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Di Antonio Mellone (del 01/11/2020 @ 09:06:15, in Fetta di Mellone, linkato 685 volte)

Avrei voluto parlare della Sabina (senza r) Panico e della sua Frutteria da un bel po’. Ma ho dovuto rinviare l’appuntamento fino a oggi: dapprima per via della clausura (lockdown per i puristi della lingua italiana), periodo nel quale era severamente vietato incontrarsi ma soprattutto porre domande (tipo le mie da commissione di inchiesta), e poi perché giunta l’estate - e quindi le Fette di Mellone - rischiavo di esser tacciato di conflitto di interessi. Ma eccomi finalmente in semi-libertà (c’è pur sempre una mascherina di mezzo) a raccontare la storia di questa bottega di Noha e della sua incredibile titolare: della quale dirò subito – non me ne vorrà - che ha superato gli Anta da un po’, ma ne dimostra appena Enta (saranno le vitamine con cui è in quotidiano commercio d’amorosi sensi).

La Frutteria, nata tre anni fa, è uno schiattone (virgulto) di un albero antico che affonda le sue radici intorno agli anni ’60 del Novecento, quando in via Maddalena nonna CChina (con due C) gestiva un piccolo negozio di generi alimentari. Quest’albero è cresciuto robusto, irrorato dal sudore e purtroppo anche dalle lacrime di una casa. Durante l’infausto 1992, infatti, l’amabile Assunta (chi non la ricorda con affetto), subentrata nel frattempo alla suocera nella conduzione della sua putea, scompare improvvisamente appena quarantaseienne in un incidente stradale sulla Noha-Galatina, lasciando soli e impietriti il marito Michelino, e i suoi tre figli: Toni di 21, la nostra Sabina di 19, e il piccolo Marco di solo 8 anni.

Fu così che Sabina, non ancora ventenne, bruciando tutte le tappe, si trova dalla sera alla mattina a essere la donna di casa, la madre dei suoi fratelli, e pure l’imprenditrice della sua azienda. Me ne parla con il sorriso, mentre involontarie gocce di memoria imperlano i suoi occhi: “I professori si commuovevano quando ero io a presentarmi agli incontri scuola-famiglia di Marco”. Non solo loro, Sabina, tutta la comunità.  

Nel corso dei successivi venticinque anni la famiglia cresce. Arriva il matrimonio con il suo Luigi (buono e ‘ngarbato come lei), e dunque Samuele, il primo figlio, oggi diciottenne, ed Eleonora, la piccola, quattordici anni, entrambi al liceo artistico di Lecce. “Ragazzi responsabili”, mi dice, e io rincaro bravi e bellissimi (e non sono uno di manica larga nei giudizi).

E così il tempo galoppa fino al 2017, quando Sabina decide d’amore e d’accordo con tutti di lasciare la bottega di via Maddalena al fratello Marco e alla sua zita, per dar vita allo schiattone di cui sopra, vale a dire La Frutteria di via Mameli. Che, come si arguisce dalla denominazione, sarà pure la classica bottega del fruttivendolo, ma con l’aggiunta di qualche chicca in più che ora vedremo.

Sulle mensole e sui ripiani architettati da Luigi (è il suo mestiere), poggiati su montanti fatti da pezzi di scale in castagno (quelle utilizzate un tempo per la raccolta delle olive) e sulla gondola centrale composta da cassette in legno recuperato anch’esso da altri usi, così come il bancone, trovano alloggio frutta e verdura perlopiù di stagione, insieme ad altri prodotti della terra e del lavoro dell’uomo. Qui finalmente tutto sembra parlare italiano, se non proprio salentino, quando non addirittura nohano.

Sabina mi fa da guida nella sua piccola galleria d’arte (un canestro, per dire, mi ricorda tanto quello del Caravaggio, oltretutto la stagione è quella) e mi fa: “La frutta non dovrebbe mai fare viaggi troppo lunghi, se no si stanca e non fa bene. Questi cavolfiori, le cicorie, le rape, i pomodori invernali da penda, peperoni, melanzane, e queste zucche me li portano direttamente dei contadini di Noha. Le patate sono della zona di Alliste e Racale, i meloni del neretino, e queste patane (patate dolci) provengono dal nord del Salento. La farina che vedi in questi pacchetti, invece, è proprio della mia campagna, o meglio di quella di mio padre che quest’anno ha seminato il grano. Fave, ceci e piselli secchi invece sono di Zollino, queste altre verdure sottolio di Scorrano. Ma abbiamo anche le friselle che prendiamo da un forno di Corigliano, il miele che ovviamente è prodotto a Seclì da Musardo, e la pasta che ci arriva direttamente dagli artigiani Manta di Aradeo. Queste marmellate sono prodotte a Melissano, mentre le uova del paniere, con la data di produzione stampata sul guscio, sono delle galline ruspanti di una masseria qui vicino. Certi altri prodotti, li compro ai mercati generali. Però li scelgo sempre italiani, anche se costano un pochino di più e benché a volte la frutta estera paia avere un aspetto migliore: che ci posso fare è più forte di me. Vabbè, ho anche banane e ananas: è ovvio che questi frutti provengano dai tropici, ma sono un’eccezione qui dentro, come qualche altro raro prodotto che utilizzo per le composizioni di frutta fresca sbucciata, tagliata e disposta sui vassoi secondo l’estro e il raccolto del momento. Certo mi sono inventata quest’altro lavoro, che comporta molto impegno ma devo dire che finora è stato molto apprezzato. Lo faccio su ordinazione. Ah, dimenticavo, più volte la settimana preparo con le mie mani anche il minestrone crudo e fresco (in questo negozio non c’è nulla di surgelato), con le verdure del giorno. A me piace molto, e sembra io sia in buona compagnia. Ci tengo a ribadire che bucce e scarti delle mie lavorazioni sono raccolti in compostiera, pronti a diventare humus per i nostri ulivi: sissignore, noi non produciamo rifiuti - anche se paghiamo un sacco di spazzatura.”

Ebbene sì, le parole di Sabina sono come le ciliegie: una tira l’altra. Ed è sempre piacevole ascoltare questa donna straordinaria i cui neuroni non hanno turno di riposo nemmeno di notte: “Sabina, scusa, ma quand’è che riesci a rilassarti un po’?”. E lei: “Sai, lo pensavo proprio l’altro giorno mentre ero sdraiata su quella poltrona: dal dentista”.

Prima di salutare la Sabina, mi guardo nel grande specchio della frutteria e, sarà un  trompe-l'œil, il mio viso per un attimo mi sembra un ritratto di Arcimboldo.

In strada, mentre sto per andar via, mi volto per ammirare in un colpo d’occhio La Frutteria, l’adiacente novella rosticceria Frumento, la contigua pasticceria  Zucchero & Cannella, e poi all’angolo il grazioso salone Lulè Acconciature dell’Antonella Geusa, e quinci la pescheria Sapore di Mare da lungi, e quindi il Tribal Cafè, e mi vien da pensare quanto i dintorni di via Mameli mi ricordino Montmartre e le sue stradine di negozi e artisti, lontane dai grandi boulevard, dai mega palazzi, e dalle piazze della Grandeur: di là le Sacre Coeur, di qua la nostra Madonna delle Grazie; in rue St. Vincent, le Jardin Sauvage; in via della Pace, i Giardini che prendono il nome della compatrona nohana.

Quanto aveva ragione quella mia amica quando asseriva che se Parigi avesse le casiceddhre sarebbe una piccola Noha.

Antonio Mellone

 
Di Antonio Mellone (del 03/10/2020 @ 11:40:50, in Fetta di Mellone, linkato 237 volte)

Che carini i deputati che festeggiano il taglio dei deputati. Mi ricordano tanto quel condannato a morte che gongola per quanto il boia abbia affilato la lama che farà rotolare la sua testa. Non stanno nella pelle, non si danno pace, non vedono l’ora di eliminare finalmente le loro “poltrone” (chiamano così i seggi parlamentari). E pare che vogliano contribuirvi partendo dalle proprie, visto che i consensi del moVimento proponente (quello passato dallo streaming del “nulla dev’essere nascosto al popolo” al conclave del “nulla deve trapelare”) sembrano tendere a una riduzione, guarda un po’, del 36,5%. Ma anche il resto dei partiti del famoso 98% non scherza mica quanto a decrescita felice dei voti spacciata come sempre per crescita esponenziale.

Fanno tenerezza anche i tifosi così tanto protagonisti di questa bella “sforbiciata alla casta”, la quale casta non vedeva l’ora di faticare di meno (avendo meno impiastri cui dar retta) per ottenere quello che ha sempre voluto: la libertà di farsi gli affaracci suoi. Ma vuoi mettere: con tutto questo po’ po’ di risparmio è capace che non solo si fermerà l’avanzata del debito pubblico italiano, ma che si riesca addirittura ad azzerarlo in quattro e quattro otto, a dispetto di quei menagramo dei matematici sempre così tristi e demoralizzanti con tutti quei più, meno, diviso e per.

 
Di Antonio Mellone (del 09/09/2020 @ 19:53:47, in Fetta di Mellone, linkato 504 volte)

Non so se avete avuto modo di ammirare l’esilarante cartellone svettante a Galatina all’interno di un recinto di plastica giallorosa (come il governo), tra via Ugo Lisi e la via di Noha, zona palestra-hangar/circonvallazione-interna, periferia a sud.

Non mi dite che non ci avevate fatto caso eh, ché il cartello farebbe invidia ai 6X3 dei candidati alle regionali [con un 6X3 le spari più grosse e, per il terzo segreto del marketing, vieni creduto come all’oracolo, ndr.].

Insomma, il titolo del suddetto manifesto del partito consumista è: Complesso Residenziale “Le Palme” (giustamente con le virgolette); o forse era Le Palle, non vorrei aver letto male.

Pareva brutto, invece, Complesso Residenziale Il Gelso: troppo sense of humour, giacché il piano Silletti, altrimenti detto ‘ndo cojo cojo, fedele al suo antenato di parte materna, cioè Attila, aveva già fatto in loco il suo corso diciamo naturale (tra parentesi, io l’ho sempre detto ai compagni che sarebbe stato meglio tumulare già rivoltato nella tomba il povero Tonino Baldari).

Rimane un mistero il fatto che a un fischio dal novello impianto, visibile a occhio nudo, ve ne sia un altro, vecchio di zecca, fermo allo scheletro in cemento armato forse da una ventina d’anni: lì probabilmente o la società costruttrice aveva sbagliato i conti (e si sarà fermata, seppure, al pagamento delle prime fatture alla Colacem di turno), oppure gli eventuali promissari acquirenti, viste le prime avvisaglie estetiche delle loro abitazioni, rinsavendo per un attimo, avranno pensato: “Tanto vale che ci trasferiamo a Beirut”. Adesso non vorrei rubare il lavoro ai pubblicitari, ma secondo me il giovane adiacente aggregato edilizio a schiera, attesa anche l’endemica ludopatia nostrana, si sarebbe potuto denominare, forse con più efficacia commerciale: Nuovo Comparto Riprova E Sarai Più Fortunato.

 

Il primo settembre del 1920, otto pionieri fondatori - cui si aggiunsero immediatamente i primi trenta soci ordinari - diedero i natali al Circolo Cittadino di Noha. Dopo aver approvato lo statuto all’unanimità, ne inaugurarono la sede in due ampi locali con volta a botte al piano terra del “fortissimo Castello di Noha, posto in forte loco”. Tutti si strinsero le destre e bevvero un bicchiere di vino locale alla salute del novello sodalizio, ripetendo nei loro prosit la frase attribuita a Giulio Cesare dal suo biografo Svetonio: “Alea iacta est” (il dato è stato lanciato): questo motto, insieme allo stemma civico delle tre torri, e ad altre immagini allegoriche, fu effigiato in un bel quadro da Michele D’Acquarica (1886 – 1971), che da quel dì ha campeggiato solenne nella diciamo aula magna dell’associazione, oltre che sul suo vessillo. 

Fu denominato Juventus, questo cenacolo, vale a dire la Gioventù, senza alcun riferimento né alla squadra di calcio (la quale, benché fondata nel 1897, era allora sconosciuta perfino agli Agnelli), né alla prosopopea fascista (ché i suoi apologeti, più o meno consapevoli, sembrano più numerosi oggi di quelli di cent’anni fa): ma sin da subito fu da tutti conosciuto come il Circolo. Quando si dice l’antonomasia. 

 

Mica crederete che Harrods si trovi solo a Londra. Sì, va bene, non avrà i suoi 146 ascensori, gli 8 piani (di cui due interrati), e le famose 300 linee telefoniche, ma anche a Noha abbiamo un “grande magazzino” come il londinese, e di lusso pure: stiamo parlando del bazar (non saprei come meglio definirlo) di Claudio e Daniela, compagni di lavoro e di vita.

Rispetto a quello della capitale del Regno Unito che apre alle 10, il negozio nohano invece è operativo sin dalle 8 del mattino e da un pezzo; per il resto riceve più o meno le stesse 12.000 chiamate al giorno, e gli slogan sono sostanzialmente identici: “Dallo spillo all’elefante” o “Omnia omnibus ubique” (trad.: everything for everybody everywhere), quelli di Harrods; “Cerca & Dumanda” (vale a dire: seek and ask, o meglio: seek and find), quello degli empori di Noha York.

 
Di Redazione (del 13/08/2020 @ 13:26:26, in Fetta di Mellone, linkato 260 volte)

Con gli argomenti che mulinano nella mia testa potrei scrivere una fetta di Mellone al giorno. Ma c’è un ma: sono (sarei) in ferie. Dunque ho poco tempo a disposizione. Sta di fatto che, accavallandosi or ora tre temi che mi stanno pascalianamente a cuore, provo a concentrarli tutti in questa quinta Fetta una e trina.

1) Festival Organistico del Salento. Gli organi si danno delle arie.

Ci sono tanti modi per distruggere gli organi a canne. Uno è quello di incendiarli. Ne abbiamo avuto degli esempi fino all’altro ieri, con ecpirosi sviluppatesi non più tardi dello scorso mese di luglio a Favara, in Sicilia, e poi in Francia, nella cattedrale di Nantes. Gli altri metodi sono ancora più semplici. Tipo lasciarli marcire, riempire di polvere, zittirli. Per buona sorte nostra e dei nostri organi vitali abbiamo in loco dei leoni da  tastiera (nell’altro senso però), testardi e resistenti, i quali, anno dopo anno, e siamo al sesto nonostante tutto, hanno dato vita al Festival Organistico del Salento. Il quale anche nel corso di questo 2020, da agosto a ottobre, leggiadro e armonioso, insufflerà un bel po’ d’aria nei polmoni (cioè i mantici) degli strumenti a canne di mezza provincia, facendoli continuare a respirare. Tranquilli, nelle chiese dei concerti d’organo salentini non c’è mai stata la calca (alla “l” si può tranquillamente sostituire la “c”) della “Beach & Bitch Movida”, onde il distanziamento sociale, ma viepiù culturale, è assicurato. Come si evince dal cartellone, la maggior parte dei colpi sono sparati a Salve - ma, come diceva quello, il sito val bene una messa. Gli irriducibili organisti sono coordinati dal maestro Francesco Scarcella, direttore artistico della rassegna. Chiedo venia agli altri professori del Festival se non li cito uno per uno: non vorrei che, ecco, strumentalizzando la cosa, mi mettessero delle note sui registri. Anzi sì.

 

Non sarà la più bella del mondo, ma ogni volta che ci metton mano fanno di tutto per deturparla oltremodo. Mi riferisco alla nostra Costituzione, oggetto di morbose attenzioni da parte dei nipoti costituenti (ché i padri li hanno fatti seppellire da un pezzo).  

Chiamano dunque riforme quelle cose quasi sempre pensate per deformare un sistema (sanitario, lavorativo, fiscale, scolastico…) a vantaggio dei gerarchi e a detrimento della massa che però li idolatra.      

L’ultima volta che si tentò, per fortuna invano, di sconvolgere la Costituzione formale (quella sostanziale è un altro paio di maniche) fu non più tardi del 2016. Dovetti sacrificare non so più quante fette di Mellone – e quindi tempo allo studio - per provare a fare un liscio e busso a chi inneggiava a quell’accozzaglia di norme scritte con l’unghia incarnita dei piedi. Non che un mio articolo sposti di un solo voto il suffragio universale, ma, come già detto, scrivo per riuscire a farmi la barba la mattina senza sentirmi in dovere di dirigere la lametta verso la  giugulare.

Questa volta – con la solita storia che le dimensioni non contano -  quasi tutti i partiti hanno votato in parlamento l’auto-evirazione (parliamo del taglio dei suoi membri, no?): ne avremo il 36,5% in meno, dunque uno sconto di 230 deputati (da 630 a 400) e 115 senatori (da 315 a 200).

Tutto bene? Oddio, se diamo retta alle chiacchiere del bar dello sport, sì: tipo che così si ridurranno “i costi della politica”, e si darebbe una sforbiciata a questa benedetta casta - per la gioia del volgo in visibilio e sempre plaudente, convinto che il valore di una legge si possa misurare con l’applausometro.

 
Di Antonio Mellone (del 25/07/2020 @ 18:31:53, in Fetta di Mellone, linkato 329 volte)

Spesso son così titubante che al confronto il principe Amleto era un decisionista. Questa volta, scatola cranica in mano (in mancanza sopperisce il frutto di stagione delle cucurbitacee), the question is: votare o vomitare.

Ebbene, nel prossimo mese di settembre anche la Puglia “rinnoverà” il suo consiglio d’amministrazione. A dirla tutta nel fritto misto hanno stemperato anche il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Ma di quest’ultimo tentativo di evirazione democratica, e del doveroso NO all’ennesima presa per i fondelli, parlerò in altra sede.

Ora soffermiamoci sulla campagna elettorale diciamo politica, la quale, a meno delle fiumane di terroni in visibilio per il leghista, di fatto non si tiene nelle pubbliche piazze (la pandemia è un ottimo alibi), men che meno nelle sezioni dei partiti (divenute ormai, forse per vocazione, case chiuse), ma come al solito sottobanco, con accordi trasversali, tramite contatti con i cosiddetti grandi elettori, a cena dal notabile locale, telefonando al grosso imprenditore che sa come far “decidere” i propri collaboratori, bussando coi piedi alla porta delle associazioni di categoria (quelle con il prefisso Conf), o alla redazione del solito giornale pronto a dare dritte e storte ai suoi superstiti lettori, e infine ma non ultimo ai conciliaboli fra clan. Poi uno si chiede come mai il pensiero dominante finisca con il coincidere quasi sempre con il pensiero della classe dominante: e dunque gli oppressi simpatizzino per gli oppressori, gli assediati per gli assedianti, il gregge per il lupo.

Sta di fatto che il fil rouge, o meglio rosè, che lega destra e centro-destra (ché la sinistra pare scomparsa dalla circolazione), sembra fatto da investimenti per lo sviluppo (il solito volàno per), aiuti all’agricoltura (per trasformarla da settore primario in secondario), un mega programma di sostenibilità ambientale (onde la nostra regione sarà una novella Arcadia cantata dal Metastasio: la famosa Puglia metastatica), e quindi infrastrutture a gogo (ma tutte rigorosamente eco, bio, green, nature), tanta semplificazione (ma sì, via la soprintendenza, via il principio di precauzione, via ogni tutela del lavoro, via le regole, e via quella rompiscatole della Via, cioè la valutazione di impatto ambientale), turismo tutto l’anno of course (e ci mancherebbe pure che smettessimo di battere marciapiedi e centri storici con quel che rendono), valorizzazione della sanità (qualunque cosa voglia dire), e cultura, signora mia, che non ti dico. Cogliere le differenze tra i programmi chiamiamoli alternativi sarà come vedere il coronavirus a occhio nudo.       

Ebbene, oltre alla corona dei sei viceré candidati aspettiamoci anche un ben nutrito sottobosco di caporali e riempilista, composto molto spesso da personaggi sinceri quanto la loro dichiarazione dei redditi, rivoltatori di frittate, tromboni e già trombati, asintomatici in fatto di grammatica, Cetti e Cette Laqualunque, fotografi di caricature definite selfie, urlatori di anacoluti, promotori dell’ennesima legge di Murphy, dispensatori di olio extravergine di ricino spacciato per amuchina, populisti che danno del populista agli altri, moVimentisti a 5 mandati, e, the last and the least, forza-italioti redivivi.

E il bello è - tanto per sgombrare il campo dai dubbi amletici - che i socialisti (Eia! Eia! Alalà!) sostengono il candidato destronzo; i fascisti il sinistrato (chissà se PD saranno l’iniziale e la finale di Pound, nel senso di Casa); il candidato renzizzato di ‘Italia chi t’ha Viva’ lavora per il trionfo dell’enfant prodige, già governatore di questa, sicuramente anche per questo, martoriata Puglia; la candidata a cinque stampelle ha coniato un nuovo slogan per vincere facile: Onestap, Onestap. Si blatera circa l’esistenza di altri tre concorrenti al massimo scranno regionale: uno addirittura del MSI, Fiamma Tricolore (per la gioia della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione: candidatura comunque pletorica vista la pasta degli altri), un altro che vorrebbe inverare sulla sua pelle il principio “uno vale effettivamente uno”, e un terzo che francamente sfugge al radar della mia postazione di osservatore nohano.

Il responso all’indecisione di partenza è epigrafico: assunzione di un antiemetico e poi voto rigorosamente utile. Occhio che il mio concetto di utilità in fatto di voto è affatto diverso da quello che la classe dominante vorrebbe in qualche modo, ehm, inculcarvi.

Antonio Mellone

 
Di Antonio Mellone (del 08/07/2020 @ 21:38:26, in Fetta di Mellone, linkato 336 volte)

Ma cosa cavolo avranno mai combinato le Mamme No-Tap per essere state rinviate a giudizio in un maxiprocesso da celebrarsi magari in un’aula bunker? Vuoi vedere che tomo tomo cacchio cacchio saranno loro la cagione della devastazione del patrimonio naturale, culturale ed economico del Salento? Non mi dire che avranno espiantato ulivi senza il permesso, abbattuto muretti a secco, eluso normative, e pure perforato, penetrato, cementificato, inquinato acque, disatteso prescrizioni, utilizzato la forza pubblica per interessi privati, e già che c’erano pure corrotto.

Di più? E quale altro reato potrebbero di grazia aver commesso ‘ste benedette donne? Oltraggio a pubblico manicomiale, dite? Tipo testate ai manganelli, labbra tirate sui pugni (che fanno così male alle nocche), addomi scagliati contro le ginocchiate, volti supplicanti lo schiaffo del soldato (o del poliziotto), addirittura spaccio di fumo (nel senso di lacrimogeni) negli occhi? E che hanno scambiato un cantiere per la Diaz?   

Manco questo. Caspita, allora vuoi vedere che qui c’è da scomodare il codice Rocco laddove si parla addirittura di lesa maestà, di insurrezione, di sputtanamento del re che era meglio si mettesse qualcosa addosso e, dio non voglia, di critica, satira e perfino istigazione a distinguere? Ma se è così la cosa è grave assai. Da Corte d’assise proprio.

Signora mia, dovresti sapere che in una società resiliente e assertiva come la nostra - con tanto di sensi di colpa pungolati con metodo, e cloroformio servito all’happy hour - la disobbedienza civile si sopprime sul nascere, i ribelli si emarginano, gli oppositori si ostracizzano. Suvvia, parlar male di Tap (e degli altri compagni di merende altrimenti detti “volani per lo sviluppo”) non è mica politically correct: è iconoclastia applicata, blasfemia da anatema pontificio, eresia da rogo.

Qui il catechismo ideologico è tale che se pretendi una V.I.A. rigorosa ti arriva immediatamente un Foglio di Via (quando non una novella SS. 275 a quattro corsie); sono ammesse soltanto le manifestazioni osannate dai “giornali” e dai loro mandanti; il critico può fare il critico purché non parli mai male di nessuno; la battuta vien tollerata soltanto se anestetica, da Bagaglino, mai pungente o dissacrante - ché qui ogni arguzia dev’essere sottoposta a primo e secondo tampone.

 

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