerebbe prima masticarla, ndr.].

    Per quanto ovvio, del tutto inutile sarà spiegargli il fatto che non importa il pregio, la rarità o l’antichità dei singoli oggetti di un patrimonio artistico, bensì il contesto, la relazione spirituale e culturale che li unisce alla vita locale.

    Vorrei appena ricordare che questo piccolo complesso monumentale è scenografia di romanzi (come “Il Mangialibri” di Michele Stursi, ma anche “Lento all’ira” di Alessandro Romano), contesto di innumerevoli racconti (alcuni contenuti in altri volumi, tipo “Salento da Favola”, edito da quiSalento), argomento di cataloghi d’arte e libri di storia, servizi giornalistici, trasmissioni televisive, ricerche da parte di studenti di ogni ordine e grado scolastico, e finanche tema di interi capitoli di tesi di laurea in conservazione dei beni culturali. Oltretutto le Casiceddhre sono anche un “Luogo del cuore” del FAI, ancor oggi ammirato da decine di viaggiatori, e da quei nohani che hanno occhi per guardare il bello nei tesori a loro più vicini.

    Non so se abbiate mai notato il fatto che quando capita un disastro (un’alluvione, un terremoto, eccetera) le persone che hanno perso tutto spesso esprimono anche l’angoscia per la distruzione del patrimonio storico e artistico, emblema della loro identità. 

    Bene. Un popolo colto è quello che, difendendo le sue ricchezze artistiche, contribuisce a rendere l’ambiente in cui vive più prezioso e civile; mai invece sarà quello che, con la lacrimuccia di coccodrillo (chiagn’e fotte, anzi se ne strafotte), farà finta di riconoscerne presenza, forza e rilevanza solo quando ne verrà privato.

    Non so se esista già un progetto di recupero delle Casiceddhre di Noha. In mancanza di notizie in merito, proporrei un incontro monotematico (data e luogo da definire) cui possano partecipare: proprietà, associazioni locali, esperti in materia di restauro, maestranze, storici, istituzioni, cittadini liberi e pensanti, e chiunque voglia contribuire alla ricerca di una strategia comune volta alla tutela della Pompei nohana.

    Astenersi perditempo e analfabeti funzionali.

    Antonio Mellone

     
    Di Redazione (del 18/04/2017 @ 20:17:51, in Comunicato Stampa, linkato 1040 volte)

    Semplicemente fantastici! I ragazzi della Showy Boys Galatina vincono la Coppa Puglia 2017 e scrivono un altro capitolo importante della storia pallavolistica del club bianco-verde che quest’anno festeggia i suoi 50 anni. Un nuovo trofeo arricchisce la bacheca della società bianco-verde, un trofeo cercato e conquistato dalla squadra galatinese grazie a due prestazioni maiuscole e contro due avversarie vincitrici del campionato nei rispettivi gironi e già promosse in serie C.

    Sabato 15 aprile, alle ore 11, come da calendario della Coppa Puglia, la compagine bianco-verde ha disputato la prima partita di semifinale contro la Pallavolo Martina sul campo della palestra del liceo scientifico “Amaldi” di Bitetto. In contemporanea, a Palo del Colle, nella palestra della scuola elementare “Antenore”, la formazione di casa ha sfidato, nell’altra semifinale, la Bee Volley Lecce. Le quattro squadre più rappresentative a livello regionale in campo per la conquista dell’ambito trofeo regionale. Avvincente e ben giocata da entrambe le squadre la gara tra la Showy Boys Galatina e la Pallavolo Martina. Equilibrio nel set di apertura con le due sfidanti a rincorrersi sino al 21-22 per il team di mister Nuzzo che nello sprint finale riesce a far suo il game per 22-25. Anche nel set successivo si gioca palla su palla. Il Martina si affida all’esperienza del suo atleta più rappresentativo, Lo Re, e a quella del regista Massafra per aggiudicarsi il parziale (25-23). I galatinesi non abbassano la concentrazione e fanno del gioco di squadra l’arma vincente. Capitan Imbriani e compagni passano a condurre la gara annullando ogni velleità della Pallavolo Martina. Il terzo set è quasi un monologo bianco-verde (17-25). La squadra di mister Parisi, in svantaggio di due set, deve giocarsi il pass per la finale nel quarto set. Sale l’adrenalina e in campo si vede un’ottima pallavolo. A Lo Re da "posto 4" rispondono i ragazzi della Showy Boys per vie centrali. Ormai è una sfida a viso aperto. I galatinesi si riportano avanti (17-20) ma il Martina si rifà sotto costringendo gli avversari ai vantaggi. Sul punteggio di 28-29 un pallonetto out del n. 7 Ceppaglia decreta la prima finalista della Coppa Puglia. E’ la Showy Boys a contendersi la vittoria finale nella sfida prevista nel pomeriggio. E mentre sul rettangolo di gioco di Bitetto i galatinesi festeggiano si attende la notizia del risultato dell’altra semifinale tra Palo Sporting Club e Bee Volley Lecce. Dopo più di due ore di gioco, a spuntarla per 2-3 (25-23, 21-25, 14-25, 28-26, 10-15) è il Palo Sporting Club, società a cui il Comitato Fipav Puglia ha assegnato l’incarico di organizzare l’evento sportivo per la stagione 2016-17. Un pranzo veloce e per i ragazzi della Showy Boys è già tempo di ritornare in campo per affrontare la finalissima. Palestra “Antenore” di Palo del Colle gremita in ogni ordine di posto, una tifo caldo fa ribollire la struttura e preannuncia uno sforzo ancora più arduo per i galatinesi. Come nelle previsioni, l’avvio di gara lascia intravedere equilibrio in campo. Si va avanti punto su punto. I locali sfruttano le bocche di fuoco da "posto 2" e "posto 4" e si affidano ad una buona cabina di regia mentre i bianco-verdi passano con il gioco al centro e si dimostrano più compatti come collettivo (22-25). La Showy Boys Galatina vince meritatamente il primo parziale e fa vedere che intende fare sul serio. Forte del vantaggio la squadra di coach Nuzzo riprende a fare gioco anche nel parziale successivo. Il +2 non dà certo tranquillità ai bianco-verdi ma consente di avere meno pressione in campo. Al contrario, la formazione di casa ha la conferma che dovrà davvero dare il massimo per riuscire a fermare una Showy Boys che gira a mille. Il distacco si allunga e si va sul 18-23. Quando sembra ormai ipotecato il secondo set, il Palo prova a compiere la rimonta e costringe i galatinesi a giocarsi la vittoria del set ai vantaggi. E’ un continuo rincorrersi sino al 28-27 quando dopo 32 minuti di gioco viene fischiata una invasione che porta i padroni di casa alla parità (29-27). La partita si va sempre più avvincente. Nel terzo game i giocatori del Palo Sporting Club continuano a crederci. Da una parte la potenza fisica degli attaccanti di casa e dall’altra la tecnica e la forza del gruppo dei bianco-verdi della Showy Boys. Il pubblico riscalda ancora di più l’atmosfera e dalle gradinate trascina i suoi atleti. Ma nella bolgia della palestra “Antenore” i bianco-verdi trovano ancora più forza per affrontare gli avversari tanto da riuscire nel colpo di coda che li porta a condurre per 19-23. Solo due punti li dividono dalla vittoria del terzo set che arriva poco dopo sul punteggio di 20-25. Avanti per 2-1, alla Showy Boys non resta che stringere i denti e cercare di fare suo il quarto set. Non è compito facile tenuto conto della stanchezza fisica, delle condizioni ambientali e di un Palo che, in svantaggio, ha l’obbligo di fare suo il set se vuole ancora rimanere in corsa per la vittoria del trofeo regionale. Il quarto parziale si gioca sulle ali dell’entusiasmo per i galatinesi consapevoli dell’importanza della posta in palio. I padroni di casa sentono, di contro, la pressione del momento. Al cospetto del pubblico amico, sul proprio campo di gioco, non possono compiere ulteriori passi falsi. I giallo-blu appaiono nervosi ma rispondono agli attacchi dei ragazzi della Showy Boys (15-15). A loro volta, i ragazzi di coach Nuzzo consapevoli di essere a un passo dalla grande vittoria non mollano e contrattaccano. Una gara al cardiopalma, giocata al massimo della tensione agonistica così come ci si attende da una finale di Coppa Puglia. Nella parte conclusiva del set, i bianco-verdi affilano le “armi”, mettono ancora di più in difficoltà i ricettori avversari sfruttando ogni occasione di contrattacco e soprattutto il muro (18-22). La Showy Boys è lì, a un passo dalla Coppa Puglia (20-23). Un attacco a rete dei locali porta i bianco-verdi a -1 dalla vittoria. Il punto finale nasce da una difesa ad una mano di De Giorgi e un successivo palleggio di Carrozzini che offre l’opportunità al laterale Cesari di contrattaccare con una “piazzata” in zona 6. Il Molten tocca il terreno di gioco tra l’incredulità dei giocatori baresi e scoppia la gioia incontenibile dei ragazzi “terribili” della Showy Boys uniti in un unico, grande ed intenso abbraccio collettivo (22-25). E’ festa per i colori bianco-verdi. Lacrime di gioia e cori festanti per un successo meritatissimo. Una Coppa Puglia dal sapore speciale perché conquistata su un campo ostico, quale quello di Palo, e contro ogni pronostico della vigilia almeno stando alle considerazioni degli addetti ai lavori. I pronostici, invece, sono stati completamente disattesi perché a vincere è stata la squadra che ha dimostrato maggiore compattezza di gruppo, caparbietà e spirito di sacrificio. E poi tanto cuore, tecnica e umiltà. Soprattutto quest’ultima, nello sport come nella vita, si può rivelare la qualità più importante.

    Complimenti Showy Boys, complimenti ragazzi, complimenti mister Nuzzo.

    La Coppa Puglia 2017 si colora di bianco-verde!

    La Showy Boys Campione di Puglia 2017: Caiulo Francesco, Carachino Giacomo, Carcagnì Alessio, Carrozzini Mattia, Cesari Giuseppe, Conte Andrea, Dantoni Mattia, De Giorgi Marco, Giannuzzi Francesco, Imbriani Marco, Papa Alessandro, Papa Antonio, Petracca Marco, Seclì Alessandro, Sponziello Marco, Varratta Giacomo. Nuzzo Gianluca (Allenatore)

    www.showyboys.com

     
    Di Albino Campa (del 10/12/2006 @ 20:17:23, in Racconti, linkato 2974 volte)

    Da 'il Galatino', anno XXXIX, n. 21, dell'8 dicembre 2006, per la solita penna di Antonio Mellone, leggiamo la storia del tabacchino di Noha. Ve la proponiamo in tre parti, o, se preferite, in tre puntate settimanali. Anche questo è un contributo per la conoscenza della nostra bella cittadina e della sua storia economica.

    IL TABACCHINO DI NOHA
    (prima parte)

    Abbiamo già detto, e qui lo ribadiamo ancora una volta, che nel nostro recente libro “Noha. Storia, arte, leggenda” (Infolito Group, Milano, 2006; scritto a quattro mani con il P. Francesco D’Acquarica), benché voluminoso, per ovvie considerazioni non abbiamo potuto esporre e citare, rispetto a quanto già fatto, numerose altre storie, esaminare mille altre aziende, parlare di tutti i personaggi di Noha (posto che sia possibile conoscere tutti i personaggi di un luogo, per quanto piccolo questo possa essere)…
    Qualcuno ancora oggi ci ferma per strada e ci ricorda le nostre “omissioni”.
    Ma eravamo ben consapevoli di questo sin dal principio del lavoro (ed in alcuni brani del testo lo abbiamo anche ripetuto): chissà quante altre cose o accadimenti o soggetti o artisti sono rimasti nelle nostre penne (o nei tasti dei nostri computer). E chissà quanto ancora ci sarà da scoprire, studiare, riscrivere, ripensare, confutare (anche!), gli argomenti o i temi che nel suddetto libro s’è trattato soltanto superficialmente o non s’è trattato affatto. 
    In questo intervento tratteremo, dunque, di uno di codesti “omissis”, che, volendo, potrà essere conservato come foglio volante, da inserire tra le pagine del summenzionato tomo: stiamo parlando del “tabacchino di Noha”.
    Il tabacchino era ed è forse il negozio più diffuso in Italia. Già sin dagli inizi del secolo scorso, anche a Noha, proprio in piazza San Michele ce n’era uno condotto da tale Ciccio Liguori, ma molti non lo ricordano quasi più… 
    L’altro invece che affiora nella memoria di più di un giovanotto dalla manifesta canizie era il tabacchino ubicato all’angolo tra la piazza San Michele e la via Castello, là dove oggi è situata la sede dei Democratici di Sinistra (già sezione del Partito Comunista Italiano).
    In quell’angolo c’era un negozietto: il tabacchino di don Lisandro (Alessandro) e di donna Elvira. Don Lisandro e consorte, che abitavano in una stanza al piano superiore della loro bottega, vendevano i prodotti dei Monopoli di Stato come sale da cucina, e tabacco: tabacco da pizzico (da fiuto), sicàri (sigari), tabacco trinciato per la pipa e finanche tabacco da masticazione e le prime sigarette confezionate, che però rappresentavano solo l’eccezione: la maggior parte dei tabagisti, infatti, fumava sigarette autoprodotte artigianalmente, attraverso l’uso delle cartine contenenti tabacco sfuso, tagliuzzato e non lavorato.
    In quel tabacchino trovavi anche capisciòle, bottoni e bucàte, bavette per i piccinni, spolette di cotone bianco o colorato. In un lato del negozietto, don Lisandro, per arrotondare, esponeva per la vendita anche coppole, cappelli, berretti e copricapo di ogni taglia (ma senza troppa scelta di forme o colori: non c’erano ancora le sfilate di moda e le griffes dei giorni nostri).
    Poi (gli anni pesano a tutti) don Lisandro lasciò; sua figlia Edda “sposò a Gallipoli”, andò a vivere nell’amena città ionica ed il negozio fu chiuso.
    Fu riaperto subito dopo, sempre nel cuore di Noha, da Luigi Mazzotta (Cici), originario di Galatina e da sua moglie Antonietta (Tetta): e fu così inizio di tre generazioni di tabaccai, come diremo.

    ANTONIO MELLONE

     

    Ebbene sì, m’è scappato un libro. Oddio, Libro è una parola grossa: pamphlet, libercolo, libello o libretto sarebbero denominazioni molto più azzeccate.

    Confesso di aver trattenuto il tutto finché m’è stato possibile, ma poi non ho più potuto farne a meno. I libri son fatti così: dopo un po’ sgattaiolano dalle tue mani per andare a finire in quelle degli altri. Il diritto di proprietà privata o d’autore funziona indubbiamente, ma fino a un certo punto. Poi le parole hanno bisogno di altri occhi, oltre ai tuoi, e di libertà di stampa: quella che talvolta il digiuno di satira e di sorrisi prova a obliterare. Per fortuna invano.

    In questo fascicolo sono rilegati alcuni dei miei brani editi, altri inediti. I primi, però, non furono su carta, ma on-line, vale a dire sull’acqua, nell’aria, ovunque nell’inesorabile dimenticatoio. E certo, perché Internet e poi i CD, le chiavette Usb, la memoria Ram o altre diavolerie simili non hanno chissà quale durata; la tecnologia Libro-di-Carta, invece, come già dimostrato abbondantemente, arriva a superare addirittura i secoli. E la cosa pare funzioni anche se l’autore di questa benedetta tecnologia tradizionale dovesse per caso rispondere al nome di un Carneade qualsiasi, come quello di Antonio Mellone.

    Il curioso del genere commedia (stavolta tutt’altro che Divina) o chi avesse voglia di ridere (soprattutto di se stesso) si tuffi tranquillamente nelle acque di questo libretto, con la consapevolezza di non aver bisogno di caricarsi in spalla bombole d’ossigeno per poter arrivare fino in fondo: vista la brevità, o se vogliamo il livello sufficientemente basso della marea, riemergerà dall’apnea poco dopo senza alcun rischio di ipossia.

    In questo tomo, dove il vero e il verosimile si fondono creando le storie, si parla di banca, di clienti e di colleghi, e quindi di dialettiche (ma soprattutto dialetti) fuori dal comune, di decibel in grado di trasformare la filiale di un istituto di credito in uno scorcio di mercato ittico (onde il concetto di volume non è quasi mai strettamente correlato a quello di libro), di lamentele per l’aria condizionata che non va (roba da tutto il caldo minuto per minuto), di confidenze su nomi e cognomi di chi usa farla fuori dal vaso (in senso letterario e giacché anche letterale).

    Nulla sfugge all’occhio e all’orecchio del sottoscritto Osservatore Nohano. Ma molto di quel che accade durante il lavoro è giusto e pio che rimanga nella penna, testimone muta di molte cose che essa stessa consiglia, per segreto bancario, di non scrivere.

    Non posso star qui a ringraziare uno per uno chi ha permesso la stampa e la diffusione di questo pamphlet, se no non la finirei più.

    Per ora mi basti dire che ancora una volta ho avuto la fortuna di non essere un APS, vale a dire un autore a proprie spese: infatti, a meno della mia tesi di laurea, per le mie (modeste) pubblicazioni ho sempre trovato finanziatori, ma chiamiamoli pure editori, ancorché non sempre attaccati al proprio conto economico, sicché talvolta, come anche in questo caso, la motivazione risponde più alle leggi del cuore che a quelle della vecchia economia aziendale.

    La copertina (con le caricature dei direttori in prima, e dei miei colleghi di Taviano e di Alliste in quarta) nonché le vignette sparpagliate nel testo sono tutte sgorgate dall’incredibile matita a colori di Marcello D’Acquarica (e di chi altri sennò), sempre pronto a darmi retta piuttosto che a mandarmi in un indicato paese.

    Signore e signori, buona lettura. Ma vi dico subito che se pensate di trovare in “Sceneggiate Banconapoletane” i dialoghi di Platone probabilmente avete sbagliato libro: se a Platone sostituite Mellone, no.

    Antonio Mellone

     
    Di Redazione (del 02/11/2018 @ 20:13:59, in Comunicato Stampa, linkato 228 volte)

    “Sono felicissimo per la mia crescita tecnica e orgoglioso della mia società”. Si può riassumere con questa breve ma significativa dichiarazione il percorso sportivo di Francesco Schiattino, classe 2002, allievo della Scuola Volley Showy Boys e in forza alla squadra che milita in serie C e under 18. Ragazzo simpatico e solare, Checco, come viene chiamato dai suoi compagni, sorride e scherza prima di iniziare a raccontarci la sua esperienza in casa bianco-verde.

    “Quando quattro anni fa decisi di cambiare sport, di lasciare il karate per iscrivermi al corso di pallavolo ma non avevo contezza di quanto questo sport mi potesse coinvolgere con il trascorrere del tempo. Oggi posso dire di essere contento del mio, se pur breve, cammino sportivo e posso considerarmi fortunato ad avere avuto l’appoggio della mia famiglia che è sempre stata lì a spronarmi, ad andare avanti, ad impegnarmi sempre di più, anche nei momenti di difficoltà”.

    Dopo il mio primo anno di attività, l’associazione del mio paese natio, per motivi di forza maggiore, si sciolse e insieme ad alcuni miei compagni di corso decidemmo di guardarci intorno per capire in quale società poter continuare a coltivare la nostra passione. Grazie anche ai suggerimenti del nostro amico Piero e alla sempre piena disponibilità dei genitori, decidemmo di iniziare a frequentare la Scuola Volley della Showy Boys e oggi posso affermare che non ci fu scelta migliore”.

    Francesco ricorda molto bene il suo primo incontro con i dirigenti galatinesi. “Era il mese di agosto del 2016 e ci ritrovammo in piazza San Pietro a Galatina, dove ha sede il club bianco-verde, per conoscere lo staff della mia attuale società. Un grande gruppo dirigenziale che prima dei risultati sportivi ha sempre guardato con attenzione alla crescita tecnica e umana degli allievi del settore giovanile. Non è un caso se la Showy Boys ha ricevuto dalla Fipav prima il riconoscimento di scuola regionale di pallavolo e lo scorso anno il marchio d’argento quale certificazione di qualità dell’attività giovanile”.

    Sono trascorsi più di due anni e Francesco ha visto sviluppare le sue doti grazie all’impegno personale e ai preziosi consigli tecnici. “Mi sono dedicato in tutto e per tutto a questo sport, applicandomi negli allenamenti sotto l’attenta guida del mister Gianluca Nuzzo che è diventato per me un secondo padre, sempre presente, sia nel mio cammino sportivo che in quello scolastico, pretendendo il massimo dei risultati. Certo, i primi anni sono stati molto duri, mi applicavo negli allenamenti e durante le gare, ma spesso non ero tra i titolari in campo. Supportato dalla mia famiglia non ho mai mollato e, come accade nelle più belle favole, alla fine dello scorso campionato mi sono ritrovato ad essere convocato prima nella selezione provinciale Fipav e poi nella prima squadra impegnata in serie C. Non dimenticherò mai lo stato d’animo in quella partita, il tremolio delle gambe, il battere del cuore tanto da sentirmi soffocare. Al fischio dell’arbitro, però, tutto è andato via e disputai la mia partita. Oggi mi trovo a giocare nuovamente in prima squadra nel campionato di serie C e, nello stesso tempo, a competere nel torneo provinciale di categoria under 18”.

    Il centrale Francesco Schiattino ha ancora parole di elogio per la società e per il suo allenatore Nuzzo. “Ringrazio la dirigenza e il tecnico che stanno credendo in me. Loro hanno anche fatto una scelta molto coraggiosa e in controtendenza schierando in serie C i ragazzi classe 2001, 2002 e 2003 e offrendoci così una ghiotta opportunità di crescita”.

    Il giovane atleta ribadisce, infine, l’impegno per il prosieguo della stagione: “Continuerò ad allenarmi con dedizione, sacrifici e rinunce sapendo che solo con un impegno costante si possono raggiungere grandi risultati nella vita, nello studio e nello sport. Il nostro claim recita ‘Noi siamo la Showy’; ecco noi siamo un vero gruppo e non deluderemo le aspettative della società e del mister”.

    www.showyboys.com

     

    Oggi gli atleti della Virtus Basket Galatina accompagnati da alcuni genitori e dal coach Sandro Argentieri saranno impegnati in una consegna speciale.

    Anche quest’anno i ragazzi della Virtus Basket hanno deciso di far dono delle uova di Pasqua dell’associazione “Per un sorriso in più” a tutti i bambini ricoverati nel reparto di pediatria dell’Ospedale Santa Caterina Novella di Galatina.

    Il legame tra la Virtus Basket e le associazioni operanti sul territorio è sempre stato molto forte, soprattutto con quelle associazioni che hanno a cuore il benessere dei bambini e dei ragazzi , in particolare con l’associazione di onco-ematologia pediatrica di Lecce “Per un sorriso in più”.

    La squadra della Virtus Basket ha sentito la necessità di donare un momento di serenità ai piccoli ricoverati perché fare squadra significa aiutarsi e sostenersi gli uni con gli altri in campo come nella vita.

    Sandro Argentieri

     
    Di P. Francesco D’Acquarica (del 13/02/2018 @ 20:08:28, in La chiesa di Noha e i Vescovi di Nardò, linkato 570 volte)

    Così, portati a spasso nel tempo da P. Francesco D’Acquarica, lasciamo il XV per affacciarci agli albori del XVI secolo. Conosceremo tre vescovi di Nardò, Ludovico Giustino o De Justinis, Gabriele Setario e Antonio De Caris, ma non ancora il nome dei reverendissimi arcipreti di Noha.

    La redazione

     

    LUDOVICO GIUSTINO o DE JUSTINIS (1412 ? - 1492)

    Vescovo di Nardò dal 1484 al 1492

    Dal 1484 al 1492 il Pontefice fu:

                Innocenzo VIII (1432-1492)            Papa dal 1484 al 1492

                Arciprete di Noha

                Don Giovanni (? - ?)                        Parroco dal 1445 al 1485 circa.

     

                Ludovico Giustino o De Justinis era nato nel 1412 a Città di Castello in Umbria da una famiglia nobile e ricca. Fin da fanciullo fu avviato dai genitori all’acquisto delle virtù cristiane, e a Roma studiò le lettere e le altre scienze.

                Scelse la via ecclesiale e, ordinato sacerdote, fu annoverato tra i cappellani pontifici da Sisto IV, papa dal 1471 al 1484, al quale stava molto a cuore la famiglia De Justinis. Resasi vacante la sede vescovile di Nardò, lo stesso Sisto IV nominò Ludovico alla cattedra di Nardò, dove rimase per otto anni, 11 mesi e alcuni giorni fino al 1491.

     

    Relazione con la chiesa di Noha

                Nel 1485 Mons. De Justinis intraprese la visita pastorale e ne curò gli atti (vale a dire le dettagliate relazioni). Di essa però a noi è pervenuta solo una piccola parte, unita in un sol volume con gli atti della visita del Vescovo precedente, Ludovico De Pennis. E’ molto frammentaria e confusa e, per l’inevitabile logorio del tempo, in cattivo stato di conservazione, sicché risulta molto difficile trarre sicure notizie storiche.

                Nell’“elenco degli abati arcipreti (traduco il testo del documento che è in latino) e degli altri della città di Nardò e della Diocesi che sono tenuti a comparire davanti al reverendo signor Vescovo della città presenti nella stessa città nella festa di S. Maria della metà agosto di ogni anno per presentare l’obbedienza allo stesso signor Vescovo e dare l’incenso e altri diritti della chiesa Madre di Nardò …” c’è anche   “l’Arciprete di Nohe con tutto il suo clero”.

                Veniamo così a sapere che nel 1485 l’Arciprete di Noha con tutto il clero doveva prestare obbedienza al Vescovo, donare l’incenso, e osservare altre prescrizioni che riguardavano la Chiesa Madre di Nardò in occasione della festa dell’Assunta,. Stesse incombenze avevano gli arcipreti di Aradeo, di Taviano, di Parabita, di Matino, di Racale ecc.  Non sappiamo il nome dell’arciprete e degli altri sacerdoti del clero della chiesa di Noha, ma una chiesa con “l’arciprete e con tutto il clero” vuol dire che è una chiesa viva, vegeta e molto attiva. Credo che i sacerdoti, compreso l’arciprete, siano ancora tutti quelli annotati nella relazione della visita del 1452. 

                Ludovico De Justinis morì logorato dagli anni, dal lavoro e specialmente dalle sofferenze. Fu un uomo di vita santa e virtuosa, munifico verso i bisognosi, resse la diocesi neritina con lo zelo e la saggezza del buon  pastore.

     

     

    GABRIELE SETARIO (? +1514)

    (Vescovo di Nardò dal 1491 al 1507)

    Dal 1491 al 1507 i Papi furono:

                Innocenzo VIII (1432-1492)                   Papa dal 1484 al 1492

                Alessandro VI (1431-1503)                    Papa dal 1492 al 1503

                Giulio II (1443-1513)                              Papa dal 1503 al 1513

               

                L’arciprete di Noha di cui non si conosce il nome svolse il ministero pastorale dal 1490 circa al 1514 circa.

     

                Gabriele Setario nacque a Napoli verso la metà del sec. XV. Fin da piccolo attese agli studi con molta diligenza. Il 12 dicembre 1491 fu nominato Vescovo di Nardò da Innocenzo VIII, papa dal 1484 al 1492. Prese possesso della diocesi il 13 febbraio 1492 e i primi atti della sua giurisdizione, che si riscontrano in archivio, sono del mese di settembre dello stesso anno.

                Per i meriti dei suoi antenati e per le sue qualità di mente e di cuore, Gabriele Setario fu molto stimato dai re di Napoli: Ferdinando I, Alfonso II, Ferdinando II e Federico D’Aragona. Fu a Napoli, insieme agli altri Vescovi del regno, quando Alfonso II divenne re e ivi fu presente alle nozze del medesimo re, celebrate dal legato pontificio con straordinaria solennità, il 2 maggio 1498.

                Nel 1498 riparò una parte del palazzo vescovile danneggiato da precedenti terremoti. A perenne ricordo fu posto sulla facciata lo stemma gentilizio del Setario con la data 1498.

     

    Relazione con la chiesa di Noha

     

                Verso il mese di settembre 1500, iniziò la visita pastorale della diocesi, ed ebbe come convisitatori Giosuè De Sambasilio (Sambiasi), arcidiacono e vicario generale, Francesco Bellante, Gabriele De Nestore, Giacomo Teotino, canonici, ed il notaio Colella Cristofarello. Di tale visita a noi sono pervenute poche e frammentarie notizie, raccolte in un sol volume con quelle dei predecessori. Il volume è in cattivo stato di conservazione.

                Nella relazione della visita, datata al 23 settembre 1500, si riporta l’elenco degli arcipreti della diocesi di Nardò, e tra questi c’è anche l’arciprete di Noha, ma neanche in questo caso viene riportato il nome. Tutti costoro sono tenuti a offrire al Vescovo “un tumulo di frumento: da lo archipreyte et clero de Nohe  frumenti tumulo uno”, così è scritto nel documento. Da lo archipreyte et clero de Nohe, ma non ci sono stati tramandati i nomi.

                Nell’elenco del manoscritto originale le parole: Galatone, Forcignano, Seclì, Aradeo, Noha, Parabita, Matino, Taviano, Racale, Alliste, Felline, Casarano, sono tutte sottolineate.

                Un’altra curiosità che troviamo nei documenti di questa visita, dove si descrivono i confini delle proprietà delle chiese della diocesi di Nardò,  in uno si specifica “vicino alle case de mastro Cesare de Noha”… senza altre indicazioni.

     

                Il Vescovo Gabriele fu molto caritatevole verso i bisognosi e dotò la cattedrale di vari oggetti preziosi e paramenti sacri. Fu tenuto in grande considerazione dai dotti del suo tempo, tra i quali il De Ferraris, che gli volle dedicare alcuni suoi componimenti come il De mortalis vitae incertitudine ac brevitate ad Gabrielem Setarium Neritonorum Pontificem (Incertezza e brevità della vita mortale a Gabriele Setario, vescovo dei neretini).

                Nel 1505, Giulio II, papa dal 1503 al 1513, lo nominò amministratore apostolico della diocesi di Capaccio (oggi: Vallo di Lucania).

                Il 26 ottobre 1507, dallo stesso Giulio II, fu traslato alla diocesi di Avellino. Resse questa diocesi per oltre 7 anni, lodato da tutti come pio, dotto e misericordioso.

                Morì ad Avellino nel 1514.

     

    ANTONIO DE CARIS (1440 - 1517)

    (Vescovo di Nardò dal 1507 al 1517)

     

    Dal 1507 al1517 i Papi furono:

                Giulio II (1443-1513)                      Papa dal 1503 al 1513

                Leone X (1475-1521)                       Papa dal 1513 al 1521

                Arciprete di Noha

                Sconosciuto il nome,                      parroco dal 1514 al 1544 circa.

     

                Antonio De Caris era nato a Bari nel 1440 da una nobile famiglia. Da giovane studiò con profitto lettere e le altre discipline. Completò gli studi a Napoli e optò per la via ecclesiastica.

                Fu assai caro al re di Napoli Ferdinando I (1423-1494), sicché ordinato Sacerdote, fu nominato primo cappellano reale e inviato in Ungheria, quale delegato plenipotenziario presso il re Mattia, marito di Beatrice, figlia di Ferdinando I.

                Ritornato dall’Ungheria, fu nominato Vescovo di Castellaneta. Verso il 1492 fu trasferito alla diocesi di Avellino, che governò per circa quindici anni. Nel 1507 il Papa Giulio II nominò Antonio De Caris, vescovo di Nardò, mentre il predecessore, Mons. Setario veniva traslato da Nardò ad Avellino.

     

    Relazione con la chiesa di Noha

     

                Per mancanza di documenti s’ignorano quasi del tutto le opere compiute e gli avvenimenti accaduti durante l’episcopato di questo Vescovo, perciò anche di Noha non si trova nulla.

                Antonio De Caris fu assai virtuoso e dotto e di grande cordialità con gli intellettuali del suo tempo. Contemporaneamente vigilò sulla diffusione della dottrina e non mancò di riprendere quelli che scrissero espressioni poco corrette, specialmente se si trattava della sua diocesi, come accadde al De Ferraris, che aveva scritto con poco rispetto, di religione, di Pontefici e uomini di provata virtù, nel dialogo L’Eremita ed in qualche altro opuscolo.

    (Antonio De Ferrariis, detto il Galateo (Galatone, 1444 –Lecce, 12 novembre 1517), è stato  un accademico e medico italiano).

                In seguito però il De Ferraris cercò di riguadagnare il favore e la stima del Vescovo, riproponendo, con composizioni più sensate, quanto poco correttamente aveva scritto in precedenza. Compose anzi un elegantissimo carme saffico in lode di S. Cesarea V. e M. che volutamente dedicò ad Antonio De Caris, inviandoglielo insieme con una lettera molto rispettosa.

                Nel suo ministero pastorale, Mons. De Caris fu coadiuvato da Luigi Sambiasi, tesoriere della cattedrale, nobile neritino, assai stimato per la prudenza, la perizia nel diritto e la profonda pietà. Durante l’episcopato di questo Vescovo, e propriamente nel 1509, per l’ultima volta si fa menzione di monaci, che, insigniti di benefici ecclesiastici, prestavano servizio nella cattedrale insieme con i canonici ed il clero. 

                De Caris morì a Nardò, all’età di 77 anni, nel 1517 e fu sepolto nella sagrestia della Cattedrale.

     

    N.B. le immagini a corredo di questi scritti sono tratte dall’archivio personale dell’autore e dal volume di Mario Mennonna, “Nardò e Gallipoli – Storia delle

    [Continua]

    P. Francesco D’Acquarica       

     

    N.B. Le immagini a corredo di questi scritti sono tratte alcune dall’archivio personale dell’Autore, altre dal volume di Mario Mennonna, “Nardò e Gallipoli – Storia delle diocesi in oltre seicento anni (1387 – 2013) – a cura di Mario Mennonna e Cosimo Rizzo, Congedo Editore, Galatina, 2014.

     
    Di Redazione (del 02/05/2018 @ 20:04:10, in Comunicato Stampa, linkato 299 volte)

    Non era solo la BCC Leverano a scendere sul parquet del  PalaPanico , sabato scorso, decisa a definire la formalità OLIMPIA S.B.V. e a consolidare la posizione di vertice.

    Dall’altra parte della rete vi era il gruppo di atleti di casa ,pieno di speranze e di paure, votato però a ribaltare, se possibile, un pronostico sfavorevole o quanto meno raggranellare il minimo sindacale.

    Spirava sulle gradinate un sentimento di speranza dei tifosi e  dei dirigenti di una società che, partita con un passo falso ma non con insipienza tecnica, ha raddrizzato parzialmente la barra, alimentando le possibilità fino all’ultima gara.

    E poi vi erano le cassandre, presenti o malcelate sulla tribuna, la cui preveggenza pendeva inesorabilmente in modo negativo per gli atleti di mister Stomeo , auspicando loro la disfatta sportiva.

    Le variabili in gioco nella formula delle combinazioni che si potevano verificare sui tre campi di Potenza, Bari e Galatina , lasciavano percentuali non  certo incoraggianti ai tifosi bianco-blu-celesti.

    Solo una netta vittoria da tre punti contro il gruppo capitanato da capitan Orefice poteva assicurare l’acquisizione certa dell’undicesimo posto e quindi la permanenza nella terza serie nazionale: oppure, una sconfitta secca di Ostuni e Castellana rispettivamente a Potenza e a Bari.

    Nessun elemento poteva giocare a favore dei galatinesi, se non una gara perfetta che avrebbe reso vani gli  eventuali exploit dei diretti avversari: ma se il cuore e l’ardimento dei padroni di casa era innegabile, altrettanto non si poteva pensare a un’arrendevolezza dei leveranesi , votati ad una vittoria netta per non concedere opportunità di vantaggi al Lamezia nello scontro diretto per i play off.

    La concomitanza di svolgimento delle gare, prevista dai regolamenti federali nello stesso giorno ed orario ,non dava vantaggi di alcun genere  a nessuno ed allora , con il punto d’onore che da dicembre si riconosce al gruppo capitanato da Guarini , l’Olimpia SBV ha conquistato il primo set per 25 a 18, resistendo fino al 23 punto nel secondo ,per poi crollare sfiduciata nel terzo e quarto.

    Le frammentarie notizie che giungevano dai campi di Bari e Potenza  tenevano in tensione  i tifosi che non abbandonavano il PalaPanico aspettando i risultati ufficiali.

    La gara che poteva valere una stagione ,o meglio la permanenza o  la retrocessione , si giocava al PalaPergola dove l’Orthogea Ostuni aveva strappato il secondo set al Potenza  che in vantaggio di due set ad uno veniva impegnato allo spasimo, riuscendo a prevalere ai vantaggi (29-27) e ad incamerare il bottino pieno.

    L’urlo dei tifosi, dirigenti  ed atleti scioglieva in vari modi liberatori la tensione che ha attanagliato tutto l’ambiente per buona parte del campionato, lasciando sfogo a personalissime rivalse verbali.

    Se qualcuno pensava di scommettere  ,anche un solo centesimo, sulla salvezza di questa squadra che al termine del girone di andata aveva un solo punto, nessuno lo avrebbe fatto anche trattandosi di una così esigua puntata .

    Lo scoramento aveva attanagliato anche il gruppo: i soli a tirare avanti caparbiamente sono stati i dirigenti e i tecnici nonostante diversità di vedute su alcune situazioni che sono state “lavate “in casa . Il lavoro su cui si è concentrato Giovanni Stomeo e il fido Antonio Bray è stato quello di recuperare stimoli e motivazioni soprattutto in Santo Buracci , che sembrava essersi sfiduciato.

    L’arrivo di Lentini ha ricompattato tutta la rosa: Buracci si è appropriato dell’autostima che inconsciamente aveva smarrito, trovando nel laterale siciliano una condivisione del peso delle responsabilità e del fronte d’attacco.

    D’altra parte fare un girone di ritorno mettendo in carniere 18 punti  vorrà pur dire qualcosa.

    Capitan Guarini  è stato un continuo stimolo per tutti sia pure con quell’eccesso adrenalinico che qualche volta ha colorato di giallo -rosso(cartellini) le sue esibizioni . Petrosino e Corsetti si sono alternati nel ricoprire il ruolo di posto quattro con contributi positivi risolvendo personalmente alcune situazioni intricate; Iaccarino ha fatto della continuità la sua dote migliore e Muccione ha fatto gli straordinari nella distribuzione sapendo di avere alle spalle pronto, in qualsiasi momento un Ciccio Calò in piena efficienza.

    In difesa ha giganteggiato un Pierri straordinario coadiuvato da un Apollonio sempre all’altezza. Un discorso a parte meritano le seconde linee  Tundo, Rossetti e Persichino che non hanno mai allentato la tensione agonistica, mettendosi sempre in gioco e dando certezze a mister Stomeo.

    Un lavoro oscuro che poi si traduce in schemi e letture degli avversari è quello dello scout man Vitellio e dell’assistente Antonio Bray. Portare a conoscenza del gruppo il ventaglio delle modalità di attacco e di difesa , la prolificità o meno degli atleti avversari nelle sei rotazioni , richiede uno studio approfondito e competenze didattiche.

    L’impegno e la professionalità profuse dal medico sociale Fernando Vernaleone e dall’osteopata Marco De Matteis (auguri per la nascita della seconda erede) hanno tenuto sotto il livello di guardia i malanni fisici degli atleti , che sono ricorsi alle loro cure non abbandonandosi, anche nei momenti più duri, allo sconforto.

    Una nota di merito va al presidente Santoro e al gruppo dirigente. Quando tutto sembrava andasse a fondo e si paventava un fuggi fuggi generale , lui è stato il collante tra tecnici , giocatori ed elementi del direttivo pronti a prendere drastiche anche se inutili decisioni.

    L’aver confermato tutti gli atleti fino al termine della stagione, qualunque fosse stato l’andamento delle gare , ha moderato i picchi di ansia e d’ irrequietezza ai vari livelli ed ha chiesto solo cuore e passione a tutti, tifosi compresi.

    Il resto è storia per questo campionato 2017-2018.

    Piero de lorentis

    AREA COMUNICAZIONE

    OLIMPIA S.B.V.GALATINA

     

    Grazie alla sinergia tra Amministrazione comunale, A.S.D. Virtus Basket e sezione di Galatina dell'Associazione Arma Aeronautica e con l'aiuto indispensabile di alcuni amici sponsor, anche questo Natale, il Rione Italia, ha avuto la sua Notte bianca dei Bambini…

    Grandissima è stata l’affluenza di pubblico e, soprattutto, di bambini, per la III^ edizione de “La notte bianca dei Bambini – Rione Italia in festa” svoltasi il 26 dicembre 2017.

    L'attesissimo evento è stato un vero successo con spettacoli di giocoleria, artisti di strada, teatro dei burattini, laboratori di gommapiuma, trucca bimbi, animazione di strada, spettacolo circense e spettacolo di magia che hanno fatto di ogni bambino il protagonista assoluto della grande festa notturna.

    Come per incanto l'intera piazzetta si è trasformata in uno spazio a misura di bambino; un’intera serata dedicata ai più piccoli e alle famiglie ha trasformato il Rione Italia in un immenso parco divertimenti con tante attrazioni che hanno soddisfatto ogni gusto ed immaginazione.

    L’evento ha previsto attrazioni come: trenino, teatro dei burattini, laboratori di gommapiuma, trucca bimbi, animazione di strada, spettacolo circense e spettacolo di magia per bambini e finanche lo spettacolo pirotecnico per il quale dobbiamo ringraziare “L'arte nel cielo” di Alessandro Coluccia.

    Come ben sapete ogni nostra iniziativa è dedicata ad una Associazione di volontariato che opera principalmente nel nostro territorio. In occasione de "La notte bianca dei Bambini - Rione Italia in festa" la nostra attenzione è stata rivolta all'Associazione cuore AMICO Onlus. Numerose sono state le testimonianze di affetto verso questa raccolta fondi che ci hanno permesso di riempire il salvadanaio dedicato allo scopo. Il ricavato totale verrà comunicato il 06 gennaio quando si procederà all’apertura di tutti i salvadanai della 12^ edizione di cuoreamico, che sono stati distribuiti. Per il bellissimo premio ringraziamo GAMESTORE, in via Pistoia, 14 a Galatina.

    Doveroso un ringraziamento a Biagio Tabella, Roberta, Carolina ed a tutto lo staff dell’Associazione “Teste di Legno”, agli Sponsor che hanno voluto legare il nome della loro Attività Commerciale alla nostra iniziativa, ma soprattutto a tutti Voi che ancora una volta ci avete accompagnato in questo fantastico viaggio.

    Adesso tenetevi pronti per… nuovi ed entusiasmanti progetti!!!

    RUSSO PIERO LUIGI

     

    Fin dall’atto dell’insediamento, lo scrivente - insieme all’intera Amministrazione rappresentata - è stato concretamente e fattivamente impegnato a garantire il rispetto della legalità e della trasparenza, in qualsiasi campo ed attività, anche e soprattutto nella gestione delle strutture sportive.

    Nell’ambito delle vicende riguardanti il calcio galatinese ci siamo mossi, da un lato, ascoltando la spinta collettiva ed interpretando la volontà popolare, a cui abbiamo il dovere di porre l’orecchio, ma dall’altro facendo rete con le istituzioni preposte Prefettura e FF.OO, al fine di tenere alta l’attenzione e scongiurare il ripetersi e il perpetuarsi di contesti di contiguità con ambienti malavitosi verificatisi nel passato.

    Non dobbiamo prescindere da questa collaborazione, occorre lavorare in team con le istituzioni nell’obiettivo comune della legalità. 

    L’interdittiva della Prefettura rappresenta una conferma dell’attenzione riposta a presidio della legalità e non deve essere visto come un dito puntato contro chi ha a cuore le tradizioni e lo sport di Galatina, bensì come una pausa necessaria, affinché si possa fugare ogni rischio di possibile contaminazione, per restituire il calcio galatinese alla sua naturale vocazione, divertimento e sano agonismo. È un segnale alle forze sane della città - che sono tante - che dimostra che l’attenzione alla legalità è sempre alta e deve interessare tutti.

    Marcello Amante

     
    Di Redazione (del 13/02/2018 @ 19:58:48, in Comunicato Stampa, linkato 663 volte)

    Il sindaco di Galatina Marcello Amante e l’assessore al turismo Nico Mauro oggi e domani saranno presenti alla BIT, la Borsa Internazionale del Turismo in programma dall’11 al 13 febbraio a Milano. L’appuntamento vede coinvolti operatori turistici, agenti di viaggio, ditte e aziende, amministratori e governatori che hanno quotidianamente a che fare con le dinamiche di questo mondo. Lo scopo è quello di fornire un ampio e dettagliato quadro di quelle che sono le offerte turistiche, le potenzialità, le risorse, le caratteristiche, delle zone di tutto il mondo.

    La presenza, all’interno dello stand di Puglia Promozione, degli amministratori galatinesi, è dettata da un desiderio, non solo locale, di porre la massima attenzione sulle risorse della cittadina nel cuore del Salento. L’aspetto turistico, per promuovere il quale verranno distribuite delle brochure contenenti le bellezze, le curiosità e gli eventi di Galatina, e un pieghevole dedicato alla Biblioteca Siciliani e alle Cinquecentine, appare oggi più che mai importante, da incentivare e da coltivare.

    “La BIT è l'occasione per creare una rete di collaborazioni con istituzioni e portatori di interesse - afferma l’assessore Mauro - e aiuta a rafforzare il progetto generale su cui stiamo lavorando per un complessivo rilancio della proposta turistica cittadina. In questo senso anche la partecipazione all'evento  “Puglia&Lombardia. Double your journey in Italy”, organizzato dai rispettivi assessorati regionali al turismo, crea i presupposti per una collaborazione strategica per incrementare l’attrattiva turistica delle due destinazioni attraverso una promozione congiunta e il rafforzamento dell’offerta”.

    Ufficio stampa Marcello Amante

     
    Di Redazione (del 11/09/2014 @ 19:47:59, in Recensione libro, linkato 1834 volte)

    Riceviamo e volentieri pubblichiamo alcune note vergate da Cristian Carallo in merito al libro "In men che non si dica" di Marcello D'Acquarica (ed. L'Osservatore Nohano, Noha, 2012)

    Carissimo Marcello,
    è il tuo compaesano Cristian che ti scrive!
    Innanzitutto ti saluto e ti ringrazio ancora per essere stato così gentile e disponibile da darmi l'opportunità di leggere il tuo libro "In men che non si dica". Per me ora è un piacere essere qui ad esprimere il mio parere e comincio col dirti che all'inizio ero un po' dubbioso. Sai Marcello i saggi autobiografici non sono proprio il mio genere...Amo i racconti d'avventura e di azione di cui spesso vedo i rispettivi film ma le autobiografie proprio no! Mi basta leggere qualche riga per annoiarmi e, diciamoci la verità, a me interessa davvero poco la vita di un autore. Ma il tuo libro partiva con una marcia diversa, con una marcia in più, con quel qualcosa di inspiegabile che ti fa subito dire: "Questo è il libro giusto per me". E infatti, a calcoli fatti, il tuo volume è stato il meglio che si potesse chiedere.

    La parte iniziale della valigia secondo me è davvero azzeccata, mi ha fatto capire fin da subito il tono del libro e ho potuto "prepararmi" per quello che sarebbe stato poi lo sviluppo della vicenda. Leggendo la tua opera posso dire che ho notato nelle tue parole serietà, nostalgia ma anche un po' di critica, a volte condivisa e a volte no. Ad esempio trovo giusto il tuo pensiero in merito al lavoro nella parte in cui parli dell'industria paternalistica...anche secondo me ognuno deve essere libero di scegliere il proprio mestiere perchè a mio avviso non si può svolgere una qualsiasi professione senza amarla.

    Sono invece di ben altro avviso nella parte conclusiva del libro dove l'argomento affrontato è l'Unità d'Italia. Lo scrivo in maiuscolo perchè io penso che sia stata la cosa più bella che i nostri avi ci abbiano lasciato in eredità, quindi si dovrebbe festeggiare da tale. È vero, noi meridionali paghiamo purtroppo la falsa realtà dello stereotipo "terùn" e tutti i pregiudizi nei nostri confronti...ma poi mi dico... che Italia sarebbe senza l'Unità?

    Le cose andrebbero veramente meglio o peggiorerebbero ulteriormente? Domande che spero rimangano sempre senza risposta dal momento che non vorrei un'Italia divisa.

    A parte questo piccolo neo che mi ha fatto anche un po' riflettere, tutto il resto del racconto è stato appassionante: da Ginu 'U Cintu alla tua storia personale.

    Ora che ci penso il libro contiene una specie di paradosso...tu da piccolo ti chiedevi quanto è duro lasciare la terra natìa pensando ai tuoi fratelli che "come delle schegge impazzite facevano sempre avanti e indietro", torino-lecce...lecce-torino e poi di nuovo torino-lecce e così via. Sei passato dal chiederti e immaginare la risposta a provarlo in prima persona, provare davvero cosa significa l'emigrazione sulla propria pelle..."d'altronde come si può provare fame quando si è sazi?".

     Infine Marcello posso concludere che il tuo libro è davvero una medicina per la mente, una medicina che ti apre gli occhi e ti fa chiedere:"Perchè?".

     Io spero davvero, dal più profondo del cuore, che al mondo ci siano molte persone come te, pronte a dare tutto per il proprio paese anche quando l'unica cosa che si può dare è quel sentimento di patria e di appartenenza più unico che raro.

    Con tanto affetto e stima, 
    il tuo compaesano

    Cristian Carallo

     
    Di Andrea Coccioli (del 28/07/2016 @ 19:46:06, in Comunicato Stampa, linkato 1258 volte)

    Leggo con sorpresa e rammarico le lettere sui giornali del vice-sindaco e assessore della giunta Montagna che criticano il grande lavoro svolto da questa amministrazione. Certo, tanto altro si poteva fare e si può ancora fare, ma suonano come una campana stonata le dichiarazioni pubbliche di persone che hanno condiviso tutto il lavoro che si è svolto o si è cercato di svolgere in questi anni. Durante la mia permanenza in Giunta (da giugno 2012 a gennaio 2016), si è lavorato condividendo i problemi e discutendone costruttivamente al fine di risolvere le tante criticità che mensilmente emergevano. Tanti i problemi ereditati dal passato fatto di politica e di politici diversi, di dirigenti e personale amministrativo che tanto hanno dato alla Città ma che si lasciano dietro cose non fatte o tralasciate e che bisogna necessariamente, a un certo punto, decidere di risolvere. Bene, questa amministrazione ha deciso di risolvere tante pendenze e lasciti poco virtuosi. Si è avuto il coraggio di affrontare tante sofferenze amministrative che gravavano e purtroppo ancora gravano sulla comunità. Certamente il cammino è lungo e per portarlo a compimento serve ancora tempo. Quattro anni di amministrazione sono serviti a tracciare il giusto solco per risollevare il comune. Tante opere pubbliche sono state terminate, opere pubbliche quali la riqualificazione di Corso Porta Luce, la riqualificazione di via Giuseppi