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Quando il dissenso diventa un "perdita di tempo": il Consiglio comunale non è un teatrino.
Di Loredana Tundo (del 30/10/2026 @ 08:39:52, in Comunicato Stampa, linkato 92 volte)
Durante l’ultimo Consiglio comunale, dedicato al Documento Unico di Programmazione, ho sollevato una domanda semplice e doverosa: perché le risorse destinate agli interventi dei servizi sociali siano passate da 18 a 8 milioni di euro e se l’Amministrazione intenda garantire gli stessi servizi o procedere a una loro riduzione?
Non era un attacco. Era un controllo. Era il compito di una consigliera di minoranza chiedere conto di una scelta che riguarda famiglie, minori, anziani e persone fragili.
Eppure, quella domanda è diventata il pretesto per una nuova scenetta: una consigliera di maggioranza ha sostenuto che noi, consiglieri di minoranza, “facciamo perdere tempo”, che allunghiamo inutilmente i Consigli con interventi, interrogazioni e richieste di delucidazioni.
Come se chiedere spiegazioni su un atto che impegna la comunità fosse un inconveniente.
Come se il Consiglio comunale dovesse durare il meno possibile, invece di durare quanto basta per decidere con consapevolezza.
Chi entra in Consiglio comunale con l’idea che il dissenso sia un fastidio dimostra di non aver compreso il senso delle istituzioni.
Il consigliere di minoranza non è un ospite tollerato in aula. È un rappresentante eletto dai cittadini, con il diritto e il dovere di controllare, chiedere, criticare e proporre. Le interrogazioni, gli interventi e le richieste di chiarimento non sono perdite di tempo: sono strumenti di trasparenza e di democrazia.
Un Consiglio che dura cinque o sei ore non è necessariamente un Consiglio inefficiente. Può essere, semplicemente, un Consiglio che lavora.
Al contrario, un’aula che vuole concludere in pochi minuti, considerando una domanda un “tempo perso”, rischia di trasformarsi in una formalità senza sostanza.
La maggioranza ha il diritto di governare. Non ha il diritto di ridurre il dibattito a un disturbo.
Ciò che preoccupa non è il conflitto politico. Il conflitto è normale, anzi necessario. Preoccupa il modo in cui sempre più spesso viene condotto: provocazioni, toni aggressivi, interruzioni, sarcasmo, sminuire l’interlocutore invece di rispondergli.
E non si tratta solo di una consigliera. Purtroppo questo clima coinvolge più esponenti della maggioranza, e non risparmia lo stesso Sindaco, che troppo spesso sceglie la provocazione politica invece della correttezza istituzionale.
Quando il confronto si riduce a un teatrino, non si difende la propria maggioranza: si svaluta il Consiglio e, con esso, la democrazia locale.
La forza politica non si dimostra alzando la voce o ridicolizzando chi pensa diversamente. Si dimostra rispondendo con argomenti, assumendosi le responsabilità delle proprie scelte e rispettando il ruolo di chi rappresenta altri cittadini.
Il consigliere comunale non è un comparsa chiamata a votare quando gli viene chiesto. Non è un fastidio da gestire con fretta. È una carica pubblica, con responsabilità verso chi ha votato e verso chi non ha votato, ma che ha comunque il diritto di essere rappresentato e ascoltato.
Ridurre il contributo della minoranza a “tempo perso” significa negare il valore della rappresentanza. Significa suggerire che le scelte che riguardano l’intera comunità possano essere decise senza discussione, senza domande e senza controllo.
Non è così che funziona una democrazia locale.
Questa non è una questione personale. È una questione di metodo e di rispetto delle istituzioni.
Non chiedo cortesie di facciata. Chiedo che il Consiglio comunale torni a essere ciò che deve essere: il luogo in cui si discutono le scelte che riguardano tutta la comunità, con serietà, competenza e rispetto reciproco.
Chiedere spiegazioni non è perdere tempo.
È fare il proprio lavoro.
E chi considera il controllo democratico un inconveniente dovrebbe ricordare una cosa semplice: il Consiglio comunale non appartiene alla maggioranza. Appartiene ai cittadini.
 
Dott.ssa Loredana Tundo
Consigliera comunale di Galatina