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Di seguito gli articoli e le fotografie pubblicati nella giornata richiesta.
 
 
Articoli del 05/06/2026

Conosco Giorgio De Cesario da qualche anno. O meglio, il professore De Cesario: lo chiamo così non solo perché ha insegnato per anni nei licei, ma perché reputo la qualifica di "prof" persino più prestigiosa e nobile di quella di maestro. La prima cosa che mi colpì varcando la soglia di casa sua, la famosa Casa degli Artisti - in via Lepanto 1, angolo via Lecce, proprio all’ingresso nord-est di Gallipoli - fu un imponente affresco che mette in scena l’aldilà dantesco. In basso a sinistra campeggia il sommo poeta, ritratto di profilo e coronato di alloro (chissà poi se quel nasone era davvero il suo o il frutto di secolari caricature). L’opera sorprende per una particolarità inedita: i tre regni sono invertiti. In basso si trova il Paradiso, un luogo luminoso e popolato da anime coloratissime e uniche: un vero regno delle differenze, dove nessuno segue le mode e ogni spirito è libero. Nel mezzo si sviluppa il Purgatorio, dominato dal grigio e da una rigida uniformità. In alto, infine, troneggia l'Inferno, in cui prevale il rosso acceso del fuoco e del sangue. Da questa visione comprendi che il professore ha già compiuto, qui in terra e non nell’oltretomba, quel capovolgimento che mette finalmente in piedi l’osservatore, come il Dante del XXXIV dell’inferno (mi sto ripetendo, lo so) che da un certo punto in poi, per poter salire fino all’“ultima Salute”, deve ribaltare la sua prospettiva, iniziando così a vedere distintamente quanto sia rovesciato quello che lo circonda.

Il professore De Cesario, insomma, pensa Altrimenti. Si tratta di un pensiero divergente che ha iniziato a nutrire e a manifestare in tempi non sospetti: d'altronde l’arte dev’essere rottura di schemi, se no rischia di ridursi a sublime e costante ricapitolazione di paradigmi noti, quando non a pura cortigianeria. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, per dire, progettò l’architettura della sua Casa degli Artisti con un'audacia visionaria che avrebbe affascinato lo stesso Gaudì. In quegli anni andava in canoa anche in inverno, e qualcuno osava pure dargli del matto (qualche decennio dopo arrivarono però i kayak a far tendenza in tutte le stagioni). Cominciò a spalancare le porte di casa ai primi viaggiatori quando ancora i gallipolini non sapevano nemmeno pronunciare la locuzione Bed and Breakfast e ben prima che la Città Bella diventasse patria dell’overtourism. E da allora accoglie nella sua dimora, trasformata in palcoscenico, artisti di ogni ambito: attori, musicisti, pittori, scrittori... Tutti si esibiscono dal vivo in performance, mostre, convegni e spettacoli teatrali (a ingresso gratuito s’intende) a dispetto degli schermi di smartphone e pc che stanno viepiù riducendo il concetto di “social” a puro isolamento da reels.  E chissà che entro l’anno non ci sia anch’io dietro quel leggio, ospite del professore e della professoressa Cristina Maritati (sua splendida consorte) a raccontare a chi avrà il coraggio di esserci storie di personaggi e pensieri sparpagliati, a seconda del regno che si sceglierà di trattare, tra gironi o cornici o cieli.

Le creature di Giorgio De Cesario — pitture e sculture — costituiscono un’ostinata contronarrazione al pensiero unico. Le opere più recenti stigmatizzano la guerra “sfascista” scodellataci come ineluttabile (Mass Media War), invocano la pace (Angelus Pacis) e irridono il suprematismo occidentale, o meglio uccidentale (Lesa Libertà). A dirla tutta al volto d’argilla di quella Statua della Libertà con fiaccola vacillante per via dell’incrinatura del braccio, avrei sostituito una bella faccia di bronzo. E giacché mutato pure il titolo: Lessa Maestà.

A spingermi a dedicargli questa prima “Fetta di Mellone 2026” (ne disegnò una che fece storia ai Mondiali ’90) è però un quadro preciso dal titolo persiano: “Parvane”. In basso, donne velate di nero, occhi splendenti, minacciate da un missile a stelle e strisce (che siano missili o veli, per dirla con De André, non esistono dunque poteri buoni) mentre attorno si librano farfalle, ovvero psychaì: immagini di anima e di pensiero libero, possibilmente critico. I colori dominanti — rosso, nero, bianco e verde — richiamano la bandiera palestinese e, combinazione, anche una Fetta di Mellone, simbolo di resistenza e solidarietà a quel popolo oppresso sin dal 1967.

Ma pensa: l’anno in cui ho iniziato a rompere le scatole pure io.  

Antonio Mellone

 

Luci soffuse, il sipario che si apre e un’ondata di viva emozione che travolge il pubblico. Il Teatro Cavallino Bianco di Galatina ha fatto da cornice a "Il nostro viaggio in scena", lo spettacolo di fine anno degli alunni delle classi quinte dell'Istituto Comprensivo Polo 3 di Galatina-Noha. Un sodalizio perfetto tra musica, teatro e crescita personale, che ha segnato la fine di un ciclo scolastico importante e l'inizio di una nuova avventura per i giovanissimi studenti.

​A guidare i ragazzi in questo percorso artistico è stato il Maestro Antonio Ancora, che con la sua consueta sensibilità e competenza è riuscito a tirare fuori il meglio da ogni singolo bambino. Sotto la sua direzione, la musica e la recitazione sono diventate gli strumenti per raccontare una storia universale e profonda: un viaggio chiamato vita.

​Il cuore dello spettacolo è stato il tema dell’amicizia, intesa come porto sicuro, come quel legame indissolubile che permette di non sentirsi mai soli: un'ancora a cui aggrapparsi e una forza su cui poter contare sempre.

​Attraverso metafore delicate e interpretazioni magistrali, i bambini hanno raccontato la vita come un lungo, meraviglioso viaggio. Il messaggio sul palco è arrivato forte e chiaro: ogni fine è un nuovo, entusiasmante inizio. Non sono mancate le lacrime tra i genitori e i docenti presenti in platea, commossi di fronte alla maturità e alla spontaneità dimostrata dai piccoli attori e cantanti.

​Uno dei momenti più toccanti della serata è stato, senza dubbio, il discorso d’addio delle maestre. Rivolgendosi ai loro alunni, pronti ormai a spiccare il volo verso la scuola secondaria di primo grado, le insegnanti hanno voluto dedicare loro una celebre citazione tratta dal film d'animazione Kung Fu Panda: "Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono. Per questo si chiama presente."

​Un monito potente per augurare ai ragazzi di vivere appieno il presente, senza ansie per il futuro, valorizzando ogni giorno i propri talenti unici e speciali. Le maestre hanno poi concluso con un invito caloroso e sincero: quello di non smettere mai di inseguire i propri sogni, mantenendo sempre viva quella curiosità e quella purezza che hanno caratterizzato i loro cinque anni di scuola primaria.

​Calato il sipario, restano gli applausi scroscianti di un teatro gremito, gli abbracci stretti tra i banchi e la consapevolezza che "Il nostro viaggio in scena" rimarrà impresso nei cuori di questi ragazzi come il più bel bagaglio da portare nel futuro.

 Federica Ramundo

 

Fotografie del 05/06/2026

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Di Marcello D'Acquarica (pubblicato @ 11:00:04, vista 359 volte)
Se aveste messo alberi ne avrebbero beneficiato tutti :: Gli alberi non vanno a votare  ...
 
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Di Marcello D'Acquarica (pubblicato @ 10:58:33, vista 279 volte)
Tra i miasmi della fogna e i veleni della zona industriale i bambini di questo asilo non avranno futuro :: L'IMPORTANTE E' CEMENTIFICARE ...
 
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Di Marcello D'Acquarica (pubblicato @ 10:31:57, vista 397 volte)
Volete anche qualche bomba nucleare? :: No, ci basta quella ecologica ...
 
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Di Marcello D'Acquarica (pubblicato @ 10:30:48, vista 187 volte)
Stiamo costruendo un nuovo asilo :: Evitiao di darne le coordinate a Netanyahu ...
 

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